30 luglio 2012

Il palazzo della mezzanotte di Carlos Ruiz Zafòn


IL PALAZZO DELLA MEZZANOTTE                         
di Carlos Ruiz Zafòn
© 2012 Arnoldo Mondatori Editore   ISBN 13-9788804600107
Pag. 299  € 17,90



L’autore è soprattutto conosciuto per due romanzi che hanno avuto un ottimo successo: L’ombra del vento e Il gioco dell’angelo.
Pochi, invece sanno che, i primi quattro romanzi da lui scritti, erano destinati alla narrativa per ragazzi.
Uno di questi è proprio Il palazzo della mezzanotte. L’unico libro che io ho letto di questo autore, pertanto non correrò il rischio di fare paragoni o notare differenze!
Come lo stesso Zafòn auspica, è sì un libro per ragazzi, ma affascinante e di piacevole lettura anche per un pubblico adulto.
Non è scritto con frasi semplici, non narra di banalità; ma la sua penna sa creare piacevolissime immagini, descrizioni particolari e, la storia, è comunque comprensibile per dei lettori giovani, ma ha molto da consegnare anche a chi ha qualche anno di più.
Ambientato nella Calcutta del 1932, narra la vicenda di alcuni ragazzi orfani, legati fra loro da una associazione creata appena fuori le mura dell’orfanotrofio, in un vecchio palazzo abbandonato, appunto: il palazzo della mezzanotte, perché è quella l’ora in cui si incontrano.
Uno dei ragazzi, Ben, non sa di essere stato abbandonato neonato, per proteggerlo da morte sicura, diviso dalla sorella gemella Sheere.
Il destino vorrà che a sedici anni compiuti i due si ritrovino e scoprano il loro passato e il pericolo che sempre hanno corso, anche se del tutto ignari.
Il libro è un misto tra fantasia, avventura e paranormale, ben mescolate e amalgamate con mano sapiente.
Al momento della ritrovata unione, i due gemelli dovranno combattere contro il loro antico nemico, che già al momento della nascita aveva tentato di ucciderli.
Ma non saranno soli in questa battaglia che si svolgerà fra le vie di una Calcutta povera e nuda e una vecchia stazione, andata distrutta il giorno della inaugurazione, costruita da loro padre. Infatti saranno aiutati dai loro compagni d'orfanotrofio.
Chi sta narrando la vicenda è Ian, uno degli orfani, che ha avuto la fortuna di sopravvivere e realizzare il suo sogno: diventare medico.
Ma lo fa intervenendo solo poche volte, lo si capisce dalle pagine scritte in corsivo; per il resto il libro si narra da sé.
Una lettura d’evasione, con una bella storia raccontata con delicatezza.



© Miriam Ballerini


28 luglio 2012

Medioevo filosofico di Francesco Bertoldi


MEDIOEVO FILOSOFICO

Attualità di un pensiero dimenticato, di Francesco Bertoldi

«La filosofia medievale passa per un inutile e fastidioso fardello, che i professori di Liceo snobbano volentieri, per un’asserita mancanza di tempo e per una connivenza generalizzata,» così esordisce il libro di Francesco Bertoldi, dal titolo Medioevo filosofico. Attualità di un pensiero dimenticato. È un richiamo forte che ci invita a riflettere sull’importanza della filosofia medievale nella storia del pensiero occidentale dalle mitiche origini greche ai giorni nostri. È un richiamo che proviene da una voce altisonante, nella sua umiltà e nella sua silenziosa, ma non per questo meno forte, espressività, di un uomo, come Francesco Bertoldi, che ha dato la sua vita all’insegnamento, nei licei ed all’università. Francesco Bertoldi è nato nel 1958, si è laureato alla Cattolica di Milano, dove è cultore della materia. Oggi insegna in un liceo saronnese. Ha approfondito il pensiero di de Lubac e de Chardin, oltre che della filosofia medievale. «Il Medioevo si estende per oltre mille anni di storia, ma un secolare pregiudizio vorrebbe che in tutto tale lunghissimo periodo la ragione si sia oscurata ed intorpidita, perché posta sotto la tutela della fede». La nostra era, certamente erede dell’Illuminismo, ancora crede all’”epoca di oscurantismo e di barbarie”, e per reazione contro la storiografia romantica, è invalsala moda di rifiutare ai secoli bui del Medioevo qualsiasi coscienza di gruppo, o nazionale, o etnica, qualsiasi forma di cultura, se non quella di una ristretta cerchiaclericale. Come scrive il Bloch nella sua monumentale La società feudale «Tutto quello che poteva sopravvivere di cultura un po’ profonda si rifugiò, sino al secolo XII, in una frazione di clero. Ora, molte ragioni stornavano quellaintelligentijada posizioni che essa avrebbe trattato volentieri da pregiudizi: l’uso del latino, lingua internazionale, con la facilità di comunicazione che ne derivavano; il culto soprattutto dei grandi ideali di pace, di pietà e di unità, che, umanamente, sembravano concretarsi nelle immagini gemelle della cristianità e dell’Impero». Se pensiamo che quel progresso, erede diretto dell’illuminismo e del positivismo, ci ha portato a due guerre mondiali ed alla bomba atomica, altro che “oscurantismo e barbarie”! Se pensiamo ai totalitarismi del Novecento, con gli stermini di massa, non dovremmo poi tanto spaventarci del Medioevo, che, tuttavia, fu la culla della civiltà occidentale moderna. Il “medioevo filosofico” così ci fa pensare ad un pensiero tenebroso ed oscuro, ad un periodo di forte crisi culturale e di conseguenza spirituale e morale. Lasciamo a parte l’economia, l’assolutismo della quale imperversa imperterrito nella nostra epoca. Se intendiamo così il Medioevo, oggi dovremmo parlare di “medioevo filosofico”, perché avvertiamo questa profonda crisi culturale, spirituale e morale, oltre che economica, che ci allontana dal cordone ombelicale alla classicità, cordone che i medievali, con tutta la loro “oscurità e barbarie”, avevano invece sempre mantenuto, ed ancora tutto l’Umanesimo ed il Rinascimento. Quel titolo fuorviante, che è tutta un’opera, allora ci addita la strada di una diversa ricomprensione del Medioevo, un’epoca ricchissima di pensiero e di cultura, un’epoca, tutto sommato, come sostiene pure il Saint Simon, organica eben definita, altro che critica. Il problema, secondo il Bertoldi, è non tanto ciò che il Medioevo ha da dire, quanto il fatto che ciò che dice lo dice in un linguaggio divenuto incomprensibile, ma non tanto per il latino, e questo Francesco lo sottolinea, quanto per le categorie mentali che vuole comunicare. Il problema è allora un problema di traduzione, cioè capire il significato esistenziale delle tesi che il Medioevo propone: «cosa c’entra tutto questo con me, colla mia vita?». Il compito dell’autore diventa allora quello di andare oltre anche ciò che i medievali, preoccupati non tanto della soggettività esistenziale, quanto della contemplazione della verità, volevano tramandarci. «In tal modo speriamo di rendere giustizia a un pensiero tanto poco nevroticamente preoccupato di piacere al potere mondano (del denaro o del successo), quanto lungamente maturato in un dialogo interiore con l’Eterno. Un pensiero davvero pensato, insomma, che forse proprio perciò ci può infastidire, perché svela la nostra nudità di uomini frettolosi ed avidi unicamente di risultati quantificabili»: ecco il messaggio profondo che trapela da questa ricomprensione del pensiero medievale che il Bertoldi ci ripresenta. Il pensiero medievale così viene tradotto ed espresso in un linguaggio moderno, più comprensibile, più vicino alle nostre esigenze, in modo che anche noi possiamo riavvicinarci alla contemplazione della verità, che sempre ci affascina e ci guarda di lontano.


