06 luglio 2014

LA PROFONDA RELIGIOSITÀ DEL MAZZINI Apostolo della “Giovine Italia” e missionario della Patria di Vincenzo Capodiferro


LA PROFONDA RELIGIOSITÀ DEL MAZZINI

Apostolo della “Giovine Italia” e missionario della Patria


Giuseppe Mazzini fu agitatore politico e delle coscienze, apostolo della Giovine Italia, che nonostante tutte le sue vicissitudini si mantiene ancor giovane, nonché della Giovine Europa, di cui oggi tanto ci si gloria, intrepido missionario della Patria e dell’umanità. Nasce a Genova il 22 giugno di quel secolo novello che appena cominciava, nel 1805 e vi vive fino al 1872, quando muore a Pisa il 10 di marzo. Dio e popolo, pensiero e azione sono i capisaldi della sua religiosità profonda e sentita. Mazzini vagheggiava il superamento dei moti carbonari e l’inveramento della teoria dei doveri, e della missione religiosa della vita umana. L’uomo, vagheggiato dal patriota genovese, da un alto era l’erede dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese, e dall’altro era il nascituro dei Risorgimenti e delle rivoluzioni nazionali. Al di là di tutte le rivoluzioni però la rivoluzione vera dell’individuo, delle sue libertà e dei suoi diritti, non ha ancora concluso il cammino progressivo dell’umanità. Con la Rivoluzione Francese si chiude un’epoca e se ne apre un’altra, con altri problemi, con altre esigenze. Conquistata la libertà si rivela necessaria l’esigenza della legge, che impedisce alla libertà di degenerare nell’arbitrio e nel caos: «Conoscere la legge e ottemperarvi le opere: è questo, infatti,» scrive il Mazzini, «il vero modo di porre il problema. Or la legge dell’individuo non può chiedersi che alla specie. Soltanto da un concetto dell’Umanità può desumersi il segreto, la norma, la legge di vita dell’uomo». Un’idealità religiosa può superare e completare la rivoluzione dei diritti: «Il pensiero religioso è la respirazione dell’Umanità: Anima, Vita, Coscienza e manifestazione ad un tempo. L’Umanità non esiste che nella coscienza della propria origine e nel presentimento dei propri fati». Questa idealità completa, infatti, la teoria dei diritti in quella dei doveri: «Il Diritto è fede dell’individuo: il Dovere è fede comune. Il Diritto non può che ordinare la resistenza, distruggere, non fondare; il Dovere edifica e associa, scende da una legge generale, laddove il primo non scende che da una volontà». L’elevatissima idealità religiosa si esprime nel Mazzini come fede in Dio, nell’umanità e nel progresso: «Crediamo in un’unica legge generale, immutabile, che costituisce il nostro modo di esistere, abbraccia ogni serie di fenomeni possibili, esercita continua un’azione sull’universo, e su quanto vi si comprende, così nel suo aspetto fisico, come nel morale.  Ogni legge, esigendo un fine da raggiungersi, crediamo nello sviluppo progressivo, in ogni cosa esistente, delle facoltà e delle forze, che sono facoltà in moto, verso quel fine ignoto, senza il quale la legge sarebbe inutile, e l’esistenza inintelligibile. E dacché ogni legge ha interpretazione e verificazione nel proprio soggetto, noi crediamo nell’Umanità, ente collettivo e continuo, nel quale si compendia l’intera serie ascendente delle creazioni organiche e si manifesta più che altrove il pensiero di Dio sulla terra, siccome unico interprete della Legge. Crediamo nell’Associazione, che non è se non la credenza attiva in un solo Dio, in una sola Legge e in un solo Fine, come nel solo mezzo posseduto da noi per tradurre il Vero in realtà, come in metodo nel Progresso. Crediamo quindi nella Santa Alleanza dei Popoli, come quella che è la più vasta formula di associazione possibile nell’epoca nostra, nella libertà e nell’eguaglianza dei popoli, senza le