29 febbraio 2012

Il liberalismo di Marco Iacona

Marco Iacona
IL LIBERALISMOPresentazione di Alain de Benoist
Edizioni Solfanelli


Il liberalismo, l'unica vera rivoluzione dei tempi moderni, spiegato in breve. Una corrente politica e di pensiero che si pone, alla prova dei fatti, come punto di non-ritorno, una meta conquistata tappa dopo tappa: l'orizzonte di una liberazione del genere umano.
L'acquisizione del concetto nuovo di libertà presuppone l'abbandono lento ma categorico di qualsiasi vincolo comunitario e/o trascendente. Ma l'individuo soggetto pensante e libero attore, l'individuo in nome e per conto del quale il liberalismo si è battuto, non ha ancora vinto alcuna scommessa. Poteva farlo?

Marco Iacona è dottore di ricerca in pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee.
Negli ultimi anni, ha pubblicato tre saggi per il periodico “Nuova Storia Contemporanea” e una storia del MSI per il quotidiano “Secolo d’Italia”.
Ha curato saggi per le edizioni di Ar, Controcorrente e Mediterranee.
Ha pubblicato i seguenti volumi: "1968. Le origini della contestazione globale" (Solfanelli, Chieti 2008), "Il Maestro della Tradizione" (Controcorrente, Napoli 2008) e "La politica coloniale del Regno d’Italia (1882-1922)" (Solfanelli, Chieti 2009).



Marco Iacona
IL LIBERALISMO
Presentazione di Alain de Benoist
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-721-5]
Pagg. 96 - € 8,00
http://www.edizionisolfanelli.it/illiberalismo.htm

28 febbraio 2012

"Il cielo ha finito le nuvole" di Mary Castelli


IL CIELO HA FINITO LE NUVOLE    
di Mary Castelli
© 2011 Editrice nuovi autori srl “Parla una donna”
ISBN 978-88-7568-486-0
Pag. 206   € 15,00


“Il cielo ha finito le nuvole”, ma non per Mary Castelli. Questo libro è la sua prima opera, un misto fra realtà e fantasia.
La Castelli è cresciuta in un collegio e vi è rimasta fino al compimento dei diciotto anni.
A chi si rivolge la scrittrice con questo suo lavoro? Scrive: “Le persone cresciute in un collegio portano dentro di sé la sensazione, che non passa mai, di essere sole e inadeguate”.
E aggiunge: “Questo romanzo vuole essere un inno all’amore, sì, ma soprattutto un elogio all’amicizia, perché sono gli amici che arricchiscono la nostra anima”.
Con coraggio e introspezione, la Castelli, mettendo fra il romanzo d’invenzione parti del suo vissuto, ci fa fare un giro nelle stanze di un collegio. Ci fa capire come ci si sente quando non si è voluti dalla propria madre; come si affronta la vita, una volta usciti in un mondo che ci accoglie impreparati, perché nessuno ti ha spiegato quello che troverai.
La protagonista, Elisa, deve affrontare tutti questi quesiti, lei trova il suo modo per ottenere risposte: gettarsi a capofitto nella vita, assaggiandola con avidità. Mentre, per altri, una delle tante reazioni, può essere quella della chiusura nei confronti di un mondo estraneo e che fa paura.
Non è intento della Castelli parlarci del collegio, ma, partendo da lì, donarci a piene mani il suo messaggio: si può sopravvivere, ce la si può fare, anche se le basi su cui posa il futuro non sono quelle solide di una famiglia.
Le sue fondamenta posano sull’amicizia e, come lei generosamente ci mostra, sul suo primo amore. Un amore travolgente, con un finale originale: Elisa e Roberto, troppo presi l’uno dall’altra, si lasceranno, perché il vero amore non è annientarsi e darsi completamente all’altro.
Elisa ce la farà a navigare nella vita, aiutata dalle persone che ama, riuscendo anche, in parte, a ritrovare quella madre che l’aveva abbandonata.
Farà di più: formerà la sua famiglia, vincendo anche la sfida di essere una buona madre, lei che non aveva mai avuto un esempio da seguire.
Mi è spiaciuto notare che nel libro non ci sia stata l’attenzione di un buon editing che levasse alcuni errori di chi non è avvezzo a scrivere; perché il cielo che Mary ci mostra, vale la pena di osservarlo con attenzione.