Vincenzo Capodiferro

25 luglio 2012

Il mio incontro con il terremoto


Il mio incontro con il terremoto di Lorenza Mondina

Da una settimana cammino con lo sguardo rivolto verso l’alto,a cercare cornicioni staccati, crepe nelle pareti dei palazzi, anche se cammino per le strade del mio paese e non mi trovo più a Finale Emilia, dove sono stata, appunto, la scorsa settimana.
E’ stata un’esperienza, emotiva e concreta, molto forte, totalizzante.
Il primo turbamento arriva dall’impatto visivo, dall’angoscia che deriva dalla visione di un paese solo e vuoto; si passeggia per le strade e sembra di essere sulla scena di un film, in una città fantasma, con transenne chiudono l’accesso a palazzi che hanno ancora le finestre aperte, le tendine, le persiane che sbattono portate dal vento.


Ma dove c’è distruzione c’è anche ricostruzione: il paese è già costellato dalla presenza di gru, ponteggi ed impalcature, segnale di una forte e decisa voglia di rinascita; come rinascita si trova nei numerosissimi fogli A4 appiccicate alle transenne, volantini improvvisati, che annunciano l’apertura di esercizi commerciali, magari in un container sul ciglio della strada, o in una struttura di fortuna, che li accoglie e li aiuta a rinascere.
Intanto, proseguendo sotto l’implacabile sole cocente, ci si imbatte nelle tende, posizionate sulle aiuole, nei giardini, sulle rotonde, sotto i viali alberati e viene da chiedersi come si possa sopportare questa vita, fatta di notti insonni, di piccoli riposi sulle auto parcheggiate all’ombra degli alberi, quando la paura concede una piccola e sfuggente tregua.
E nelle tendopoli i problemi aumentano, la convivenza non sempre è facilmente gestibile, la disperazione umana talvolta acceca, toglie filtri, rende più cinici, forse egoisti.
Al di là di ciò che si vede, poi, lontano dalla luce dei riflettori e dalle telecamere delle TV, i problemi sono infiniti, le questioni da affrontare tengono gli operatori impegnati costantemente, alla ricerca di soluzioni e di “invenzioni”.


Basta pensare agli anziani ricoverati presso una struttura, improvvisamente inagibile e da evacuare, o agli utenti di un servizio sociale che devono essere messi in sicurezza: il lavoro che sta dietro a situazioni di questo genere, apparentemente circoscritte e “semplici”, è di entità impensabile, se non lo si tocca di persona.
Ma questo vale per tutto e per tutti quelli che in ogni contesto, si sono imbattuti nel terremoto e nelle sue conseguenze.
Così, continuando a tenere lo sguardo verso il cielo, poter ascoltare il racconto di chi c’era diventa fondamentale per capire davvero quello che è passato per queste mura, che adesso riposano stanche.
Solo ascoltare chi ha vissuto questa esperienza, permette di immaginare concretamente che, quello che si sta guardando, non è solo un banale palazzo grigio transennato al quale non si può più accedere, ma sono mura che hanno udito gli abitanti urlare, disperati dalla impossibilità di uscire perché le porte sono bloccate, e buttarsi dalle finestre per scappare da quella gabbia che è diventata la loro casa.
Assurdo, tutto questo è assurdo, non ha spiegazione.
Detesto la retorica, non voglio perdermi in banalità, ma voglio realmente tessere le lodi di un popolo che davvero ha scelto di non piangersi addosso, di reagire e di ricostruire, di rinascere. Questo è ciò che ho visto, questa forza l’ho “toccata” sentendo i discorsi della gente, osservando il loro sguardo, il loro atteggiamento, la loro voglia di non lasciarsi andare. E’ un grande esempio di civiltà e di dignità, a cui tutti dovremmo pensare almeno per un minuto al giorno, e trarne insegnamento.  


21 luglio 2012

La metà oscura di Stephen King


LA META’
OSCURA                                                             
di Stephen King
© 1990 Sperling & Kupfer Editori S.p.A. ISBN: 8860616131  ISBN-13: 9788860616135   pag. 467  € 9,26

All’inizio del libro King scrive: devo molto allo scomparso Richard Bachman per l’aiuto e l’ispirazione che mi ha dato. Senza di lui questo romanzo non sarebbe stato scritto.
Per chi non lo sapesse, Bachman è stato lo pseudonimo dietro il quale King ha scritto alcuni suoi romanzi.
E perché ringrazia proprio lui? Perché questo romanzo descrive in un modo particolare il rapporto fra scrittore e pseudonimo!
Ambientato nello scenario dell’immaginaria Castle Rock, famosa cittadina che King ha usato per ubicare diversi altri romanzi, ripropone qua e là personaggi, appunto, comparsi in altri libri; dando l’idea di un posto reale, con gente reale che già si è conosciuta.
Il protagonista, Thaddeus Beaumont, è uno scrittore, sposato con Liz e padre di due gemelli. Per qualche tempo ha scritto con lo pseudonimo di George Stark.
Poi, un giorno, in seguito a un ricatto da parte di una persona di pochi scrupoli che ha scoperto il suo segreto, decide di… ucciderlo.
Rivela, cioè, al mondo intero che Stark altri non era che lui e, per una rivista, inscena pure la sepoltura del suo alter ego.
Ma Thad non sa che quando era piccolo, il tumore che gli era stato asportato dal cervello, altri non era che il suo gemello mai nato. La sua metà oscura.
E ora Stark non ha nessuna voglia di rimanersene buono buono nella sua tomba: torna in vita!
Anzi: diciamo che nasce in carne e ossa! Già adulto, così come Thad lo aveva immaginato.
Un gemello diverso: agile tanto quanto Thad è goffo. Malvagio, assetato di sangue e di vendetta.
Uccide tutti quelli che nella rivista hanno avuto a che fare con la sua “morte”, quindi va in cerca di Thad, per costringerlo a riscrivere col suo nome, perché, a quanto pare, la sua vita sarà di breve durata se non riuscirà a scrivere: George si sta sciogliendo!
“La metà oscura” è uno dei tanti libri riusciti alla perfezione, di King. Un romanzo che occhieggia il paranormale, penetrando nell’horror. Accompagnando il lettore, pagina dopo pagina, col fiato sospeso in un mondo alieno.
Saranno dei passeri, noti nella mitologia come psicopompi, cioè accompagnatori nel regno dei morti, che aiuteranno Thad a disfarsi del suo mister Hide.
Scritto, secondo il mio parere, con quella mano sicura, spudorata e un poco “cattiva” del miglior King. Dico questo perché, nei suoi testi più recenti,  lo scrittore si è “ammorbidito”, rispetto ai libri nei quali le frasi tracciavano righe nere come solchi ben arati.
Un romanzo datato, ma di sicura efficacia.


