25 gennaio 2021

IL SALE E GLI ALBERI – La linea curva della deistituzionalizzazione - di Ernesto Venturini a cura di Miriam Ballerini

 


IL SALE E GLI ALBERI – La linea curva della deistituzionalizzazione - di Ernesto Venturini

Io ne ho viste di cose che voi umani non potete immaginarvi

© 2020 Negretto Editore

ISBN 978-88-95967-39-4

Pag. 249 € 15,00

Ernesto Venturini, insieme a Franco Basaglia, è stato protagonista della chiusura dei manicomi negli anni 80' – 90'. Dal 1991 al 2006 ha accompagnato come assessore dell'OMS, il processo di riforma della psichiatria brasiliana. Ha così raccolto il materiale utilizzato nelle conferenze, tratto dalla sua esperienza a Imola, Trieste, e Gorizia. Costruendo questo saggio che è un viaggio nella deistituzionalizzazione del manicomio.                                                 Avendo personalmente scritto di malattia mentale, capisco bene cosa ci voglia comunicare Venturini: basti guardare qualche vecchia foto che ritrae questi luoghi, per leggere tutto il dolore, la tortura, l'abbandono in essa contenuta. E basti vedere, ancora oggi, come reagiscono i cosiddetti “normali”, di fronte al disagio mentale; ma non solo, Venturini lo spiega bene, la società ha le stesse reazioni di disgusto e di rifiuto nei confronti di tutti i diversi: siano emigrati, barboni, vecchi … la lista è lunga e penosa.

Dice Basaglia: “A me non interessa, assolutamente, fare discorsi astratti sui bisogni e sulla sofferenza. M'interessa vedere, al contrario, in quale modo si organizzi questa sofferenza e la sua domanda, e vedere poi quale risposta si dia a questa domanda”.                             Venturini ne riporta più volte il pensiero e, spesso, si dimostra tanto onesto da criticare la psichiatria, quando questa non tenga conto dell'individuo, ma sia solo vuota retorica.

I racconti sono molteplici, atti a dimostrare come sia bastato aprirsi al mondo, in questo caso portando il manicomio fuori dalle sue mura, per far sì che la gente ne venisse coinvolta e collaborasse a questo progetto innovativo. Inoltre si dimostra come l'arte, il lavoro, il fare, serva a smuovere l'apatia (spesso indotta), in cui erano costretti i malati. Anche questo non vederli come malati, ma come persone, non da riabilitare, che già il termine parte da un presupposto negativo; ma da abilitare. Una parola che apre a un mondo di possibilità.

Venturini ci mostra alcune di queste persone e le loro abilità. Ad esempi Primo Vanni, che scriveva e ha anche pubblicato: “ Ho scritto la mia storia per insegnare agli altri come ho fatto ad ammalarmi … Chiedo perdono al Bondio se ho disturbato. E ringrazio quelli che mi hanno fatto del bene, e che il Bondio faccia la santa grazia che diventino boni anche quelli che mi hanno fatto del male e che mi restituiscano le robe che mi hanno fregato”.

Ci viene dimostrato come sia importante che abitino, vivano, in una casa; perché la casa è un rifugio, non una prigione come lo era il manicomio.

Interessante, poi, il perché del titolo: “Il sale e gli alberi”. Basaglia, quando parlava del manicomio diventava intransigente e diceva: “Dobbiamo comportarci con il manicomio come si comportavano gli antichi Romani con gli avversari particolarmente tenaci. Quando conquistavano una città nemica, la distruggevano, aravano il terreno e, poi, vi gettavano sopra il sale, per impedire la crescita di ogni nuova pianta”.

Questo saggio offre una visione ampia sulla malattia mentale, sulla ghettizzazione di cui è vittima, da sempre. Ma anche sulle opportunità che si possono offrire a delle persone che hanno dei problemi, ma che non sono il loro problema.

Non poteva mancare la poesia che Alda Merini scrisse a Basaglia e che chiude:

ma la cosa più inaudita, credi,

è stato quando abbiamo scoperto

che non eravamo mai stati malati.


© Miriam Ballerini

fonte: "Il sale e gli alberi" di Ernesto Venturini: il manicomio fuori dalle sue mura - OUBLIETTE MAGAZINE

James Ellroy – L.A. Confidential - a cura di Marcello Sgarbi

 


James Ellroy –
L.A. Confidential - (Mondadori)


Collana: Narrativa Contemporanea

Pagine: 546

Formato: Brossura

ISBN: 9788804685289


Come sanno bene gli appassionati del genere, il giallo comprende due categorie principali: il filone deduttivo, a cui si può ascrivere per elezione Edgar Allan Poe, antesignano del romanzo d’indagine con la figura dell’ispettore Auguste Dupin. E poi una serie di autori che, solo per citare i più celebri, vanno da Arthur Conan Doyle ad Agatha Christie, da Georges Simenon a Rex Stout, da Gilbert Keith Chesterton a S. S. Van Dine. Il secondo filone, diversificatosi fino a comprendere il noir e il thriller, deriva dall’hard boiledil cosiddetto giallo moderno o “d’azione”, i cui capostipiti possono essere considerati Raymond Chandler e Dashiell Hammett.

È nell’ambito del noir, o meglio ancor del noir metropolitano, che si colloca l’autore protagonista di questa recensione. Un autentico maestro, soprattutto nel condurre intrecci narrativi complessi e nello stesso tempo precisi e dettagliati. È il caso di questo romanzo, scritto nel 1991, da cui nel 1997 è stato tratto un film diretto da Curtis Hanson e interpretato, fra gli altri, da Guy Pearce, Russell Crowe, Kevin Spacey e Kim Basinger.

