07 febbraio 2013

Pensieri sull'educazione

 
Contro il principio della scuola-carcere, per una piena valorizzazione del giovane
 
La scuola oggi, pur essendosi molto aperta rispetto al passato, risente ancora di una ancestrale connotazione. Lungi dall’essere realmente un alveolo ovattato distaccato dal mondo circostante, così come viene dipinta agli occhi offuscati da un illusorio “velo di Maya”, sotto certi aspetti, essa si presenta, invece, come lo specchio fedele di una società alla deriva. Il docente oggi è sottopagato, ma deve fare il factotum: sociologo, psicologo, assistente sociale. Ma a parte la condizione del docente in Italia, che è ridotta all’osso e di questo sarebbe giusto discutere in altro luogo, la struttura della scuola non è per nulla cambiata dall’impostazione repressiva che ne viene fatta anche dai regimi democratici. Guardate già alla struttura esterna della maggior parte delle scuole: esse sono delle grandi caserme, o fabbriche, o al peggio degli ospedali o carceri: immensi edifici con spazi inutili e vuoti, che oggi non possono essere più riscaldati per mancanza di fondi. Dovrebbe essere vero il contrario: il carcere deve diventare una scuola per rieducare i detenuti e non la scuola continuare ad essere un carcere per detenere i liberi. Giovani e vecchi sono il rifiuto di questa folle società: debbono essere relegati in strutture minacciose per non dare più fastidio. Gli uni diventati adulti poi debbono essere catapultati come gladiatori nel Colosseo del mondo globale, gli altri, una volta che hanno combattuto debbono essere rottamati. Al centro c’è sempre però una generazione di adulti adultera e degenere, scandalosa, corrotta, perversa e pervertita, iperattivista, frenetica, nevrotica. Ci sono le campanelle che scandiscono gli spazi-tempi. Ci sono le sirene che richiamano sempre i deportati all’ordine. La scuola sotto sotto, con tutto il rivestimento democratico, o libertario che appare al di fuori, è ancora una scuola-lager ove viene sempre istillato il principio borghese-capitalistico auschwitziano: Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi). Questo principio viene istillato nel giovane soprattutto con le frequenti verifiche, che hanno reso la scuola un votificio, ed il nostro pensiero va soprattutto ai licei. Ma può essere mai lo studio un lavoro? La parola “scuola” in greco significa perdere tempo. E quale è lo spipendio di questo immane lavoro? Il voto! Sempre il voto! Peccato però che le valutazioni, che sono sempre relative, nonostante i tentativi di equiparazione a test attitudinali, non possono misurare proprio niente, perché la sapienza è incommensurabile, e d’altro canto fanno sorgere nei giovani differenze di classe perniciose ed oscure tra più sapienti e meno sapienti. Il voto dovrebbe interessare solo la prestazione, ma finisce per avvolgere la persona in fasce di reddito culturale: più poveri e più ricchi. Non si tratta della promozione meritocratica, magari fosse quella! Come ben sappiamo l’autonomizzazione degli istituti scolastici ha portato inevitabilmente all’economizzazione dell’istruzione ed al principio quantitativo: più numero di iscritti, più soldi. Ciò significa che tutti vanno a scuola, quindi c’è una massificazione. Questa d’altronde porta all’aurea mediocritas. Eppure lo stile è sempre quello: la scuola deve inquadrare, deve selezionare. È lo stile che accompagna sempre l’istruzione dall’antica Roma a Napoleone, dalla scuola fascista a quella repubblicana. Non vi è, ma non vi è mai stato, se non nella testa di pochi eletti pensatori pedagogisti, il puerocentrismo, ma c’è sempre il docentocentrismo, o peggio il dirigentismo che domina sovrano in tutta la pubblica amministrazione. Chi è che controlla i Dirigenti Scolastici? Hanno un potere assoluto. O i professori universitari con tutte le loro lobby? Non ne parliamo proprio! Così avviene che la scuola che dovrebbe aprirsi al mondo si chiude e chiude anche l’animo del giovane che vi incappa e vi si parcheggia per anni ed anni di vuota formazione, improntata al più rozzo nozionismo, prima di finire per strada dopo master e master. Voi credete che il giovane dopo anni ed anni di formazione impari veramente a pensare? La scuola continua di solito a formare yes man: vuoti ripetitori, o portatori di cultura, non dei creatori di cultura, non dei cervelli pensanti, ma dei pappagalli. Di costoro ha bisogno la società, non di pensatori, non di intellettuali. Questi sono e sono stati sempre scomodi.  