12 marzo 2014

Le periodiche di Marcello De Santis



LE PERIODICHE di  Marcello de Santis



foto di gruppo di suonatori cantanti e danzatori 
nella Napoli di una volta


Era una decina di anni fa. Il mio amico Pino, di Frattamaggiore (Napoli), ma da anni stabilitosi qui dalle mie parti, mi invitò a partecipare a una "periodica", e con me altri amici e suoi conoscenti. Accettai di buon grado, amante come sono di cose napoletane e speranzoso almeno di ascoltare qualche canzone o poesia napoletana. Eravamo invitati ad ascoltare e a recitare.
Pino dettò anche l'argomento che ognuno doveva rispettare nella sua esibizione; dovevamo creare dunque, o cercare, un'opera in ogni campo della cultura da presentare nella serata. Il tema era: Come pioveva.
Fu indimenticabile, quella serata, come lo furono le altre che seguirono ininterrottamente per ormai dieci anni.
Io presentai La ballata della pioggia, una ballata estemporanea e pazzerella, in versi, che piacque molto. Non ricordo se di questa prima serata Pino fece una raccolta dei testi, corredata da fotografie, come poi fece per le successive. Io ho le due raccolte che egli fece poi delle opere e delle foto della seconda e della terza che si tennero a casa sua, nella stupendo rustico all'uopo preparato con tanto di amplificazione microfoni e alcuni strumenti musicali pronti per essere adoperati.
2a periodica 22 marzo 2003 
periodica di primavera: Pane pomodoro e basilico

3a periodica 7 giugno 2003
periodica dei colori:  Giallo van gogh.

Oggi la periodica dell'amico Pino come ho detto, continua, una all'anno, verso novembre, di sera, e finisce con tante buone cose da mangiare, (ognuno porta qualcosa, (qualcuno la sua specialità), dalla pasta al forno alle penne all'arrabbiata, dalla pasta e fagioli alle lenticchie con salsicce; dalle frittate alle insalate russe, dai panini imbottiti ai taralli napoletani; e poi i dolci, a volontà, compresi profiteroles e bigné).
La prima volta, ricordo, con la sua chitarra a tracolla (è anche un estroso cantante - e in questa veste si presenta ogni volta - e attore di commedie napoletane con una compagnia locale di bravi appassionati), si portò davanti al microfono, dette il benvenuto a tutti noi (ognuno dei presenti con mogli e mariti e anche figli grandi) e illustrò l'intento della serata; spiegò che cos'era la "periodica", molti infatti non la conoscevano; facendo una breve storia della stessa.
E' ciò che mi accingo a fare qui io, sperando di farvi cosa gradita.

Nelle periodiche ci si riuniva per stare insieme, ma soprattutto per ascoltare musiche e parole di future canzoni o poesie o arie di opere. Tra un bicchierino di liquore e un dolcetto.
Nelle dimore dei signori, queste riunioni si tenevano nei famosi salotti, in alternativa a quelli propriamente letterari, in cui, davanti alle persone che ascoltavano, si esibivano, di volta in volta, i partecipanti stessi alle pomeridiane o serate. Va detto che queste riunioni si organizzavano anche tra la gente del popolo; e anche del popolino. In questo caso nella sala delle più o meno modeste case prestate all'uopo da uno dei partecipanti (il padrone di casa) ci si radunava intorno ad un modesto grammofono, e ci si limitava ad ascoltare canzoni romantiche napoletane o canzoni comiche, o scenette divertenti, le famose "macchiette", (che però, è bene precisarlo, si presentavano anche nelle case dei nobili o dei benestanti).

Nei salotti nobili, che erano i luoghi più importanti delle case, arredati con maggiore cura, se possibile, nell'abbondanza e nel calore proprio di un ambiente che era delegato ad accogliere gli ospiti i più diversi, si offrivano ogni genere di prelibatezze, presentate agli ospiti arrivati in vesti eleganti, il tutto disposto in bell'ordine in cospicue tavolate di buffet freddi.


salotto letterario francese del 700.
I salotti in cui si tenevano le periodiche, che sarebbero nate a Napoli circa un secolo e mezzo dopo, derivano proprio da quelli di allora. 
Anche a quei tempi, dunque, si riunivano amanti della cultura, (nella foto una signora sta leggendo un'opera di Molière), e anche allora si declamavano versi (non ancora canzoni),ma si discuteva anche di filosofia e di politica.