Malgrado la sua candidatura all’Oscar, devo dire che non l’ho ancora visto e non so nemmeno se lo farò. Le mie ragioni si rifanno a un altro famoso remake dedicato allo stesso autore: Black Dahlia, tratto da Dalia nera e uscito nelle sale nel 2006, che aveva come regista nientemeno che Brian de Palma. Dopo la proiezione mi era rimasto un retrogusto di delusione.

E se Gli intoccabili è tutt’oggi nella mia top ten, potete ben capire che cosa voglia dirvi. Sì, è noto, è una vecchia diatriba quella che vuole il libro sempre superiore alla trasposizione, un po’ come soffrono di sudditanza le cover rispetto ai dischi originali. Fatte le (rare) debite eccezioni, è comunque vero anche per me.

Qui, in una Los Angeles dove l’”angelo caduto” della città assomiglia a Lucifero, va in scena una storia senza possibilità di redenzione. Ed Exley, Bud White e Jack Vincennes sono i tre agenti intorno ai quali ruota un gomitolo marcio, una vicenda che annoda i suoi fili al crimine seriale, alla prostituzione e alla pornografia. E i primi a esserne coinvolti sono proprio quelli che dovrebbero debellare il sistema di corruzione, dal procuratore distrettuale al capo della polizia.

È significativo notare come, in questo e in altri suoi noir (penso, per esempio, a White Jazz o a Le strade dell’innocenza), sia evidente il vissuto personale dell’autore, uno dei tanti disperati a cui la lettura ha letteralmente salvato la vita. Con un passato dolorosissimo alle spalle (l’omicidio della madre, rimasto insoluto e avvenuto quando aveva solo dieci anni) si trascina in una giovinezza randagia fatta di carne in scatola rubata, vino, droga e abitazione coatta in uno scatolone, come un homeless. E letture: naturalmente, crime stories.

Il suo romanzo “di formazione” – è lui stesso ad averlo dichiarato in un’intervista – è Il campo di cipolle, di Joseph Wambaugh, basato su una storia realmente accaduta. Povero in canna, pur di leggerlo il nostro autore vende il proprio plasma alla banca del sangue losangelina. Non basta, e per averne una copia tutta sua arriva a trafugarla in una libreria della città.

I protagonisti del noir di Wambaugh sono – guarda caso – due poliziotti, che incrociano i loro destini con quelli di due balordi in libertà vigilata. La realtà, come si sa, spesso supera la fantasia. E così sono proprio due agenti di turno a interrompere la lettura del nostro autore, che da quel momento entra – come ha testimoniato – nel “giro di giostra” tra la libreria, il tribunale e il carcere.

È molto probabile che nascano da lì i prototipi dei rappresentanti della legge protagonisti di quasi tutti i suoi romanzi, tra i quali questo.

Con uno stile secco e tagliente, simile al Thomas Harris di Drago Rosso, ci fa capire che al di là del crimine non ce n’è per nessuno.

Vivamente consigliato a chi pensa ancora che la giustizia sia uguale per tutti.

(c) Marcello Sgarbi

23 gennaio 2021

GENNAIO CON I LIBRI - IL FOGLIO TV

 IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO

Editori in Piombino dal 1999
 

 
 

GENNAIO CON I LIBRI - IL FOGLIO TV

 

Il Foglio Letterario Edizioni prosegue nella sua opera di promozione culturale, anche se non è possibile presentare libri in luoghi aperti al pubblico. Abbiamo preparato una nuova settimana di appuntamenti interessanti, sempre sul Gruppo Edizioni Il Foglio, ore 18 e 30. Un modo per portare il gusto della lettura nelle vostre case, con un semplice collegamento telematico, per far conoscere i libri da noi editi, gli autori che amiamo e per condividere le nostre passioni. Gli autori della scuderia Il Foglio al servizio della promozione culturale. Tutto sul nostro Gruppo FB: https://www.facebook.com/groups/65808867039/


 

Sabato 23 Nicola Calocero in una breve lezione di cinema sul tema I Film del 1921.
Domenica 24 Gordiano Lupi conclude la chiacchierata su Detti, proverbi e filastrocche piombinesi.

Lunedì 25 Patrizia Lessi ci parla della narrativa di Truman Capote.

Martedì 26 Mirko Tondi ci riporta al cinema con Ricomincio da Firenze - tutti i film girati nel capoluogo toscano.

Mercoledì 27 Roberto Mosi anticipa il suo libro di prossima uscita su Dante Alighieri e i luoghi danteschi della città.
Giovedì 28 Giulia Campinoti ci porta nel F
antastico mondo dei manga giapponesi.

Venerdì 29 Maria Gestri conclude la sua dissertazione poetica con una lezione - lettura a tema Poeti italiani contemporanei.

 

Anticipiamo che nei giorni 2, 5, 9 e 12 febbraio Lucilla Lazzarini parlerà di Dante Alighieri e Divina Commedia, leggendo e commentando passi da Inferno - Purgatorio e Paradiso. Gli incontri danteschi rientrano nel quadro della già annunciata collaborazione con UNITRE PIOMBINO, che a breve scadenza vedrà anche Medioevo al Cinema: Robin Hood, Romeo e Giulietta, Il nome della rosa (C. Vanni: 16 - 19 - 23 febbraio) e L’architettura monumentale religiosa nel M.E. I casi di Siena e Grosseto (F. Gambicorti: 26 febbraio e 2 marzo)

 

Continuate a seguirci numerosi, ogni sera, sul nostro canale, ore 18 e 30. 

