16 gennaio 2018

LE PROMESSE ELETTORALI di Antonio Laurenzano

 
LE PROMESSE ELETTORALI
di Antonio Laurenzano

Dall’ Istat arrivano segnali positivi per la nostra economia: sono in crescita gli indicatori di produzione e occupazione dopo la devastante crisi degli ultimi anni, la più grave della storia economica dell’Italia in tempo di pace. Risultati confortanti sui quali però si proietta minacciosa l’ombra del debito pubblico salito a quasi 2300 miliardi di euro, pari al 132% del Pil! Per l’anno appena iniziato una pesante eredità che da decenni condiziona la nostra economia, esponendoci ai contestati diktat europei e agli umori dei mercati finanziari. La “prova debito” resta il vero esame dell’Italia in ripresa: una fragilità strutturale con la quale deve fari i conti la campagna elettorale che, in vista del voto del 4 marzo, ha finora registrato promesse e proclami non compatibili con il precario quadro di finanza pubblica.
Annunci di tutti i leader su improbabili tagli e costosissimi impegni. Dalla cancellazione del Jobs Act alla legge Fornero, dal bollo auto alle tasse universitarie, al canore Rai, dal salario minimo al reddito di cittadinanza, all’aumento delle pensioni minime, dalla flat tax agli studi settore: una fantasiosa e pirotecnica sagra della “bugia istituzionale” che, nel delegittimare ogni serio e credibile progetto politico, offende l’intelligenza dell’elettore, allontanandolo sempre più dal voto. Un proliferare quotidiano di proposte che richiederebbero attenzione e rigore. Una fuga da ogni responsabile programma di governo per catturare consensi con promesse prive di adeguata copertura finanziaria. Un “rischiatutto” dai risvolti inquietanti sul piano della sostenibilità economica e della credibilità internazionale sui mercati finanziari. E, in presenza di una crisi di fiducia degli investitori, lo spread non perdona!
Nel discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Mattarella, commentando la fine della legislatura, è stato molto chiaro: “servono proposte realistiche e concrete, necessarie per la dimensione dei problemi del Paese”. Un appello di buon senso rivolto alla politica caduto miseramente nel vuoto. Impietoso il check dei costi delle proposte dei partiti fatto da Il Sole 24 Ore: 200 mld di promesse e bugie elettorali, pari al 12% del Pil. Una cifra enorme, lontana dalla realtà e dai cronici problemi di bilancio. Un libro dei sogni da … leggere dopo il responso elettorale delle urne per “apprezzarne” la leggerezza e il contenuto surreale (o ingannevole?) di chi lo ha scritto. Il capitolo sulla legge Fornero è certamente quello più “fiabesco” nella consapevolezza che cancellare la riforma Fornero, uno dei pilastri del sistema pensionistico italiano e della sostenibilità (e sovranità) finanziaria del Paese, significa ipotecare un crack catastrofico con ricadute sul patrimonio di famiglie e imprese compromettendo il destino delle future generazioni.
Pur tra mille sfumature dialettiche, un tema accomuna gli schieramenti politici in campo: la guerra dichiarata al fiscal compact, ovvero al trattato europeo del 2012 con i vincoli sui conti pubblici, in particolare il pareggio strutturale di bilancio con l’impegno di ridurre di un ventesimo l’anno la parte del debito pubblico eccedente il 60% del Pil. Tutti concordi nell’ignorare il debito e costruire la crescita sul deficit, dimenticando che senza l’intesa sulle regole del fiscal compact, sottoscritto dall’Italia, la Banca centrale europea non avrebbe mai avallato l’acquisto massiccio dei nostri titoli pubblici (“quantitative easing”) che ha consentito una forte contrazione dei tassi d’interesse sul nostro debito e quindi considerevoli risparmi pubblici, non utilizzati però per la riduzione dell’elevato indebitamento dei conti.

Più che lanciarsi in facili promesse, che non potranno mai essere mantenute in assenza di un taglio della spesa pubblica improduttiva e di una robusta crescita economica, sarebbe forse più corretto politicamente onorare nei programmi di governo un “vincolo di responsabilità”, impegnarsi cioè per interventi concreti a favore dei grandi temi da cui dipende il futuro del Paese (infrastrutture, riforme, investimenti, spending review, giustizia, pubblica amministrazione, ecc.). Nessun gioco di prestigio programmatico, ma una realistica assunzione di responsabilità, superando egoismi partitici per il superiore interesse della comunità nazionale. Favorire, con la futura azione di governo, l’incremento del Pil è la precondizione per garantire la discesa del rapporto debito/pil, nella prospettiva anche della riduzione degli acquisti dei nostri Titoli di Stato da parte della Bce. Non si può abbassare la guardia sui conti pubblici, né la campagna elettorale, con tanti dilettanti allo sbaraglio, può generare incertezze sul futuro del Paese. Riduzione del debito e crescita economica, in un quadro di affidabilità politica condivisa a livello europeo, devono rappresentare per le forze politiche l’obiettivo di un serio progetto governativo, al di là di ogni populistica suggestione anti-euro. Una clausola di garanzia a tutela della sostenibilità della finanza pubblica. Missione impossibile?

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