© Miriam Ballerini

20 luglio 2012

Enzo Quarto, Pacobiclip e la trilogia del viaggio


ENZO QUARTO, PACOBICLIP E
LA TRILOGIA DEL VIAGGIO
di Antonio V. Gelormini



La verità si sa è nello sguardo, nella voce e nel disincanto innocente dei bambini. Per la verità, Sant’Agostino ci aggiungeva anche i folli, ma in questo caso è sui primi che vogliamo soffermarci, e sul privilegio di conservarne a lungo lo spirito, perché l’ultimo lavoro di Enzo Quarto, “Pacobiclip e altri racconti – Trilogia del viaggio: terra – mare – cyberspazio”, Gelsorosso Editore Bari, 2012 è un vero e proprio scrigno di bellezza. Con le illustrazioni eleganti e vivaci di Manuela Trimboli e il cd allegato, con la raffinata opera da camera in tre quadri di Gian-Luca Baldi, eseguita dai Solisti Dauni diretti da Domenico Losavio.
L’approccio del giornalista Rai, poeta, scrittore, nonché autore di libretti di opere musicali, verso l’affascinante mondo delle favole per bambini: non futili, ma utili a un “sano” percorso di formazione, dà l’idea di una declinazione pugliese del racconto ispirato, in qualche modo, ai suggestivi riverberi letterari di Luis Sepùlveda.
Infatti, Mastro Gennaro nel sorriso di donna Filotea, Pino nei salti gioiosi del delfino (omaggio a Pino Pascali, artista contemporaneo di Polignano a Mare) e Lucio col suo Pacobiclip, “signore” della noosfera, sembrano percorrere tutti lo stesso sentiero affascinante de “L’uomo che cercava l’orizzonte”. L’ostinato indio guaranie del Mato Grosso, ossessionato dal desiderio di sapere cosa ci fosse oltre la linea verde dell’orizzonte della selva.
“Le favole hanno l’obiettivo di dare una morale”, ricorda Enzo Quarto, “che aiuta a recuperare il senso della vita, quindi a preparare i bambini ad affrontarla, capaci di discernere tra il bene e il male, nella lotta che quotidianamente l’uomo si ritrova davanti. E il bello delle favole, poi, è che esse riuniscono le generazioni, facendole interagire”.
Al limite concreto e definito della terra, con cui si confronta Mastro Gennaro, e a quello più mellifluo e incontenibile del mare, in cui sguazza il delfino di Pino, si contrappone in forma complementare l’infinito di un cielo stellato, che la razionalità kantiana non riesce più a comprendere. L’immaginario creativo e sognatore dei nostri bambini o dei nostri ragazzi non lo contiene più, nemmeno nel suggestivo concetto di “spazio”, tanto che si parla - ormai - di “cyberspazio”: che nella metafora di Pacobiclip diventa “noosfera”.
“I tre ambiti sono quelli percorsi da sempre dall’uomo. Essi stessi metafora della vita”, ribadisce l’autore. “L’uomo, infatti, quando fa un viaggio va per mare, per terra o per aria (vagando con la mente o cavalcando i suoi pensieri)”. Così come l’immaginazione dei bambini s’incanta e galoppa, mentre ascoltano le favole.
A proiettarli nella dimensione eterea, ma nel contempo legarli alla percezione dei sensi, è il compito che Enzo Quarto affida alla musica, quella colta, eseguita con semplicità e maestria dai Solisti Dauni: orgoglio artistico di Puglia, in una sorta di ennesimo “teatro possibile”. Quello che accende il sorriso e la fantasia dei bambini, scatenando l’applauso spontaneo e la pretesa più disarmante, racchiusa nella sintesi implorante più gratificante: “Ancora!”



(gelormini@gmail.com)

19 luglio 2012

La spirale di Gabelentz di Lucio d'Arcangelo

Lucio D'Arcangelo
LA SPIRALE DI GABELENTZ
Morfologia e tipologia delle lingue
Edizioni Solfanelli


Si è parlato spesso, specie nei media, della presunta “rivoluzione” chomskyana, ma la vera rivoluzione, cominciata negli anni ’70, sta nell’ampliamento planetario dell’orizzonte scientifico con lo studio di lingue fino a quel momento sconosciute come quelle aborigene dell’Australia e l’esplorazione, tuttora in corso, di territori sotto questo profilo ancora vergini come la Nuova Guinea e il Sudamerica tropicale: un fatto mai avvenuto in proporzioni così estensive, che ha prodotto un terremoto delle conoscenze devastante per tutte le teorie che si sono succedute nell’ultimo cinquantennio.
A questo mutamento epocale non hanno certo contribuito i linguisti “da tavolino”, ma quei ricercatori che, bagagli alla mano, sono andati sul posto e come i vecchi “viaggiatori” ci hanno edotto della straordinaria ricchezza linguistica del pianeta, ragguagliandoci sulle lingue più disparate e singolari : una ricchezza che non è completamente naturale né completamente culturale e fa del linguaggio, un “oggetto di terza specie”, il più complesso di tutti, rivelatosi irriducibile alle aspettative teoriche anche più modeste.
Rivolgendo la propria attenzione alla morfologia, una delle dimensioni più osservabili del linguaggio, questo libro intende misurarsi con quello che Dell Hymes chiamò un “fenomeno vitale manifesto”, oggi apparso in tutta la sua portata: la radicale diversità delle lingue, che certe teorie diventate popolari vorrebbero negare, trincerandosi dietro espressioni oscure (“struttura profonda”) ed idee antiquate (“grammatica universale”).
Le regolarità che si possono osservare in un universo così cangiante e imprevedibile sono sempre parziali ( il più delle volte aerali) e comunque relative. Correlarle è ancora più difficile e, come scrive Max Plank, “questo crea un enorme potenziale di eterogeneità nella diversità delle lingue, che, se si realizzasse pienamente, renderebbe la tipologia morfologica impraticabile”.
Perciò oggi si va affermando nella linguistica la tendenza a rigettare le gabbie teoriche, di qualunque natura esse siano, ed ancor più gli apriori dottrinari, nella persuasione che le lingue vanno studiate senza paraocchi e, quanto più possibile, iuxta propria principia.