quali non ha vita associazione vera, nella nazionalità, che è la coscienza dei popoli e che assegnando ad essi la loro parte di lavoro nell’associazione,  il loro ufficio nell’umanità, costituisce la loro missione sulla terra, cioè la loro individualità, senza la quale non è possibile libertà, né eguaglianza, nella santa Patria, culla delle nazionalità, altare e lavoreria per gli individui, che compongono ciascun popolo. E come noi crediamo nell’umanità, sola interprete della legge di Dio, così crediamo, per ogni Stato, nel Popolo, solo padrone, solo sovrano, solo interprete della Legge dell’umanità, regolatrice delle missioni nazionali: nel Popolo, uno ed indivisibile, che non conosce caste o privilegi, se non quelli del Genio e della Virtù, né proletariato, né aristocrazia di terre o finanze, ma solamente facoltà e forze attive, consacrate per utile di tutti all’amministrazione del fondo comune che è il globo terrestre. Dio e la sua Legge, l’Umanità ed il suo lavoro di interpretazione, progresso, associazione, libertà, eguaglianza e il dogma del popolo, tutto si collega sul terreno della nostra credenza». Mazzini mosse le masse con le onde della fede. Vero è che il popolo fu sordo alla voce del profeta. Ma che cosa potevamo aspettarci? Si sono sottomessi ai capibanda. Hanno ascoltato, dopo tanto, la voce di Marx e di Nietzsche. Hanno calpestato la loro dignità di popolo e si sono ridotti a plebe, a massa. Alla Santa Alleanza dei principi il profeta voleva sostituire la Santa Alleanza dei popoli. Ma quei popoli caddero ai piedi dei tiranni e così fecero nel Novecento coi Fascismi, i nazismi e gli Pseudocomunismi. Mentre una voce clamante nel deserto gridava: «Abbiate dunque fede, o voi che patite per la nobile causa, apostoli di una verità anche oggi ignorata dal mondo. Credete ed operate. L’Azione è il Verbo di Dio: il pensiero inerte non ne è che l’ombra. Quel che disgiungono il Pensiero e l’Azione, smembrano Dio e negano l’eterna Unità». E questa autentica fede portava a dire al Mazzini: «Dio esiste. Noi non vogliamo, né dobbiamo provarvelo. Tentarlo ci sembrerebbe bestemmia, come negarlo follia. Dio esiste perché esistiamo noi. Dio vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell’umanità, nell’universo che ci circonda. La nostra coscienza lo invoca nei momenti più solenni di dolore e di gioia. L’umanità ha potuto trasformarne, guastarne, ma giammai sopprimerne il santo nome. L’universo lo manifesta con l’ordine, con l’armonia delle sue leggi. Non vi sono atei fra di voi: se ve ne fossero sarebbero degni non di maledizione, ma di compianto. Colui che può negare Dio davanti ad una notte stellata, davanti alla sepoltura dei suoi più cari, davanti al martirio è grandemente infelice, o grandemente colpevole! Il primo ateo fu senza alcun dubbio un uomo che aveva celato un delitto agli altri uomini e cercava, negando Dio, di liberarsi dell’unico testimone a cui non poteva celarlo». Se oggi l’Europa, anche se sta perdendo la fede, che è la cosa più importante, ha visto, però, la grazia della democrazia, della libertà, dell’eguaglianza, non solo a parole, ma nei fatti, dopo secoli di tirannie e non da ultimo di tragedie belliche e di totalitarismi, lo deve anche a queste voci che sono risuonate profondamente nei solchi della storia. Grazie a questa sordità l’Italia è potuta essere schiava per secoli e secoli, tanto da far esclamare al Machiavelli: «E se, come io dissi, era necessario, volendo vedere la virtù di Moisè, che il popolo d’Israel fusse schiavo in Egitto, ed a conoscere la grandezza e l’animo di Ciro, che i Persi fussero oppressi dai Medi, ed ad illustrare l’eccellenza di Teseo, che gli Ateniesi fussero dispersi; così, al presente, volendo