All'inizio erano gli stessi padroni di casa a fare gli inviti con lo scopo precipuo di presentare le loro opere; recitare o cantare; una zia al pianoforte, un figlio o una figlia a cantare, e la mamma e il papà ad ascoltare compiaciuti e a ricevere omaggi e complimenti dai presenti. I partecipanti erano agli inizi amici e parenti, più tardi gli inviti ad esibirsi vennero estesi anche ad altri potenziali sconosciuti artisti nel campo della musica o della poesia; o della recitazione. 

Nelle case (modeste) della gente comune, invece, si radunavano famiglie intere, vale a dire il vicinato dell'ospite; era lui che quasi sempre aveva un grammofono che si onorava di mettere a disposizione. A fine serata poi, o al termine della pomeridiana sul primo imbrunire, si mangiavano dolcetti comuni, o anche gelati, ma per lo più taralli; bagnati da bicchieri di vino (da cui il termine oggi ancora molto in voga, "finire a tarallucci e vino", a significare "in modo prettamente amichevole").
Un cenno su questo dolce di Napoli, il tarallo, (dolce diffuso anche in tutto il meridione in generale): un impasto di acqua e farina con sugna e pepe, rinforzato e ingentilito con mandorle. 

Come stiamo vedendo, dunque, era lo stato sociale dei partecipanti a queste riunioni a determinare il genere della manifestazione e del mangiare.

Soffermiamoci sulle periodiche che si tenevano nei salotti dei signori, (quelli dei nobili, per intenderci), che sono poi quelle che hanno dato la fama al termine di "periodica", termine determinato dal fatto che le pomeridiane o le serate d'arte si ripetevano nel tempo, con date stabilite di volta in volta.
Al termine di una serata ci si dava nuovo appuntamento; e ognuno, allo stesso tempo partecipante attore e spettatore (e critico attento del cui parere si teneva molto conto) aveva tutto il tempo per preparare magari una nuova poesia, un nuovo testo di canzone, e il musicista per lavorare a una nuova melodia che poi - rivestiti i versi di una poesia - veniva presentata come canzone; e così che sono nate molte grandi canzoni napoletane.  
Più tardi si presentavano, invitati magari perché già di una certa notorietà, anche attori dilettanti o cantanti alle prime armi; e anche improbabili personaggi con scketc divertenti, e scenette comiche; nacquero in questo modo le macchiette molte delle quali diventate celebri. C'erano canzoncine ironiche alternate in genere a monologhi spiritosi  o versi burloni, sempre accompagnai da una musica che si adattava perfettamente al testo (una deriva senz'altro dalle opere buffe della fine '700).
L'interprete degli scketc presentava un personaggio della vita reale, che andava dall'esattore delle tasse all'onorevole o al guappo, facendone una caricatura esasperante il più delle volte, trasformando in senso comico il carattere e la fisionomia; e si usavano espressioni a doppio senso, spesso volgari, ma anche grotteschi; con lo scopo precipuo di far ridere.
Uno dei più assidui frequentatori dell'ambiente era Armando Gill, che è considerato il primo cantautore della canzone sia italiana che napoletana. Si chiamava Michele Testa, Armando Gill era il suo nome d'arte, era nato a Napoli nel 1877 e ivi morì nel '45 alla bella età di 78 anni; è sua la più famosa canzone italiana di tutti i tempi: Come pioveva, scritta nel 1918. 
Era anche molto spiritoso, tanto che amava presentarsi a queste periodiche, annunciando la canzone che intendeva presentare - di cui era autore sia del testo che della musica,  in questo modo:
versi di Armando, musica di Gill, cantati da sé medesimo.

