20 aprile 2017

STORIE DI “GIROVAGHI, MUSICANTI E MUSICISTI...” a cura di Vincenzo Capodiferro

STORIE DI “GIROVAGHI, MUSICANTI E MUSICISTI...”
Un pregevole lavoro di ricostruzione storica di artisti lucani, a cavallo tra Otto e Novecento.

“Girovaghi, musicanti e musicisti della valle dell'Agri. Note nel tempo e nello spazio”, Zaccara, Lagonegro 2013, è un'opera scritta da G. Acinni, T. Armenti e A. De Stefano. È un'opera bellissima perchè rievoca questi gruppi che suonavano e giravano per i paesi ed il mondo tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento in una zona peculiare che è il cuore della Basilicata: la valle dell'Agri. È inutile ricordare che la rievocazione dei musicanti si innesta su di una tradizione antichissima, che risale ai cantastorie medievali, ai bardi ed ai poeti girovaghi. Questi avventurieri, esploratori, spiriti liberi ispirati solo dall'arte si spingevano, portati dall'ondata dell'emigrazione anche oltreoceano. La tradizione delle bande di suonatori girovaghi è diffusa in tutto il mondo: pensate ai dervisci, ai danzatori russi, alle bande slave. Ad esempio le “Slavonic Dances” di Dvorak riprendono il senso di questa lunghissima e vastissima tradizione popolare. Poi queste bande le dobbiamo ricollegare anche alla tradizione delle danze classiche locali, alle tarantelle, come alle pizziche salentine. In questo contesto il valore storico, culturale, antropologico, allora, di quest'opera è notevole. La musica aveva un valore centrale nella società antica, rappresentava il momento più sublime della festa e del raccoglimento sociale. L'intensità dei componimenti rasentava anche la libera interpretazione e la creazione sempre perenne di nuovi ritmi e nuovi testi sonori. A metà tra improvvisazione e ripetizione, sia “a orecchio” che con veri e propri spartiti musicali, i suonatori cercavano la controparte corale nel sottofondo popolare, oltre che nei danzatori, coloro che incarnano la musica vivente, suprema forma d'arte e di purificazione. Schopenhauer ci ricorda che la musica è la suprema via di liberazione estetica dal dolore e lo conferma anche Nietzsche, con la musica - come la tragedia - apollinea e quella dionisiaca. La musica è al culmine di tutte le arti in quanto oggettivazione immediata della volontà, espressione in un linguaggio privo di immagini del tendere incessante della volontà. Non dimentichiamo che gli antichi erano ballerini facili e si prestavano bene all'ascolto ed alla danza. In questo contesto possiamo fare anche un richiamo alle danze bacchiche. Il ballo, insieme all'arte, aveva un ruolo purificatore, catartico sociale. Nel testo vi si ricostruiscono le principali bande di suonatori che operavano nella valle dell'Agri ed a partire da questa. Riportiamo alcune considerazioni per comprendere meglio il senso di questa ricostruzione storica: «Nelle vicende che hanno segnato la storia dell'Arpa di Viggiano non mancano pagine oscure e dolorose,» vi scrive, a proposito, Vito De Filippo, ex presidente della Regione Basilicata, storico e scrittore, «come quelle riferibili alla tratta dei piccoli musicanti girovaghi, alla quale gli autori, con encomiabile rigore intellettuale, dedicano alcune delle pagine più belle di questo racconto. Un racconto che ci rende tutti più ricchi sotto il profilo storico, ma soprattutto un po' più innamorati della propria terra». Ed in effetti la tratta dei piccoli musicanti girovaghi era una piaga sociale che poi venne abolita nel tempo con opportuni provvedimenti legislativi e giudiziari, come viene riportato nel testo. L'altra piaga che viene minutamente menzionata è quella dell'emigrazione, oltre al brigantaggio: «Mamma mia, papa! Domenza, non ti stupire. Ti avevo