22 gennaio 2021

100 anni di storia italiana a cura di Angelo Ivan Leone


 100 anni di storia italiana


La storia di questo ultimo secolo italiano visto nell'ottica del Partito comunista italiano. Il PCI, insomma, quella sorta di Moloch e, allo stesso tempo, stanza di compensazione per frenare le mai sopite spinte rivoluzionarie italiane. Il PCI, il partito Chiesa e la casa famiglia di una nuova identità più forte e più coesa che superasse la plurimillenaria identità cattolica. Il PCI, di cui parlava Pasolini che ne fu pure espulso per via della sua omosessualità: "Come di un Paese giusto in un Paese corrotto". Il PCI di Armando Cossutta che prendeva i rubli dall'URSS. Il PCI duro come una falange macedone di Palmiro Togliatti, Pietro Secchia e Luigi Longo. Il PCI trionfante nel viso dolce di Enrico Berlinguer. Il PCI della decadenza di Natta e dello scioglimento con Occhetto. Ed, infine, il PCI degli eredi, quasi mai degni della storia del Partito. Da D'Alema a Veltroni, da Fassino a Bersani. Classe dirigente e unico salvagente per rimanere in Europa. Il PCI dei semplici militanti, dei nonni, dei padri con i pugni chiusi e gli occhi aperti verso il futuro. Il PCI di Giorgio Gaber in qualcuno era comunista. Il PCI, semplicemente: 100 anni di storia italiana.

(c) Angelo Ivan Leone

21 gennaio 2021

“Nel tempo sospeso” - Esposizione d’arte a cura di Marco Salvario

 

Nel tempo sospeso” - Esposizione d’arte

Salon d’Arte Endola – Via Isonzo 56, Torino

19 dicembre 2020 – 23 gennaio 2021

A cura di Marco Salvario


Questa volta la mia curiosità mi ha portato fuori dai miei soliti itinerari torinesi, facendomi raggiungere il vivace quartiere di Borgo San Paolo e percorrere via Monginevro fino a incrociare via Isonzo; lì mi ha accolto l’ambiente elegante del Salon d’Arte Endola con le pareti dipinte in delicati colori pastello. La mostra “Nel tempo sospeso”, realizzata in collaborazione con l’associazione Orizzonti Contemporanei, presentava le opere, selezionate con attenzione, di una quarantina di artisti.

“Nel tempo sospeso” è un titolo che ben si riferisce ai mesi che stiamo vivendo, nei quali l’arte si è fermata, soffre e, nonostante tante false parole, viene posta in secondo piano rispetto alle altre problematiche della pandemia. Se solo un centesimo delle discussioni e dei tempi spesi per consentire al calcio di continuare ad andare avanti fosse stato destinato alle mostre e alla cultura!

In questo periodo in cui le scuole non riescono a garantire un’attività continuativa, potrebbe essere proposto agli studenti di girare da soli o in piccoli gruppi per mostre e gallerie, scegliendo un’opera antica o moderna da analizzare e sponsorizzare presso i propri compagni; così, forse, l’arte non sembrerebbe loro così lontana e inutile. La nostra anima, che ha bisogno ora più che in passato di poesia, di musica e di colori, va educata al gusto delle arti, perché se i nostri giovani avranno la capacità di amare la bellezza, saranno cittadini migliori e più rispettosi del mondo e della società in cui vivono.



L’esposizione mi ha colpito nel suo insieme per i colori, colori dei quadri e colori del raffinato allestimento, dove fiori in bottiglia, originali soprammobili, un pianoforte, le raffinate vetrate e le già citate pareti color pastello, creavano un’atmosfera di un’eleganza che ho molto apprezzata, sospesa tra presente e futuro, tra salotto della nonna e boheme.

Mi è difficile in tale contesto andare a estrapolare le opere dei singoli artisti, tutte valide e di qualità; le citazioni che seguono non sono quindi una scala di valori o di preferenze, ma solo lo spunto per rapide considerazioni.



Laura Lepore – “Viaggio da Mosca a Sanpietroburgo”

Sogno, realtà, allegoria e fantasia: stiamo condividendo il respiro dei mondi d’ingenua felicità creati da Chagall. Laura Lepore è un’apprezzata scenografa e, ammirando il suo lavoro, si capisce perché; inoltre scrive e illustra fiabe per bambini, ma sa prendere per mano anche gli adulti in un percorso che è fuga, liberazione e gioia.

Anastasia Yanchuk – “La sconosciuta pensierosa”

Anastasia Yanchuk è moscovita di nascita ma residente in Italia. La sua opera è viva e intrigante, fa pensare agli arcani dei tarocchi, ai figli dei fiori, ai riti vudù, all’arte peruviana; una miscela di colori e contrasti, di simboli e suggestioni. Al visitatore che si sofferma, si aprono infiniti percorsi interpretativi. Giudico quest’opera uno di quei rari quadri specchio, in cui all’interno si può vedere riflesso e analizzare il proprio io.

Rita Carrodano – “Ed è subito sera …”

Sulla tela di questa pittrice ligure risplende la bellezza del mare, del sole, delle nuvole e dei panorami della sua terra. Una donna sola cammina e sembra danzare sul bagnasciuga. Una magia di luci, di riflessi, dove è la natura a dare spettacolo, mentre la figura umana è fragile, prigioniera, eppure partecipa armoniosa alla realtà che la circonda.

La poesia diventa arte quando l’uomo vive nel creato, condividendone il respiro e senza imporre la propria scellerata violenza.



Silvia Perrone – “Doropangea”

L’opera presentata credo sia l’ultima, per il momento!, della brava artista torinese. Sullo sfondo c’è il mondo, così grande e al tempo stesso piccolo, così conosciuto e pieno di misteri, così piegato alla nostra volontà eppure fuori controllo. La sua dorata bellezza ci sfida.

In primo piano, di profilo, una ragazza assorta, senza colore, gli occhi bassi e socchiusi, le labbra sensuali, le spalle e le braccia nude. Nei miti del passato era il titano Atlante a dovere reggere sulle spalle il mondo, oggi il futuro è nelle mani della generazione dei ragazzi del nuovo millennio, sperando che il pianeta che consegniamo loro, non sia ormai irrimediabilmente condannato.