Lucio D’Arcangelo ha diviso la sua vita intellettuale fra la linguistica e la letteratura con alterne vicende che lo hanno visto prima studioso di glottologia (è stato allievo di Giuliano Bonfante) poi di ispanistica e finalmente di tipologia linguistica.
Docente universitario dal 1971, prima presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Torino e poi presso la Facoltà di Lingue dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio”, ha lasciato l’università nel 2000.
Ha scritto su vari quotidiani e nel 2006 ha partecipato alle trasmissioni di Rai International e in particolare al programma “Viva Dante!”. Attualmente dirige con Franco Cardini la rivista di cultura "Il filo d’Arianna". Collabora a "Vita e pensiero" e a "Lingua Italiana d’oggi".



Lucio D'Arcangelo
LA SPIRALE DI GABELENTZ
Morfologia e tipologia delle lingue
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-773-4]
Pag. 120 - € 10,00
http://www.edizionisolfanelli.it/laspiraledigabelentz.htm

17 luglio 2012

Narni sotterranea


Narni sotterranea  (di Sybilla Quanti)



Narni è un grazioso borgo in provincia di Terni, nella regione Umbria, sorge su una collina nel centro geografico preciso dell’Italia: è sormontata dalla rocca albornoziana risalente al 1371, fortemente voluta dal cardinale E. De Albornoz, vicario papale. Essa domina la splendida vallata del fiume Nera. Tale castello si è poi trasformato in carcere ai tempi di papa Gregorio XVI, e resterà carcere anche per lo stato italiano fino ai primi del ‘900 (oggi è un museo). Questa prigione non è stato l’unico luogo di detenzione a Narni, e nemmeno il più misterioso…
Infatti, è particolarmente interessante scoprire quanto l’amore di alcuni concittadini per il loro borgo sia riuscito a donare ai visitatori inconsueti ritrovamenti archeologici. Nel 1979, un gruppo di ragazzi era solito calarsi per gioco lungo un dirupo ed effettuare escursioni speleologiche nelle cavità dei dintorni: così, ha casualmente ritrovato non solo un convento medievale con annessa una chiesa rupestre ipogea, ma anche una sala ed una cella con delle strane scritte murarie.
La passione di alcuni volontari (tra i quali, anche uno dei giovani speleologi iniziali) è proseguita nelle ricerche in vari archivi storici, in Italia, nel Vaticano e pure in Irlanda, per trovare la documentazione che spiegasse l’origine e lo scopo di quelle sale. Dalle difficili ricerche, è emerso che quei locali annessi al convento erano utilizzati durante la Santa Inquisizione per interrogare e trattenere dei prigionieri, evento alquanto insolito per la regione umbra.
Attualmente il luogo è visitabile: si entra dai giardini panoramici di San Bernardo nel complesso conventuale chiamato di San Domenico risalente al XII Secolo (sebbene qualcuno ritenga sia più opportuno intitolare il complesso alla Madonna, con l’appellativo di Santa Maria Maggiore, o Santa Maria in rupe; altri studiosi ancora ritengono che l’attribuzione esatta per la cappella e il convento sia a Santa Restituta).
Attraversato l’ingresso principale, si trova una cappella ad una singola navata, con un abside e altare in pietra: l’abside è sormontato da affreschi con immagini di angeli, santi, ed altri simboli, intorno alla figura centrale del Cristo. Dietro l’altare si scorge un affresco che riproduce probabilmente l’Annunciazione (il dipinto richiederebbe un restauro).
Proseguendo oltre, si trovano resti di una cisterna, presumibilmente collegata ad una domus
romana: Narni, infatti, era stato un antico insediamento romano intorno al 300 a.C. con il nome di Narnia (si ritiene che lo scrittore Clive Staples Lewis abbia scelto il nome Narnia per la sua saga di sette romanzi – le famose “Cronache di Narnia” –  dopo aver appreso il suo nome latino su una antica carta geografica dell’Italia in cui era riportata la città di Narni; in effetti, le atmosfere della Narni medievale, con la sua rocca di Albornoz e la vallata con le gole del Nera, ricordano alcuni luoghi narrati dallo scrittore).
Si arriva poi alla sala che oggi sappiamo essere utilizzata per le torture, come era ipotizzabile osservando le tracce lasciate dagli strumenti di tortura sulla muratura: attualmente, infatti, si possono vedere esempi di alcuni strumenti che servivano ad estorcere confessioni (per es. catene e un lungo tavolo dove i prigionieri venivano legati, stirati ed allungati fino a rompere le ossa di gambe e braccia: per un’istruttiva rassegna sugli strumenti usati dall’Inquisizione, è utile visitare il Museo delle Torture della città Stato di San Marino). Grazie ad un preciso lavoro di ricerca presso gli archivi comunali prima, e poi gli Archivi Vaticani e la biblioteca del Trinity College a Dublino, è stato possibile risalire ad una rara documentazione che assegnava a Narni, appunto, il ruolo di città addetta ad interrogatori della Santa Inquisizione: gesuiti e domenicani erano incaricati di questo tremendo compito.
La sala delle torture è collegata ad una cella di dimensioni ridotte, a cui si accede da una piccola porta: per entrare occorre abbassarsi, e questo era voluto affinché i prigionieri riflettessero sul bisogno di umiltà e sottomissione, per purificarsi dalle accuse di eresia.
In questa cella si possono osservare una serie di iscrizioni, con numeri, simboli, lettere e disegni di difficile interpretazione.
Si ritiene siano stati lasciati tutti dal medesimo prigioniero, che intendeva così mandare un messaggio ai posteri, o forse solamente tentare di sfogarsi e non impazzire dopo le torture e la lunga permanenza in una cella tanto piccola ed umida. Il prigioniero, però, non desiderava che le sue scritte fossero capite o censurate dai suoi carcerieri, e quindi ha utilizzato un codice non facilmente decifrabile.
Un simbolo ricorrente è una croce su un monte: sebbene la prima semplice spiegazione di questo particolare dei graffiti sia il Monte del Calvario, quindi una rappresentazione cattolica, non bisogna dimenticare che tale simbolo è anche legato agli ambienti massonici. La massoneria, un ordine iniziatico con diffusione in tutto il mondo, che si prefigge un ideale di perfezione, si ritiene abbia avuto inizio nel 1700, ma alcuni studiosi pensano che abbia origini ancora più antiche, fino ad arrivare alla costruzione del Tempio di Re Salomone.
Altri dettagli nella cella scoperta a Narni rimandano all’universo massonico, come il sole e la luna, gli opposti di luce e oscurità, oro e argento, conoscenza svelata e conoscenza ancora da svelare, o alcune sequenze numeriche, dove ricorre il numero sette.
Chi fosse questo prigioniero è ancora in fase di studio: forse un importante esponente massonico, custode di notevoli segreti che interessavano alla Santa Inquisizione, magari i nomi di altri affiliati? O solamente un povero perseguitato per le sue credenze in contrapposizione con quanto la Chiesa dell’epoca esigesse, che si esprimeva in modo naif?
Sarebbe interessante approfondire gli studi: l’associazione culturale che si occupa degli ambienti di Narni sotterranea chiede sempre ai suoi visitatori se hanno qualche intuizione o conoscenza sui simboli dei graffiti che sia utile per aprire nuovi percorsi di ricerca.