© Miriam Ballerini

24 febbraio 2012

Donne e totalitarismi


DONNE E TOTALITARISMI
Storie di ordinarie eroine

Riprendendo l’inserto di Lorenza Mondina su La guerra delle donne, volevo riportare sul sito delle testimonianze storiche su delle belle figure femminili, che hanno avuto il coraggio di sfidare i massimi sistemi della storia nel silenzio e nella quotidianità. In tempi in cui la cortina di ferro spartiva l’Europa coi suoi aculei acuminati, Sofia Sokolova, esule a Roma, denunciò la dolente condizione femminile in Russia nei suoi frequenti traumi dell’aborto imposto, nelle tragedie della coabitazione, della prepotenza maschile, dell’alcolismo, dell’abuso sessuale, di cui la donna russa era vittima. Quella donna russa che moriva in media a quarant’anni ed era già vecchia e grassa, era costretta a lavorare stacanovisticamente come una schiava ed a nutrirsi di pane e patate. Nel settembre del 1979 sei donne di Leningrado, rivoluzionarie antirivoluzionarie ebbero il coraggio di fondare una rivista dal titolo “Donne e Russia”. Queste sei eroine erano Tatjana Goriceva, Tatjana Marnonova, Iulia Vasnessenskaja, Vera Golubeva, Sofia Sokolova, Natalja Malakhovskaja. Le autorità sovietiche non permisero neppure il numero uno dell’almanacco: il Kgb lo sequestrò il giorno stesso del debutto. Le redattrici furono arrestate, interrogate, processate, internate ed in tempi non sospetti espulse dall’Unione Sovietica. Furono accolte in Europa, alcune a Parigi, altre a Roma. Anche la rivista “Maria”, di ispirazione religiosa, fu subito sequestrata. La questione femminile trovava nella figura di Maria il riferimento storico di una redenzione sociale ed umana. Il movimento femminista occidentale fu laico e di massa, quello russo oltre a ciò, fu soprattutto religioso ed elitario. L’età dei totalitarismi fu anche quella degli esasperati maschilismi, sia a destra, che a manca. E quanto dovettero soffrire le donne dei regimi, nelle famiglie dei regimi, anche quelle più vicine ai vari fuhrer dalle camice brune, nere o rosse e alle loro furerie, che non guadavano in faccia a nessuno, neppure ai loro cari. Pensiamo ad esempio ad Edda Ciano. Pensiamo a Svetlana, figlia di Stalin, la quale, si profonde ormai estenuata, in America secondo quelle sentite parole che le sono attribuite, parole di sollevazione e di liberazione da quel Padre-padrone: «Sono stata allevata in una famiglia in cui non si parlava mai di Dio. Ma una volta divenuta adulta, mi sono resa conto che è impossibile vivere senza avere Dio nel cuore. Sono arrivata a questa conclusione da sola, senza l’aiuto di nessuno, ma questa ha avuto una grande importanza per me, perché nell’istante stesso in cui l’ho raggiunta, i principali dogmi del comunismo hanno perso per me ogni significato». Il grande Dostoievskij aveva ammonito: «Togliete Dio dal cuore dell’uomo e l’uomo diventerà la peggiore delle bestie!». Ma quale comunismo si professava? Stalin, il nuovo zar, che copiava la corte dei Romanov, aveva distrutto quel genio profondo che aveva animato i grandi rivoluzionari bolscevichi: aveva ucciso lo spirito di Lenin e il corpo di Trotzkij, la vox clamantis: «La rivoluzione socialista non può esaurirsi nell’ambito nazionale … La rivoluzione socialista comincia sul terreno nazionale, si sviluppa nel quadro internazionale e si conclude a livello mondiale». Non certo Platone aveva voluto far regredire la donna, né certo Marx. La donna sarà del tutto eguale all’uomo, e non un semplice “mezzo di produzione” del capitalista, aveva profetizzato il filosofo della prassi. La famiglia nel senso borghese, essendo soltanto un’unità economica, cesserà di esistere. Sarà sostituita dalla piena indipendenza individuale e dal libero amore, mentre «la cura e l’educazione dei figli diventerà una funzione pubblica». Ed in una società più maschilista di quella greca antica, ove l’uomo veniva adorato al limite della pubblica omofilia, mentre la donna degradata a deformazione della natura, il filosofo delle idee aveva profetizzato la comunanza, oltre che dei beni, delle donne e dei figli. La donna nello Stato platonico ha gli stessi diritti e gli stessi doveri dell’uomo. Eppure Aristotele, il discepolo prediletto, quasi quasi obiurgava: «se in uno Stato vi sono mille fanciulli, e tutti appartengono del pari ad ogni cittadino, nessuno si curerà veramente di quei fanciulli». La donna nello stato dei mammiferi aveva fatto la natura, ma si era redenta nella lotta della storia per la libertà, contro il sopruso dei maschi. Quella lotta dell’autocoscienza muliebre nel progresso verso la liberazione è passata anche attraverso l’esempio silente ed obliato di queste sei eroine, che hanno avuto il grande coraggio di sfidare un regime per affermare il riconoscimento dei diritti umani e sociali della donna e per l’emancipazione femminile.


