31 luglio 2017

DONNE : STOP ALLA VIOLENZA! di Antonio Laurenzano




DONNE : STOP ALLA VIOLENZA!
di Antonio Laurenzano


Violenza sulle donne, una strage senza fine! Non c’è giorno in cui non si registri un fatto di cronaca che riaccende i riflettori su questa drammatica emergenza sociale. Gelosia, incapacità di gestire la rottura di un rapporto, morboso sentimento di possesso sono i motivi che scatenano l’impeto di una mano omicida, di una mente malata. “Per combattere la violenza, per farla uscire dalla normalità occorre riconoscerla, occorre combattere il silenzio”. Questo il messaggio emerso da un Convegno nazionale Lions. La prevenzione dunque quale strumento efficace per rompere il muro dell’indifferenza che sostiene il femminicidio. Ma in Italia manca una cultura della prevenzione e della risposta nei confronti della violenza sulle donne. Sembra prevalere una cultura della rimozione e della negazione. E adottare l’atteggiamento di chi non vede, non sente e non parla serve a “tacitare” la propria coscienza e a solidificare il muro di omertà! E il silenzio è il migliore alleato dei predatori di sogni.
Questo inquietante fenomeno sociale matura infatti lentamente e inesorabilmente nel silenzio più … assordante, con la debolezza di chi subisce e con la complicità di chi non vede, non vuole vedere maltrattamenti che negano alla vittima ogni dignità, derubandola di diritti e desideri. Svaniscono miseramente nella paura le illusioni i colori di una vita in rosa, muore nella violenza ogni sogno d’amore. Una vita spezzata! Una vita segnata da mani criminali in nome di un amore malato. Un vero omicidio dell’anima!
Sono dati allarmanti quelli relativi agli omicidi delle donne nel nostro Paese, nonostante la legge dell’ottobre 2013 contro “la violenza di genere”, votata dal Parlamento italiano (peraltro con colpevole ritardo) sulla base delle “prescrizioni” della Convenzione del Consiglio d’Europa di Istanbul del maggio 2011 sulla “prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne”. In Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa. Solo lo scorso anno, secondo i dati del Ministero della Giustizia, sono state 120 le vittime ammazzate da un marito, da un fidanzato o convivente. Nel primo semestre di quest’anno le donne uccise per mano maschile sono più di trenta! Dalle violenze domestiche allo stalking, dall’insulto verbale alla pubblicazione in rete di immagini intime, la vita femminile è costellata di violazioni della propria sfera personale. Spesso un tentativo di cancellarne l’identità, di minarne profondamente l’indipendenza, la libertà di scelta e, in extremis, il diritto alla vita. Non basta dunque una legge ad affermare il diritto ad essere amate e rispettate: occorre una risposta d’amore alla rabbia distruttiva dei “perdenti”, occorre una “rivoluzione culturale” per sconfiggere la sopraffazione e la posizione di dominanza e di potere di chi confonde l’amore con il possesso!
Una fotografia davvero impietosa! Una mattanza che non può più essere tollerata in un Paese civile. In un contesto sociale patriarcale, la violenza domestica non viene sempre percepita come un crimine, persiste la percezione della “legge del più forte”. Occorre intervenire in tempo perché “la violenza sulle donne, di tipo fisica, sessuale, psicologica e spirituale è uno dei fenomeni sociali più nascosti, la punta dell’iceberg dell’esercizio di potere e controllo dell’uomo sulla donna, ed è collegata con altre importanti problematiche con effetti devastanti.”

E’ fondamentale dunque aiutare la società a “vedere” il fenomeno della violenza che ad oggi rimane un problema di “parole non dette”, secondo Alberto Pellai, ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano, per creare uno spazio di libertà e rifuggire dalla paura della solitudine. Uscire dalla violenza è possibile attraverso una generale presa di coscienza che approdi al pieno riconoscimento dei diritti umani e della dignità di ogni individuo. L’amore si nutre di rispetto, dialogo, coraggio: non invochiamolo più per coprire abusi e violenze!   