Mauro Azzarita, Rita Carlini – “Inverno”

Interessante il parallelo con l’opera precedente. Lo sfondo è un bosco spoglio, la terra è coperta di neve e ghiaccio, il sole è velato da nuvole e nebbia. In primo piano una ragazza bionda di profilo, gli occhi chiusi, la testa inclinata verso il basso, la pelle pallida, la spalla nuda. L’inverno dove siamo trasportati, non è solo l’inverno come stagione, freddo, silenzioso, malinconico, ma diventa personificazione di un inverno dell’anima, dei sentimenti, sospensione della vita. Un inverno da cui tutti aspettiamo il momento di riemergere.

Michele Vasino – “Aspettando l’estate”

Poesia e semplicità nelle opere di un artista arrivato alla pittura dopo una lunga attività come imprenditore tessile, lavoro in cui il suo gusto nella scelta dei colori e dei disegni si è manifestato e perfezionato.

Gli ombrelloni aperti, le sdraio, le sedie, le ombre sulla sabbia: tutto crea un senso di attesa, impazienza, un bisogno e una certezza di ritorno alla vita. Sì, tutto è pronto, basta attendere il momento giusto e si ripartirà con la consapevolezza che quanto in passato ritenevamo ci fosse dovuto, è, invece, un dono prezioso.



Albino Caramazza – “Passione latina”

Molti artisti sperimentano materiali diversi da quelli classici per le proprie opere, in particolare l’agrigentino Albino Caramazza da molti anni realizza collage, utilizzando bustine dello zucchero. I suoi lavori, spesso ispirati a grandi quadri del passato, perfezionati dalla lunga pratica, dimostrano eccezionale perizia e grande capacità di suggestione.

Paula Ciobanu Mariut – “Agonismo e passione”

Questa pittrice di origini romene usa una tecnica molto interessante per dare vita e singolarità alla sua opera. Le linee della ballerina, sia quelle del corpo sia quelle del vestito di cui si coglie la leggera trasparenza, si disegnano fluide e armoniose. L’opacità dei colori, la geometria del pavimento, la sfocatura dello sfondo oltre i vetri, rendono al mio sguardo questo quadro uno dei più interessanti della mostra.

Sylvia Matera – “Joaquin Phoenix”

Artista appartenente alla corrente dell’iperrealismo, nata a Parigi da famiglia italiana, capace di affrontare i propri soggetti con stili molto diversi, Sylvia Matera dimostra un’attenzione e una capacità costruttiva davvero rare. Al ritratto di Joaquin Phoenix, attore americano più volte candidato all’oscar, si sovrappone il profilo di una gallina. La testa dell’animale combacia con l’arcata sopraccigliare dell’uomo e i due occhi destri coincidono esattamente, come una vivace maschera di carnevale.

Una strizzata d’occhio all’Arcimboldo.




Tiziana Franzin – “Tramonto rosso”

L’unione di tre pannelli sfasati dallo spessore del loro bordo, regala alla composizione un livello di profondità, che si aggiunge alla densità viva dei colori. L’autrice lavora come ceramista e nel (poco) tempo libero coltiva la propria passione per l’arte; nonostante questo, la sua opera è una creazione matura e convincente, che riesce a catturare l’attenzione.

Virgilio Giorza – “Eduardo De Filippo”

Confesso di non amare molto i ritratti, sempre troppo vicini alla caricatura, di personaggi famosi. È un genere troppo sfruttato, che non ha come obiettivo il descrivere veramente il soggetto ma solo l’esaltarne, non sempre a proposito, difetti e vizi. Faccio volentieri un’eccezione per Virgilio Giorza, che ha saputo catturare la tensione sofferta del grande attore e autore napoletano con un tratto rispettoso e leggero, solo accennando con più forza lo sguardo delicatamente divergente.

Fernanda Sacco – “Onde rosse”

Fernanda Sacco è conosciuta come ottima paesaggista in grado di cogliere il respiro della natura, scopro però che non disdegna neanche tematiche astratte, realizzando opere come “Onde rosse”. Più che un effetto di onde, la mia sensazione, quasi una vertigine, è quella dello sciogliersi pastoso della materia dall’alto verso il basso, un dissolversi della realtà nella fantasia, delle nostre certezze in un caos senza forma. Curioso come l’opera sia un tutt’uno con la cornice, che è avvolta completamente nel movimento del colore.


19 gennaio 2021

“LA BELLEZZA È SEMPRE CONTEMPORANEA” a cura di Maria Marchese

“LA BELLEZZA È SEMPRE CONTEMPORANEA”





Il 5 di Febbraio avrebbe dovuto tenersi la collettiva “LA BELLEZZA È SEMPRE CONTEMPORANEA”  : l’associazione Art Global, nelle figure di Angiolina Marchese e Raul Bendinelli, ha alacremente organizzato questo importante evento artistico che, a causa della situazione contingente, è stato posticipato al 19 Marzo. L’esposizione si terrà presso lo spazio espositivo della Galleria “La Pigna”, sita entro le mura del Palazzo del Vicariato, a Roma: una pregevolee storica location, questa, che annovera numerosi manifestazioni culturali.                                                                                         Il famoso critico Vittorio Sgarbi aprirà le porte di questa kermesse artistica, che accoglie 52 esperienze espressive peculiari, realizzate da autori internazionali; l’evento verrà, inoltre, brevemente introdotto da Mita Medici e fregiato da una performance live di Monica Argentino.                                                                                                                                     Avendo realizzato una parte dei testi critici, con Ciro Cianni, sulle opere presenti, ho avuto modo di vivere in maniera significativa lo spessore di ogni singolo artista.                    Angiolina Marchese ha selezionato uno spicilegio scelto, che involve capacità formali, intellettive, espressive nonché dissertative, eloquente di temperamenti capaci e umanamente impegnati.                                                                                                                                                        Il titolo dell’evento ben rispecchia ogni singola dissertazione presente: ognuna delle manifestazioni custodisce il senso più puro della bellezza. Essa viene intesa come la più alta forma dell’evoluzione interiore dell’individuo, che trova contezza di sé entro un’espressione figurata e non. Ognuno degli autori presenta, in questa sede, una rada personale, che coinvolgerà l’osservatore in una cangiante e poliedrica esperienza artistico/riflessiva.            Queste corali nozze celebrano il ricongiungimento di percorsi difformi: ogni artista esprime, in questa sede, un iter pregresso fondamentale e intenso manifesto addentro opere, odorose di acume e pregevolezza.                                                                                                                                 Art Global sposa il convincimento che l’arte sia “non materia” viva: il potere involto da quest’ultima proviene dalla forza delle nostre radici e coinvolge tutte le sfere dello scire.            Angiolina Marchese si impegna, ogni giorno, in tal senso, coinvolgendo sempre più artisti, in questo suo progetto.