Vincenzo Capodiferro

21 febbraio 2012

IL DODECANESO ITALIANO 1912-1947 di Luca Pignataro

Luca Pignataro
IL DODECANESO ITALIANO 1912-1947
I - L'occupazione iniziale: 1912-1922

Il primo volume esamina gli sviluppi dell’ordinamento giuridico delle isole sotto l’occupazione provvisoria (1912-1923), poi divenuta piena sovranità dell’Italia (dal 1923 alla seconda guerra mondiale), col passaggio da un’amministrazione diretta da militari a una di funzionari civili, evidenziando le sfere di autonomia di cui godettero sino al 1936 le tre comunità insulari: greca ortodossa (numericamente preponderante), turca musulmana, israelita sefardita (di quest’ultima viene delineata anche la situazione successiva alle leggi razziali del 1938).
Il libro passa poi a descrivere in quali ambiti le autorità militari italiane decisero a partire dal 1912 di intervenire nella realtà locale, organizzando in molti casi ex novo i servizi pubblici e riuscendo a superare il difficile periodo della prima guerra mondiale, per poi doversi confrontare con l’irredentismo ellenico.
Nel 1920, quando sembrava che solamente Rodi e Castelrosso sarebbero rimaste all’Italia, venne introdotta l’amministrazione civile: l’autore prende in esame le proposte di statuto elaborate dai governatori italiani per garantire una certa autonomia all’isola di Rodi. Nel 1922 tuttavia la catastrofe greca in Asia Minore e l’avvento al governo di Mussolini a Roma e di Kemal in Turchia avrebbero segnato il vero punto di svolta: tutto il Dodecaneso sarebbe divenuto definitivamente italiano.

Luca Pignataro
IL DODECANESO ITALIANO 1912-1947
I - L'occupazione iniziale:1912-1922
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-712-3]
Pagg. 248 - € 20,00
http://www.edizionisolfanelli.it/ildodecanesoitaliano1.htm

20 febbraio 2012

Paolo Conte al Petruzzelli di Bari

CAMERATA MUSICALE BARESE – PRESTIGE 70°
PAOLO CONTE, L’ELEGANZA SENZA TEMPO
Al Petruzzelli i due unici concerti al Sud
di Antonio V. Gelormini



Una vita spesa tra le suggestioni quotidiane della realtà e quelle più evanescenti dei ricordi, del cinema e della letteratura. Passioni smisurate per il jazz americano e le arti figurative, che hanno portato, Paolo Conte, dal suo vibrafono di Asti ai versi pennellati sulle scale di un pentagramma senza tempo. Rese acri dal fumo di un’eterna sigaretta e addolcite, tra un tiro e l’altro, dalla forza ambrata e aromatica di un nostalgico bourbon.
Un viaggio fatto di tableaux intramontabili, dai sottofondi arabescati, melodici e poetici. Talvolta irriverenti, altre liricamente provocatori, scritti magistralmente sulla tastiera binaria di un compagno inseparabile. Spesso per grandi amici in sintonia d’arte e di palcoscenico. “La coppia più bella del mondo” e “Azzurro” (Adriano Celentano), “Insieme a te non ci sto più” (Caterina Caselli), “Tripoli ‘69”(Patty Pravo), “Messico e Nuvole” (Enzo Iannacci), “Genova per noi” e “Onda su Onda” (Bruno Lauzi), solo per citarne alcuni.
Grazie alla Camerata Musicale Barese e al doppio concerto di Paolo Conte (unico appuntamento al Sud), nel cartellone Prestige - 70° anniversario, il Nuovo Teatro Petruzzelli diventa tempio mediterraneo per questo artista-orgoglio nazionale nel mondo, al pari dell’Olympia di Parigi e del Blue Note di New York. E tra i lampioni del lungomare di Bari è come se anche Corto Maltese facesse capolino, per celebrare un appuntamento che la matita di Hugo Pratt non avrebbe certo esitato ad immortalare, tra i pontili dei circoli nautici, i campanili di cattedrali sul mare e i labirinti soleggiati della Città Vecchia.
Nella cornice suggestiva del Politeama barese la poesia lussureggiante di colori, immagini e fantasie, per due sere, si è sinuosamente diffusa tra palchi, poltrone e balconate, abbracciando un pubblico rapito ed entusiasta, ai ritmi eleganti e inebrianti del jazz, del tango e della musica nera, attraverso memorie, sogno e risveglio futurista. Punta d’iceberg: “Diavolo rosso”, 12 minuti di intensa esecuzione corale e di assoli “senza rete”, sfociati nell’immancabile apoteosi d’applausi, per un gruppo di musicisti dalla dinamica, poliedrica e raffinata personalità.
Versi e motivi inscindibili dalla sua raucedine, che trovano l’adattamento più alto nella stigmatizzazione di Nicola Piovani: “Canzoni scritte dalla sua voce”. Una voce a cui si adatta molto l’ozio creativo del tramonto, lo stesso che accompagnava le speculazioni intellettuali dei filosofi greci. In quella luce calda e ovattata, “musa” di atmosfere decadenti e voluttuose. Per cui, è consequenziale il rimando alla sua lectio doctoralis su: “I tempi dell’ispirazione: il pomeriggio”.
Avevo in mente di chiedergli come vivesse un artista come lui, da sempre abituato ad esaltarsi nelle declinazioni ritmiche della velocità, al riflusso contingente della società in cerca di forme di decrescita,  di rallentamento e di approccio “slow” del quotidiano. Come tutti i grandi artisti, quasi leggendo nei pensieri del pubblico, Paolo Conte ha risposto “in diretta”, con una versione senza respiro di “Bartali”: col rallenty tirato nella prima parte, quasi irriconoscibile, e la ritrovata cadenza del ritmo (o della pedalata) nella seconda parte, quando “tramonta questo giorno arancione”.
Un concerto bissato che rimarrà incastonato tra i cammei più luminosi del Nuovo Teatro Petruzzelli e tra i poster più blasonati della ricchissima e nobile galleria della Camerata Musicale Barese. Paolo Conte resterà il riflesso brillante di questa stagione Prestige 70°. E chissà che il Politeama barese non possa, un giorno, ritrovarsi tra le sue “stelle del jazz”: nei versi ispirati di una prossima canzone, quale testimone solenne di rinata vitalità e persistente creatività. Nonché metafora e modello, per chi non vuole rassegnarsi alla noia e alla ripetitività del banale.