                                           









16 luglio 2012

Episcopivs troianvs


EPISCOPIVS TROIANVS
a cura di G. Aquilino





“Episcopius troianus - Il taccuino di Troia”, Gelsorosso Editore Bari, 2012 è l’opera prima di Antonio V. Gelormini, troiano d.o.c., esperto operatore turistico con trascorsi di rilievo in prestigiose Holding internazionali del settore, oggi anche pubblicista e responsabile della pagina pugliese del giornale web più letto dai “naviganti” italiani: “Affaritaliani.it”.
L’agile e raffinato volumetto racconta “il Palazzo Vescovile di Troia, nella percezione stessa di soggetto episcopale, attraverso le sue vicissitudini e quelle dei Vescovi che l’hanno abitato”, ma è anche molto di più.
La pubblicazione, infatti, se da un lato può essere considerata come una guida puntuale e completa di quanto di artistico e di culturalmente considerevole raccolgono e conservano le antiche sale dell’Episcopio troiano, dall’altro è un’opera letteraria in senso stretto.
Insomma, la pubblicazione rappresenta nel suo specifico una vera novità. Attraverso un artificio letterario, un racconto breve (un classico letterario tornato prepotentemente di moda), l’autore riesce a descrivere ed elencare le opere d’arte e il valore architettonico e storico del monumentale Palazzo d’impronta vanvitelliana.
In altre parole, una guida che intriga il lettore-visitatore attraverso il dipanarsi di una trama di fantasia, sostenuta da solidi riferimenti storici, che espone, con dovizia di particolari, le bellezze che esso conserva e le evoluzioni architettoniche intervenute nel corso dei secoli. Gelormini ha saputo condensare in questo testo tutte le informazioni che un visitatore dovrebbe sapere, intessendole con una cifra emotiva efficace e coinvolgente.
Lo stile letterario di Antonio V. Gelormini è piacevole e modernissimo. Il testo, in alcuni tratti, sembra una sorta di ipertesto con tantissime informazioni di connessione (link), che rinviano a molte altre suggestioni e conoscenze storico-artistiche, utili a contestualizzare le opere ed i personaggi nei rispettivi periodi storici.
Tuttavia il racconto-viaggio di Kaspar jr. Van Wittel, così si chiama il “novello Virgilio” protagonista della storia, si svolge seguendo una sintassi familiare, una forma di “cunto” dei giorni nostri, ricco di incisi e sottintesi, che vanno ben oltre le pagine del racconto-guida.
Credo che Antonio V. Gelormini con questo volume, curato in ogni particolare, edito dalla giovane Casa Editrice Gelsorosso, raffinato nella grafica, ed elegante nei retini e nelle illustrazioni, potrebbe aprire un genere del tutto particolare: quello dei racconti brevi, che guidano alla scoperta di un monumento.
All’autore sono andati i complimenti e le considerazioni del Sindaco di Troia, Edoardo Beccia, che ha sottolineato i motivi di fantasia intrisi di storia locale che, come in un vortice, distolgono il lettore fino a portarlo in una dimensione onirica, dove storia, arte e architettura, perdono il loro senso contestuale per proiettarsi in una dimensione emotiva, che coinvolge profondamente il lettore.
Mentre, il Vescovo Mons. Cornacchia ha posto l’attenzione sul senso che riveste l’Episcopio per ogni comunità ecclesiale, identificando il palazzo non solo come mera abitazione dell’Episcopus, ma come casa della cura e dell’attenzione spirituale. Un significato che va al di là della funzione del risiedere e che proietta il luogo fisico in una dimensione simbolica dove la bellezza, l’arte e la stessa architettura sono il corredo allo sguardo attento del Pastore e del Popolo di Dio.
In tal senso, l’Episcopio sintetizza una sostanziale unità tra la persona del Vescovo, il potere che egli rappresenta e il luogo che lo identifica. In buona sostanza tanto più bellezza ed attenzione si riserva all’Episcopio, quanto più dignità si dà a chi lo abita e alla funzione che rappresenta presso la comunità dei fedeli.
Il libro è in cartellone anche a Polignano a Mare (BA) nell’ambito de “Il libro possibile”, la kermesse in quattro serate, in cui si avvicendano note firme del giornalismo, della tv, della letteratura e dello spettacolo. Oltre 200 protagonisti che sfileranno nel suggestivo centro storico pugliese, che ha dato i natali a Domenico Modugno e a Pino Pascali.
In conclusione, il libro di Antonio V. Gelormini arricchisce, senza dubbio, il corredo di pubblicazioni di livello, che parlano del patrimonio culturale storico ed artistico del Distretto Culturale Daunia Vetus. L’auspicio è che sia solo l’inizio di una lunga serie di pubblicazioni, che possano viaggiare oltre i confini dell’interesse locale, per giungere all’attenzione di visitatori e appassionati in cerca di cose belle, rare e poco conosciute. Non a caso si sostiene, e non possiamo che dirci d’accordo, che è sempre la buona letteratura a fare la mitologa dei luoghi.




12 luglio 2012

Apologia della metafisica



APOLOGIA DELLA METAFISICA

Una scienza caduta in disgrazia da quando l’oggetto della mente si è fermato al percetto.