Era - come detto - la Napoli di una volta, quella dell'ottocento, per intenderci, e anche del primo novecento; quella, ricordate? delle cartoline con il pino.


eccolo il famoso pino ad ombrello sul panorama del golfo di Napoli con sullo sfondo il Vesuvio
Il pino è stato abbattuto nel 1984 a causa di una malattia che ne ha minato la vita
L'albero  che era il simbolo della città aveva ormai 129 anni, era stato ritratto da tutti i pittori  e i fotografi del mondo.
il pino era stato piantato verso la metà dell'ottocento sul clinale vicino alla chiesa di Sant'Antonio, sulla collina di Posillipo, immortalata poi in moltissime canzoni classiche napoletane.

La periodica non era esattamente un "fare salotto", tutt'altro; ci si riuniva per fare spettacolo, per esibirsi in maniera artistica o quasi. I principali personaggi di queste assemblee erano, come detto, attori, cantanti, poeti; e musicisti (di pianoforte o di mandolino e calascione); erano allo stesso tempo interpreti e pubblico; un insieme generalmente di poche persone, spesso competenti e preparate. A volte un pianista e un cantante c'erano anche nelle sale dei meno abbienti, laddove il pubblico era senz'altro più numeroso e più caloroso, anche se meno competente (ma non tanto, alla fin fine). Si dava modo così a giovani e talvolta giovanissimi, per lo più esordienti - siano essi cantanti o compositori - di presentare le proprie opere, che se valide avevano immediatamente una diffusione di una certa importanza.
Vedremo tra poco in quale maniera.

Per esemplificare facciamo il caso di una canzone.
I tre protagonisti di essa, l'autore delle parole, l'autore della musica e il cantante (o solo due, se uno di essi era anche l'interprete) presentavano la canzone; il musicista accompagnando al pianoforte o il cantante; e l'autore del testo, magari fumandosi una sigaretta da un lungo bocchino, assisteva appoggiato al piano. E se la melodia era bella e di rapida presa, e la spontanea partecipazione dei presenti esprimeva il loro consenso con applausi più o meno caldi,  il successo era quasi scontato.
Si suonava e cantava a primavera, o in estate, e le finestre del salotto erano spalancate magari sul mare di via Chiaia o sul lungomare di via Partenope; o sui balconi di Posillipo.
Se la riunione si teneva in una sala di gente popolana, le porte del vascio o la finestra del quartino si apriva magari su un angusto vicolo del Monte di Dio, o su una delle stradine che salgono più o meno parallele ai quartieri spagnoli.
In ogni caso di sotto o fuori c'era sempre un pubblico suppletivo che come quello invitato in casa, ascoltava con attenzione e godeva con gioia le esecuzioni musicali e canore. E si ripeteva là per là il motivo accattivante e - quando eclatante - lo si  imparava immediatamente, trasportandolo in giro. Nei giorni successivi della canzone si stampavano le "copielle" che erano il mezzo principe della diffusione del motivo e delle parole.

La copiella, come dice la parola stessa, era costituita da un solo foglio, cui erano stampate le parole, e anche, più spesso, anche alcune righe dello spartito musicale; spesso questo foglio era stampato clandestinamente, e si diffondeva abusivamente in giro per i quartieri della città. E se ne appropriavano i suonatori ambulanti, quei signori che col tempo sarebbero diventati poi posteggiatori veri e propri con una propria professione. Che cantavano e ricantavano per le vie per i vichi per le piazze di Napoli il motivo nuovo, che dopo un po' nuovo più non era.
Quando le copielle venivano stampate dalle case editrici, che ne erano proprietarie (avendo acquisito i diritti della musica e delle parole) queste venivano vendute a prezzi accessibilissimi, alla portata di tutte le tasche. Se poi una canzone diventava molto nota grazie a una serata o una pomeridiana di una periodica, veniva ripresentata anche in successive periodiche, invitando gli autori e il cantante (che magari era diventato celebre anche lui, grazie alla sua voce e alla canzone) a nuove serate; e qui venivano accolti con il calore e il rispetto che era loro dovuto; e con il titolo, talvolta, di "maestro".