conoscere le virtù di uno spirito italiano, era necessario che l’Italia si conducesse nei termini presenti, e che la fusse più schiava che gli Ebrei, più serva che i Persi, più dispersa che gli Ateniesi, senza capo, senz’ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa ed avesse sopportato di ogni sorta rovine» (N. Machiavelli, Principe, XXVI). In nome di quel comune senso religioso lo stesso Gioberti esortava il Mazzini: «Strappate la maschera dell’ipocrisia ai principi, che con bestemmie nefande osano chiamarsi cristiani, cattolici, padri del popolo, stabiliti da Dio; e oltraggiano la santità della religione col vituperoso omaggio che le rendono. Penetrate nelle corti dei re e dipingete al vivo quelle fogne di malvagità e di bruttura; chiedete qual sorta di cristianesimo  sia quello tenuto dai governi assoluti, ponete mano al vero e al vivo cristianesimo, chiaritelo, divulgatelo, proclamate le sue dottrine per impedire che esso si confonda con quella religione di servitù e di barbarie che oggi regna. Scrivendo sulla bandiera italiana, che avete inalberata, le sublimi e portentose parole: «Dio e popolo» significate qual culto sia il vostro e quale civile riforma vi propiniate. Io vi saluto, precursore della nuova legge politica, primo apostolo del rinnovato Evangelico». Mazzini e Gioberti avevano una profonda concezione religiosa della vita: «Essi erano convinti,» scrive Edmondo Solmi, in Mazzini e Gioberti, Milano 1913, «che non si può parlare di libertà, di unità, di indipendenza, di civiltà e di progresso, senza una rigenerazione religiosa dell’umanità. Sentivano che la religione ispira e consacra i pensieri e le azioni umane, nobilita, consola, fortifica l’individuo e la fratellanza di ogni uomo». Mazzini credeva che «Alla Roma dei Cesari e dei Papi deve succedere la Roma del Popolo che armonizzando terra e cielo, Diritto e Dovere, parlerebbe non agli individui, ma ai popoli una parola d’assicurazione insegnatrice ai liberi e agli eguali della loro missione» (G. Mazzini, La missione dell’Italia). Gioberti similmente credeva che se «L’Italia ha creato l’Europa cristiana e moderna, l’Europa deve ritornare all’Italia… Veggo in questa futura Italia risorgente fissi gli occhi di Europa e del mondo; veggo le altre nazioni, prima attonite e poi ligie e devote, ricevere da lei un moto spontaneo i principi del vero, la forma del bello, l’esempio e la norma del bene operare e del sentire altamente…» (V. Gioberti, Del primato morale e civile degli italiani, Torino 1925). Entrambi credevano fortemente nella patria, un termine che pare ormai caduto in disuso, tranne nell’assistere alle partite dei Mondiali di calcio, ove ritorna in mente l’inno nazionale. Eppure - e concludiamo con queste parole tratte da I doveri degli uomini di Silvio Pellico - : «Essere schernitori della religione, dei buoni costumi ed amare degnamente la patria è cosa incompatibile, quanto sia incompatibile esser degno estimatore di una donna amata e non riportare che vi sia l’obbligo di esserle fedele. Se un uomo vilipende gli altari, la santità coniugale, la decenza, la probità e grida: Patria! Patria! Non gli credere! Egli è un ipocrita del patriottismo. Egli è un pessimo cittadino. Non vi è buon patriota, se non l’uomo virtuoso, l’uomo che sente ed ama tutti i suoi doveri e si fa studio di seguirli. Ei non si confonde mai né con l’adulatore dei potenti, né con l’odiatore maligno di ogni autorità: essere servile ed essere irriverente sono pari eccesso». Credo che non vi sia più bella immagine per descrivere la grandezza della figura del Mazzini di questa nobile descrizione che un patriota fa del Patriota. 

Vincenzo Capodiferro

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