(gelormini@katamail.com)

17 febbraio 2012

L'euro contro l'Europa di Roberto de Mattei

Roberto de Mattei
L'EURO CONTRO L'EUROPAVent’anni dopo il Trattato di Maastricht
(1992-2012)


La storia della costruzione europea ha una sua tappa decisiva nel Trattato di Maastricht, che prende il nome dall’accordo stipulato nel dicembre 1991 nel Consiglio Europeo tenutosi nella cittadina olandese di Maastricht e poi solennemente ratificato nel febbraio del 1992.
Il Trattato di Maastricht creava una nuova entità sopranazionale, l’Unione Europea, avviando la realizzazione di una “moneta unica” e di una Banca Centrale Europea. L’Euro entrò in vigore il 1° gennaio 1999 in 11 dei 15 Paesi dell’Unione Europea, segnando la prima rinuncia alla sovranità delle nazioni europee, destinate ad essere completamente esautorate dal potere di Bruxelles, attraverso una rigida concatenazione di cause e di effetti.
Il progetto europeista di Maastricht ha avuto, fin dall’inizio, un inflessibile critico nel prof. Roberto de Mattei che, fin dal 1990, ne descriveva i pericoli. A vent’anni di distanza, il suo libro ripercorre criticamente le fasi centrali di un processo che ha avuto la sua ultima espressione nel governo tecnocratico di Mario Monti.

Roberto de Mattei (Roma, 1948) insegna Storia del Cristianesimo e della Chiesa presso l’Università Europea di Roma, dove è coordinatore del corso di laurea in Scienze storiche.
Giornalista e scrittore, difende i principi e le istituzioni della Civiltà cristiana su numerose pubblicazioni come “Radici Cristiane”, “Lepanto”, “Corrispondenza romana” e “Nova Historica”. Ha fondato e diretto il Centro Culturale Lepanto (1982-2006) e presiede ora la Fondazione Lepanto.


Roberto de Mattei
L'EURO CONTRO L'EUROPA
Vent’anni dopo il Trattato di Maastricht
(1992-2012)
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-752-9]
Pagg. 72 - € 7,00
http://www.edizionisolfanelli.it/eurocontroleuropa.htm

