14 settembre 2020

Paolo Teobaldi – Il padre dei nomi a cura di Marcello Sgarbi


Paolo Teobaldi
Il padre dei nomi

(Edizioni e/o)


Collana: Dal mondo

Pagine: 313

Formato: Tascabile

ISBN: 8876414843


Molti copywriter hanno scritto sulla loro esperienza vari libri, per ragioni diverse tutti utili e interessanti. Alcuni addirittura da manuale. 

Da Confessioni di un pubblicitario, di David Ogilvy, a Il copywriter mestiere d’arte di Emanuele Pirella. Da Confessioni di una macchina per scrivere, di Pasquale Barbella, a Le fabbriche di scintille, di Ambrogio Borsani. E ancora, da Hollywood lava più bianco di Jacques Séguéla a La parola immaginata di Annamaria Testa. Nomi illustri della pubblicità, tra cui c’è anche chi è diventato scrittore. E in questo caso, all’elenco potremmo aggiungere un classico come Francis Scott Fitzgerald o un contemporaneo quale Don De Lillo.

L’autore di cui mi occupo in questa recensione, invece, piacerebbe sicuramente a Massimo Bontempelli, uno scrittore “prestato” al copywriting del quale ho già parlato. Perché, accanto a passaggi splendidi che ci fanno capire con semplicità quanto, fra i vari aspetti della comunicazione di cui si occupa il copywriter, sia importante l’ideazione del naming – cioè il nome di un prodotto o di un servizio – si disegnano due scenari altrettanto interessanti, tratteggiati con dovizia di particolari: le città di Pesaro e di Milano.

La prima, luogo di nascita dell’autore, ci fa gustare la bellezza delle tradizioni e della saggezza popolare. La seconda è il ritratto quasi neorealista di una grande metropoli, nel suo passaggio dal dopoguerra ai giorni nostri. Divertito e divertente, scorrevole nella narrazione, il romanzo è pervaso da una piacevole e romantica aura di nostalgia stemperata da un tocco ironico, alle volte addirittura scanzonato. Dedicato a tutti gli appassionati di scrittura, ma anche a chi voglia conoscere una singolare saga famigliare.

Vuol dire che Logos è un nome suo?

Mio… e di San Giovanni.

Mentiva spudoratamente, prima di ammettere che in realtà era di Fortini, perché gli sarebbe proprio piaciuto lavorare per l’Olivetti con i migliori cervelli d’Italia e d’Europa, spalla a spalla coi poeti, gli architetti, gli scrittori, i sociologi che avevano trasformato Ivrea in una piccola Atene, come il duca Montefeltro aveva fatto con la corte di Urbino: che poi però a metà del Cinquecento era stata trasferita a Pesaro.

Il detersivo Tide veniva pronunciato tàid e inteso come marea solo dai suoi e da pochi altri; la gente diceva normalmente tìde; per nessuno Dove era colomba, per tutti era un avverbio di luogo; del resto in Veneto la Michelin non era la Misclèn bensì la Michelìn, come se fosse il diminutivo di un Michele qualsiasi; e la Firestone, invece di fàiarstoun, da loro si pronunciava firestòne, come un accrescitivo.

Senza forzare, Eugenio Benedetti diventava per le sue ditte una specie di guida spirituale. Raccoglieva la storia dell’azienda e prendeva appunti con la massima attenzione sul quaderno col taglio rosso, più raramente con il registratore perché aveva notato subito che il mezzo intimidiva il committente.

Per la redazione faceva tutto in casa. Non aveva bisogno di nessuno e, al limite, bastava chiedere alla Fidalma per ricette e tradizioni popolari; a Guerrino per le usanze contadine; a Martina per le erbe e le essenze; a sua suocera, signora Jolanda, per i proverbi lombardi; al suocero, signor Cesare, per la vita militare (ufficiali); ai suoi fratelli e alla sua memoria per i giochi di una volta; a sua madre, per la lingua e le tradizioni inglesi; a papà per lo sport, la storia e la musica.


© Marcello Sgarbi


 

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