Le copielle venivano dunque vendute e distribuite in varie maniere. Uno dei modi era quello che usavano i trascinatori dei pianini o organini che a Napoli cominciarono a spargersi all'inizio dell'ottocento. La gente si affollava intorno a questo strumento ad ascoltare la musica che usciva fuori da una cassa armonica rurale, al cui interno ruotava un cilindro dentato; strumento che arrivava trainato da un somaro o spinto tenendolo per le due stanghe dallo stesso suonatore.
Il suonatore era anche il "venditore di musica"; guai infatti ad appellarlo come un questuante che chiedeva per vivere; egli era un venditore di musica, una professione di tutto rispetto.
Stimato e stimatissimo e dagli autori delle parole e delle musiche delle canzoni, e dagli stessi editori che affidavano loro le copielle da vendere.


un pianino che porta affisse le copielle di canzoni
Il pianino che fu inventato nel lontano 1700 da tale Giovanni Barberi di Modena, funzionava con lo stesso sistema di un carillon.
Constava di un cilindro che ruotando su se stesso
faceva vibrare delle punte che mettevano in azione delle corde  che producevano suoni e note musicali,

Passava dunque il pianino annunciato di lontano dalle note della musica, e di tanto in tanto si fermava. Allora dai piani superiori si affacciavano le donne di casa per ascoltare le novità della canzone napoletana, non ancora diventata "classica". E "scendevano" il famoso cestino che usavano per tirare su la spesa del droghiere o del fruttivendolo sotto casa; per raccogliere la copiella che lo stesso suonatore metteva dentro il cestino ritirando il soldo che era dentro. Intanto da basso le persone fattesi intorno, spesso accompagnavano cantando la musica che usciva dal pianino.

Vogliamo ricordare due dei più celebri trascinatori di pianini, Carluccio 'o calamaioe Ciro Pantolese

Carluccio, nativo del rione Ponticelli, girava per le strade e i vicoli di Napoli a portare la musica col suo pianino ambulante; la storia dice che fu sua la colpa, se di colpa si può parlare, della morte dei pianini; si era nell'anno 1938, e in occasione di una visita del Fuhrer a Napoli ebbe la brillantissima idea di caricare il meccanismo del suo strumento con l'inno di Garibaldi.
Fu accusato di antinazismo e arrestato, e processato, poi subito scarcerato per l'intervento di un gerarca amico. Ma fatto più grave fu la bomba che cadde su una rimessa di pianini in via Foria, che distrusse il capannone e con tutti i suoi più di cento pianini; e data la povertà del momento e la carenza di materie prime, non se ne ricostruì nemmeno uno. 

Ciro Pantolese fu l'ultimo venditore di musica.
Abbandonò quella sua povera ma dignitosa professione alla fine degli anni '50 del secolo scorso; aveva ottantadue anni. Purtroppo a Napoli non c'era più chi fabbricava i rulli degli organini perché i venditori di musica e copielle diminuivano sempre più, allora ne erano rimasti solo una ventina, e l'incisore di rulli era uno solo, tale Pasquale Barbato, che decise di smetterla con quel suo lavoro ormai poco redditizio; doveva pensare a moglie e figli, e pensò bene di abbandonare e trasferirsi al nord con tutta la famiglia; ciò che decretò la fine dei pianini ambulanti.  

Chiudiamo questo breve escursus sui pianini e sulle copielle con la storia della canzone Je te voglio bene assaje.

Era un periodo quello in cui nacque la periodica, tranquillo in un certo senso, e la vita dei napoletani si svolgeva come sempre all'insegna di quella allegria insita nella gente di questa già allora meravigliosa città, che già sotto re Carlo III (1739-1754) che regnò benvoluto (e rimpianto quanto fu costretto a tornare in Spagna) per venticinque anni, già un secolo prima. 
C'era stata sotto la sua reggenza una organizzazione migliore dei quartieri della città ed era stata quasi sconfitta la miseria; quel re giovanissimo aveva messo in atto e portato a termine il risanamento (abbattimento di case diroccate e ricostruzione) di molti quartieri malsani della città stessa; ma anche la costruzione di stupendi nuovi palazzi. 
A lui succedettero altri Borbone, il figlio Ferdinando, il figlio di questi Francesco e così di seguito di padre in figlio, gli ultimi: Ferdinando II e Francesco II (inizio 1800 fino alla fine, 1894).
E' il periodo migliore per le periodiche.