15 febbraio 2012

L'ULTIMO PETALO




L’ULTIMO PETALO


Un libro di racconti è come una collana di perle: ogni perla porta con sé una storia, un valore, una luce, che vivono di vita propria; poi si prende un filo, le si mettono una vicina all’altra, e ci si ritrova con un’opera che raccoglie armonicamente tutti i suoi componenti.
Solitamente non sono una lettrice di racconti, mi sono trovata perciò un po’ in difficoltà: nella lettura, perché quando si finisce un racconto è alquanto faticoso il distacco per entrare subito nel mondo successivo; ma anche nel commento, perché ci sono tante storie, alcune che prendono più di altre, perché ognuna è un mondo a sé ed è difficile riuscire a rappresentare ogni sentimento ed ogni sensazione che ne derivano, leggendole.
Il filo che unisce le perle di questa collana è la realtà, la vita vera e vissuta: ci sono dentro le situazioni ed i problemi che ogni individuo incontra quotidianamente sul proprio cammino, ciascuno intervallato da una poesia che tratta lo stesso tema del racconto, leggera, soffice e fugace.
L’autrice conferma, anche qui, uno degli aspetti più apprezzabili dei suoi lavori passati: tutto è trattato con uno stile essenziale, semplice e lineare; ed è proprio questa modalità di narrare temi importanti, a renderli così d’impatto.
Nella cornice dell’umanità disegnata da Miriam Ballerini, ad ogni passo, ci si imbatte in una storia che tocca le corde più nascoste del lettore, una storia che, in qualche modo, costringe a fare i conti con un problema, un sentimento, una sensazione.
Così ci si trova con la faccia schiacciata contro la demenza di un anziano, contro la pedofilia, contro la morte o contro il tradimento e non ci si può esimere dal “guardare” i pensieri che nascono dentro di noi che leggiamo; ma l’autrice non lascia che il lettore si addentri in tutto ciò senza un sostegno, e quel sostegno, qui, si chiama ottimismo, positività.
Ottimismo che non sfocia però mai in superficialità ma è semplicemente uno strumento in più per guardare la scena: serve a capire e a “dare un senso”, a dare modo di uscire dall’invischiamento che la descrizione di alcune immagini provoca, permettendo di leggerle con un carattere di stampa differente.
Le sensazioni non svaniranno ma avranno una nuova luce.

Lorenza Mondina


14 febbraio 2012

La casa dei mai nati di Christopher Ransom


LA CASA DEI MAI NATI                 di Christopher Ransom
2010 Rizzoli HD   ISBN 978-88-17-04229-1
Pag. 351  € 6,90


Mentre l’uomo cresce, la vita decresce; e le culle ci dondolano verso la morte. La nostra nascita non è altro che l’inizio della morte”. E. Young
È il pensiero che domina in questo noir.
Conrad e Joanna, marito e moglie, hanno qualche problema di coppia. Quando lui riceve una cospicua eredità dal padre, decide di acquistare una casa dell’800 nel Wisconsin; convinto che sia la risposta ai loro problemi nati nella caotica Los Angeles.
La grande villa, in passato, ospitava ragazze madri in procinto di partorire e, fin da subito, si respira fra quelle mura un’atmosfera da brivido. Quel qualcosa di strano si acuisce quando Joanna va via per due mesi, per un lavoro, lasciando solo Conrad, con i suoi due cani, nel grembo di quella costruzione dove qualcosa ha tutta l’intenzione di nascere.
Ambientato in quell’unico luogo, leggendo veniamo a scoprire che la famiglia che ci abitava prima, aveva avuto molti figli, ma tutti con qualche deformità.
La ragazza che vive dall’altra parte della strada, è rimasta incinta proprio fra quelle pareti.
Addirittura un pitone di Conrad, appassionato di rettili, è vittima di un parto verginale!
Fra personaggi reali: fantasmi, apparizioni inquietanti, accadimenti da brivido, la storia si snoda fra quelle stanze che custodiscono macabri segreti.
Il Library Journal scrive: “Un debutto che ricorda Stephen King e Dan Simmons”.
In effetti il ritmo è buono, le scene tracciate con la giusta suspance. A parte qualche passaggio nebuloso e un piccolo particolare che mi ha tormentata per tutto il romanzo: il protagonista beve sempre e troppo the freddo!
Il finale è come quella frese di Joung: un inizio nella fine.
O come scrive Joseph Hall: “La morte confina con la nascita, e la nostra culla sta nella tomba”.


© Miriam Ballerini

10 febbraio 2012

Saronno e le leggi razziali (1938-1934)

SARONNO E LE LEGGI RAZZIALI (1938-1934)

