EUROPA, QUALE FUTURO? di Antonio Laurenzano


EUROPA, QUALE FUTURO?

di Antonio Laurenzano

Il 2026 si è aperto su uno scenario di forte incertezza geopolitica, un mondo fuori controllo in un ordine globale in trasformazione, un mondo più frammentato e più conflittuale in cui la (cattiva) politica ha preso il primato sull’economia. Una stagione particolarmente difficile per l’Unione europea da tempo persa nella nebbia dei contrasti e delle divisioni, avendo smarrito la bussola della storia, quella della straordinaria avventura di riunificazione continentale che aveva dato speranza a un’Europa in macerie dopo le due tragiche guerre mondiali del XX secolo. Una Unione europea debole con un ruolo marginale nei negoziati con l’Ucraina, balbettante nei confronti del tycoon della Casa Bianca, assente sulla Striscia di Gaza. Colpa della scarsa coesione economica e sociale, della mancanza di una politica estera e di difesa comuni, della evidente asimmetria tra la moneta unica e la politica economica e fiscale con mercati finanziari tuttora confinati in ambiti nazionali. Una situazione aggravata dalla deriva nazional-populista, in particolare dal “triangolo di Visegrad”, con Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia di freno per l’integrazione ma pronti a servirsi dell’Europa come mucca da mungere.

L’Ue è figlia di un’altra era geopolitica: non ha un modello istituzionale, né regole adatte a un rapido auto-rinnovamento, né omogeneità culturali, non ha leader carismatici, né democrazie e governi stabili quindi decisionisti ma quasi tutti di coalizione con problemi di estremismi politici e aggregazione del consenso popolare. Complici i lacci e lacciuoli di iper-regolamentazioni, il declino industrial-tecnologico e l’immigrazione incontrollata, l’Ue ha perso la competitività della sua industria e del suo modello di sviluppo. E quando cerca una via d’uscita per recuperare posizioni, dalla difesa all’energia, alla competitività, lo fa su basi nazionali e nazionalistiche penalizzando la dimensione europea dello sforzo. Tanta confusione, tante contraddizioni, tanti ritardi. Il vero tabù europeo è la crescita. Per anni si è preferito parlare di debito, regole fiscali e vincoli, evitando la questione centrale. L’Europa ha scambiato la stabilità con l’inerzia. Senza innovazione e un forte aumento della produttività il modello sociale europeo è insostenibile. E con la crisi demografica il welfare è a rischio.

Sullo sfondo di una situazione di forte stallo c’è la trappola del voto all’unanimità, il nodo primario per l’affermazione della identità europea. E’ il vincolo dell’unanimità che, a “difesa delle sovranità nazionali”, impedisce all’Ue di avere un’autorevole posizione condivisa, generando velenosi contrasti fra i 27 Stati membri. Un vincolo che condiziona le decisioni del Consiglio europeo dei ventisette capi di governo nelle politiche strategiche (sicurezza, difesa, esteri, asilo politico, fiscalità). Mentre nelle politiche regolatorie del mercato l’integrazione procede attraverso istituzioni che si bilanciano, nelle politiche strategiche l’integrazione procede (se procede) attraverso il coordinamento volontario tra i governi nazionali. Le decisioni hanno una natura politica così da escludere il Parlamento europeo dal processo decisionale e la Corte europea di giustizia dalla supervisione delle decisioni prese, con la Commissione europea ridotta ad esercitare il ruolo di segretariato dei Governi nazionali. Così, ogni governo nazionale può opporre il proprio veto, se ritiene che una decisione possa mettere in discussione la sovranità del suo Paese. Rompere dunque il dogma dell’unanimità: il consenso permanente ha prodotto paralisi, non coesione. L’Europa sta perdendo il suo ruolo, la sua natura e, in definitiva, la sua identità. Un’Europa senza anima che sembra svuotata di ogni originario valore ideale. Meglio un’Europa a più velocità (“cooperazioni rafforzate”) che un’Europa ferma, perfettamente regolata, ma perfettamente inutile. Regolare non sempre equivale a governare. Regolare senza investire, normare senza scalare, difendere senza produrre è una strategia perdente.

Da tempo si auspica il superamento del coordinamento volontario che ispira quelle politiche per liberarle dal monopolio decisionale dei governi nazionali. La carenza di un’azione comune indebolisce tutti. Ce lo impone un quadro internazionale allarmante, con i conflitti in corso e il progressivo declino di una visione multilaterale. “Occorre ritrovare lo slancio e il coraggio che animarono i grandi passaggi nel processo di integrazione”, ha dichiarato di recente il Presidente Mattarella, perché “l’Ue ha il dovere di contribuire allo sviluppo di un ordine internazionale fondato su pace e dignità, libertà e stato di diritto.” L’Europa torni dunque a essere protagonista per neutralizzare le scellerate guerre in atto, i crescenti squilibri geopolitici, le pericolose chiusure protezionistiche che alterano il mercato, causando danni alle economie. Un’Europa diversa per il 2026 per un nuovo europeismo in cui democrazie nazionali e integrazione europea non entrino più in rotta di collisione. Arrestare cioè ogni irreversibile decadenza per non cancellare luminose pagine di storia.

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