Come nasce il progetto, che trova concretezza in ART GLOBAL?

Si cerca di mettere al primo posto la sostenibilità e per questo autogestita, mettere l’arte a disposizione di tutti gli artisti. Il progetto nasce dall’iniziativa di artisti autonomi, che si auto sostengono con lo scopo di rimettere l’arte in circolo e porre in risalto un dialogo continuo tra le opere. Vogliamo sentirci doppiamente autonomi e liberi da ogni vincolo e da logiche esterne all’arte, che dovrebbe essere sempre condivisa e resa fruibile dal maggior pubblico possibile. Quindi, l’arte va esposta e non lasciata a casa.

Cosa pensi dell’attuale panorama artistico italiano?

L’arte in Italia riesce con varie manifestazioni a far filtrare componenti vitali. Riuscire a riunire a disporre in rassegne una consistente platea di artisti e di artiste di varie regioni italiane, ma anche di stranieri residenti in Italia, è disposizione informativa di base in cui sono contemplate sequenze contemporanee di multiple e variegate considerazioni. Ha il merito di fissare una memoria, seppur breve, ma, comunque, memoria su artisti e artiste in attività, con un’ampia gamma, dalla fotografia alla grafica, dalla pittura alla scultura, dalla ceramica alla digital-art, consolidati ed emergenti; insomma, un insieme di articolate produzioni sono manifestate e si comprende bene che la creatività non è mai scemata, anzi nei momenti di crisi segnala algoritmi di passioni, e le procedure artistiche seminano interessi traslati, quanto simbolici, metaforici, allegorici

Cosa auspichi per il futuro?

Questa mostra è stata definita come un osservatorio dell’arte contemporanea che offre le possibilità di avere un ampia panoramica di stili diversi di artisti italiani e stranieri di varie provenienze e formazione, un vero approfondimento dell’indagine sullo stato dell’arte in Italia, che come ho definito dal titolo “ La bellezza è sempre contemporanea”, promuove il diritto alla creatività, quindi auguro che questa esposizione è un valore aggiunto alla collettiva e auguro a tutti quelli che si sentono artisti, di continuare a seguire le tendenze del mercato dell’arte e quello di poter far sognare e raccontare l’emozioni attraverso le proprie opere.

(c) Maria Marchese

18 gennaio 2021

Gillaume Musso – Perché l’amore qualche volta ha paura a cura di Marcello Sgarbi

 


Gillaume Musso –
Perché l’amore qualche volta ha paura

(Sperling & Kupfer)


Pagine: 324

ISBN: 9788820048198


Avvincente e insolito, questo romanzo è costruito su un triangolo classico ma per niente scontato. Lui è Martin, studente appassionato d’arte e suo malgrado futuro poliziotto. Lei è Gabrielle, ragazza irrequieta e ribelle. L’altro è Archibald, un Arsenio Lupin dei giorni nostri, un ladro gentiluomo che trafuga quadri famosi dai più importanti musei. Martin e Gabrielle, ventenni o poco più, vivono un’intensa quanto breve stagione d’amore. E proprio la paura di rischiare non permette a Gabrielle di continuare la loro relazione. I due si lasciano, ma dopo quindici anni sarà Archie, il padre che Gabrielle non ha mai conosciuto, a fare incrociare di nuovo i loro destini. Martin, diventato un intraprendente ispettore di polizia, gli darà la caccia fino a San Francisco dove, per uno strano gioco della sorte, vive Gabrielle. In quel teatro si affrontano e si scontrano l’amore, il dolore, il rimpianto e la speranza, fino ad un epilogo drammatico che offre al lettore una riflessione sulla vita e sulla morte. Poi è happy end, ma a caro prezzo.


Inforcò gli occhiali per osservare meglio l’immagine. Aveva già visto decine di foto  di Martin, ma quella era diversa. Quel volto gliene ricordava un altro. Era il volto di un uomo disarmato, che non temeva di esserlo. Il volto di un uomo che guardava il sorriso tenero di una donna. Il volto di un uomo che amava per la prima volta nella vita.

Qualcosa accadde tra loro. Non era né seduzione né desiderio, ma qualcosa che aveva la forza dell’evidenza. Archibald avviò il motore e la quattro cilindri rombò. Aveva ingranato la prima quando Gabrielle lo raggiunse di corsa e si arrampicò dietro, in sella. Lui la sentì cingergli la vita e posargli la testa sulla spalla. Allora accelerò e la moto si confuse con il sole del tramonto.

Per un pezzo, con gli uomini, aveva detto molti no, poi aveva cominciato a dire molti sì. Perché quando non si ha fiducia in se stessi, finire per dire di sì a qualcuno può significare rifiutarsi ancor più che gli si fosse detto di no.

Si era ripromessa di non rivivere mai più una situazione del genere, ma invecchiando capiva che, se si poteva sempre venire a patti con i propri rimorsi, era più difficile venire a patti con i propri rimpianti.


