31 marzo 2007

Francesco Petrarca

Il piu' europeo
dei poeti
di Augusto da San Buono

Per Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca non fu solo il poeta laureato, il vate europeo, conteso dai potenti, dittatore indiscusso del gusto letterario, lo splenetico poeta che vagava dall’Italia alla Francia, dalla Germania alla Spagna, dalle Fiandre alla Boemia, “nell’ingannevole speranza di fuggire da se stesso”, ma fu soprattutto l’unico vero amico della sua vita, a cui rimase fedele fino alla morte. Erano diversi in tutto, i due “geni” della letteratura italiana, il più giovane Boccaccio (aveva nove anni di meno) era emotivo, ingenuo, passionale, umile, con consuetudini semplici ed esperienze limitate; il Petrarca, invece, era il “Virgilio del Medioevo”, il poeta d’Europa, sicuro di sé, della propria fama e grandezza, ricco di amor proprio e orgoglio per il proprio genio letterario (disse che i Principi e i potenti del secolo avevano vissuto con lui e non viceversa). Ciò che li unì, li legò profondamente fino alla fine fu il profondo amore, la divorante passione per la letteratura, di cui non poterono fare a meno. Il regalo più grande, inestimabile, che il più giovane Boccaccio fece al grande maestro e amico fu un trattato di Sant’Agostino, e alcune opere di Cicerone e Varrone ricopiate da lui stesso. Regalare un libro, e soprattutto copiarlo, costituiva una delle massime prove di amicizia. Un libro allora costava un patrimonio. Ebbene, quando Petrarca fu prossimo ai settant’anni ed era pieno di affanni e di acciacchi (sarebbe morto nel 1374, giusto a quell’età), il piu' letterato dei letterati, l'uomo che visse per la letteratura e dichiarò “essere quella la vera vita”, confidò all’autore del Decamerone che era di "umili origini". Boccaccio lo ringraziò per la sincerità dimostrata, da vero amico, e contestualmente lo invitò – come aveva fatto lui ormai da tempo - a farsi da parte, a riposarsi, a godere dei frutti degli studi, e lasciare il posto ai giovani. Il vecchio Petrarca lo guardò a lungo, poi disse: "La fatica continua e l'applicazione sono l'alimento dell'animo mio. Quando comincero' a rallentare e a cercare riposo, tieni per certo che cessero' di vivere”. E poi aggiunse: ”Per me leggere e scrivere sono fatiche assai lievi, son dolce ristoro che conforta dalle fatiche piu' gravi e ne produce l'oblio. Non v'ha cosa che pesi men della penna, ne' piu' di quella diletti; gli altri piaceri svaniscono e dilettando fan male; la penna stretta fra le dita da' piacere, posata da' compiacimento, e torna utile non solo a chi scrive, ma ad altri ancora che son lontani e talvolta anche a quelli che nasceranno dopo mille anni.
In questa dichiarazione d'amore nei confronti dell'attivita' letteraria e' anche implicita l'orgogliosa consapevolezza della gloria che si puo' acquisire con le lettere, gloria che non solo perdura ai tempi nostri, ma addirittura celebra in lui, il poeta laureato, il piu' rappresentativo poeta europeo di tutti i tempi, il piu' "europeo" dei letterati, colui che incarna con la sua lirica la possibile salvezza, la redenzione dell'uomo, attraverso la poesia.
Non c'e' stato poeta italiano, dopo di lui, che non abbia attinto alla sua poesia: un albero maestro le cui fronde e la sua lunga ombra si e' proiettata in tutti i secoli, fin nel '900, non solo nel solco di poeti italiani come l'Ungaretti della Terra promessa, Sereni e, da ultimo, Zanzotto, ma anche poeti europei di grande portata come Rene' Char, Mandel'stam, Celan rendono omaggio al grande Petrarca: "Nella piaga chimerica di Valchiusa, l'ho guardato soffrire; era, benché prostrato, un'acqua verde laggiù, e poi anche una strada. Fiore ondulato d'un insonne segreto. Di che cosa soffri, tu, Petrarca? Dell'irreale intatto dentro il reale devastato?”.
Solo questo può testimoniare la poesia: dell'irreale intatto, della sua nuda forma, dentro il reale devastato. E c'erano stati poeti che quella devastazione avevano conosciuto, come Osip Mandel'stam, inviato nei campi di concentramento staliniani, o Paul Celan, che aveva visto morire i suoi genitori nei campi nazisti, e leggevano Petrarca ai compagni di deportazione: "E noi cantavamo Petrarca, con labbra invase dal giunco, Petrarca in orecchi di Tundra”.
Ma non il Petrarca dei manieristi, non il Petrarca cantore di Laura diviene voce del novecento poetico, ma quello del deserto immemoriale ove “I detriti del tempo, deposti dalla storia, attendono pensiero e redenzione”.
Scrive Paul Celan:
I cavalli selvatici urtano sonanati corni di mammutt/ Petrarca è di nuovo in vista nel vuoto galoppo del tempo mentre nelle polveri di morte dispaiono I plotoni dell' agire un'eco s'impiglia, si rapprende, è pensiero per sempre rattenuto: ”I' son già stanco di pensar sì come/ I miei pensier in voi stanchi non sono".
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