02 aprile 2017

BREXIT, ADDIO ALL’ UNIONE EUROPEA di Antonio Laurenzano

BREXIT, ADDIO ALL’ UNIONE EUROPEA
di Antonio Laurenzano

Dopo la solenne “Dichiarazione di Roma” firmata in Campidoglio dai 27 Capi di Stato e di governo in occasione dei 60 Anni dei Trattati del 1957, al Presidente del Consiglio europeo Tusk è stata consegnata a Bruxelles la “lettera di addio” dall’Ue del Regno Unito. Si è così concretizzata la volontà popolare espressa nel referendum dello scorso giugno quando il 51,9% dei cittadini del Regno votò a favore del “divorzio”. Si chiude la lunga stagione delle ambiguità iniziata nel 1973 con l’ingresso nell’Unione della Gran Bretagna, una storia tormentata, una convivenza difficile. Con un Pil alla fine degli Anni Cinquanta fra i più bassi d’Europa e il tasso di disoccupazione tra i più alti, Londra puntò sull’Europa e indirizzò la domanda di adesione all’allora Cee che venne rifiutata in due occasioni prima di essere accolta. Un matrimonio d’interessi spesso in crisi: una prima volta nel 1984 quando la Lady di ferro, Margaret Thatcher, pretese dalla Comunità europea il riconoscimento della clausola “our money back”, la restituzione dei contributi versati per la politica agricola comune (Pac). Ancora più clamorose e deflagranti la presa di posizione britannica nel 1988 contro la “federalizzazione” dell’Europa, con buona pace del pensiero di Winston Churchill, nonché l’opt-out dalla moneta unica, dalla Convenzione di Schengen e dal social chapter, caro a Jacques Delors, Presidente della Commissione europea.
Una presenza ingombrante nell’Ue quella del Regno Unito, da sempre “con i piedi in Europa ma con la testa oltre Oceano”. Un partner critico, arrogante nelle sue incessanti rivendicazioni sovrane, geloso del crescente potere politico ed economico della Germania, uno dei sei Paesi fondatori dell’Unione.
Inizia ora un lungo e complesso negoziato che in due anni dovrà regolamentare i tanti rapporti in essere fra Londra e Bruxelles. Nei prossimi giorni il governo di Theresa May presenterà un testo di legge con l’elenco delle oltre 19 mila norme comunitarie recepite nel sistema legislativo britannico che il Parlamento dovrà modificare o abrogare. Il 29 aprile a Bruxelles il Consiglio europeo, in seduta straordinaria, concorderà le linee guida del “trattato di ritiro” che dovrà poi essere ratificato dal Parlamento di Strasburgo. La trattativa per le condizioni della Brexit si prospetta non semplice. Le posizioni sono abbastanza rigide, con la prevalenza a Londra di una “hard Brexit” del Regno Unito non solo dall’Ue ma anche dal mercato unico. Da Bruxelles si precisa : mai un accordo che mantenga la libera circolazione di merci,servizi e capitali, ma non delle persone. Se nessuno recederà da queste posizioni vi sarà il ritorno delle tariffe e delle dogane ai confini fra il Regno Unito e l’Ue. Ma la ciliegina è quella che Bruxelles intende mettere sulla torta da… regalare ai sudditi di Sua Maestà Britannica: il pagamento di 60 miliardi di euro che Londra dovrebbe pagare per onorare tutti i contratti sottoscritti da Stato membro dell’Unione, per finanziare il bilancio comunitario (la programmazione in corso copre i sette anni dal 2014 al 2020), compresi i programmi di coesione e le spese amministrative (fra le altre, le pensioni dei funzionari europei di nazionalità britannica). Il rischio è che i negoziati si arenino su questo punto già nella fase iniziale e che alla fine dei due anni il Regno Unito esca dall’Ue senza un accordo quadro, con gravi conseguenze sui tanti interessi in gioco.
A pochi giorni dalla sfida lanciata a Roma per un’Europa migliore, un’Europa dei popoli più vicina alle istanze socio-economiche dei cittadini, esce dalla “casa europea” un condomino “invisibile” sul piano politico, contrario a ogni forma di integrazione dell’Unione, ma molto “visibile” su quello economico. Con l’uscita della Gran Bretagna l’Europa perde la sua seconda economia, il 25% del suo Pil, la City, la sua prima piazza finanziaria, una grande potenza militare. “Un momento triste, un momento storico”, sul quale pende minacciosa la richiesta del Parlamento scozzese di un referendum bis sulla secessione da Londra in risposta alla Brexit. Una implicita richiesta di indipendenza della Scozia dal Regno Unito alla quale potrebbe seguire quella dell’Irlanda del Nord che preme per ricongiungersi con l’Irlanda.

La premier britannica ha auspicato una “partnership speciale” con l’Ue che preveda una efficace cooperazione sul piano economico e della sicurezza, nonché la reciprocità per la tutela degli interessi di tutti i cittadini. Ma l’incertezza regna sovrana! Come risponderanno i mercati? Quali gli effetti sull’import-export? Quale sarà l’andamento dei tassi di crescita? Per l’Europa un difficile banco di prova: selezionare priorità e interessi condivisi, rafforzare il debole spirito unitario, individuare un credibile assetto istituzionale, disegnare un equilibrato sviluppo economico per azzerate il diffuso euroscetticismo. Per Londra, alla fine, un’amara verità: nel mondo globale l’isolamento non è più …. splendido!      

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