La metafisica è caduta in disgrazia da quando l’oggetto della mente si è fermato a ciò che è percepibile, ma tutto il percetto non può dar ragione di sé attraverso sé. Anche lo scienziato che ha allargato la sua sensibilità attraverso mezzi di ingrandimento deve fermarsi al suo limite: il telescopio e il microscopio, misere invenzioni di un fragile intelletto, non possono andare oltre il totalmente oltre. Il saggio Epicuro se n’era già accorto tanto, ma tanto, tanto tempo fa! In questo tempo, purtroppo, non c’è più la boria dei dotti e delle nazioni. C’è l’adorazione della miseria del presente: gli antichi sono stupidi! Se si guarda con occhio profondo e non con l’occhio superficiale, estetico, fenomenologico, c’è sempre l’oltre in tutte le cose, in tutte le scienze: l’energia, la massa, il big-bang, i postulati matematici, logici, le piramidi, Stonenghe. Come scriveva il grande Montale nel suo Maestrale: Tutte le immagini portano scritto: “più in là!”. Il paravento dell’esperimento, abile costruzione di menti insensate e paraboliche, è diventato il feticcio, il nuovo dio. La scienza è diventata, al pari della religione, dogmatica. Lo scontro tra ragione e fede non è né più né meno che lo scontro tra due fedi, tra due religioni. Questo dualismo sta alla base della separazione tra anima e corpo, tra spirito e materia. L’unica differenza è che una si ferma all’interno del sistema, l’altra all’esterno del sistema. La tecnologia è l’alienazione della scienza nella banalità del profitto. La pseudo-economia distruttrice ha dilaniato menti e cuori dal momento in cui ha innalzato i suoi altari. Tutto si può comprare, ma non è sempre così. Ora che l’evoluzione creatrice diverrà distruttrice, l’uomo tornerà a pensare. E se, come proferiva il grande Heidegger, «l’uomo contemporaneo non pensa più,» ora l’uomo contemporaneo forse dovrà mettersi a pensare sul serio su quello che ha combinato in un cinquantennio di corsa insensata di consumismo e materialismo. Dovrà ricominciare a pensare di pensare, riappropriandosi della sua natura vera, ora sballottata tra materialismo e spiritualismo: due alienazioni diverse, ma reali. Chi parla di metafisica oggi è un folle. L’anima deve compiere questo atto immane: uscire di testa per poi rinsavire. La filosofia è follia, la santa follia crucis di Erasmo. L’inadempienza dell’anima alla follia è il titolo di un quadro di un artista in gamba. Il filosofo deve tornare ad essere il mistico, l’estatico, non l’estetico. Il filosofo deve tornare nei boschi, ascoltare gli alberi padri. Bacus a Verulanio Metaphisicam arbori tres ramos habenti comparat. Truncus arboris representat ontologiam et tres rami respondent tribus partibus metaphisicae specialis: cosmologiae, psicologiae, theologiae. Non a caso Bacone da Verulanio paragonava la Metafisica ad un albero che ha tre rami: il tronco è l’ontologia, i rami sono la metafisica speciale, la cosmologia, la psicologia e la teologia. La prima è diventata la Fisica, una grande scienza. Ma ogni scienza nelle mani dell’uomo può diventare pericolosa, perché l’uomo ha mangiato ai frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male, rinunciando, invece, all’albero della vita. Così questa ha potuto portare alla bomba atomica, altro che roghi di streghe e di eretici, altro che stermini di massa! La seconda distaccandosi dal vero albero come le foglie che cadono dai rami si è asservita al potere oscuro del denaro, così vedi psicologi impegnati ad ingannare la gente nella creazione di sistemi pubblicitari. Questa psicologia è meglio che sia bandita dall’ordine stesso di scienza e questi psicologi non sono neppure degni di essere chiamati tali, è meglio che vadano a vendere ciabatte ai mercati. La terza è la scienza che è rimasta più intatta se non si perde nei rivoli della prassi, della morale moralistica ed insensata che fece esclamare persino a Trotzschi: «i poveri miracoli del vangelo appesi alla telefonia senza fili!». La metafisica aveva raccolto in sé tutta l’antica scienza, compresa la fisica, la proto-filosofia. L’albero del sapere edenico ha per tronco l’essere e i rami sono il mondo, l’io e Dio. Così a questi tre oggetti corrispondono tre conoscenze: conosci te stesso! Conosci il mondo! Conosci Dio! Ogni ramo nasce cresce e muore. Ogni foglia cade, ma se cade l’albero, tutto è perduto! Il mondo è come un grande albero, e noi siamo le foglie. E come il grande vate predisse: «Qual delle foglie la stirpe, tale anche quella degli uomini» (Omero, Il. VI,146).
E ricorda ancora il poeta: «L’uomo si pensa come un fiore che cade. In fretta cade come una foglia cade» (Yehudah Halewy, Non nella forza, ma nello spirito, 8). Ogni civiltà, ogni società, ogni nazione, ogni uomo, ogni cosa, ogni ente, ogni x nasce cresce e muore, ma il tronco, cioè l’essere non muore mai. Questa civiltà perirà come le altre. È un’illusione credere alla sua eternità. L’immortalità nasce dalla paura del tempo. E questo fogliame marcio raccolto sotto gli alberi il filosofo deve riportarlo in questa carta, carne e midollo arboreo. Così le foglie di filosofia devono cadere sul tuo capo, come sul giovane Sallo: «Carissimo Sallo, mio diletto, queste cose tu le apprendesti recandoti nella foresta del Titolo, tra le sperdute serre. In momenti difficili dell’esistenza attraversando, quando più la scienza che tende sempre a divenire accademica, anche quella sperimentale, non ti soddisfaceva più, ti recasti da noi, alberi antichi per chiedere, chiedere, chiedere! Noi subito non ti rispondemmo, abituati da tempo più che a pensare, a contemplare l’esistenza. Ma fummo colpiti subito dalla tua grande comprensione verso di noi, e poggiandoci il capo sulle nostre radici cercammo di dirti qualcosa, nei limiti della nostra comprensione. Noi non pretendiamo di essere nel vero, ma vogliamo spronarti alla ricerca continua, senza un vero stabile. Il vero, infatti, non esiste, ma questo già lo sai, te lo dicono i tuoi maestri veri, che sono più veri di quelli di oggi: veritas filia temporis, ma anche filia loci, perché no? Il vero sta nella non-verità che si verifica: Heidegger, Sentieri Interrotti, Popper. Vedi come riusciamo a leggere nel tuo pensiero come in uno specchio! Ma non basta! Il verum ed il factum. Ascolta Vico! Ma non farti prendere troppo dalla filosofia come mera ripetizione delle teorie. Guarda oggi con tanto progresso, tanta scienza, troverai un filosofo al pari di Kant, o di Hegel, o di Marx? Troverai un musicista al pari di Mozart, di Beethoveen? Un artista al pari di Michelangelo, di Raffaello, di Leonardo? Un santo al pari di Francesco o di Buddha? Troverai in pratica qualcuno che eccelle rispetto ad una massa amorfa che tende ad annichilire tutto. Troverai invece degli abili ripetitori che negli idola teatri, fori, specus, nelle borie dei dotti e delle nazioni, ti ripresenteranno sempre la solita minestra scaldata. Ti pare questa la filosofia? Facci caso, le teorie tendono a ripetersi. Il progresso e la scienza non è tutto perché c’è sempre l’indeterminato di Heisemberg, l’apeiron di Anassimandro. Ti piacciono questi commenti? Forse no. Le apparenti contraddizioni del pensiero si conciliano, come giustamente notasti in quell’ingegnere grande, Boulanger: i sistemi dei nostri eruditi sono tutti veri, è mancato loro solo più studio, più attenzione, per vedere che essi sono tutti d’accordo e possono stringersi la mano. Tu leggi, leggi, leggi, come Manzoni consigliò di fare a quella madre che gli chiese cosa dovesse fare il figlio per diventare scrittore. Ed egli rispose: «La prima regola è leggere! La seconda: leggere! La terza: leggere!». Ma leggi una filosofia morta, degli uomini morti, una memoria semplice, eterna, stantia, che non serve a niente senza l’amore. La filosofia è amore, è creatività, è slancio vitale, libero, ed in questo è ricreazione del tutto, come la creazione originaria di tutte le cose dal nulla eterno. Tu credi che senza amore Einstein avesse scoperto la relatività? Che senza amore Tiziano avesse dipinto con magistrali pennellate quelle sacre opere? Che senza amore Aristotele avesse lasciato quell’immane mole di sapere? Cos’è la sapienza senza amore? La sapienza non sarà rivelata a voi filosofi, a voi scienziati, a voi eruditi, dotti, ma ai semplici, agli ignoranti. E tu lo sai, non farmi ripetere Socrate, Cristo, Cusano e tanti altri. Non cadere nel pregiudizio di considerare gli antichi pensatori dei menomati, perché essi sono più intelligenti di voi, un