© Marcello Sgarbi



STORIA DI EMMA C. E ALTRE POESIE di Fabio Scotto a cura di Vincenzo Capodiferro

 

STORIA DI EMMA C. E ALTRE POESIE

Una strepitosa antologia di Fabio Scotto, che riprende forti tematiche legate alla vita


. “Storia di Emma C. e altre poesie” è una raccolta poetica di Fabio Scotto, edita da puntoacapo, Pasturana 2020. Fabio Scotto nasce a La Spezia nel 1959 e vive a Varese. Ha pubblicato varie raccolte, tra cui Il grido viola (1988); Il bosco di Velate (1991); La dolce ferita (1999); con Passigli ha pubblicato Genetliaco (2000); L’intoccabile (2004); Bocca segreta (2008); La Grecia è morta e altre poesie (2013); In amore (2016); con Magenta: La nudità del vestito (2017); A riva (2019). Molti suoi lavori sono stati tradotti in varie lingue ed hanno riscosso riconoscimenti. Ha tradotto tanti autori classici, come Hugo, Apollinaire e Bonneffoy, di cui ha curato L’opera poetica (Mondadori 2010). Critico letterario e saggista ha curato vari studi, tra cui con Donzelli: La voce spezzata (2012); Il senso del suono (2013); con Rosenberg & Sellier: Le corps écrivant (2019). È professore ordinario di letteratura francese all’Università di Bergamo. «Due solitudini, quella dell’autore e quella del lettore, che si confrontano, dialogano, a volte confliggono, e che proprio nella solitudine della pagina maturano pensieri vasti,» scrive Giancarlo Pontiggia a principio di questa opera, che raccoglie vari scritti del Nostro, tanto da presentarsi come vera antologia, cioè scelta di perle. Infatti c’è “Storia di Emma C.”, un drammatico monologo per voce sola, che si ispira alla storia drammatica di Emma, ragazza romana abusata dal padre alcolizzato; “Diario di Ciutadella”: un diario nel segno dell’isola amata, di un padre riabbracciato dalla lontananza degli anni; “Trittico lericino”: e ancora il mare, ma ora quello dell’infanzia e degli avi; “Movenze”, “Flamenco”: una ghirlanda di componimenti erotici di accesa tonalità ellenistica; “Nostos”: la lenta, fatale rassegna dei luoghi in cui ogni ritorno è una discesa alla madre. Il testo raccoglie scritti editi e inediti e rappresenta uno scrigno della poetica di Fabio Scotto. Lo stile di Fabio Scotto è realista, quasi quasi scorgente paesaggi pasoliniani, di degrado e di orizzonti periferici, ai margini della socialità umana, ove risiedono da un lato i superman, di nietzschiana evocazione e dall’altro i subman, cioè gli inetti neo-sveviani, nelle attualissime costellazioni familistiche della società liquida baumaniana odierna. Inutile, a proposito rammentare, o meglio rammendare Aristotile: chi non vive in compagnia è o una belva, o un Dio, cioè o un ladro, o una spia. Agli idilli leopardiani egli sostituisce abilmente idilli pasoliniani: ma sono quadretti collegati alla nostalgia classicista. Questa nostalgia purtroppo rimane disillusa. Non c’è qui il poeta romantico che ancora rimane legato al cordone ombelicale del classicismo. Qui c’è un classicismo di riflesso, di frontiera, che scorge beltà nelle tragedie umane.

È il caso di Emma: «Tu, il primo che vidi dal buio/ dei visceri di mia madre/ il primo giorno/ tornarmi dentro ad appestarmi il sangue/ col tuo nero delirio di bestia infoiata/ Tua figlia violentata come una sgualdrina qualsiasi/ perché è bella? Perché hai bevuto? / Perché fa caldo?». Ci sono le violente sferzate che rammemorano il pungolo marziale, cioè bellico, ma anche di Marziale. Manca la punteggiatura, con sbalzi neofuturisti, ma anche neoveristi: sono annotati solo i puntini interrogativi. La poesia è domanda, spesso senza risposta. La poesia non deve rassicurare, ma lasciare perplessi i lettori, come annota ancora Pontiggia: «La poesia esige lettori speciali, consapevoli di esserlo.... A questi lettori si rivolge questa collana, il cui nome evoca il mito dello scudo caduto dal cielo e custodito dai sacerdoti Salii. Numa ne fece fare undici simili, perché la ninfa Egeria gli aveva predetto che dalla conservazione dell’ancile dipendeva quello dell’intera comunità. Anche la poesia va custodita, e in qualche modo celata…». Emma è una vinta verghiana, non manzoniana, eppure è pur essa un’eroina. La verità ama celarsi, l’antica Aletheia, che incantò Parmenide, ma che fece impazzire Heidegger.

Il “Diario di Ciutadella” è, come annota il Nostro, «un tentativo di riaprire un dialogo con mio padre, alternando versi e prosa poetica attraverso la rivisitazione di un luogo insulare ispanico a entrambi caro…». Anche questo esprime il dramma della civiltà moderna in conflitto con la figura paterna, una figura sconfessata, alienata, spesso bistrattata, soprattutto dalla generazione postbellica, che richiama la “società senza padri” degli psychologist amerindi: «La vita è un hangar dal quale spicchiamo voli senza senso. Il senso, se c’è, padre, sta nel volo, non nella meta, né nel consenso (maestra fa da sempre, in tal senso, l’Itaca di Kavafis). Qui getto un pugno di sabbia argillosa dell’ocra del tuo giovane tempo sulle ceneri di cui tu ora sei compreso». La vita è un esistenzialistico assurdo, un naufragio, un nubifragio inaspettato che ti travolge, un indiscusso esserci per morire. Il senso… è il volo. Spiccare il volo. Ma anche questo volo spesso si frantuma in un precipitarsi di Icaro. L’esistenza è un Dedalo, un labirinto di cui dobbiamo scorgere insospettati significati, di cui la poesia - oggi purtroppo - rimane solo da significante ed il poeta - non più vate dai tempi di D’Annunzio, ancora sognatore - hodie è l’insignificante. E qui si presenta un’altra pittura: il viaggio dantesco di Ulisse. L’uomo è un Ulisse dantesco. Ulisse è il nessuno che viaggia nel niente. Siamo al nichilismo. Eppure il non-senso esprime già un senso. Il senso non ci deve essere del tutto, altrimenti dipende sempre dalla metafisica trapassata e stra-futura. In tal senso Bauman ancora parlava di retrotopia, come inverso di utopia.

