15 aprile 2013

Il dramma del soggetto moderno in cartesio e in Kant


IL DRAMMA DEL SOGGETTO MODERNO IN CARTESIO E IN KANT
In un’intensa e suggestiva riflessione del Prof. Costantino Esposito

 
La considerazione del professore Esposito, in una magistrale lezione, tenutasi al Liceo di Marsico, il 9 di aprile, parte da ciò che significa filosofia, di quello che è il suo ruolo e la sua funzione. La filosofia è la possibilità di capire come stanno le cose: è un porre i problemi e le domande giuste. La filosofia non è cercare di dare le risposte giuste, ma di fare le domande giuste. Il domandare è tale che non ci si può fermare, ogni generazione ha il compito di porsi degli interrogativi. L’uomo non può esimersi da questo compito nemmeno nella cosiddetta epoca della post-modernità, che considera chiusa la filosofia dell’età moderna e che considera definitivamente superato il problema della verità posto nella medesima modernità. Ma è davvero finita la filosofia moderna? O essa offre ancora spunti per l’uomo dell’età post-moderna? La filosofia moderna nasce da una crisi. Il problema della soggettività moderna nasce da un dramma. Tale è il dramma del filosofo considerato da tutti il padre del moderno soggettivismo e del razionalismo: Cartesio. Cartesio muove dalla considerazione secondo la quale tutti gli esseri umani sono dotati di ciò che egli definisce la bona mens, ossia la ragione naturale. Ma allora perché in filosofia non c’è nemmeno un problema sul quale tutti siano d’accordo? Se tutti abbiamo la medesima ragione perché non diamo le stesse risposte ai problemi? Per Cartesio il problema sta nel metodo, cioè nel modo con cui utilizziamo la ragione. Tutti abbiamo la ragione, ma non tutti sappiamo utilizzarla al meglio. Lo stesso Cartesio afferma di sentirsi del tutto insoddisfatto della formazione ricevuta, nonostante egli abbia studiato nel più famoso collegio gesuita della sua epoca, quello di La Flèche. Egli, allora, decide di compiere dei viaggi per “scoprire il gran libro del mondo”, mosso da un “desiderio estremo di distinguere il vero dal falso”. La molla che spinge Cartesio è proprio questo grande desiderio di verità che egli sentiva non essere stato soddisfatto  dalla formazione ricevuta. In questo Cartesio ricorda Agostino, anche se con prospettive diverse: Agostino è un grande teologo che vuole, cerca e trova la verità in Dio. La grande avventura dell’uomo comincia da questa domanda, da questo grande desiderio. Il desiderio del vero è estremo perché sta dentro ogni desiderio, è il desiderio che ci fa capire in cosa consista l’intelligenza umana. Questo desiderio nasce nel momento in cui ci si ritrova soli con sé, come fa Cartesio nelle sue Meditazioni metafisiche, il quale chiuso nella stanza con la sua stufa, scrive di essersi liberato da tutte le preoccupazioni quotidiane e di esser rimasto solo con se stesso. È come se il filosofo, chiuso nelle sue riflessioni e sgombrata la mente da qualsiasi pensiero, si trovasse in una sorta di ovatta, di spazio ovattato, sospendendo il giudizio e l’assenso su ogni cosa. Questo atteggiamento veniva definito dagli stoici e dagli scettici antichi come epochè. La filosofia moderna nasce da un’avventura drammatica di un uomo solo, nasce da questo atto solipsistico che compie un essere umano in solitudine. Il dramma del soggetto moderno consiste proprio in questo continuo tendere alla ricerca. Cartesio continua il suo percorso: non posso fidarmi nemmeno dei sensi e la verità, quindi, non è nella conoscenza sensibile. Se i sensi mi hanno ingannato a volte (come quando, per esempio, ho la febbre e il dolce mi sembra amaro o quando il bastone passa in un contenitore trasparente di acqua e pare che sia spezzato) vuol dire che non posso fidarmi di essi. Questa è una scelta che Cartesio fa. E il mio corpo? Posso essere sicuro del mio corpo? Se stessi sognando o dormendo? Se il mondo fosse tutto un’illusione, un sogno, un inganno? L’ipotesi di ritenere tutta la realtà una grande scena dietro cui non c’è nulla, di pensare che il mondo è solo un sogno è un’ipotesi che ci avvicina al nichilismo. La riflessione cartesiana ci ricorda ciò che diceva Shakespeare nell’opera La tempesta: “noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”. Cartesio traduce filosoficamente questa stessa inquietudine shakespeariana. Il filosofo francese considera poi la conoscenza matematica che sembra essere la più certa ed indubitabile di tutte. 2+3=5 è vero sempre. Ma a questo punto Cartesio avanza l’ipotesi del genio maligno o del Dio ingannatore che lo porterà alla consapevolezza di esistere come res cogitans: cogito ergo sum. Ego sum. Ego existo. Questa frase è vera tutte le volte che la pronuncio. È come se Cartesio sfidasse Dio: ingannami pure! Se mi inganni vuol dire che io esisto. E ciò è la base, il punto archimedeo da cui partire. Abbiamo detto che la moderna soggettività nasce da un dramma e il dramma ha un primo aspetto che ci dice che la realtà è muta, afona, non mi parla più, non mi dice più il suo significato. Nelle epoche precedenti la realtà rimandava ad altro, per esempio, al miracolo dell’Essere, ad una causa ultima delle cose. Ora, per Cartesio non è più così, la realtà non ha più un significato e perciò vuole trovare nell’Io e dentro l’Io quella verità che non è più possibile riconoscere nella realtà. La prospettiva della modernità parte dall’Io per capire la realtà e non viceversa. Ma l’esistenza della res