filo d’erba conosce più di voi, perché tutto è conoscenza, tutto conosce se stesso. Il Cogito è la causa di tutte le guerre. Tutto è amore. Tutto è uno. Ad un tratto si è adoperata la divisione, tra pensieri ed opere, tra inconscio e conscio, tra bene e male e si è creata allora la trascendenza, la diversità. Ma tu torna alla scienza originaria, universale, la filosofia prima, dalla quale tutte le altre scienze derivano per scissione. Non ti dice questo Vico? Non ti dice questo Werner? Kant, Fiche e Schopenhauer? Non è una malattia tornare ad essere bambini. Non è una malattia riportare il tutto ad un’unica coscienza, prima che nascesse l’inconscio, che è stato coperto dal Cogito. Il pensiero è impazzito, è diventato fine a se stesso, è diventato un grave fardello di pensato, che ostacola il pensiero. Un grande uomo ti disse, nel senso che hai letto, lo sappiamo, che ci sono tre generi di scienziati, i distruttori di cultura, i portatori di cultura, i creatori di cultura. Saint Simon, Comte non si sbagliavano nel dividere la storia in periodi critici e organici, dominati ognuno da classi diverse, conservatori, progressisti. Tu da che parte stai? Sei debole di pensiero? Sallo, figlio mio, se non amerai la filosofia come un’amata, più di un’amata, non potrai mai comprenderla. Leggesti Boezio? Abelardo? Sei capace di dare un tuo parere? O vuoi continuare a fare il pappagallo? Quando Hegel fu disturbato dal domestico perché la casa era in fiamme, che rispose? «Informa mia moglie! Sai bene che degli affari di casa io non mi occupo. Io mi occupo solo di filosofia». Era talmente innamorato della filosofia che non si accorse neppure che la casa stava prendendo fuoco. Se allora non sarai capace di pensare da te stesso e poi una volta pensato di buttare il pensato e di dire “sono un inutile servo”, non ti avviare per l’angusta strada della filosofia. Perdi solo del tempo che puoi dedicare ad altre cose». La tradizione vuole che il coniatore del termine “filosofia” sia stato Pitagora, al quale essendo stato chiesto che lavoro facesse, rispose di non essere un sapiente, ma un amante della sapienza. Perché la sapienza è un qualche cosa di divino di cui noi solo partecipiamo. Così Aristotele parla di questa scienza prima che poi fu denominata metafisica: «C’è una scienza che studia l’essere in quanto essere e le proprietà che gli sono inerenti per la sua stessa natura. Questa scienza non si identifica con nessuna delle cosiddette scienze particolari, giacché nessuna delle altre ha come suo universale oggetto di indagine l’essere in quanto essere, ma ciascuna di esse ritaglia, per proprio conto, una qualche parte dell’essere e ne studia gli attributi, come fanno ad esempio le scienze matematiche» (Met. IV,1). Ora invece la prima scienza è stata bandita dal consesso stesso delle scienze, è diventata l’ultima ruota del carro epistemologico. Eppure tutte le scienze sono impastate di metafisica, compresa quella trascendentale del pensiero di Kant. Ciò è comprensibile perché nell’antichità ens et verum convertuntur, poi dal medio evo si passa alla modernità, ove invece verum et factum convertuntur, infine alla contemporaneità, ove verum et agendum convertuntur. Le generazioni passate amavano la staticità, il quietismo, poi le altre amavano la verità e la storia, ora si ama la visione del futuro, per cui i giovani non ne vogliono sapere del medioevo, o dell’evo moderno, la scienza li porta a considerare solo il futuro. In realtà il futuro oggi è qualcosa di insicuro ed instabile. Le tre ere della storia sono perciò l’idealismo, lo storicismo ed il futurismo e tendono a ripetersi. La metafisica è innanzitutto una scienza, anzi la scienza più importante ed è degna di rispetto, perché tutte le scienze hanno a che fare con essa. Tutta la tradizione filosofica distaccandosi dalla metafisica si è persa nella follia. Così venne Lutero e ci disse: siate liberi, come è libero il cavallo sotto le gambe del cavaliere! E mentre proclamava la libertà fece trucidare i contadini che in nome di quella stessa libertà si erano ribellati al secolare servaggio dei signori. Venne Kant e ci tolse la certezza della verità ed il conforto di una coscienza sicura: solo il fenomeno voi potete conoscere, solo ciò che appare! Voi non potete conoscere il noumeno, cioè ciò che si può pensare. E se ciò che possiamo solo pensare non possiamo conoscerlo perché lo possiamo pensare senza conoscerlo, mentre ciò che ci appare senza pensarlo possiamo conoscerlo? E l’apparire è l’apparire di che cosa? È una mera illusione, o è l’apparenza di ciò che possiamo pensare senza conoscere e che ci appare in modo che noi possiamo conoscerlo secondo i modi trascendentali della struttura generale del Cogito? Come possiamo noi conoscere ciò che non è cogitabile colle forme del Cogito? E ciò che è cogitabile coi parametri del fenomeno? E così ci disse: siete dei fenomeni! Venne Hegel e ci disse: siete figli di mamma Idea! Tutto ciò che esiste nel mondo, non esclusi gli uomini e le bestie, è figlio di questa unica madre: mamma Idea. Questa mamma universale è sempre prolifica, più di una gallina livornese e più di una regina di api, che è capace di fetare più di 2000 uova al giorno. Tutto dipende intrinsecamente da mamma Idea, se un giorno questa venisse a mancare, cesserebbe di esistere tutta la sua infinita figliolanza. Se continua però a scattare come una macchina fotografica ed a produrre le cose, anche queste continueranno ad esistere. Mamma Idea ha creato facebook, ha creato il mondo virtuale di cui facciamo parte. E questo mondo virtuale è intermediario tra quello ideale, l’Iperuranio e quello reale. Tutto ha creato mamma Idea ed a tutto pensa lei, non vi preoccupate! Venne Darwin e ci definì figli di mamma scimmia. E perché le scimmie sono rimaste scimmie e alcune scimmie sono diventate non scimmie? Come mai ad un certo punto l’homo sapiens sapiens compare sulla terra? Da dove viene? Tutti questi branchi di scimmie sono stati capaci di costruire le piramidi, monumenti fatti di immani pietre che non si sa abbiano potuto trasportare da un luogo all’altro della terra. Ma questi gorilla erano veramente dei geni. Tutto il mondo fu pervaso dal darvinismo sociale e questo poi, poco a poco, si trasformò in un darvinismo sociale all’incontrario. Ad un certo punto il sapiente, colui che disse: io non sono un sapiente, ma un amante della sapienza, comparve sulla terra! Beato colui che disse: io so di non sapere. Venne Marx e predicò la rivoluzione e la redenzione delle masse proletarie dalla schiavitù del lavoro, del capitale e dello Stato. Alla fine però tutti i suoi seguaci ci hanno ridotto a muli da carretto, asini da basto, bestie da soma per il signor Stato. Venne Nietzsche e ci definì pupazzetti dei signori Superuomini. Eppure, cosa c’è di più metafisico che l’Oltreuomo, o l’eterno ritorno all’eguale, o del fato? Non meno che la prassi, o la filosofia della prassi! Che cosa sono queste entità se non metafisiche? Altro che vitalismo ed irrazionalismo! Cosa c’è di più superomismo di colui che dice: «rinnega te stesso!»? O di un uomo-dio che si fa mettere in croce? Non vi è nulla di irrazionale, tutto ha una ragione! Nihil est sine ratione. L’irrazionale è solo ciò che noi non conosciamo ed in quanto limitati non riusciamo a spiegare. Così chi ci ha tolto le mani, chi le gambe, chi le orecchie, chi la testa. Ci hanno ridotto un tronco. Oggetto proprio della metafisica è l’immateriale. Tra tutti gli esseri abbiamo quelli che sono positivamente immateriali, e questi sono trascendenti, abbiamo quelli misti e quelli materiali. In ogni essere comunque abbiamo degli aspetti immateriali, come: ente, uno, vero, buono, corpo, materia, principio, ragion sufficiente, identità … tutti gli esseri sono fatti di oltre. La metafisica studia solo una cosa: l’essere, e questo è il problema più complicato di tutto il pensiero umano. Quando diciamo ad esempio che la cosmologia studia il “corpo”, o “materia”, come lo intendiamo? Gli scienziati direbbero: il corpo è ciò che colpisce i nostri sensi … Ma questa definizione è troppo vaga. I fenomenisti ti direbbero: il corpo è un complesso o fascio di proprietà sensibili. Anche questa è troppo vaga. I metafisici direbbero: il corpo è una sostanza dotata di proprietà sensibili. E questo ci dice l’essere di tutte le cose. Indagare l’essere significa imboccare quella strada che ti porta all’infinito ed è questo il senso profondo della prima scienza.