Fenzi non va confuso con Finzi: il sopranominato non è di origine ebrea

Per non dimenticare. Il saggio dal sintomatico titolo Fenzi non va confuso con Finzi: il sopra nominato non è di origine ebrea ripercorre i riflessi che le leggi razziali produssero a Saronno tra il 1938 e il 1944. Si tratta di una microstoria lontana, come sottolinea lo storico Giuseppe Nigro, autore di questo profondo studio, che si vuole ricordare per contrastare il razzismo, l’antisemitismo e le discriminazioni che si manifestano contro minoranze etniche e religiose dei nostri tempi. Giuseppe Nigro è tra i fondatori della Società Storica Saronnese. Ha pubblicato, tra l’altro ricerche sulla storia lombarda, tra cui Fuori dall’Officina. La resistenza nel Saronnese (ANPI 2005); Il periodico Quinto Stato tra sindacato e progetto politico. Il riformismo cattolico in provincia di Varese (1953-1954). Si tratta delle piccole storie delle nostre shoah, di persone, di famiglie che furono perseguitate nella provincia di Varese. «Il censimento del 1938 registrava a Saronno complessivamente 5 ebrei, non è una comunità, e del resto non si può parlare di comunità nemmeno per la provincia di Varese (il censimento registrava infatti 163 ebrei)». Sintomatico è il titolo che è tratto proprio da una lettera del podestà di Saronno Luigi Farina al podestà di Verona del 23 agosto del 1938, mentre sta trascorrendo le sue vacanze stive a Chiangiano, per non incappare nell’errore sull’incerta origine della razza del cittadino Giuseppe Fenzi, originario di Verona: «il cognome Fenzi non era da confondesi con Finzi. Il sopra nominato non è di origine ebraica». Vi sono riportate storie ordinarie di persone comuni, ma anche di importanti imprenditori, che furono depredati impunemente di tutte le loro aziende, oltre che perseguitati. È il caso ad esempio di Ely Michele Friedmann, cittadino belga, uomo autorevole della comunità saronnese, direttore della fabbrica Torley, il quale si era addirittura convertito al cattolicesimo, battezzato nel Duomo di Milano dal Cardinale Schuster e prima di essere censito partecipava alle cerimonie del regime fascista, come quelle in occasione dell’inaugurazione della Casa Balilla o del Campo sportivo di Saronno. È il caso ad esempio della famiglia di Flavio Sonnino, proprietario del calzaturificio Sonnino di Caronno Pertusella. Stesso destino: depredati di tutto e perseguitati. Alcuni di questi come la famiglia Friedmann si riuscirono a salvare perché la fortunata provincia varesina confina colla viciniore Svizzera. Si tratta di vicende come sottolinea il Nigro, che erano pressoché sconosciute alla comunità saronnese, tranne per quei pochi che furono i testimoni di quelle tragiche esperienze. Sono storie sepolte dalla damnatio memoriae nei sedimenti dell’inconscio collettivo. Tale fu la politica razziale di razzia, di persecuzione, di deportazione degli ebrei per tutto il periodo dal 1938 fino al 1944, quando ancora la RSI di Salò, con DL del 4 gennaio del 1944 autorizzava il sequestro e la confisca dei beni degli ebrei. È il caso emblematico di casa Sonnino: «I tedeschi portarono via tutto ciò che si trovava nell’appartamento abbandonato, operando una spoliazione sistematica. Nella loro precisione teutonica, si appropriarono anche di diversi strofinacci da cucina e di pezzetti di biancheria di diverse qualità. Mobili, librerie, scrivanie, sedie e poltrone furono utilizzate per arredare e rendere confortevole il comando tedesco di Camnago, che cosa i sequestratori fecero della biancheria diversa per bambini non riusciremmo mai a saperlo. Con il sequestro dei mobili, dei vestiti e delle suppellettili della famiglia Sonnino si cancellavano le ultime tracce della loro presenza a Saronno». Con oculatezza e dovizia di particolari poi il Nigro riporta in appendice la “Sentenza Sonnino” del tribunale di Milano dell’8 novembre del ’45, con cui viene restituita l’azienda ed il RD n. 1728 del 1938, Provvedimenti per la difesa della razza italiana. «Il male non è un’aggiunta accidentale alla storia dell’umanità,» riporta il Nigro un passo di Torodov, «di cui si potrebbe sbarazzare facilmente: esso è legato alla nostra stessa identità; per eliminarlo bisognerebbe cambiare specie». Molto bella e significativa allora questa testimonianza storica che ci tocca da vicino e ci coinvolge e ci fa certi del disumanesimo cui poté giungere l’uomo in quell’arroventato “Secolo breve”, come lo designa Hobsbawm. Richiamiamo in fine giusto per dare risalto alle parole del Nigro quanto scrisse Primo Levi in Se questo è un uomo, Torino 1997: «Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che così sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono state parte di noi, quasi come membri del nostro corpo, né è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, ché subito ne ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre. Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente , a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; […]. Si comprender allora il duplice significato del termine «Campo di annientamento», e sarà chiaro cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo».


