18 aprile 2017

“SOLILOQUIO DI UN FOLLE” Un romanzo ironico, profondamente e psicologicamente introspettivo di Capodiferro Egidio a cura di Vincenzo Capodiferro

SOLILOQUIO DI UN FOLLE”
Un romanzo ironico, profondamente e psicologicamente introspettivo di Capodiferro Egidio

“Soliloquio di un folle” è un romanzo di Capodiferro Egidio, edito da Cicorivolta nel febbraio del 2017. Si tratta di un'opera straordinaria. È scritto tutto d'un pezzo, senza interruzioni di capitoli e di paragrafi. Per questa sua peculiarità è un pezzo unico che si detona in un concerto a metà tra rappresentazione teatrale e tramatura narrativa. Il protagonista, Ermenegildo Sette, ricoverato in una clinica per malati mentali, trascorre molte ore al giorno a parlare da solo. È proprio in questo raccontarsi che emerge il resoconto della sua vita: le situazioni, i personaggi sfilano e si alternano come in una scena. Il contesto si apre in prospettiva, nella tipica cornice del “teatro nel teatro”, del “racconto nel racconto”. Vi emergono le diverse fidanzate che ha cambiato nella sua vita: Clementina, Sofia, Vanessa, Lavanda. Vi emergono tanti strani personaggi, come Stambecca, Teiera ed il fumatore accanito Caminetto. Infine «il tragico incidente del cugino Dario lo porterà a conoscere l'infermiera Fernanda, chiamata affettuosamente Vampira, che diventerà la sua futura moglie». Riportiamo alcuni passi significativi: «A mio fratello non chiesi chi fosse, perchè la curiosità non sempre va praticata. Si fosse chiamata X, o Y, o Z, Equazione Algebrica o che so io... non mi interessava..., o Valeria, o Vanessa, o Valentina, o Vanitosa, o Valorosa … non mi interessava». Vi si riconosce lo sdoppiamento e la frantumazione della personalità di matrice pirandelliana: “uno, nessuno, centomila”. Non vi mancano paesaggi surreali, che si pingono tra fantasia e realtà e si intrecciano coi personaggi altrettanto surreali che si fondono in un unico sfondo colla personalità del protagonista: «I fiori della ginestra sono scaglie di ambra affisse nei suoi rami verdi, o come fiamme accese, focolai di un incendio nel verde»; «la fontana aveva l'aspetto di un uomo incurvato su se stesso, con la gobba; l'acqua usciva dalla bocca, scendeva su due mani unite che l'accoglievano»; «la luna è una mometa incisa solo da un lato». Ed in tutto questo mondo immaginario il sole fa da maestro: «Il sole è il più grande pittore del mondo, e quando sorge o tramonta colora la terra d'arancio, ma non sempre: dipende dalla collocazione delle nuvole nella scacchiera del cielo». Ermenegildo Sette è una di quelle figure degli “sconfitti della vita”, assimilabile ai vinti della tradizione letteraria italiana: da Verga a Manzoni, da Pirandello agli inetti sveviani. Colla poetica pirandelliana il Capodiferro condivide l'illusorietà degli ideali, la solitudine dell'uomo che sfocia nel solipsismo, l'incoerenza e l'instabilità dei rapporti sociali e gli inganni della coscienza che costringono alla necessità di una maschera, la disgregazione del mondo oggettivo e l'ironia, sebbene Sette incarni la crisi della figura dell'esteta dannunziano, sempre alla ricerca del piacere, sfociante nel superominide “folle”, di nietzschiana evocazione. Colla poetica sveviana il Nostro condivide certamente la centralità del solo personaggio, cui gli altri fan da coro: un personaggio abulico ed infelice che tenta di nascondere a se stesso la propria inettitudine, sognando evasioni, che nel caso di Sette si perdono nella memoria. Vi si celebra l'eroe negativo, come in Svevo, che nella sua malattia diviene voce clamante nel deserto nella denuncia della follia sociale. Lo stile ironico, cioè comico tende a svelare la tragedia del naufragio esistenziale della società attuale, attraverso l'illuminazione della solitudine e della sconfitta dell'uomo. E soprattutto è imponente lo stile metanarrativo, cioè di esibizione del costruire se stesso nell'impianto narrativo, attraverso il ricordo. In questo senso “Soliloquio di un folle” costituisce uno staordinario caso di auto-analisi. D'altra parte l'anamnesi freudiana richiama proprio quella platonica anamnesi svelatrice del vero, sebbene nel “Soliloquio” si evince l'impotenza della metodica terapeutica e l'inattendibilità del ricordo: il ricordo non è mai esatto, non è mai la realtà, c'è sempre una derridiana différance tra realtà, pensiero e linguaggio.


Vincenzo Capodiferro

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