Vincenzo Capodiferro

10 luglio 2012

Gli aspetti della separazione sui figli


GLI  ASPETTI  DELLA  SEPARAZIONE  SUI  FIGLI
La separazione coniugale è un evento sempre più diffuso e con il quale una  molteplicità di bambini si confronta ogni giorno.
Tutti i bambini sono profondamente scossi,turbati dalla separazione. Il più delle volte non capiscono quello che succede, hanno una terribile paura di essere abbandonati e di essere loro la causa di ciò che accade.
Non a caso: rabbia – tristezza -  regressione- somatizzazioni  possono accompagnare la separazione dei genitori.
Gli adulti, il più delle volte, sono presi dai loro vissuti dolorosi e contraddittori e hanno a loro volta bisogno d’aiuto.
In suddetti frangenti è frequente osservare in loro sentimenti di colpa e autopunizioni, i genitori covano rabbia e s’incolpano l’un l’altro per essere arrivati alla separazione.
Così :amarezza - rifiuto-tradimento ed abbandono non permette loro di osservare i bisogni dei figli.
Generalmente, dopo, il primo periodo burrascoso alcuni,anche se con fatica, riescono a riprendere una pseudo normalità, altri non smettono di litigare,non riescono a chiudere il matrimonio definitivamente.
Chiudere un matrimonio sotto l’aspetto psicologico è alquanto difficile, chiudere con il passato significa anche accettare l’ambivalenza dei propri sentimenti.
Chiudere un rapporto significa lasciare cose buone e cattive,là dove la separazione emotiva non avviene,sorgono problemi nei figli,perché l’attenzione alle reciproche ombre impedisce di trovare un accordo.
La rottura del legame tra genitori e la derivante conflittualità fanno emergere nel bambino in modo patologico, ansie arcaiche,timori di abbandono,ansia persecutoria e depressione.
In mancanza di punti di riferimento chiari e rassicuranti si trova costretto a cercare a qualsiasi prezzo la certezza di riferimenti affettivi stabili.
I bambini sono oggettivamente a rischio di danno evolutivo perché sono strumentalizzati ai fini della separazione dei genitori e della richiesta di risarcimento economico e psicologico.
E’ esperienza clinica diffusa che l’esclusione del genitore,la svalutazione del genitore allontanato e la continua messa in dubbio della fedeltà del bambino siano situazioni che alla lunga portano allo sviluppo di una serie di psicopatologie.
Quando un bambino è costretto a negare e a rinunciare ad uno dei genitori non rinuncia solo alla persona fisicamente percepibile, ma anche alla attivazione della immagine interna corrispondente a quella persona.

                                                                                              Dott.ssa Maria  BERNABEO

03 luglio 2012

Voglia di verità di Anna Montanaro

                                                Voglia di Verità
di Anna Montanaro


Un libro autobiografico che racconta una storia di vita vissuta nella scuola e per la scuola da una donna che nelle prime pagine è ancora ragazzina, una studentessa che matura pian piano la scelta di diventare insegnante. Di qui tutte le sue speranze, tutte le ansie e gli sforzi per superare ogni prova, ogni esame, test e poi concorso, e quindi i vari passaggi da una scuola all’altra, prima di acquisire il ruolo. E in ogni fase della vita incontra persone amiche o meno amiche, incontra l’amore che le resterà vicino sempre, paziente, comprensivo e discreto, in ogni circostanza, fino alla scomparsa di lei, quando decide di pubblicare il suo diario.
La sete di conoscenza che guida Anna Montanaro   nella sua gioventù diventa nell’età adulta necessariamente ricerca di rispetto, onestà, equità… bisogno di Verità. È una donna che dà sempre il meglio di sé per la scuola, mettendosi continuamente in discussione, con molta autocritica, ma con la giusta dose di sano orgoglio ed esige lo stesso impegno da chi la circonda, a partire dagli studenti, che cerca sempre di coinvolgere in tanti modi, senza trascurare i colleghi insegnanti, da cui vorrebbe più lealtà, almeno da parte di alcuni…
Un diario che forse da sempre sapeva di diventare libro, perché potesse fungere da testamento, che fosse incoraggiamento per chi ama il mondo della scuola e non si arrende di fronte a tante difficoltà, all’ipocrisia e all’invidia in cui spesso ci s’imbatte in questa società.
Un diario su cui le persone che più hanno amato Anna Montanaro hanno voluto annotare  qualche pensiero in sua memoria,  che più che testimoniare un ricordo, sembra voler essere un filo teso oltre la vita…

Voglia di Verità
Collana Narrando di AlbusEdizioni – Romanzo autobiografico
Pagg. 268; € 11,00; Codice ISBN: 978-88-96099-69-8
Nelle migliori librerie, anche on-line, o dal nostro sito:
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Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...