In una di queste nacque una canzone che in breve fece il giro della città e non solo, la famosissima Te voglio bene assaje.
Era l'anno 1835; e dopo qualche tempo già tutte le donne di casa di Napoli cantavano i versi della canzone. Fu la prima grande canzone diventata poi classica, che andò a prendere il posto della canzone popolare; la canzone napoletana aveva finalmente un autore.  Era opera di un certo Raffaele Sacco. che divenne conosciuto grazie a questa composizione, che si affermò alla Festa di Piedigrotta. 

Bene, si vuole che Raffaele Sacco che faceva l'ottico di professione (aveva studiato la materia, e fu anche inventore di strumenti ottici; aveva un esercizio molto frequentato e ben avviato a Napoli). fosse un frequentatore assiduo prima dei salotti; era richiestissimo per la sua simpatia e per la sua arte letteraria; e quindi delle periodiche; si dice che dedicasse le parole della canzone a una signora dell'alta società di cui era innamorato e con la quale pare avesse una relazione intima.

Nell'anno della composizione Raffaele era vicino ai 50, ed era già conosciuto e apprezzato in quanto sapeva improvvisare versi e canzoni così, all'impronta; bastava offrirgli uno spunto su un qualsiasi argomento, e il gioco era fatto. In questi salotti gli si chiedeva soprattutto di improvvisare in rima. E lui non si faceva certo pregare.
Quanto all'autore della musica, (si dice Gaetano Donizetti, ma la cosa sembra improbabile, dato che egli in quel periodo dopo aver messo in scena al San Carlo la Lucia di Lammermour, si trovava a Parigi per dirigere altre opere), fu un compagno di Raffaele, il musicista Filippo Campanella.

Perché si pensa che la canzone sia nata o quanto meno presentata per la prima volta in una periodica? Perché in quella pomeridiana di festa e di musica Raffaele Sacco annunziò ai presenti di avere scritto una canzone, e che desiderava farla ascoltare. Come sempre la finestra era aperta, e come sempre sulla strada la gente si ammassava ad ascoltare. Alla fine di una, di due, di tre esecuzioni, tutta la sala cantava in coro il ritornello
j' ... te voglioooo beneeee assaaaajeeee
e tuuu nun pienze.. ameee...
.

e altrettanto faceva la gente per strada, che sciamando più tardi verso casa intonava la canzone e la portava ai suoi cari e ai suoi amici, nei vichi, nelle stradette, nelle piazze e piazzette di Napoli. E nei vasci della gente più povera dove si organizzavano come detto - anche là - riunioni per cantare e stare insieme e bere e giocare a carte, la canzone ebbe un successo clamoroso. E, da ultimo, perché in breve ne fu stampata su una copiella; e di questa ne furono duplicate e vendute in pochissimo tempo - pensate - più di 180mila.

Poi ci pensò la gara cui Te voglio bene assaje partecipò, a Piedigrotta di quell'anno 1835. Che ne determinò - pur non vincendo -  il successo imperituro.


nella foto un carro allegorico 
che scorre in occasione della Festa di Piedigrotta 1935
Il carro ebbe il primo posto nel concorso omonimo,
l'oggetto rappresentato era in sintonia con il titolo della canzone  che vinse la Piedigrotta di quell'anno:
"'E ricchezze d''o mare di Raimir

Molti ne scrissero e ne satireggiarono, tanto era il clamore di quelle note in ogni angolo e in ogni casa della città.
Un poeta anonimo ebbe a scrivere, scherzosamente:

"Addio mia bella Napoli, 
fuggo da te lontano. 
Perché ti par sì strano, 
tu mi dirai, perché? 

Perché son stufo ormai 
di udir quella canzone, 
Te voglio bene assaje 
e tu nun pienze a mme!
"

fine 
marcello de santis


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