L’”ABBRACCIO DEL FIUME” DI ANGELO D’ORSI a cura di Vincenzo Capodiferro


L’”ABBRACCIO DEL FIUME” DI ANGELO D’ORSI

Cinque racconti fantastici ambientati sulle sponde di un fiume immaginario


L’abbraccio del fiume” è un libro di Angelo D’Orsi, pubblicato nel 2024 e dedicato al fiume Basento. Leggiamo nella descrizione: «L’eterna lotta tra il bene e il male in cinque racconti fantastici ambientati sulle sponde di un fiume immaginario. Storie in cui amore e odio si confondono sino a perdersi nella follia. Le sponde del fiume, dove si incrociano i destini di tanti umani, con poche vittorie e innumerevoli fallimenti. Il fiume con le sue regole, le creature che ospita che lottano ogni giorno per la sopravvivenza. Cinque piccoli singoli racconti in cui le storie dei personaggi si intrecciano tra di loro mettendo in evidenza un comune denominatore rappresentato dall'ineluttabile fine dell'esistenza e il successivo giudizio di castigo per una vita mal spesa o di premio per una vita virtuosa. Un fiume reale, il Basento, rappresentato in un tratto di meno di 2,5 km che nasconde una biodiversità sorprendente, descritta da oltre 90 tra schede conoscitive, immagini fotografiche ed acquerelli. Dalle schede, corredate di foto, è possibile conoscere il nome e l’ordine di appartenenza dell’animale o della pianta, una breve descrizione dell’habitat e le principali caratteristiche, l’area di avvistamento, la frequenza e il periodo di avvistamento. Dagli acquerelli una prospettiva artistica, diversa da quella offerta dalla macchina fotografica». Nella presentazione interviene la scrittrice Teresa Armenti, la quale è stata anche insegnante dell’autore presso la scuola media statale di Castelsaraceno “Ciro Fontana” e ne ricorda con affetto la fitta personalità: «Sin da piccolo, Angelo si distingueva per un forte amore verso la natura e per una curiosità particolare che lo portava ad osservare attentamente il mondo attoerno a lui. Ricordo le interminabili discussioni sugli Ufo in classe. Spesso si intratteneva a parlare con mio padre ed ad ascoltare i fatti di guerra. Quando mio padre tornava a casa dalla campagna con l’asino carico di legna, Angelo subito si pordigava a sistemare la legna nella stalla; poi si avvicinava all’animale e lo accarezzava dolcemente. Dal terrazzo della sua casa, che era di frotne alla mia, il suo sguardo si posava a lungo sull’albero magico del sambuco, che sporgeva da un muro in modo contorto...»: bellissima descrizione di un allievo fatta dalla sua sensibilissima maestra. Quell’albero di sambuco poi torna nei racconti, come l’albero scelto da Giuda per il suo gesto finale, un albero avvelenato: secondo la tradizione, velata da Angelo, Giuda è sì il trasgressore, ma anche il mistico cercatore. Il suo suicidio è un finto gesto finale: Giuda si sarebbe appeso, come nei Tarocchi, in modo contorto, come Odino. L’essere appeso/sospeso nel vuoto del nulla indica un atteggiamento di nullificazione, necessario. Lo svuotamento precede il riempimento d’essere. Giuda è il traditore per eccellenza. Tradire ha un duplice significato: seguire e deviare. Angelo D’Orsi in questi mistici racconti ci presenta il Basento, questo fiume ancestrale, che scorre placido sotto l’antica Potenza, di romana ascendenza. Oggi il letto del Basento è stato ben corredato con un fine copriletto: un parco fluviale ampio. Qui in questo scrigno naturale, Angelo vaga come un umanistico esploratore. Quest’opera letteraria riporta il resoconto di questi suoi viaggi naturalistici. Il Basento, l’antico Casuento, citato da Plinio, che significa fiume freddo è carezzato da una soavità ancestrale. Questo fiume navigabile era il cordone ombelicale di Potenza al Mondo, perchè era navigabile. Da questo cordone risalgono a Potenza san Gerardo e il conte Guevara, i turchi. Angelo paragona san Gerardo a Vlad III di Romania, il conte di Dracula: entrambi hanno salvato la civiltà occidentale dai Turchi. La farfalla simboleggia la resurrezione, la trasmutazione, la metamorfosi spirituale. Angelo D’Orsi vede nel fiume il lacrimatoio dei cari sopravvissuti alla falce della Morte: «Se il fiume è alimentato dalle lacrime versate dai defunti che hanno patito in vita la violenza del peccato, il gorgoglio delle sue acque sarà la somma dei gemiti di chi di questa ne è morto». Bellissima anche questa immagine: l’al di là nelle mitiche toponomastiche ci è presentato sempre come l’altra riva di un fiume che bisogna attraversare. La metamorfosi della farfalla è ascendente. La vita è un continuo progresso, è evoluzione creatrice, come sosteneva Bergson. Angelo si presenta come un esploratore che scorre sulle rive del fiume: ci sovviene Eraclito col Panta Rei. L’acqua non è mai la stessa. L’antico proverbio recita: Acqua passata non macina mulino. Così è lo scorrere dell’inesorabile ruota della temporalità. Questo fiume della vita ha una forte valenza esistenziale e ci mette misticamente in rapporto con l’al di là. Attraversare il fiume della vita implica il passaggio mitico al nuovo mondo, rievoca i fiumi infernali, Caronte il mistico nocchiero psicopompo, cioè trasportatore di anime. Il Casento, l’antico Casuentus, citato da Plinio, il fiume freddo, ci fa ricordare il Lete, il fiume dell’oblio, un oblio necessario, che segna il passo all’altra vita, in altre dimensioni dell’estistenza. La bellezza di questa raccolta di Angelo risiede non solo nel profondo senso naturalistico (vi si offe un percorso di valorizzazione di quello che potrebbe essere una nuova fons viva territoriale: il parco fluviale, con tutte le sue meraviglie, bellezze floro-faunistiche), ma anche nel contempo nel richiamo forte al cammino che ogni uomo deve necessariamente fare nella vita: attraversare il fiume della vita, con tutte le sue situazioni, gettatezze, insenaure, dolci pendii, o cascate, attraversare il fiume longitudinalmente, cioè scorrere insieme a ciò che si definisce Vita, ed ad un certo punto trasversalmente, cioè con la morte, uscire all’altra riva. Un’immagine bella che mi viene in mente, leggendo Angelo, è quella dell’imperatore Federico Barbarossa, che morì guadando il fiume: immagine potentre, azzeccata, che ci può far capire veramente il forte messaggio anche mistico che l’autore vuol comunicarci. E per di più i discendenti della casa di Svevia si innamorarono della nostra Lucania, terra di boschi, di lupi, di luce. Non distante lo Stupor Mundi, Federico II, dal gorgoglioso ed orgolioso Casuento, fece edificare il castello di Lagopesole. L’abbraccio del fiume è l’abbraccio di questo fluido vitale che ci circola intorno e ci porta, ci conduce. Siamo come zattere, navicelle, in questo fiume, ora silenzioso, ora irruente, fino all’approdo ad altre rive. La morte è solo un passaggio da una riva all’altra. La morte è metamorfosi. Siamo tutti bruchi che divengono farfalle. Leggendo i racconti di Angelo ti ritrovi in un’immersione panica, come d’una dannunziana pineta.

Vincenzo Capodiferro

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