cogitans risolve definitivamente il problema? L’esistenza della sostanza pensante è una soluzione ancora limitata che non mi dice nulla su cosa sia la realtà del mondo. A questo punto c’è bisogno di dimostrare l’esistenza di Dio il quale è garante della mia conoscenza. Il Dio di Cartesio è considerato come un problema filosofico (il Dio dei filosofi, come dirà Pascal); solo ammettendo l’esistenza di Dio, di Dio che è buono e non mi inganna, posso ammettere la realtà. Il primo aspetto del dramma dell’uomo moderno è, dunque, questo: la realtà è insignificante ed incerta. A questo primo aspetto del dramma si collega un secondo aspetto: come dimostro Dio? L’Io umano dimostra che Dio esiste, che Dio c’è perché in me c’è l’idea dell’ infinito (come se Dio fosse una sorta di proiezione dei limiti umani, un po’ come sosteneva Feuerbach). Noi concepiamo noi stessi come esseri finiti perché abbiamo l’idea dell’infinito. La percezione dell’infinito, cioè di Dio, precede quella del finito. Partiamo dall’infinito per arrivare al finito. Cartesio si serve di Dio per dimostrare l’esistenza del mondo esterno e della realtà delle cose. Ma Cartesio arriva a dimostrare Dio partendo da un atto di solitudine. Egli è un pensatore solipsistico che, cercando e scavando dentro sé, trova qualcosa che è più grande di sé: questo è il dramma! E il duplice aspetto del dramma ha un senso negativo ed uno positivo: quello negativo è riconducibile ad un primo aspetto secondo cui la realtà non mi parla più, non mi dice più nulla sul suo significato; invece, l’aspetto positivo del dramma è quello per cui, puntando su me stesso e sul mio pensiero mi rendo conto dell’idea dell’infinito che è stata messa in me, ma che non è semplicemente chiusa nella mia mente, ma mi dice qualcosa d’altro. Per questo l’idea dell’infinito è come se fosse una traccia, una cicatrice. È la traccia di Dio su di me, la sua cicatrice. Kant nella sua Critica della ragion Pura (1781) parte dalla medesima esigenza di Cartesio, in quanto afferma che la ragione umana vuole conoscere tutto, vuole conoscere l’incondizionato ma, rispetto al filosofo francese, ritiene che la ragione non riesce in questo arduo compito, perché può conoscere solo ciò di cui ha esperienza sensibile. La ragione umana cade in una sorta di aporia, è un problema che non trova soluzione perché la ragione umana non conosce tutto quanto vorrebbe conoscere. Secondo Kant, anche se non possiamo conoscere tutto, possiamo continuare a pensare alle questioni che vogliamo conoscere; non posso conoscere Dio perché non ne ho un’esperienza sensibile così come non posso conoscere l’anima e il mondo (Kant parla di idea di anima, di mondo e di Dio) ma posso continuare a pensare a queste tre questioni, a queste tre idee. Le posso pensare in quanto è come se la ragione umana si allargasse fino ad inglobare tutto. Anche per Kant vi è un desiderio estremo (come per Cartesio) di afferrare tutto: questo è un desiderio ed una domanda irrinunciabile. Se togliamo questa domanda togliamo tutto. Questa domanda è la stoffa della ragione. Anche se non possiamo conoscere tutta la realtà perché la realtà sfugge sempre alla nostra presa (aspetto negativo del dramma), non possiamo rinunciare a questo desiderio di conoscerla pienamente. Vi è una scrittrice straordinaria, Virginia Woolf, la quale ci aiuta a capire il problema della modernità, nei suoi Moments of being (Momenti di essere), in cui parla di una realtà che sembra essere un non-essere, come se vivessimo in un’ovatta senza senso e senza contorni. La realtà ovattata ci rivela il non-senso delle cose, il vuoto. Solo in questi momenti in cui cogliamo il non-senso delle cose si apre uno squarcio che fa riemergere il tutto da cui nasce un’idea, una filosofia: dietro l’ovatta si cela un disegno. Il mondo intero è un’opera d’arte, la poesia diventa realtà e la penna una sua traccia. Anche in questo caso, Virginia Woolf, da scrittrice e poetessa qual è, fa riferimento al grande problema filosofico posto nella modernità ma che è sempre presente, del senso della realtà e del suo significato. Il significato che diamo alla realtà è la possibilità di vedere le cose che sono. Come quando un adolescente vive in modo passivo e disinteressato tutta la sua realtà e poi un giorno si innamora: all’improvviso, la stessa realtà in cui viveva prima assume un altro significato e anche le cose che per lui prima erano scontate o noiose acquistano un altro senso perché in fondo la filosofia è questo: la possibilità di capire come stanno le cose e la possibilità di strappare il segreto alla realtà.

Costantino Esposito, nasce a Bari nel 1955. È Professore ordinario di Storia della filosofia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. I suoi principali orizzonti di ricerca filosofica e scientifica si stagliano tra il pensiero di Heidegger, la filosofia di Kant e la metafisica di Suarez. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “Il fenomeno dell’essere. Fenomenologia e ontologia in Heidegger” (1984); “Heidegger. Storia e fenomenologia del possibile” (1992); “Filosofia moderna” (insieme a S. Poggi) (2006). Dal 2000 dirige con P. Porro la rivista internazionale “Quaestio”. Coordina con altri autori presso le Edizioni di Pagina una collana di Letture di Filosofia.
Paola Gaeta

Nessun commento:

Posta un commento

I commenti sono moderati e controllati quotidianamente.
Tutte le opinioni sono benvenute. E' gradita la pacatezza.