I GIORNI DEL SORRISO di Gianfranco Galante a cura di Vincenzo Capodiferro
I GIORNI DEL SORRISO di Gianfranco Galante
Una poetica osservazione, un’attenta riflessione sul tempo che passa
“I giorni del sorriso” è la nuovissima silloge di Gianfranco Galante, GfG, Varese 2026: «La raccolta “I giorni del sorriso” si configura come un itinerario interiore, dove il tempo non è soltanto misura esterna ma diventa esperienza che plasma il sentire. Il sorriso, lungi dall’essere un segno superficiale di gioia, esso si rivela come gesto di consapevolezza: un riconoscimento dei propri limiti, una pacificazione con la fragilità, un equilibrio tra luce ed ombra».
Il sorriso diviene espressione di quella che un tempo veniva definito il gaudio: una gioia profonda che affonda le sue radici nelle viscere della temporalità. L’atteggiamento di Gianfranco è ottimistico e comico: ma questo non sminuisce affatto il senso di tragicità dell’esistenza umana. Ci sono diversi atteggiamenti verso la vita e verso l’immensità dell’universo e del tempo stesso, che potremmo definire romanticamente di angoscia, di ironia, di imitazione. Sorriso per Galante non significa solo stare sempre con una fila di denti smaglianti, tanto per fare la pubblicità a qualche dentifricio. Sorriso significa accettazione dell’esistente, del fato. Galante non a caso cita Nietzsche: «abbracciare il caos e trasformarlo in danza».
Pur ch’io sia essenza
al mondo non fa differenza
nessuno saprà s’io sia solo
e s’esista sofferenza.
L’uomo è drasticamente lacerato tra essenza ed esistenza, tra l’umanità e la solitudine. C’è una solitudine individuale, ma c’è anche una solitudine di specie.
Tempo,
hai il passo leggero di chi se ne va,
senza rumore e senza pietà:
eppure una scia a tristezza sottile,
non punge, mi duole e pur resta sottile.
Il tema del tempo è forte: il tempo è rivelazione. Il sorriso è (rivelato). Cosa significa in fondo? Il giorno è l’universo che ci sorride ancora, con la sua luce, ora intensa, ora ascosa tra nubi, ora calda, ora fredda, ora chicchessia. Ci siamo ancora. La nostra essenza non verrà scalfita, perché in fondo in noi c’è una parte che appartiene all’essere e l’altra che appartiene al tempo. Il tempo è costituzione essenziale dell’esistente. Io esisto.
Come nelle altre raccolte di Gianpi, qui troviamo una ricchezza di tematiche, che vengono riproposte, proprio come un bel mazzo di fiori. I fiori cambiano posizione, ma sono sempre gli stessi. Ogni mazzo è diverso da un altro, è bello quanto un altro, è singolare quanto un altro. In questo mazzo troneggia l’amore. Amore diviene desiderio, attesa, quando s’avverte la mancanza, o non-presenza dell’altro, anche nella semplice presenza quotidiana. La semplice presenza, nel linguaggio esistenzialistico, ci riduce a puri enti, a oggetti. L’amore si rivela, invece, tra soggetti, tra persone, che si accorgono di esistere, proprio amandosi.
Io,
che non sono la tua assenza,
che non sono la tua mancanza,
che non sarò mai la tua sorpresa,
che non arò mai l’abbraccio che ti manca,
che non avrò mai le carezze che mi manca,
che non avrò mai le tue lacrime,
ché non avrai motivo di piangere per me…
L’amore dà il senso all’esistenza. È la vera luce rivelatrice. Rivelazione si ricollega a illuminazione. Senza luce non vediamo: ciò vale per la vista del senso, per quella del senno (terzo occhio) e soprattutto per quella del cuore (io direi quarto occhio). Si può veramente amare più di una persona, o l’amore è unico, bipersonale? Questo era il dilemma di Kierkegaard: l’amore estetico, l’amore etico, l’amore religioso. E come amiamo noi stessi? Insieme all’altro o in maniera univoca? E come inseriamo Dio in questo rapporto? Per chi crede, naturalmente. Tanti sono gli interrogativi che suscita la poesia di Gianpi. Lasciamo al lettore un’attenta riflessione.
Vincenzo Capodiferro

Commenti
Posta un commento
I commenti sono moderati e controllati quotidianamente.
Tutte le opinioni sono benvenute. E' gradita la pacatezza.