27 luglio 2017

LA RAGAZZA DEI FIORI MORTI di Amy MacKinnon recensito da Miriam Ballerini


LA RAGAZZA DEI FIORI MORTI            di Amy MacKinnon
© 2010 RCS – super pocket
ISBN 978-88-462-1107-1 Pag. 309  € 6,90

Un romanzo, questo, che ho letto tutto d’un fiato. Scritto in una maniera talmente delicata, nonostante gli argomenti che tratta.
Clara lavora presso le pompe funebri delle persone che l’hanno adottata. Lei si trova a proprio agio coi morti, mentre li lava, li veste, li trucca. Prendendosi cura di loro con inaspettata amorevolezza.
Ama i fiori, tanto da creare una propria serra segreta, conoscendone i nomi e il loro significato; così da riuscire ad abbinare a ogni vita finita il fiore adatto che, in qualche modo, ne segni il percorso camminato fino alla loro fine.
All’inizio Clara è un personaggio che non si fa molto amare: chiusa in se stessa, lontana da tutti, quasi omertosa coi propri sentimenti e restia a farsi coinvolgere da quelli degli altri.
In ogni vita, anche in quella dei personaggi di carta, succede qualcosa che ci fa smuovere; ciò che prende per le spalle Clara è la morte di una bambina destinata a rimanere sconosciuta, uccisa da un pedofilo. Quando le era arrivato il suo corpo, come sua abitudine, l’aveva accudita, per poi seppellirla per sempre. Ritenendo che la morte fosse stata più clemente con quella bambina, di quanto non lo fosse stata la sua vita.
Un detective la coinvolge nelle indagini della piccola, proprio quando, alle pompe funebri, compare l’altra ragazzina, Trecie, vittima anch’essa di abusi.
Da questo momento il libro procede in salita, una strada nuova che issa fuori dal suo limbo Clara, costringendola a vivere nuove emozioni, a rivivere la propria esperienza personale; una storia che avvolge il lettore, facendolo avvicinare alla protagonista e a provare nuove sensazioni di empatia nei confronti di questa ragazza che, per un momento, ci è quasi sembrata antipatica.
La scrittrice ci racconta della morte, della pedofilia, dell’abbandono, della grettezza di certi luoghi, ma lo fa con un tocco davvero lieve. Un tocco che porta a comprendere, mai a giudicare; toccando corde molto sottili.
In copertina la scritta: “se il male decide di sfidarti hai solo due possibilità: lasciarlo vincere o combatterlo”.
Leggendo, si arriva quasi al punto di sentirci combattere insieme a Clara.