accennato che il brigantaggio era anche violenza aperta. In Basilicata si contavano una settantina di bande». Accanto alle bande di briganti proliferavano quelle dei musicisti e sovente le prime aggredivano e rapinavano le altre. Spesso i briganti rapinavano i pellegrini della Madonna di Viggiano ed, ad esempio, aggredirono il 13 luglio del 1867 la banda musicale di Castelsaraceno, composta da 18 elementi, con “serpentoni” e “pelittoni”, diretti a Sasso di Castalda: «Il viaggio fu lungo e faticoso. Del resto, gli abitanti di Castelsaraceno erano abituati a spostarsi in quel modo, tanto che erano chiamati li zumba fossi hi Casteddo. Ogni tanto i mosicanti si fermavano, consumavano la colazione, bevevano alla cannella e facevano un'allegra suonata, incuranti dei pericoli». Alla fine furono lasciati in mutande. Il libro assieme alla celebrazione dell'arte ci propone una denuncia sociale molto forte che accompagna sempre la nostra storia: la tratta come viene simbolicamente denominata “degli schiavi bianchi”, cioè lo schiavismo, il brigantaggio, la grande emigrazione e non manca il terremoto, emblema della nostra terra. Vi si rievoca quello del 1857, ma ricordiamo anche la tragedia del 1980. Ma chi erano questi artisti? «Sono tanti i protagonisti,» scrivono gli autori, «di queste storie straordinarie e dalle melodie dal sapore antico: dai musicanti “ad orecchio” alla tratta dei bambini girovaghi musicanti, dall'arpista sull'oceano Pasquale Sinisgalli al naufragio del Titanic con Alfonso Meo Martino, dai fratelli Ramagnano musicisti professionisti a Saverio Latorraca il poeta mandolinista, dai barbieri musicanti chitarristi ai musicisti fratelli Montano, dall'arpa popolare di Rocco Rossetti fino all'ultimo depositario della musica popolare l'arpista Luigi Milano». Tra tutti questi artisti, noi vogliamo ricordare, per il legame che ci lega al nostro paesello, Castelsaraceno, Giuseppe Pugliese, detto Peppo 'i Ciurlo, il quale suonava il violino insieme all'arpista Egidio Miraglia, detto Giddiello, ed ad Ubaldo Fulco, il quale ad Addis Abbeba accolse il generale Badoglio colla sua chitarra: «Si racconta che Peppo 'i Ciurlo, che faceva il falegname, durante il lavoro, tranciandosi le dita della mano, avesse esclamato: “Addiu, viulinu”!». Gli autori sono Graziano Acinni, chitarrista, autore, arrangiatore e produttore di Moliterno, conosciuto per la sua lunghissima collaborazione come chitarrista del compianto Mango. Nel 2003 ha fondato il gruppo musicale Ethnos. Ha partecipato a diverse rassegne musicali, insieme ad artisti famosi, come Vasco, Ligabue, Pavarotti, Antonacci, Zucchero, Bocelli, Battiato ed altri. Teresa Armenti si interessa di storia, poesia, saggistica, letteratura e dialetto. Ha ricevuto vari riconoscimenti a livello nazionale. Collabora con diverse riviste. Ha scritto molte opere che spaziano dalla poesia alla storia, dall'antropopolgia alla narrativa. Tra le ultime ricordiamo “Fedro e la giustizia. 12 favole rivisitate in dialetto lucano”, Lucaniart 2012; “Aliti d'amore. Vent'anni di appuntamento con Gesù”, Solofra 2007; “Mio padre racconta il Novecento”, Solofra 2006. Adamo De Stefano è un appassionato studioso di tradizioni popolari ed ha condotto diverse ricerche sulla Basilicata di carattere storico e socio-economico. Interessante a proposito la sua tesi di laurea: “Dai briganti alla criminalità organizzata in Basilicata. L'ex isola felice”, un laborioso lavoro di ricerca sul campo che dimostra la continuità tra brigantaggio e mafia. In questo contesto possiamo richiamare all'attenzione anche l'ottimo lavoro di Don Marcello Cozzi “Quando la mafia non esiste”.


Vincenzo Capodiferro

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