Umberto Montin – Il sangue dei randagi - a cura di Marcello Sgarbi

 


Umberto Montin Il sangue dei randagi - (Robin Edizioni)

Collana: Le Giraffe

Formato: Copertina flessibile

Pagine: 568

ISBN: 9791254677933


Come ho già fatto in qualche altra occasione, in questa recensione voglio dare spazio a un autore che solo a torto potrebbe essere considerato minore. Secondo me è invece degno di stare alla pari di un Lucarelli, di un Faletti – peraltro al tempo dell’uscita di Io uccido incensato dal critico Antonio D’Orrico del magazine Sette del Corriere della Sera, che lo aveva definito “il più grande scrittore italiano” – o ancora meglio dell’Antonio Manzini di Rocco Schiavone.

Sì, perché il vicequestore Martino Ribaud, il personaggio creato da Montin già per A muso duro, pubblicato per lo stesso editore e per la stessa collana nel 2020, protagonista anche di questo avvincente noir, fa parte di quel novero di investigatori che convivono con i loro vizi e i loro difetti. Anche Ribaud, alter ego dell’autore, tanto quanto Schiavone ha i suoi lati in ombra. E viaggiando controcorrente come i salmoni, alieno ai ruoli istituzionali, persegue un unico obiettivo: la ricerca della verità, a ogni costo.

Come tutti i noir che si rispettino, anche in Il sangue dei randagi la narrazione segue due binari paralleli. Il primo traccia la linea delle indagini sull’omicidio di una donna dell’alta borghesia ferrarese, uccisa in modo efferato, il cui cadavere viene scoperto in un appartamento disabitato di Bologna. E il primo gnommero – come lo definirebbe il Carlo Emilio Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana – il primo garbuglio che il vicequestore si trova a sgrovigliare parte da un biglietto ritrovato addosso alla vittima, sopra il quale c’è scritto il nome del dirigente dell’Anticrimine di Como: Martino Ribaud.

Quanto alla donna trucidata sembrerebbe tanto assomigliare a un vecchio amore del vicequestore, se non fosse che il suo nome è diverso. È da qui che si diparte l’altro binario lungo il quale si sviluppa la seconda indagine dello sbirro con l’eskimo, così come lo definisce Montin. Al limite dell’illegalità il vicequestore, affiancato dalla collega Nina e da altri comprimari tratteggiati altrettanto bene quanto i protagonisti, sulle orme del suo passato di randagio, reduce delle barricate dei ribelli fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, spostandosi fra l’Emilia Romagna, il lago di Como, Parigi e il Veneto porterà alla luce un sistema degenerato, edificato su cadaveri, corruzione, inquinamenti di prove e depistaggi.

Saranno soprattutto i vecchi compagni delle sue avventure barricadere – non a caso Ribaud indossa l’eskimo, icona dell’impegno politico di sinistra, cantato da Guccini negli anni Settanta in un brano che portava come titolo il nome del tipico capo di abbigliamento – ad aiutare il vicequestore a scovare il bandolo della matassa intrufolato nei segreti custoditi a Parigi e legati alla fuga in Francia negli anni Settanta di tanti randagi come lui.

Il noir è condotto con maestria, preciso e circostanziato sia nei dialoghi sia nelle descrizioni d’ambiente, dove ho ritrovato vie e luoghi visti di persona o addirittura nomi e circostanze di cui ho scritto. Come per esempio Andrea Pazienza e Filippo Scòzzari, protagonisti del mondo del fumetto proprio negli anni rievocati da Montin. Ne ho trattato in particolare in Dr. Ostani & Mr. Kramskyun libro-intervista incentrato sulla figura di Fabrizio Ostani, sceneggiatore e autore unico – già componente del collettivo Valvoline Motorcomics – e sul periodo d’oro del comic.

Accurato nel delineare i personaggi della sua storia, Umberto Montin porta il lettore al di là delle vicende narrate, per riflettere e fare riflettere sul conflitto fra legge e giustizia, fra il bisogno di verità e la smania di potere. Leggendo Il sangue dei randagi l’insidia del male ve la sentirete scorrere nelle vene.

«Precipitata lì dal passato recente, Lo svelavano la gonnellona a grandi fiori, il maglione abbondante e infeltrito, l’eskimo fuori stagione e la borsa lavorata all’uncinetto. Una figlia degli anni Settanta finita a transitare nell’era della lievità portandosi a rimorchio i suoi simboli e le sue idee».

«La bugia bastò ad addolcire quello sguardo caldo come un tizzone».

«L’ombra del Palazzo dei Diamanti si stende su corso Ercole I d’Este, i ciottoli, la pietra dei marciapiedi, la ducale immobilità di una – e la migliore – fra le pochissime strade rinascimentali rimaste tali in Europa. Il sole aveva tentato un’apparizione, ora i nuvoloni si avvicinano dipinti da venti freddi in quota, nervosi e insinuanti a terra».

«La generazione dei “randagi”, come li chiamo io. Non hanno avuto torto, non ti pare?” Guai a cadere nel tranello della discussione politica. A Martino serve altro. Un nome e un cognome, Zillo Mirta. Anzi, scusa… il solito vizio del poliziotto. Volevo dire Mirta Zillo. Mai sentita? Una compagna che studiava a Bologna. Veneta d’origine. Brava, radicale. Arrabbiata dura. È arrivata a Parigi, nell’82, non so se è rimasta, ma nessuno pare l’abbia più rivista».

«Sulla strada verso l’ufficio Martino sceglie di rallentare per osservare il lago. Lo rilassa sempre, quasi come la notte. Qualche minuto per riflettere l’incarico straordinario. Poco importa che sia domenica. Studierà il dossier del convegno nell’hotel pluristellato di Cernobbio, la tradizionale parata di politici, banchieri, manager ed economisti che, ben accomodati fra velluti e luci, spiegano come il mondo crescerà, che la crisi è alle spalle, che staremo tutti un po’ meglio. Con l’eccezione di alcuni miliardi di individui».

«Coriani. Grigio come l’abito che indossa. Complessato e intimidito dal mondo».


© Marcello Sgarbi

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