© Miriam Ballerini

24 luglio 2017

LA FLAT TAX, IL FISCO CHE CAMBIA di Antonio Laurenzano











Con luglio finisce un mese particolarmente “caldo” per i contribuenti. Un ingorgo di scadenze fiscali, oltre cento, fra cartelle esattoriali da rottamare, acconti e versamenti , dichiarazioni dei redditi, rientro dei capitali (“voluntary bis”), cedolare secca per gli affitti brevi, trasmissione e comunicazioni varie. L’ennesima conferma di un ordinamento tributario che da tempo è sotto accusa per la sua inefficienza, per la sua iniquità, ma soprattutto per la sua complessità. Basti pensare alle 124 pagine (da 5.500 battute ciascuna) di istruzioni del modello Redditi 2017! Un vero rompicapo.
Un tema sul quale è in corso un acceso dibattito nella prospettiva di una riforma strutturale del Fisco e, in particolare, della tassazione delle persone fisiche. Su proposta dell’Istituto Bruno Leoni di Milano, condivisa da alcune forze politiche, si ipotizza un sistema fiscale non progressivo orientato alla “flat tax”, la tassa piatta, e cioè una sola aliquota pari al 25% per tutte le principali imposte del nostro sistema tributario (Irpef, Ires, Iva, imposta sostitutiva sui redditi da attività finanziarie), correlata al “minimo vitale” per nucleo familiare. E inoltre, abolizione dell’Irap e dell’Imu, ridefinizione delle modalità di finanziamento di alcuni servizi pubblici (sanità) attraverso una redistribuzione del relativo costo. Obiettivo: stimolare investimenti e sviluppo, semplificare il rapporto fisco-contribuente, ridurre evasione ed elusione.
Un progetto ambizioso, molto articolato, che scaturisce dalla consapevolezza che l’imposta personale sul reddito omni-comprensiva tende sempre più a scomparire nel gettito tributario. Nel tempo, sono stati infatti esclusi dall’imponibile i redditi fondiari, i redditi di capitale, i redditi immobiliari derivanti dalla prima casa di abitazione, tutti ormai assoggettati a imposta proporzionale o esenti. Più di recente, ulteriori componenti di reddito sono state sottratte al principio della progressività: redditi derivanti dalle locazioni immobiliari per i quali trova applicazione la “cedolare secca” , redditi di lavoro autonomo inclusi a certe condizioni nel regime forfettario, redditi delle imprese individuali e delle società di persone tassabili in misura proporzionale con la nuova Iri (imposta sul reddito delle imprese). Di fatto, l’attuale imposta sul reddito delle persone fisiche colpisce in prima battuta i redditi da lavoro e da pensione e, in misura residuale, quelli non tassati con imposta proporzionale. Un’imposta dunque non più aderente alla realtà socio-economica del Paese e alla sue mutate condizioni di crescita, sempre più diverse rispetto a quelle degli Anni Settanta, gli anni post Vanoni.
L’Irpef ipotizzata dal Centro studi Bruno Leoni prevede l’estensione della base imponibile fino a ricomprendere i redditi attualmente soggetti a cedolare secca sui canoni di locazione e i redditi catastali di tutti gli immobili non locati, comprese le abitazioni di residenza. Per i redditi da lavoro dipendente e da pensione sono previste specifiche deduzioni con la corrispondente eliminazione delle “spese fiscali” (detrazioni d’imposta). La nuova imposta garantirebbe un equo trattamento ai contribuenti meno abbienti con una revisione della “no tax area” (esenzione da imposta) , bilanciata da un prevedibile aumento del gettito derivante dalla emersione di base imponibile in conseguenza della riduzione della pressione fiscale. Per i ricercatori milanesi si tratterebbe di un cambiamento epocale del Fisco nel segno della semplificazione e della trasparenza. Una proposta di riforma radicale che, com’era facile immaginare, ha alimentato sulle pagine de Il Sole 24 Ore un acceso dibattito con pareri contrapposti, anche in termini politici.
L’accusa di fondo è la violazione del principio costituzionale della progressività: “la proposta della flax tax persegue un obiettivo politico attraverso la discutibile strada tecnica, ignorando che il concorso alla spesa pubblica deve essere commisurato alla capacità contributiva. Questa proposta di riforma con un’aliquota unica del 25% potrebbe non mantenere i conti pubblici in ordine con il rischio di aumenti al 35-40% , a danno quindi dei piccoli reddituari.” (Enrico De Mita). Sul fronte dei favorevoli alla riforma si risponde sostenendo che “la progressività e la redistribuzione vengono garantite con un sistema calibrato di deduzioni, in sostituzione delle attuali “tax expenditures”, che tenga conto della capacità reddituale del singolo nucleo familiare anche mediante trasferimenti monetari” (Maurizio Leo). Tutti ancora da verificare i punti della proposta legati agli altri tributi erariali e alla fiscalità locale.
Rivoluzione copernicana o …. spot elettorale? Ipotesi di studio o, per dirla con le parole dell’ex Ministro delle Finanze Vincenzo Visco, “messaggio di indubbio appeal propagandistico”? Superando ogni facile contrapposizione dialettica (e ideologica), sarebbe auspicabile un serio dibattito sulla urgenza di riformare il nostro sistema tributario e restituire al rapporto fisco-contribuente equità e certezza del diritto.

(C) Antonio Laurenzano

20 luglio 2017

Fatherland di Robert Harris recensito da Miriam Ballerini

 
FATHERLAND                  di Robert Harris

© 1992 Arnoldo Mondadori Editore 
ISBN 8804374640  € 11,00  pag. 333

Cosa sarebbe accaduto che se a vincere fosse stato Hitler? Quale società avrebbe creato?
A queste domande ha dato una propria interpretazione lo scrittore Robert Harris, con questo romanzo ben scritto che, una volta iniziato a leggerlo, ti costringe quasi ad arrivare alla fine.
Ci troviamo nella città costruita da Hitler, nel 1964.
La polizia è stata assorbita dalle SS e March Xavier ne fa parte, anche se non è assolutamente di parte politica.
Tutto ha inizio con la morte di un gerarca nazista, pare che si sia suicidato.
Per March inizia un’indagine che lo porterà a scoprire tutta la polvere che può starci sotto un tappeto.
Presto Kennedy verrà in visita in Germania, ma l’impero di Hitler, la sua Fatherland, Patria, sta scricchiolando.
Presto March si accorge che quest’ultimo suicidio è solo l’ultimo caso di tante, troppe morti sospette.
Una giornalista americana lo aiuterà nelle indagini.
Dopo molte indagini, fra traditi e traditori, scopriranno quale grande mistero si cela dietro tutti questi omicidi. Chi sono i colpevoli e perché il turbine che prima pareva solo una tempesta, sta accelerando rischiando di diventare un vero e proprio uragano.
La giornalista, con le prove di quanto sta accadendo, l’eccidio di milioni di ebrei, riesce a passare il confine con la Svizzera, quindi a tornare in America dove potrà pubblicare le carte dello scandalo e
fare sapere al mondo intero cosa succede in Germania.
Per March è previsto un altro finale.
Tutti i nomi dei vari nazisti corrispondono a persone realmente esistite che, ovviamente e per fortuna, hanno fatto ben altra fine nella storia.
Un giallo davvero ben costruito, con adattamenti storici impeccabili e una penna che si fa seguire.