Vincenzo Capodiferro

08 febbraio 2012

La perestroika dell'ultimo Mussolini di Primo Siena

Primo Siena
LA PERESTROIKA DELL'ULTIMO MUSSOLINIDalla dittatura cesariana alla democrazia organica
Edizioni Solfanelli


Nell’ultimo Mussolini vi è un anelito di libertà responsabile che motiva la sua perestroika rovesciando l’accusa d’essere stato Egli un becchino della libertà italiana per aver denunciato e sostituito il conformismo gregario e livellatore delle democrazie illuministe precipitate nel male oscuro della partitocrazia.
In effetti il fascismo non era nato come dittatura, essendosi svolto in essa solo dopo il 3 gennaio 1925 in seguito alla crisi politica succeduta al delitto Matteotti, e sviluppatasi via via in una dittatura cesarista che cadde per implosione il 25 luglio 1943.
La Rsi rappresenta un processo di transizione dal mussolinismo cesarista al suo legato politico: una democrazia organica e olistica di radici greco-romane che va articolando un regime rappresentativo dove, accanto alla democrazia pluralista dei partiti, si colloca quale entità integrativa la società civile dei corpi intermedi.
Con la tragica uscita di scena del suo massimo protagonista, il fascismo cesarista si volge in una democrazia fascista, organica e presidenzialista, puntualmente configurata nel progetto costituzionale di Carlo Alberto Biggini, posto giustamente a confronto con un progetto analogo concepito da Duccio Galimberti, eroe nazionale della resistenza antifascista.


Primo Siena
LA PERESTROIKA DELL'ULTIMO MUSSOLINI
Dalla dittatura cesariana alla democrazia organica
Presentazione di Giuseppe Parlato
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-737-6]
Pagg. 280 - € 19,00
http://www.edizionisolfanelli.it/laperestroikadimussolini.htm

02 febbraio 2012

La guerra delle donna di Lorenza Mondina

                                              
LA GUERRA DELLE DONNE
di Lorenza Mondina


Ci sono momenti in cui la scelta delle nostre letture segue un percorso inconscio ed invisibile, un filo immaginario che ci conduce lungo un binario tracciato lì, apposta per noi.
L’ho capito quando ho iniziato a leggere “Piccola guerra perfetta” di Elvira Dones: subito la mia mente è volata al libro che avevo da poco terminato, al mondo che Irene Nemirovsky aveva tracciato in “Suite francese”.
Il filo di raso che unisce queste due opere, apparentemente così diverse tra loro, è la vita che si svolge nella guerra, non la guerra stessa, ma l’esistenza che ha come sfondo le inumanità della guerra.
Leggendo “Suite francese” mi meravigliavo di come, nella battaglia, potesse entrarci la vita normale, dovesse entrare la vita normale; ed anche in “Piccola guerra perfetta”, nel Kosovo piuttosto che in Francia, c’è la vita quotidiana, ci sono le emozioni ed i sentimenti che riescono a non essere avvelenati dalle brutture tutt’intorno, sentimenti che vivono, nonostante tutto.
E non può essere un caso che entrambe queste storie, così distanti eppure così sovrapposte, siano state narrate da donne; c’è, in questi libri, una grande attenzione a ciò che accade mentre gli uomini combattono, mentre vengono rapiti, mentre sono lontani, concentrati su una guerra che non hanno scelto, che non hanno voluto, e c’è tanto spazio per i sentimenti che aleggiano lì, dove non si combatte, e che finiamo per sentire anche noi che stiamo leggendo, immersi nella storia.
Conosciamo tutto sulle azioni belliche e sulle strategie della Seconda Guerra Mondiale, tanti libri sono stati scritti in merito, ma cosa sappiamo di ciò che ha provato Lucile quando il soldato tedesco le occupa la casa?
Forse non ne avremmo mai saputo nulla se la Nemirovsky, ed altri come lei, non ci avessero aiutati a capire e sentire, scrivendone.
La stessa Elvira Dones, in altri luoghi ed in altri tempi, ci fa conoscere donne che vivono nella guerra, che lottano, resistono, sognano. Ho amato molto il suo libro, perché ha una dote naturale ad utilizzare le parole, a farle risuonare nella testa e nel cuore di chi si affida ai suoi racconti, chi stringe la sua storia tra le mani.
Ci sono passaggi dolcissimi, pur nella loro drammaticità, che emozionano e rendono le nostre sensazioni tanto simili a quelle dei protagonisti.
Vorrei che, di questo libro, non ci si dimenticasse di Blerime, un personaggio sullo sfondo della storia, ma sempre presente ed incombente, a ricordarci quanto la guerra è spietata, che non lascia indenne dalla minaccia di morte e distruzione nemmeno una ragazzina lucida e conscia di se stessa, una “donnina” dei Balcani, già cresciuta e già consapevole del suo ruolo di “angelo custode” dell’uomo, suo fratello, perché questo è ciò che fanno le donne del Kosovo…e forse di tutto il mondo.


