13 gennaio 2013

Nel Medio Evo nasce la lingua volgare

- Piccolo viaggio nella letteratura italiana -



   In quello che è forse il più bel film di Jean-Jacques Annaud colpisce l'affermazione, probabilmente tratta dall'omonimo romanzo “Il nome della rosa” di Umberto Eco e messa in bocca ad un vecchio padre bibliotecario medievale, secondo la quale quella che andrebbe perseguita nello studio è solo «la preservazione e non la ricerca del sapere. Poiché non c'è progresso nella conoscenza, bensì una mera, costante e sublime ricapitolazione».

Si tratta di una tesi che oggi farebbe sorridere, soprattutto se pronunciata da un monaco cieco e teatralizzata nell’ambiente umido e buio di un'abbazia, proprio come avviene nel film. Si tratta però al tempo stesso di un'affermazione sulla quale è bene riflettere, poiché essa non è priva di un significato autonomo e di una sua universalità. Non si può infatti negare al Medio Evo il merito di aver chiuso con la classicità: con esso certo non muore, ma si chiude la cultura classica, il primo cerchio della storia scritta e della letteratura. E' forse proprio per questo che ancora oggi si studiano ed immaginano i secoli attorno al Mille come se fossero un antro oscuro nel quale è difficile orientarsi, come cioè se fossero solo una conclusione e non anche l'inizio di qualcosa di nuovo.

Ma che cosa dunque si stava muovendo nei meandri di una cultura così chiusa e ripiegata su se stessa, come quella che il bibliotecario ci rappresenta col suo pensiero? Saranno gli uomini di quelle generazioni, animati dai loro slanci e dalle loro aspirazioni, a farsi carico di una prima produzione letteraria in lingua volgare, lingua che non aveva e per molto tempo non avrebbe avuto una grammatica, ma che era più immediata e comprensibile a molti; tuttavia il processo non fu semplice perché, anche se la disgregazione dell'Impero Romano agevolava la rivoluzione linguistica, le classi sociali culturalmente più elevate continuavano ad usare il latino e conservavano un marcato distacco, anche economico, nei confronti della popolazione comune.

In un assetto sociale che era dunque privo di una permeabilità culturale verticale, perché mancava ancora di una classe intermedia in grado di fare da cuscinetto tra alta e bassa cultura, e nel quale cominciava però a rendersi utile la traduzione in volgare quanto meno degli editti e dei trattati di pace, condizione necessaria per farsi comprendere da tutti, l'elemento di rottura si ebbe proprio con l'emersione di nuove classi sociali.

Prima di queste fu la cavalleria, una nobiltà minore che si era emancipata con la guerra e che prometteva di portare in dote alla nuova società i valori della cortesia, della prodezza e del vassallaggio, sia nei confronti del signore feudatario, sia ove occorresse nei confronti della donna amata.

La cavalleria era probabilmente del tutto inconsapevole di dare il la, divenendo soggetto di una buona produzione letteraria, alla formazione di una nuova pregevole lingua scritta, la quale nelle varie terre europee si sarebbe poi evoluta, levigata e chiamata diversamente.

L'avanguardia di un volgare che andava a sostituire il latino venne in Italia principalmente dalla Francia, come risulta non solo dall'iniziale produzione anonima delle cosiddette 'canzoni di gesta', nella quale spicca la celeberrima “Chanson de Roland”, del XII secolo, ma anche dalla contemporanea e più fine prosa in lingua d'oil. All'interno di quest'ultima spicca la letteratura del cosiddetto 'ciclo bretone', il cui principale autore fu Chrétien de Troyes, il padre del romanzo cavalleresco e delle storie magiche dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Altro importante riferimento per i letterati del tempo fu Arnaut Daniel, il trovatore provenzale i cui testi in lingua d'oc dovevano certamente essere giunti nella penisola italiana alla fine del XIII secolo, se Dante lo lesse per poi citarlo nel XXVI canto del Purgatorio.

Per una produzione italiana in un volgare che si rispetti ci vorrà più tempo e, sebbene nessuno possa dubitare che ne sia valsa la pena, è opportuno ricordare che le condizioni che portarono alla formazione della prima scuola poetica italiana (poiché per prima venne la poesia, poi la prosa) furono non poco singolari: in un contesto culturale tra i più contaminati fecero la loro parte un sovrano tedesco, la Sicilia, un papa intransigente e la più efficiente rete culturale del tempo, quella dei notai operanti nelle diverse città della nostra penisola.


Antonio di Biase

Bibliografia:

“La Letteratura” - Vol I – Baldi, Giusso, Razetti, Zaccaria – Paravia - 2006
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Pubblicazione riservata a Insubria Critica. 

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