© Miriam Ballerini

14 luglio 2017

FISCAL COMPACT DA ROTTAMARE! di Antonio Laurenzano

         
FISCAL COMPACT DA ROTTAMARE!
di Antonio Laurenzano

Indietro tutta! Il Fiscal compact con le sue regole ferree sulla disciplina di bilancio siglato nel gennaio 2012 è da “rottamare”. E’ la sfida che Matteo Renzi lancia all’Ue dalle pagine del suo libro “Avanti”, uscito in questi giorni con non poco clamore mediatico. “Ritornare per cinque anni ai parametri di Maastricht con deficit di bilancio al 2,9% per avere a disposizione almeno 30 miliardi di euro per ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita in funzione del debito, perché di Fiscal compact e di austerity si muore!”
Fu infatti un “patto scellerato”, secondo Renzi, quello sottoscritto dai Governi europei (Gran Bretagna e Repubblica Ceca esclusi) in conseguenza della crisi economica dei debiti sovrani. Un patto di bilancio che consolidò la politica del rigore imponendo alle asfittiche economie dei Paesi del Sud Europa, Italia in testa, vincoli ancor più rigidi rispetto a quelli del Patto di stabilità del 1997: obbligo di non superare la soglia del deficit strutturale caso di deficit eccessivo. E inoltre, la clausola capestro per i nostri conti pubblici, la “regola del debito”: obbligo di ridurre il rapporto debito/Pil superiore al 60% di 1/20 all’anno, ovvero un esborso di 50 miliardi di euro ogni dodici mesi! Una misura insostenibile. Dulcis in fundo, la “regola d’oro” del pareggio del bilancio dello Stato, sancito con norma costituzionale che in Italia fu approvata quasi all’unanimità da Camera e Senato nel dicembre 2012, con la riformulazione dell’art. 81 della Costituzione.
Sulla legittimità del Fiscal compact si sono sollevati nel tempo critiche e forti riserve. Non è stato sottoscritto nel quadro di un Trattato europeo, ma al di fuori. Si tratta cioè di un accordo intergovernativo, non avente valore costituzionale, che non potrebbe in alcun modo modificare i Trattati dell’Ue, in primis quello di Maastricht che non prevede né il pareggio di bilancio, né l’abbattimento annuale del debito di 1/20! Modifiche che richiederebbero il varo di un nuovo Trattato da sottoporre al vaglio delle varie Assemblee parlamentari.
Ed è proprio su questo punto che Matteo Renzi gioca la sua sfida. Per recuperare al patto di bilancio ogni legittimità ed evitare quindi che possa essere impugnato davanti alle sedi competenti, uno specifico impegno assunto a livello comunitario dai Paesi firmatari del 2012 prevede l’inserimento del Fiscal compact nei Trattati europei con relativa ratifica dei singoli Parlamenti nazionali entro il prossimo dicembre. Da qui la pressione dell’ex premier sul Parlamento affinchè non sia dato semaforo verde alla ratifica che di fatto potrebbe ipotecare pesantemente lo sviluppo economico e la crescita del Paese. “Rottamare” dunque il Fiscal compact e recuperare la visione keynesiana della politica economica del Trattato di Maastricht, ammettendo un deficit pari al 2,9% del Pil e quindi l’idea che sia possibile finanziare con l’indebitamento la spesa per l’investimento e, in prospettiva, ridurre il debito. E’ il principio della “flessibilità virtuosa” ideato dall’ex ministro del Tesoro Guido Carli, figura centrale nel varo del Trattato.
Ma la ricetta renziana “più deficit, meno debito” è stata clamorosamente bocciata a Bruxelles. “Vogliamo un’Italia credibile, che rispetta le regole di bilancio dell’unione monetaria nell’interesse del Paese e delle future generazioni”, ha dichiarato Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici. Netta la replica di Renzi: “Ma è possibile che l’Europa ci dica cosa fare e poi non è in grado di mantenere gli impegni per la relocation dei migranti?” E’ appena iniziato un difficile confronto fra Italia e Ue su un tema strettamente legato al futuro della nostra economia e quindi della prossima legislatura. Un braccio di ferro che nasconde molte insidie, non ultima quella di carattere elettorale.