Ed il profeta Heidegger diceva: l’uomo contemporaneo non pensa più! La tecnica, la tecnologia, il mondo virtuale e mediatico distrugge l’uomo. Non c’è più spazio per l’uomo, per la persona. Nonostante ciò si continua ad insegnare secondo i parametri dell’umanesimo, ma di quale umanesimo? L’umanesimo delle macchine e dei cani. Sono distrutti tutti i valori: morali, politici, economici, sociali, religiosi e la tecnocrazia trionfa. Così ci ritroveremo ad avere una massa di ignoranti laureati che è peggiore e più dominabile di una massa di analfabeti consapevoli di essere ignoranti. Ecco perché il giovane oggi non ne vuole sapere più di greco e di latino, di matematica o di geometria. Non si danno più risposte concrete. Diremmo con Tolstoj: a che cosa serve? Il giovane è avvolto da cinture di sicurezza e di protezionismo fino a trent’anni e poi è buttato in una giungla dove invece vige il principio darvinista sociale del più forte. È come allevare dei polli e poi buttarli in una foresta in balia delle volpi e dei lupi. Ed è così per la gente comune, ad eccezione dei debolissimi, per i quali vige invece il darvinismo sociale al contrario. E questo perché genitori iperattivisti e superimpegnati non ne vogliono sapere di educare i giovani. Educare significa stare col giovane, capirlo. Ma chi li capisce? Non significa certo dare tutto materialmente ed abbandonare il giovane vicino ad una televisione od ad un computer per ore e pretendere poi che la scuola faccia da mamma e da papà. L’educazione mancata dovrebbe supplirla la scuola. Il dialogo interrotto o mancato lo supplisce internet o i social network. Questo significa l’alienazione totale dell’uomo, peggio del lavoro secondo Marx. La mania della sicurezza, i test d’ingresso, il formalismo giuridico delle carte, le troppe verifiche: questi sono soltanto alcuni degli aspetti della burocratizzazione scolastica. Basta che sono apposto tutte le carte e poi la scuola può andare anche allo sfascio. L’importante è che in caso di ricorso le virgole ed i punti siano al posto giusto, perché gli avvocati vanno a guardare solo la grammatica e l’analisi logica di tutti i costrutti scritti e reperibili, non vanno a guardare alla condizione di fatiscenza umana e sociale dell’istituzione scolastica. In altre parole questa pedagogia da paraculi, solo per difendere i propri interessi e mantenere lo status quo, non aiuterà di certo il giovane ad uscire dalla sua perenne condizione di dipendenza. Dall’umanesimo che si studia solo sui libri si passa poi al disumanesimo totale, all’alienazione dell’uomo dal genere umano stesso. Non riportiamo i soliti casi storici per capire la l’assurdità delle sviste valutative: Verdi, Einstein, o Hitler. Immaginate un po’ se Hitler fosse stato ammesso all’Accademia! Non sarebbe forse diventato un ottimo artista? I test d’ingresso all’università servono a far passare due generi di persone: i geni ed i raccomandati. Non è meglio invece fare la selezione in cursu studiorum? Per una sana pedagogia allora che guardi soprattutto alla crescita dell’allievo abbiamo rilevato alcuni principi, che ci servano da guida: 1) Naturalismo. Ritorniamo a Rousseau: «Tutto ciò che esce dalle mani dell’Autore delle cose è bene; tutto degenera nelle mani dell’uomo» (Emilio, I). Quanto più l’uomo si allontana dalla natura, tanto più diventa folle. Il progresso, la tecnologia dissennata ed ostile significano questo: allontanamento dell’uomo dalla natura e propriamente dalla sua natura. Qui riprendiamo gli Stoici: l’oicheiosi, l’essere a casa propria. La natura dell’uomo è la razionalità, compito dell’educatore è favorire questo adeguamento del giovane alla razionalità, che è già insita nella sua natura. L’educatore non deve intervenire direttamente, non deve mai sostituirsi all’allievo, ma fare in modo che egli ci arrivi, perché, come diceva Vico: «Gli uomini prima sentono senza avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura» (Scienza Nuova, I, sez. II, Degnità 53). Questo principio vale sia ontogeneticamente che filogeneticamente, perché anche la storia del mondo, nei suoi corsi e ricorsi lo riflette: «Nella natura umana prima surgono immani e goffi, qual’i Polifemi, poi magnanimi ed orgogliosi, quali gli Achilli; quindi valorosi e giusti, quali gli Aristidi, gli Scipioni Affricani» e poi «gli Alessandri e i Cesari; più oltre i tristi e i riflessivi, quali i Tiberi, finalmente i furiosi, i dissoluti e gli sfacciati, qual’i Caligoli, i Neroni, i Domiziani» (Ivi, Degnità 65 e sgg.). Adesso siamo di nuovo all’età dei dissoluti, dei pervertiti e dei corrotti. 2) Non sapere. Ritorniamo a Socrate. Più che a mille saperi, abilità, competenze fantasma che non servono a nulla, né in cielo né in terra, occorre mirare al non sapere, non all’ignoranza in senso positivo, come assenza di sapere, ma a quella in senso negativo, come coscienza del limite e ricerca continua. Il motto di Socrate era: una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. Ti trovi ragazzi che non sanno tradurre più latino, greco, e non sanno far più di conti, non sanno fare una formula chimica, non sanno zappare, non sanno avvitare neppure un bullone. Ma quali competenze, abilità e cretinate varie andiamo a misurare? Noi misuriamo solo le conoscenze, ma le conoscenze sono nozioni e noi misuriamo solo una labile capacità mnemonica, non la reale sapienza dell’uomo che è incommensurabile. Dopo un giorno quelle nozioni già saranno illanguidite, dopo un anno saranno del tutto sparite nel fiume Lete. Che cosa resterà nella mente del giovane, se non il metodo, se non l’amore? Il metodo è la strada da seguire, in greco metà odos significa attraverso la strada. L’educatore deve dare metodo e non solo nozioni, rapporto e non solo spersonalizzazione, derealizzazione, alienazione, frustrazione e via discorrendo. Ora siccome tra qualità e quantità c’è un abisso, la conoscenza non è quantificabile, matematizzabile, non stiamo misurando un chilo di pere o un metro quadrato di terra. Con Cartesio diciamo: la res cogitans è inestesa, quindi non può essere misurata, non può essere valutata. Il fine del maestro è allora facilitare l’autoconsapevolezza, l’esame di coscienza, la confessione intellettuale ed intima (Conosci te stesso!). Un uomo che conoscesse tutte le scienze e non la propria anima sarebbe come uno sprovveduto, come quello che possiede il mondo intero e perde la propria anima. L’Ecclesiaste ammoniva: qui auget scientiam auget et dolorem. Non è la quantità di sapere che rende libero l’uomo, ma il discernimento. Il sapere se non è guidato può portare alla follia ed alla perdizione. Quando chiesero al filosofo Menedemo come fosse la sua scuola, rispose: «è meravigliosa! Ottengo sempre risultati straordinari. Gli scolari arrivano che si credono sapienti; poi si accorgono di essere dei semplici studiosi e terminano gli studi, convinti di essere dei grandi ignoranti». Questo deve essere il fine della scuola, la cusaniana docta ignorantia, perché come il povero privo di debiti è ricco nei confronti del povero che sia pieno di debiti, così l’ignorante, che è consapevole della propria ignoranza è sapiente nei confronti dell’ignorante che presume di possedere, nelle grossolane apparenze, delle verità, anzi le uniche verità. Primo compito umano è dunque l’autoconsapevolezza, questa ci offre la prima e fondamentale scienza di ciò che veramente siamo. Se partiamo da tale fondamento, come osserva Platone, «O troveremo quel che cerchiamo, o non crederemo di sapere ciò che ignoriamo del tutto; e questo non sarà certo un vantaggio disprezzabile» (Teeteto, 187 B, C). Così secondo Laotze: «il saggio si occupa del non-agire, pratica l’insegnamento senza parlare, lascia sviluppare gli esseri senza ostacolarli, nascere senza accaparrarli, agire senza aiutarli» (Tao Te King, II). 