Andrea Camilleri – Il ladro di merendine a cura di Marcello Sgarbi
Andrea Camilleri – Il ladro di merendine (Sellerio)
Collana: La memoria
Pagine: 256
EAN: 9788838913198
Con la morte di Andrea Camilleri – peraltro molto longevo - abbiamo perso un grande narratore. La sua figura assomiglia a quella di un nonno che, seduto accanto al camino, con voce calda e profonda si mette a raccontare tante storie piene di curiosità. Un pacato affabulatore, insomma. Non a caso, nel film “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” - tratto dall’omonimo libro di Dino Buzzati – il regista Lorenzo Mattotti gli aveva affidato il ruolo del vecchio orso.
In questo giallo – il terzo del lungo e prolifico ciclo dedicato a Montalbano – secondo me non è tanto la trama principale a contenere gli elementi narrativi più attraenti, quanto quello che leggiamo sottotraccia: il tormentato rapporto del commissario con il padre.
L’indagine parte da una serie di eventi concomitanti e apparentemente non collegati fra loro. Nello stesso giorno, sparano a un marinaio tunisino che si trova a bordo di un’imbarcazione italiana e lo uccidono. Nel frattempo, all’interno di un ascensore viene accoltellato l’ex commerciante Aurelio Lapecora e sparisce misteriosamente Karima Moussa, una bellissima colf tunisina.
Solo l’abilità di Montalbano permette di dipanare l’intreccio, ma quello che rende veramente interessante Il ladro di merendine è la lettura del rapporto padre-figlio.
Passò dalla putìa di càlia e simenza, s’accattò un cartoccio consistente, principiò la sua camminata sul molo. Mille pensieri gli passavano per la testa, ma non arrinisciva a fermarne uno. Arrivato al faro non si arrestò. C’era, proprio sotto il faro, uno scoglio grosso, scivoloso di lippo verde. Riuscì ad arrivarci rischiando a ogni passo di cader in mare, ci s’assittò sopra, cartoccio in mano. Ma non lo raprì, sentiva una specie di ondata acchianargli da qualche parte del corpo verso il petto e da lì salire ancora verso la gola, formando un groppo che l’assufficava, gli faceva mancare il fiato. Provava il bisogno, la necessità, di piangere, ma non gli veniva.
Poi, nella confusione dei pensieri che gli attraversano il ciriveddro, alcune parole divennero di prepotenza più nitide, fino al punto di comporre un verso: “Padre che muori tutti i giorni un poco…”. Che cos’era? Una poesia? E di chi? Quando l’aveva letta? Ripeté il verso a mezza voce: “Padre che muori tutti i giorni un poco…”.
E finalmente dalla gola sino a quel momento chiusa, serrata, il grido gli niscì, ma più che un grido un alto lamento d’animale ferito al quale, immediate, fecero seguito le lacrime inarrestabili e liberatorie.
Quand’era avvenuto il silenzioso allontanamento tra lui e suo padre? Era stato, questo Montalbano non poteva negarlo, un genitore sollecito e affettuoso. Aveva fatto di tutto perché la perdita della madre gli pesasse il meno possibile. Le fortunatamente poche volte in cui, da adolescente, era caduto malato, suo padre non era andato in ufficio per non lasciarlo solo.
Che cos’era allora che non aveva funzionato? Forse c’era stata tra loro due una quasi totale mancanza di comunicazione, non riuscivano mai a trovare le parole giuste per esprimere vicendevolmente i loro sentimenti.
Tra i due si era alzato un muro; di vetro, certo, ma sempre muro. E così i loro incontri si erano progressivamente ridotti a una o due volte l’anno. Suo padre arrivava di solito con qualche cassetta di vini prodotti dalla sua azienda, si tratteneva mezza giornata e ripartiva.
Montalbano trovava il vino ottimo e orgogliosamente l’offriva agli amici dicendo che l’aveva prodotto suo padre. Ma a lui, a suo padre, l’aveva mai detto che il vino era ottimo? Scavò nella memoria: mai.
Così come suo padre raccoglieva i giornali che parlavano di lui o gli venivano le lacrime quando lo vedeva in televisione. Ma per la riuscita di qualche inchiesta con lui, di persona, non si era mai congratulato.
© Marcello Sgarbi

Commenti
Posta un commento
I commenti sono moderati e controllati quotidianamente.
Tutte le opinioni sono benvenute. E' gradita la pacatezza.