01 aprile 2014

Il trattato sulla trinità del maestro Vilar


IL TRATTATO SULLA TRINITÀ’. DEL MAESTRO VILAR
A cura di Vincenzo Capodiferro

Il Trattato sulla Trinità. Del maestro Vilar, GDS marzo 2014, curatore Vincenzo Capodiferro, è un capolavoro teologico di alto profilo, anche se datato, essendo stato redatto agli inizi del ‘700, validissimo nei contenuti proposti. Le lezioni del maestro domenicano Pietro Vilar vennero trascritte dall’allievo Giovanni Sala. Siamo nello studentato dei Domenicani di Girona, in una Spagna settecentesca, ma ancora ancorata allo spirito medievale ed alla tradizione scolastica. Girona era stata una nota sede dell’Inquisizione spagnola, basti ricordare, a proposito, Eymerich e de Rocaberti. Il maestro guida l’allievo in un viaggio straordinario nella vita di Dio. L’opera è caratterizzata da un taglio ontologico, più che fenomenologico, tipico della teologia contemporanea, in particolare dopo Rahner. Per i maestri domenicani, seguaci del divo Tommaso, il problema è sempre lo stesso, quello dell’essere, che si riflette anche nel problema trinitario. Il Padre, per usare un linguaggio caro al maestro Vilar, rappresenta l’inseità dell’ente, il Figlio la perseità, e lo Spirito, se possiamo così dirlo, l’inperseità. Hegel un po’ più tardi definirebbe questi tre momenti come l’Idea in sé, l’Idea fuori di sé, o per sé, e l’Idea che ritorna in sé, o in sé e per sé. Ma quello stesso Hegel ebbe a riferimento la teologia cristiana nell’elaborazione del suo sistema, ed in particolare la Trinità stessa. Il suo sistema è trinitario in tutto e per tutto. Hegel d’altronde, come sostiene Lowith, fu l’ultimo pensatore cristiano borghese. Dopo Hegel inizia quel processo di dissoluzione e di ribollimento, in particolare dalla Sinistra, della filosofia, che culmina nel relativismo attuale. Il maestro Vilar naturalmente tenta di difendere la sua posizione tomistica contro gli estremi del volontarismo scotista e del nominalismo occamista. Roscellino di Compiègne lega la sua negazione degli universali con la negazione della possibilità di distinguere in Dio la sostanza dalle Persone. Il dogma cristiano afferma, invece, che Dio è una sola sostanza in tre Persone. Il nominalismo estremo porta pertanto al triteismo, alla negazione dell’unità dell’essenza sostanziale delle tre Persone divine ed alla conseguente affermazione delle tre separate divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’estrema antitesi della tesi di Roscellino è rappresentata da Guglielmo di Champeaux, il quale dà all’essenza universale il valore di realtà assoluta, mentre all’individuo quello di pura accidentalità. Pietro e Paolo, ad esempio, e così tutti gli uomini, hanno ciascuno la medesima natura e la stessa umanità. La specie umanità è tutta la sostanza degli uomini, le cui differenze non sono per nulla essenziali, ma solo accidentali. Questa posizione, indicata come il realismo esagerato, afferma la strana dottrina dell’ubiquità dell’essenza. Un esempio di questa è la teofania di Eriugena. Così il maestro Vilar riporta il problema trinitario a quello dell’essere di Aristotele e di S. Tommaso. D’altronde l’ontologia, o la metafisica, la filosofia prima, nel linguaggio aristotelico, studia l’ente in quanto ente. Per questo è anche teologia, perché studia il primo ente, quell’ente privilegiato che è Dio stesso.




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