In “Trittico Lericino”, protagonista è il mare: «Qui son nato/ nel Golfo dei poeti/ dove ogni hôtel/ si chiama Byron o Shelley/ Li rivedo nuotare/ verso Portovenere/ avvolti dalle onde/ E la Venere che invoco ogni mattina/ ancora tarda/ ancora non risponde…». Il mare è mare: indica apertura, instabilità, liquidità. Si parla tanto oggi di società liquida, amore liquido, grazie a Bauman. Il mare è sempre contrapposto alla terra. La terra indica chiusura, stabilità. Ricordiamo a proposito la contrapposizione in Heidegger tra terra e mondo. Ricordiamo la fedeltà alla terra di Nietzsche. Solo chi nasce sulle rive del mare può capire a fondo questa contrapposizione. Il mare è bene e male, è calma e tempesta, è “Sturm und drang”, è romanticismo. Quella Venere ricorda un tema classico. Ricorda: Zacinto mia, che te specchi nell'onde/ del greco mar da cui vergine nacque/ Venere, e fea quelle isole feconde. Così passiamo al tema dell’Eros: un eros che in Scotto è trapassato, trasfigurato. L’amore non è più il tema princeps della poetica, che dagli antichi lirici al Dolce Stile e poi alla modernità aveva per sempre quasi pietrificato un sentimento, che in verità è talmente labile, cangevole, eracliteo, che è difficile da ingabbiare. È un Dioniso nietzschiano.

In fine il tema del ritorno alla madre è emblematico di un’epopea neo-freudiana, che riconosce solo nella donna-madre, non nella donna-angelo, né nella donna-demone, una tipizzazione della femminilità. L’uomo postmoderno non può riconoscere questo ombelicale aggancio alla nostalgia della madre, che la poesia esprime bene: «Sanctus Excelsus, Jesus Nazarenus/ (c’è un dio in ogni folle)». Questa è La Sagrada Familia: opera d’arte e/o compagine sacra. Sarebbe meglio esprimere: Dio è un folle, un folle d’amore. La madre indica l’origine, l’essenza dell’esistenza stessa, la causa dell’actus essendi, il grembo-nido amoroso post-pascoliano stra-simbolista.

Io vorrei concludere con questo bell’invito che Fabio rivolge ai poeti, che non oso più commentare, ma che per la sua bellezza e profondità deve lasciarci frastornati:


Ai poeti


Quando avrete finito di scornarvi,

di disputarvi i premi a vicenda,

ricordatevi della botte di Diogene…


Vincenzo Capodiferro

In times of change al RossoCinabro


In times of change

25 gennaio – 19 febbraio 2021

 

Il nostro mondo nel 2020 è stato radicalmente trasformato dal virus e dagli sforzi per diminuire la pandemia il più rapidamente possibile. Tutti noi ricorderemo questo periodo per molto.

Il tempo è stato fermato.

Gli artisti hanno risposto a questo cambiamento in vari modi, guardando a se stessi attraverso una nuova forma d'arte o cercando vecchi modelli d'arte occidentali.

La mostra "In Times of Change" illustrerà i lavori di questo periodo e comprenderà dipinti, foto, pitture digitali e sculture.

Rossocinabro è stata progettata per offrire agli artisti una rara opportunità di esporre attraverso la ricerca, le opere

selezionate e una curatela professionale. “In times of change” è il culmine di un anno di problemi pandemici, tra i blocchi e la voglia di normalità, le riflessioni sono state più profonde e intense. 

 

Artisti: Janice Alamanou, Cecilia Álvarez, Alessandro Angeletti, Brian Avadka Colez, Ivana Bachová, Heike Baltruweit, Lord Nicolaus Dinter, Onno Dröge, Noemi Galavotti, Connie García Sainz, Evaldas Gulbinas, Michael Jiliak, Monika Blanka Katterwe, Fiona Livingstone, Christina Mitterhuber, Amanda Narain,  O'd, Britta Ortiz, Ksenjya Oudenot, Ann Palmer, Gerhard Petzl, Ludwika Pilat, Sal Ponce Enrile, Rebz, Belle Roth, Greta Schnall, Taka & Megu, Nancy van Wichelen, Stéphane Vereecken, Andre Visser 

 

Curatore Joe Hansen 

 

Una visita in un momento preferito può essere organizzata tramite e-mail: rossocinabro.gallery@gmail.com 

 

Gli eventi della Galleria Rossocinabro sono pubblicizzati dal supporto di YouTube, Instagram, Facebook e Twitter 

 

Segui gli artisti in questa mostra 

 

Fin dall'inizio della sua attività Rossocinabro ha lavorato per raggiungere gli obiettivi prefissati: scoprire artisti promettenti e rappresentare le tendenze più calde dell'arte. Inoltre, l'esperienza accumulata lavorando con giovani artisti ha permesso di promuovere la loro carriera sin dalle prime fasi. L’attività dinamica a livello internazionale di Rossocinabro e l'ampia rete hanno contribuito al riconoscimento di diversi artisti. Il loro lavoro è stato rappresentato nelle principali città del mondo: Tokyo, New York, Shanghai e naturalmente Roma. Le opere hanno ottenuto il plauso della critica in concorsi indetti da istituzioni artistiche di fama mondiale (Arte Laguna, Premio Combat, Saatchi Painted Faces, Premio Celeste ecc.)