3) Metodo positivo, non repressivo. Il sistema repressivo o negativo, con tutte le buone intenzioni è ancora vigente un po' dovunque; nei campi, nelle officine, nelle fabbriche, negli uffici. Dappertutto  dove un superiore, padrone, o direttore o dirigente, ha sotto di sé degl'inferiori: apprendisti, operai, impiegati. Il metodo repressivo latente e mascherato nella scuola abitua il ragazzo al sistema integrale repressivo della società, dove se vuoi lavorare devi filare dritto. Nei campi ancora c’è il caporalato, solo che questo viene esercitato verso i più deboli, gli extracomunitari, ove prima era esercitato verso i contadini. Il metodo repressivo ha potuto portare alla società fascista o nazista, come scrive W. Reich: «i vergognosi eccessi dell’era capitalista degli ultimi trecento anni (imperialismo rapace, privazione di qualsiasi diritto dei lavoratori, repressione razziale, etc.) non sarebbero stati possibili senza la struttura avida di sottomettersi ad un’autorità, incapace di libertà e mistica di milioni di uomini che hanno sopportato tutto questo. Il fatto che questa struttura sia stata prodotta sul piano sociale ed educativo e che non sia data naturalmente non cambia nulla nei suoi effetti». (Psicologia di massa del fascismo, Introduzione). Il metodo positivo invece favorisce la libera crescita del giovane e la sua autonomia. Il metodo positivo deve essere incondizionato: anche quando il ragazzo va male in una performance deve essere premiato, si istillerà naturalmente in lui il desiderio di conoscere e di superare e soprattutto di non sbagliare, perché crescerà nel giovane il senso di dignità ed il sano orgoglio naturale. 4) Libertà e non ordine. Don Luigi Sturzo diceva: «La libertà è come l'aria: si vive nell'aria; se l'aria è viziata, si soffre; se l'aria è insufficiente, si soffoca;  se l'aria manca si muore». Il giovane che cresce nella libertà di pensiero e di azione è maturo e si responsabilizza. La scuola paradossalmente si muove ancora secondo il canone dell’ordine: occorre inquadrare e squadrare. La dinamica è sempre quella dello squadrismo e del classismo, come volete, il risultato non cambia. Dentro c’è sempre la lotta, la competizione borghese, l’arrivismo, il principio naturalistico del più forte, anche se non è vero, perché ci sono esempi in natura di solidarietà e di amore che non hanno nulla a che vedere con questa visione distorta del mondo naturale. Così dipendiamo ancora dalla visione hobbesiana fondata sulla paura: il bellum omnium contra omnes, l’homo homini lupus. Guardate i lupi tra di loro: sono sempre così feroci? O non si rincorrono affettuosamente? Ogni animale diventa feroce quando vive nella paura e così è per l’uomo. Un processo educativo fondato sulla paura, sull’odio, sulla competizione, sull’arrivismo, sul principio distruttivo, che Freud delineava col nome greco di Thanatos e non di Eros, non potrà che portare a odio e a timore. Riprendiamo le hobbesiane leggi di natura: A) Pax est quaerenda. Ma quale pace si può raggiungere con la guerra totale? Questa pace è solo illusoria, è solo una pausa nella grande guerra del mondo. La guerra diviene così, riprendendo il grande Eraclito, la regina di tutte le cose. Un’educazione fondata sulla guerra non porterà altro che a guerra e non si raggiungerà mai la pace, tanto meno cedendo i diritti naturale ad un maestro, chiunque egli sia. B) Ius in omnium non retinendum. Perché l’uomo dovrebbe cedere tutti i suoi diritti ad un capo, od ad un re, od ad un maestro? Si tende a vedere nel giovane allievo uno stato di natura bellicoso ed ostile che va solo domato e dominato, e non invece, uno stato di natura pacifico e benevolo, che può diventare, certo negativo, quando