29 giugno 2013

Gli intellettuali e la prosa in età comunale

Monumento a Cangrande della Scala - Fonte Wikipedia


Piccolo viaggio nella letteratura italiana
 
E' più facile scrivere sulla prosa del Duecento e del primo Trecento italiano se ci si sforza di comprendere, almeno schematicamente, quale tipologia di intellettuali operarono nell'età comunale, cioè in quel periodo della storia d'Italia che inizia simbolicamente con la battaglia di Legnano del 1176, quando i comuni della Lega lombarda sconfissero il Barbarossa, e si conclude nella seconda metà del XIV secolo con il lento ma progressivo e definitivo affermarsi delle signorie.
Il Duecento è dunque anche il secolo dei comuni autonomi e del decentramento politico, che non mancherà di condizionare fortemente la produzione letteraria; è il secolo nel quale emerge la 'ragione' (cioè la contabilità) sia come strumento operativo sia come misura della ricchezza della nuova classe mercantile, la quale vorrà poi emanciparsi anche sul piano politico e culturale, e che troverà nell'istituzione comunale il terreno più adatto al proprio sviluppo.
Il centro comunale più importante per la letteratura in prosa del XIII secolo fu, non ce ne voglia Guido Guinizzelli, soprattutto Bologna, dove già da oltre un secolo era attiva l'università fondata dal giurista Irnerio.
Facciamo tuttavia un passo indietro e dedichiamo due parole alla figura dell'intellettuale perché in questo modo possiamo meglio comprendere, per ogni categoria di autori, le ragioni dello scrivere in un'epoca di così forte transizione politica, sociale e linguistica: in questo periodo dobbiamo dunque ricordare innanzitutto il personaggio dello 'scrittore ecclesiastico', che è l'uomo di cultura più comune se non altro per ragioni di sostentamento personale: più avanti si vedrà di Petrarca (che prese i voti sostanzialmente per amore dello studio), ma tra i maggiori vedremo anche il frate laico Guittone d'Arezzo. Poi ancora viene la nuova e importante figura dello 'scrittore cittadino', appartenente alla classe mercantile o comunque legato alle corporazioni comunali: il ruolo più importante qui lo svolgeranno i giuristi ed in particolare i notai, ma non mancheranno i politici come il giovane Dante Alighieri e Dino Compagni. Più tarda sarà poi la personalità dello 'scrittore di corte' (e siamo nel Trecento), la cui opera è votata al prestigio della signoria: celebre ed esemplificativa di questa letteratura sarà la dedica del “Paradiso” di Dante a Cangrande della Scala, il quale all'epoca manteneva e proteggeva l'esule fiorentino.
Vale la pena di sottolineare come la laicizzazione della cultura, che è diretta ratio di quanto appena sopra accennato, avrà anche conseguenze importanti sul processo di 'secolarizzazione della storia' e mi spiego: nel Medioevo e fino proprio alla metà del Duecento la storia era percepita dagli uomini come prodotto esclusivo della provvidenza divina, ma da ora in poi gradatamente non sarà più così; i libri di ricordi come il “Milione” del veneziano Marco Polo e le “Cronache” di storia comunale diffuse a cavallo fra Due e Trecento, come quelle di Salimbene da Parma o del citato Compagni e di Giovanni Villani a Firenze, contribuiranno ad un graduale e sia pur primigenio sviluppo della storiografia come oggi la conosciamo, cioè come una scrittura della storia che ha nell'uomo un protagonista attivo e consapevole.
Si è detto di Bologna, che per bocca del cattedratico fiorentino Boncompagno da Signa fu “caput exercitii literalis”, cioè riferimento per i letterati del tempo: qui operarono Accursio Bolognese (autore della “Glossa magna”, testo fondamentale di pratica giuridica), nonché il notaio retore ed epistolografo Guido Faba.
Un posto di spicco spetta però al “De ecclesiastica potestate” di Egidio Romano, più che altro per la forte dipendenza da quest'ultima opera della celeberrima bolla pontificia “Unam Sanctam”, firmata da Bonifacio VIII nel 1302; mentre una citazione è dovuta al “Liber consolationis et consilii”, opera morale e filosofica scritta da Albertano da Brescia, dalla cui edizione francese attinse Chaucer per i suoi ben più celebri “Racconti di Canterbury”.
All'interno di questa vastissima e varia produzione letteraria vanno infine marcatamente distinte due autentiche pietre miliari: il “Novellino”, una raccolta di aneddoti in volgare fiorentino che andranno a costituire l'inizio di un genere, quello della novella appunto, destinato a lunga e larga fortuna fino ai nostri giorni; ultimo poi, ma non in importanza, il “Liber abbaci” del pisano Fibonacci, che introdurrà invece le cifre arabiche e l'algebra nella cultura occidentale.

 
Antonio di Biase
 
Bibliografia:
  • Forme della prosa del Duecento”, da pag. 131 a 159 de “La letteratura”, Vol 1, Baldi Giusso Razetti Zaccaria , Paravia, 2006. Dello stesso volume inoltre “La figura dell'intellettuale nell'età comunale” da pag 186 a 207.
  • Storia della letteratura italiana” di E. Cecchi e N. Sapegno, Garzanti, 2001 (Ed. per Corriere).
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