 

https://www.rossocinabro.com

 

https://www.rossocinabro.com/exhibitions/exhibitions_2021/205_in_times_of_change.htm

 

img  Garden #2 photography 42 x 32 cm by Stéphane Vereecken

  

16 gennaio 2021

UN SILENZIO ASSORDANTE di Angelo Ivan Leone

 


UN SILENZIO ASSORDANTE di Angelo Ivan Leone

In questa settimana da brividi, e non solo metereologicamente, per il nostro Paese, la grande stampa dimentica di svolgere il suo dovere e viene meno alla sua funzione e ragione sociale, ossia quella di informare.

Siamo tutti d'accordo che la crisi, la pandemia e tutto quello che ne deriva meritano la prima pagina, ma una parola sul più grande processo di mafia, dopo il maxi di Falcone e Borsellino negli anni Ottanta la vogliamo spendere?

Bene, se non lo fanno loro, lo facciamo noi, con i nostri modestissimi mezzi e il nostro massimo impegno.

Si tratta della più grande operazione contro il crimine organizzato mai condotta in Italia dopo il maxiprocesso di Palermo contro Cosa Nostra, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Gli imputati sono 325 e dovranno rispondere di circa 400 capi d’accusa, dall’associazione mafiosa alla detenzione di armi, dall’usura al narcotraffico. È un processo non solo all'organizzazione mafiosa più forte del mondo: la 'Ndrangheta, ma anche alla politica corrotta e alla massoneria deviata.

L'accusa è incarnata nella persona di Nicola Gratteri, un uomo cui affiderei di buon grado, non solo la conduzione di un processo, ma quella dell'intero Paese. E credo che siano svariati milioni gli italiani che pensano questo, specie nel Meridione d'Italia.

Se lo ricordino bene i nostri politici.

11 gennaio 2021

IL DIRITTO ALLA GIOIA a cura di Roberto Bertazzoni

 

IL DIRITTO ALLA GIOIA a cura di Roberto Bertazzoni



A volte è molto difficile trovare il lato positivo delle cose. Davanti a una situazione problematica, un imprevisto, un dolore o una delusione, è forte la tentazione di vedere il “bicchiere mezzo vuoto”.                                                                                                                             Ci si lascia sopraffare dal pessimismo e dalla rassegnazione; come bombe sotterranee fluiscono pensieri negativi che fanno terra bruciata delle nostre speranze. Generano fatalismo e disperazione, mentre ci si annebbia la vista impedendo la ricerca di insospettabili ragioni di gioia, magari nascoste nel laboratorio interiore di ognuno di noi. D'altra parte “toccare il fondo” è un'esperienza che, prima o poi, ogni uomo si ritrova a dover vivere.                                 È successo anche a me.                                                                                                                             Può essere un fallimento professionale, la fine di una relazione amorosa, mancanze ingiustificabili; un grave errore commesso, oppure un periodo di disorientamento esistenziale in cui, l'amarezza delle opportunità mancate, le delusioni vissute e l'incertezza del futuro, ci appaiono montagne insormontabili in grado, spesso, di generare momenti di profondo dolore e rimorso. Non è facile esprimere questa sensazione di essere imprigionati nel fondo di un pozzo buio, senza alcuna via d'uscita; così come accettare e comprendere come si sia potuti scivolare così in basso. D'improvviso tutto è intriso di questo significato nel quale sembrano vani e inutili tutti gli sforzi fatti per costruire un progetto di vita, o per raggiungere un obbiettivo.                                                                                                                                                 Anche gli sbagli commessi nel nostro percorso che, se capiti e onestamente ammessi, potrebbero divenire esperienze utili e decisive per farci cambiare veramente vengono, in quest'ottica, considerati soltanto per la loro accezione negativa. Capita che ci si abbandoni all'inevitabile tentazione di lasciarsi andare, di sprofondare nell'oblio sordo e impalpabile. Sentiamo forte l'impulso di ripiegarci su noi stessi e sul nostro dolore, anziché tirarlo fuori e aprirci alla vita, rischiando di perdere un dono prezioso che, tutti noi, dobbiamo rispettare. Parlo della dimensione della speranza che, trasformandosi, diventa intenzione, decisione e sfida. La sfida contro noi stessi e i nostri fantasmi interiori. Tutto ciò richiede coraggio e capacità di abbattere spessi muri eretti in difesa delle nostre più recondite paure.     Proprio quando ci sembra di non avere più nulla da perdere, e il buio più nero ci avvolge, ecco che la nostalgia della luce ci prende e si fa strada dentro di noi, scuotendoci dal nostro torpore.                                                                                                                                                     Questo senza perdere di vista gli errori commessi che, facendo parte della nostra vita, ci danno la consapevolezza che nessun cammino è privo di cadute e smarrimenti; che ogni fallimento, se rielaborato, può diventare un'opportunità di crescita e maturazione. Un'occasione per riflettere sul percorso compiuto e imprimere una nuova direzione al nostro progetto di vita, cercando, finalmente, la strada giusta sul nostro sentiero. Magari scopriremo di avere impensate risorse e riusciremo a conoscere più in profondità, a guardare in faccia, le nostre paure e amarci di più, accettando anche la nostra povertà e le debolezze. Capiremo che è necessario puntare lo sguardo oltre le nuvole, per riuscire a vedere il cielo stellato che si nasconde dietro la tempesta.                                                                                                                    Solo allora, guidati e sorretti da una nuova consapevolezza, potremo dire di avere compiuto un passo decisivo sulla strada del nostro personale, piccolo e sacrosanto diritto alla gioia.

IL SALE E GLI ALBERI – La linea curva della deistituzionalizzazione - di Ernesto Venturini a cura di Miriam Ballerini

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