01 febbraio 2012

Economia: dieci anni di euro, luci e ombre

ECONOMIA DIECI ANNI DI EURO : LUCI E OMBRE
Le promesse non mantenute – Le cause di un compleanno …non celebrato
di ANTONIO LAURENZANO    
 
  L’euro ha compiuto dieci anni!
Il 1° gennaio 2002, in un clima di generale entusiasmo, la moneta unica entrava nelle tasche di circa 300 milioni di europei, in 12 Stati membri dell’Unione europea, ponendo fine all’incertezza dei cambi e agli sbalzi inflazionistici. Un passaggio storico: il superamento di divisioni e rivalità del passato, un grande segno di pace, l’affermazione di una comune volontà dei popoli del Vecchio Continente di camminare insieme nella storia. Il primo significativo passo verso l’integrazione politica dell’Europa, il sogno di una vita di tanti europeisti.
Ma è stato un compleanno sofferto, perché la moneta unica, che avrebbe dovuto garantire stabilità e crescita, è invece al centro del … fuoco concentrico delle speculazioni, anche politiche. Aspettative deluse, sogni infranti… per colpa di una crisi finanziaria, di una tempesta selvaggia dei mercati privi di automatismi equilibratori. Il 2011, in particolare, è stato l’annus horribilis per l’euro e la luce in fondo al tunnel è ancora molto lontana. All’atto della sua nascita, c’era “la promessa di un mondo bipolare, un equilibrio monetario, un sistema più equo e pluricentrico, meno vulnerabile agli shock unilaterali venuti dall’America”. Promessa tradita. L’euro doveva nel tempo divenire il naturale “rivale” del dollaro ma alla prima grande difficoltà, dai mutui subprime in America ai debiti sovrani in Europa, il progetto visionario di una moneta forte è miseramente crollato.
E’ mancato un forte coordinamento delle politiche economiche dell’Uem (Unione monetaria europea), cioè un “centro di governo” della politica economica dell’Eurozona con compiti di supervisione delle politiche di bilancio degli Stati membri al fine di assicurare il rispetto dell’equilibri dei rispettivi conti pubblici. Non sarebbe scoppiato il “caso Grecia”! E’ mancata l’introduzione di nuovi strumenti di politica economica che soltanto ora, con colpevole ritardo, in presenza di una crisi devastante, vengono ipotizzati (fiscal compact, fondo salva stati, eurobond, ecc).
Dentro la crisi si è colta l’assenza di quello “spirito europeo” che superasse gli egoismi e gli interessi nazionali come si prometteva al changeover, quando si caricava la moneta unica del compito di portare l’Unione verso la progressiva integrazione comunitaria. Forse si è pagata l’ambizione di imporre una “moneta senza sovrano”, senza uno Stato, nell’illusione che, attraverso il danaro uguale per tutti e una Banca centrale europea svincolata dai governi nazionali, partisse il volano che conduceva in fondo al traguardo degli “Stati Uniti d’Europa”, com’era nel sogno dei padri fondatori. A dieci anni dall’adozione della moneta unica, lo tsunami finanziario ha mostrato la grande miopia del Trattato di Maastricht, fondato su una valuta unica ma con sovranità molteplici!
Sarebbe difficile oggi sostenere, con i capricci di Sarkozy e i diktat della Merkel, che gli europei- dopo dieci anni di moneta unica- siano più coesi, più consapevoli del destino condiviso, più fratelli dello stesso popolo. Un grave deficit di identità culturale e politica che incombe minaccioso sul futuro dell’Europa e cioè sull’idea stessa di un’Europa unita.
Un populismo strisciante vorrebbe consegnare l’euro alla storia come la causa di tutti i mali nazionali ed europei. Si dimenticano però, soprattutto in Italia, i danni economici del passato legati alle svalutazioni in termini di crescente inflazione, agli alti tassi d’interesse, ai costi di transazione a livello internazionale. Un Paese semi-debole come il nostro è sceso da un debito (incontrollato, per la finanza allegra degli Anni Ottanta) del 122% del Pil nel 1994 al 104% del 2007 ed è passato da una economia inflazionistica, con un export drogato dalle svalutazioni a una manifattura competitiva basata molto sulla qualità. E’ incontestabile la perdita del potere d’acquisto del 39,7% subita in dieci anni dal ceto medio ma cosa sarebbe successo per la nostra fragile economia se non avessimo avuto lo scudo europeo?

L’euro rischia di diventare la bandiera dei risentimenti, della polemica strumentale, della demagogia di bassa lega, della inefficienza dei governi nazionali. E invece, come ha osservato il Presidente della BCE, Mario Draghi, “l’euro è uno dei simboli dell’Europa unita, un pilastro per l’economia”, ha bisogno di ritrovare fiducia e consenso in se stesso e questo sarà possibile in un contesto economico e politico europeo diverso. E’ tempo di una governance seria e credibile con istituzioni comunitarie che sappiano finalmente operare con efficacia. L’Europa non si costruisce con miseri accordi intergovernativi ma con una reale integrazione, capace di coniugare il rigore e la crescita, in un quadro di equilibri politici rispettoso della pluralità delle voci nazionali. Il resto appartiene al libro del passato!
 
 

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica