ARTICOLO SUL ROMANZO “NADIR” DI W. POZZI a cura di Giuseppe Terranova
ARTICOLO SUL ROMANZO “NADIR” DI W. POZZI
Il romanzo Nadir. L’edificio del silenzio (2025, Edizioni Paginauno) è l’ultimo libro di narrativa pubblicato dal monzese scrittore-editore e docente di scrittura creativa Walter G. Pozzi. Esso, cronologicamente, narra vicende svoltesi anteriormente a quelle descritte nel suo precedente romanzo Altri destini. Una storia degli anni Settanta (2003, Edizioni Paginauno); e, dato che essi sono strettamente connessi tra di loro, l’autore consiglia di far precedere la lettura di Altri destini a quella di Nadir, se si vuol pienamente comprendere l’intreccio di quest’ultimo.
Altri destini, infatti, è un romanzo manifestamente politico e generazionale, ambientato a Monza negli anni Settanta, durante gli “anni di piombo”; e ha, come protagonista e fulcro dell’intreccio, il giornalista e intellettuale d’opposizione Max Zeri. Egli è il direttore della rivista movimentista “Lotta”; e, in nome del giornalismo d’inchiesta in quegli anni tumultuosi e turbolenti, ne fa uno strumento di controinformazione, soprattutto dopo la morte d’un manifestante, ucciso durante un corteo di extraparlamentari di sinistra. Quella morte segnerà il suo passaggio del Rubicone, per non tornare più indietro, sbugiardando -per quella morte- le dichiarazioni ufficiali di questura e giornali d’area governativa; sostenendo la tesi che essa è stata, sì, un evento accidentale, ma che la ricostruzione fattane dai giornali è falsa, pubblicando anche la prova fotografica di quanto asserisce e addebitando la responsabilità di quella morte esclusivamente alle forze dell’ordine.
Gli anni Settanta, nella recente storia italiana, sono stati anni di grandi lotte popolari per la conquista di diritti civili, politici e sociali; ma sono stati, nel contempo, anche anni di terrorismo, di rivolte in carcere, di sequestri di persone, di gambizzazioni (di giornalisti, di docenti e intellettuali, di magistrati e uomini politici), di omicidi (soprattutto di uomini delle istituzioni, trasformati in simboli dello Stato, borghese e repressivo). La violenza diffusa e dilagante di quegli anni è stata fronteggiata con l’introduzione di “leggi speciali” antiterrorismo, con sconti premiali per i pentiti, carcere preventivo per i sospettati, carcere duro e di massima sicurezza per gli irriducibili, chiusura di giornali e riviste movimentiste dell’area extraparlamentare di sinistra (nel romanzo s’allude anche all’ “inchiesta Calogero”, che porterà al “Processo 7 aprile”); leggi speciali seguite da centinaia di arresti di militanti dell’area dell’Autonomia e di cani sciolti (accusati di associazione sovversiva, banda armata e insurrezione contro lo Stato) e di vari intellettuali d’area ritenuti le teste pensanti e la cupola direttiva del terrorismo e del sovversivismo italiano di quegli anni. Anche il protagonista del romanzo ( Max Zeri) viene arrestato, facendosi un quadriennio di carcere preventivo e due anni di arresti domiciliari, uscendone alla fine assolto, ma psicologicamente distrutto. La sua breve esistenza si concluderà col suo assassinio ad opera di due killer rimasti ignoti. Max ha un figlio, Roman, il quale, dopo gli anni adolescenziali tutti dediti al tennis e indifferenti del tutto alla politica e dopo l’assassinio paterno, decide di diventare scrittore, scoprendo lentamente la complessità e il valore della figura del padre, fino ad allora incompresi e poco apprezzati da lui.
Nel secondo romanzo Nadir. L’edificio del silenzio, Roman Zeri diventa invece protagonista e voce narrante, assieme a quella di sua zia Dafne, meditando a intervalli sulla tragica morte del padre e sulle traversie della sua famiglia. Nadir è un romanzo complesso, grazie all’intrecciarsi di storie individuali e collettive, di segreti svelati e colpi di scena, dove prevalgono sequenze riflessive tramite lo scavo psicologico fatto dai due protagonisti, Roman e zia Dafne. Tutto ciò viene fatto dall’autore con un linguaggio raffinato e intensamente introspettivo, con un lessico calibrato e cesellato e una perita sintassi ipotattica. Questo romanzo -a differenza di Altri destini- è un’opera prioritariamente psicologica (pur trattando temi oggi molto dibattuti e normati quali il patriarcato, l’eugenetica, la pedofilia, la violenza di genere), lasciando sullo sfondo la dimensione storico-politica (fascismo, antifascismo e Seconda guerra mondiale) e concentrandosi soprattutto sull’esplorazione dei labirinti insondabili della psiche umana. E, a tal proposito, il romanzo fornisce vari e tanti spunti di riflessione.
Le voci narranti, come accennavo in precedenza, sono due: quella di Dafne, che- con 1 serie di flashback- racconta al nipote quel che è accaduto a Vilnarmàisi (paese immaginario, anagramma di Silvimarina, un paese abruzzese) nell’arco di circa un quarantennio; e quella di Roman, che talvolta, narra al suo amico Oscar, per sentirne il parere e sgravarsi l’animo, quel che ha scoperto -tramite il racconto della zia- della storia pregressa della sua famiglia, e in particolare del nonno Argus Toifell.
Il sottotitolo del romanzo scaturisce dalla conclusione di una riflessione di Roman, formulata con le seguenti parole: “Eh sì, per quanto risulti difficile da credersi, la linfa vitale di qualunque famiglia non è la capacità di parlare e di comunicare i disagi, bensì la caparbietà e la tenacia nel tenerli nascosti dentro la cassaforte del silenzio” (p. 309). L’edificio (o la cassaforte) del silenzio è la metafora del silenzio omertoso, che ha caratterizzato e segnato sia la storia familiare di Roman che quella degli abitanti di Vilnarmàisi, a causa dei fatti accaduti durante il fascismo, durante la Seconda guerra mondiale e i decenni successivi post-bellici. Tali episodi (individuali, familiari e paesani), sono rimasti a lungo segreti e saranno rivelati, poco per volta, da zia Dafne al nipote; cosicché il romanzo si trasforma in una vera e propria saga familiare e paesana, in cui ricordi e memorie, segreti inconfessabili, odi e vendette si mescolano in un crescendo sconvolgente; e dove, tra realtà e finzione, s’intrecciano le vicende di più generazioni, con vari personaggi che entrano ed escono continuamente di scena, riservando al lettore più di una sorpresa, soprattutto nel finale del romanzo.
Vilnarmàisi è un piccolo paese, alla Macondo di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garzía Márques, in cui si vive tagliati fuori dal resto del mondo, dove tutti sanno tutto di tutti, ma fingono di non sapere nulla l’uno dell’altro, vivendo immersi nella finzione e nell’ipocrisia, in un contesto di violenza celata (sia individuale che familiare e paesana), tra manipolazione e odio; vi s’intrecciano storie di stupri e pedofilia, di amori puri e impuri, all’interno di una società patriarcale e gerarchica, dove nessuno ne esce bene.
Nel romanzo di Pozzi prevalgono figure come quella di zia Dafne, la voce narrante principale, ritenuta pazza dai parenti; quella del nipote Roman, altra voce narrante e scrittore a cui essa demanda il compito di far conoscere ciò che gli sta raccontando sulla storia della famiglia e sulla casa del silenzio; quella di Argus Toiffel (il “Colonnello”), personificazione del diavolo (Teufel), archetipo e simbolo del Male, patriarca violento e rozzo e anima nera del piccolo borgo; quella di Nadir, capo dei ribelli e di una banda di minorati (egli è figlio di Osvaldo Pomarici all’anagrafe, ma di Toiffel nella realtà, in quanto suo figlio illegittimo), che vuole uccidere il padre biologico, prima d’essere ucciso da lui; confessandolo anche, apertis verbis e in presenza di Dafne, alla madre Argentina (la panamense Louise Coindé).
Vilarmàisi non è affatto un luogo dai tratti edenici, ma un concentrato di tutto ciò che la morale e il senso comune definiscono Male (adulterio, sessismo, violenza di genere, pedofilia, patriarcato, odio per la deformità, omicidio, strage); è un piccolo mondo antico immaginario e violento, simbolo dell’Italia novecentesca pre-industriale; una sorta di paese paradigmatico italiano, con un ambiente malato, di cui l’autore si serve per fare -tramite alcuni suoi personaggi- un’approfondita introspezione psicologica dell’animo umano. A Vilarmàisi tutto ruota attorno alla figura patriarcale di Argus, rivissuta tramite i flashback di zia Dafne, nel raccontare al nipote il passato suo e la storia pregressa del paese, in cui nessuno -per quello che è accaduto negli anni del fascismo e nei decenni successivi a quelli bellici- può sentirsi e definirsi innocente per ciò che gli va raccontando; e, soprattutto, per l’omertoso silenzio che ha contraddistinto la storia del loro paese (che Argus ha controllato e dominato per anni).
L’altro grande tema del libro è quello del regime fascista che, per circa un ventennio, ha soffocato ogni anelito democratico e di libertà non solo in Italia, ma anche a Vilnarmàisi, e di cui Toiffel ha incarnato lo spirito, divenendone un convinto esponente e uno spietato rappresentante locale. Il romanzo Nadir così è più un romanzo di violenza privata e di spargimento di sangue, fatto però passare -nel secondo dopoguerra- per violenza politica tra fascisti e antifascisti. Nel romanzo si descrivono, così, la microstoria personale e familiare, prevale sulla macrostoria di un’intera nazione e del modo in cui il fascismo ha ammaliato, narcotizzato e plagiato le coscienze degli Italiani, col motto “Credere, Obbedire, Combattere”, generando comunque odi e tragedie anche nella piccola Vilnarmàisi.
Alla fine del romanzo, la zia si congeda da Roman dicendogli che, dopo quella sua lunga rivisitazione del passato, egli sa finalmente chi è e da dove viene; e di quanto gli ha raccontato deve farne tesoro e scriverne un libro, perché ciò che gli ha narrato dev’essere ricordato anche presso i posteri; esortandolo, infine, a non dimenticare mai i suoi morti e di portare i fiori sulla tomba del padre Max.
Giuseppe Terranova

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