devia dalla sua originaria destinazione. Il giovane deve essere aiutato ad assurgere, a levarsi in piedi, a camminare a testa alta. Vedete forse far sempre guerra tra gli animali? Distruggersi sterminarsi a vicenda come fa l’uomo? L’allievo cede al maestro solo il diritto di essere aiutato a crescere ma non per uscire dal suo stato naturale per entrare in uno stato civile che è invece, al contrario, il vero stato bellicoso ed ostile. Freud ciò aveva additato nel disagio della civiltà contemporanea. Hobbes aveva invertito i termini ed aveva inconsciamente proiettato le sue paure, lo stato di guerra perenne tra popoli e tra uomini perpetrato dalla sedicente civiltà e dal progresso, in un immaginario stato di natura. C) Pacta servanda sunt. Vedete se è possibile che in natura possano esistere dei contratti che debbano essere rispettati e se è possibile che lo stato civile debba essere fondato su di un patto in cui tutti cedono a tutti i loro diritti naturali per affidarsi ciecamente ad un capo. Questo è nazismo puro, è esaltazione del fuhrerprinzip. Così siamo passati dagli assolutismi ai totalitarismi, agli stermini di massa. In nessuna specie animale sussiste un principio del genere. Tanto men può sussistere in una scuola, ove gli allievi dovrebbero cedere tutti i loro diritti per affidarsi ad un maestro. Siamo alla follia pedagogica. La scuola deve mirare invece alla libertà, non all’ordine, all’anarchia, intesa nel senso più alto, ovvero ad un mondo ove ognuno è capace di badare a sé stesso, ove ognuno è re di se stesso e non ha bisogno di un re che gli dica cosa deve fare. La scuola in questo senso deve favorire l’autonomia e l’autodominio e non l’autoritarismo, deve essere fondata sulla non violenza. 5) L’amore. Quello che conta non è tanto la sapienza in sé, quanto l’amore per la sapienza, questa è la vera filosofia. E la vera pedagogia deve tendere a ciò. La pedagogia deve essere fondata sull’amore: amore per l’allievo che deve far sorgere in lui l’amore verso la sapienza. È l’amore verso la sapienza che porta alla sapienza. Se il giovane non si innamora delle cose che sta studiando, ma studia solo perché è obbligato, è fallito il nostro compito di insegnanti. La pedagogia deve partire dall’essere, non dal dover essere, lo studio deve essere fondato sul piacere, oltre che sul dovere, anzi il dovere deve scaturire dal piacere e non viceversa, per cui occorre sempre proporre e mai imporre, incentrare la lezione sull’ascolto, oltre che sulla retorica logorroica e sul cattedratismo. Si deve creare un’osmosi tale per cui vi è una reciprocità formativa tra allievo e docente. Cicerone nelle Tusculane (V,3) racconta il famoso fatto di Pitagora e del suo incontro con il re Leonte di Fliunte. Fliunte ammirato dall’ingegno e dal sapere di Pitagora gli domandò in quale arte o scienza fosse più esperto. Pitagora rispose che non possedeva la sapienza, ma che ne sentiva in sé l’amore e ne andava in cerca; quindi di non poter dire di avere sofia ma filosofia. In questo senso tutti avremmo il dovere di amare la sapienza e di essere sapienti; e di fatto chi non vorrebbe esserlo? Fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza. (Inf. XXVI,119). E se il maestro non ama la sapienza e non indica la via dell’amore della sapienza, come può amarla l’allievo? Concludiamo allora questi pensieri sull’educazione con un finale auspicio: un metodo dogmatizzante in ogni campo del sapere ed in ogni grado di cultura produce sempre una reazione che porta ad un desiderio di libertà che può diventare sfrenata ed informe. Evitiamo di porgere occasione a tali eccessi, che non solo scalzano il giusto concetto di autorità, ma rovinano la pur sempre necessaria libertà. A scuola ancora vale il principio di autorità, l’ipse dixit, ma questo deve confrontarsi e favorire l’altro grande e più importante principio, quello della libertà, in modo che ognuno possa diventare l’autorità di sé.
Vincenzo Capodiferro

 

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