Quale che sia la sorte della proposta di Matteo Renzi, sarebbe un salto di qualità nel dibattito politico italiano se, al posto delle sterili polemiche sulle alleanze post-elettorali e delle stucchevoli manfrine nei salotti televisivi, partiti e movimenti concentrassero finalmente i loro interventi su una questione di primaria importanza: la politica economica da perseguire per sostenere la crescita ma anche per ridurre il diffuso e profondo disagio sociale che in Italia, come nel resto dell’Unione europea, alimenta pericolosamente le derive populiste e sovraniste! La posta in gioco è alta! Bisognerà ora vedere quanto le pressioni e le minacce d’infrazione che arrivano da Bruxelles potranno influenzare l’esito di una discussione interna alla politica nazionale davvero essenziale per l’incerto quadro economico-politico del Paese. La caccia al voto lasci il posto a una responsabile azione di governo!

10 luglio 2017

L’ANNO PROSSIMO A GERUSALEMME di Andrè Kaminski recensito da Miriam Ballerini

 L’ANNO PROSSIMO A GERUSALEMME di Andrè Kaminski
© Longanesi 1987 - € 6,90 – Pag. 281  ISBN 88-304-0715-1

Cosa sarà mai questo romanzo? Un libro di fantasia o una storia vera?
Lo stesso Kaminski, alla fine del libro, ci dice che ha scritto il suo libro basandosi su ricordi di parenti sparsi ovunque, volendo fare una sorta di excursus nella saga della propria famiglia;  ma di non prendere proprio tutto alla lettera, non si sa mai che ci siano degli errori!
Scrive: “Diciamo e scriviamo la verità soltanto quando non ci resta altro da fare”.
Personalmente ho davvero apprezzato questo romanzo, datato 1987, quindi assolutamente non recente, ma che ha ancora molto da insegnare.
Kaminski ci parla di due famiglie ebree: quella del padre Herschele, e quella della madre Malwa.
Il periodo è quello a cavallo della prima guerra mondiale, ma i vari momenti di tensione politica e ideologica, pare quasi facciano da sfondo alle varie vicende personali dei protagonisti.
La famiglia di suo padre, i Kaminski per l’appunto, sono di Varsavia, mentre quella della madre, i Rosenbach, sono di Stanislav.
In modo colorito ci racconta i vari personaggi, snocciolando i loro difetti e progetti di vita in modo simpatico e divertente; nonostante si sia in guerra, nonostante la persecuzione alla quale gli ebrei sono da sempre destinati.
La famiglia Kaminski ha come capostipite Janckl, padre di undici maschi e cinque femmine. Herschele è il più piccolo dei maschi. Ripudiati dal padre perché rivoluzionari, riescono a fuggire in America, dopo essere stati mandati in esilio in Siberia.
A New York uno zio investe su di loro, cercando di farli diventare una meravigliosa squadra di calcio.
La famiglia di Malwa, invece, vede un padre affetto da nanismo, sposato a una donna che non lo ama; con uno zio che prevede chissà quali fortune per la sua invenzione della fotografia a colori, che mai riuscirà a realizzare.
Malwa è una ragazza forte, che lotta per l’emancipazione femminile.
I due si incontreranno a Vienna, dopo varie vicissitudini. Sarà amore a prima vista.
Ma il loro peregrinare ancora non ha fine: Malwa, in attesa del loro figlio (Andrè), andrà in Svizzera in cerca di lavoro. Herschele, ancora tenterà la via della rivoluzione.
Fino a quando si riuniranno a Ginevra. E non solo loro, ma tutte e due le loro famiglie.
C’è tanto in questo libro: c’è storia, psicologia, humor, una religione diversa. Affetto e scontri.
Vi starete chiedendo il perché del titolo: per il popolo ebraico, dire “ l’anno prossimo a Gerusalemme” è un saluto, un augurio. Anche se sanno benissimo che non sarà mai così.


© Miriam Ballerini

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica