ANTICHE DEVOZIONI Una raccolta fervorosa di preghiere, inni sacri e raccomandazioni spirituali a cura di Vincenzo Capodiferro
ANTICHE
DEVOZIONI
Una
raccolta fervorosa di preghiere, inni sacri e raccomandazioni
spirituali
“Antiche
devozioni” - edito da Cavinato Editore, 2018 - è una raccolta di
preghiere, di inni sacri, di raccomandazioni spirituali, fervorini ed
altri esercizi di pietà. Si tratta di un’antologia di diversi
autori, accomunati dal senso della pietas
christiana. Non
dimentichiamo che esiste un Illuminismo cristiano che fa capo
all’Illuminazione di Sant’Agostino, un’illuminazione un po’
diversa, ma simile a quella del Buddha. Simile perché quella
cristiana parte dallo sforzo umano, tendente perennemente all’Homo
Homini Deus
e giunge all’incontro divino, del Signore che scende dall’alto,
il tutto congiungentesi nel nexus
crucis, la
follia
crucis
da Erasmo a Kierkegaard. Il cammino è sempre bipolare, non
unilaterale: è l’uomo e Dio che si muovono congiuntamente, l’uno
verso l’altro, nell’infinito abbraccio d’amore, simboleggiato
dalla Croce, incontro paradossale tra orizzontale-umano e
verticale-divino. Non dimentichiamo poi che ci sono sempre gli Homo
Homini Lupus
ed i peggiori sono quelli travestiti da agnelli. L’Illuminismo
cristiano a differenza dell’Illuminismo storico non fa capo solo
alla luce della Dea Ragione, ma anche e soprattutto alla luce del
Cuore. Feuerbach scriveva: L’uomo
nella preghiera adora il suo stesso cuore.
Ma non ha capito? Aveva proprio ragione! Perché è il cuore dove
dimora Dio stesso: Noli
exire! Redi in te ipsum. In interiore homini habitat Veritas.
Tra questi scritti raccolti ricordiamone alcuni: le “Preghiere
cristiane” di un’anonima devota trentina. È una donna di fede
che prega col cuore. E questo è l’importante: la preghiera del
cuore, che ci ricorda da lontano gli antichi Padri! Ricordare
significa “memoria del cuore”. Se non si ha prima amato, non si
può riportare alla memoria; ricordiamo ciò che abbiamo amato e ciò
che abbiamo amato è indimenticabile, si sedimenta nel cuore, che è
anche la sede di quel famigerato “Inconscio” o “Es” di
freudiana memoria. La preghiera diventa sfogo dell’anima, non
semplice gioco di parole: questo
popolo mi onora colle labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
Ecco il senso vero della pietas
christiana. Questo
pietismo cui anche il grande Kant fu educato, - prima che si
ribellasse ad esso col razionalismo critico - non è vuoto
devozionismo, ma vera devozione. Quando prende il sopravvento la
ragione, il cuore viene soffocato dalle spine, dai roveti. È come il
seme gettato tra le spine del mondo o in mezzo alla strada, che viene
divorato dagli uccelli del bosco. Eppure Dio è un seminatore
speciale! Quale seminatore va a buttare i semi in mezzo alle spine, o
sulla strada, o ai bordi delle strade? Facciamo come Mussolini che
faceva piantare il grano ai bordi delle ferrovie! Eppure Dio vuole
sprecare il suo seme! Semina dappertutto. “Le parole sono semi”
tanto più la Parola, il Logos. Apollo ha distrutto la preghiera
dionisiaca, quella del cuore, tanto per usare una terminologia
nietzschiana. Ecco perché “Dio è morto!”, perché è morto il
cuore, il dionisiaco che c’è in noi e non amiamo più Dio, e di
conseguenza non ci amiamo più veramente, perché, come sosteneva
Barth: l’inoggettivabilità di Dio porta inevitabilmente
all’insoggettivabilità dell’io. Poi un altro scritto da cui sono
tratti i testi è “Orazioni secrete della Santa Messa” del 1796.
Le preghiere sussurrate, quasi runiche (“Runa” significa
sussurro, non è il caso di ricordare ”L’uomo che sussurrava ai
cavalli” di Evans), si dovevano recitare in segreto, seguendo le
varie parti della celebrazione e della liturgia della messa. A
corredo vi sono delle raccomandazioni di un padre spirituale che si
rifà alla scuola del grande San Francesco di Sales. E riprendendo
questo Santo che paragonava la Religione a un grande campo pieno di
fiori: noi abbiamo raccolto nel campo questo mazzetto, un’antologia,
che significa appunto “raccolta di fiori”, per offrirla al
“viandante sul mare di nebbia” dell’uomo d’oggi. E San
Francesco cita nella Filotea
l’esempio
classico di Glicera, questa bellissima florivendola, che prendeva
sempre gli stessi fiori li disponeva in modo diverso tanto da averne
diversi mazzi e da incantare il pittore Parrasio. Così sono questi
fiori che abbiamo raccolto. Ringrazio veramente di cuore l’editore
Cristian Cavinato che ci ha accolto un piccolo scrigno di
spiritualità cristiana, che già ha visto alle stampe “Teodicea”
e “Golgota”. L’uomo occidentale, che vive fortemente questa
esperienza del “tramonto”, si rivolge, dopo il vuoto incolmabile
del Parricidio collettivo: la “morte di Dio!” alle religioni
orientali, alla spiritualità pagana, a tanti altri filoni. Eppure
non sa che si perde! Ha davanti agli occhi questo campo di fiori
della spiritualità cristiana. Cosa ha invidiare la mistica cristiana
di una Teresa d’Avila o di tanti altri, che non stiamo qui a
menzionare, alle mistiche orientali, o alle mistificherie
farraginose e nebulose che circolano oggi nel “mare di nebbia”,
che ha perso lo sguardo verso l’Infinito? Eppure noi abbiamo gli
occhi impappinati di ricotta: ci piace di più la mistica orientale,
è più bella, va più alla moda! E ci siamo dimenticati totalmente
di Cristo, tanto è vero che il Re si è stancato ed invita alle
nozze gli storpi, gli zoppi, d tutti quelli che erano lontani, perché
i vicini non vedono più. Gli inni sacri sono tratti da un poeta
monzese: Deponti Paolo, “Strenna Sacra” del 1844. Di lui
possediamo un poema “La Gerusalemme conquistata”, non riportata
in questa raccolta. Questo poeta, poco conosciuto, è menzionato come
“studente” tra gli associati nelle “Memorie storiche della
citta di Monza” del canonico Antonio Francesco Frisi del 1841.
Sicuramente è stato trai frequentatori dell’illustre scuola
fondata da Bartolomeo Zucchi per poveri ragazzi, la quale divenne
ufficialmente liceo classico nel 1871. Affidiamo allora questi fiori
al gusto dell’uomo di oggi, sempre più frastornato da internet,
dai social, sempre più immerso in un mondo virtuale, ma che si sta
allontanando poco a poco dalla vera virtù. Questi fiori mai
appassiscono, ma non perché sono secchi, ma perché sono sempre
vivi, sono fiori viventi, tracce della Bellezza, quella bellezza che
fece esclamare al vecchio Agostino: «Tardi ti amai, bellezza, sempre
antica e sempre nuova!».
Vincenzo
Capodiferro
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