18 giugno 2012

La crisi del 1929 e la crisi del 2009




 
LA CRISI DEL 1929 E LA CRISI DEL 2009
Riflessioni sul fallimento del sistema supercapitalistico




Siamo di fronte ad una grave frattura economica che imperversa imperterrita dall’ottobre del 2009 e che ci ricorda da lontano quella particolare congiuntura che fu la Crisi del 1929. Siamo consapevoli delle gravi difficoltà che ogni governo deve affrontare per contenere i debiti pubblici e per rivitalizzare le energie di produzione e i sistemi bancari, che sono la causa indiretta di questo flagello economico, insieme agli apparati finanziari supernazionali e multinazionali. Ora operare dei tagli troppo netti, delle potature troppo energiche che vanno a colpire puntualmente la base radicale dell’albero sociale significa far seccare proprio la società. I primi ad essere tagliati sono i giovani, da tutto, dal mondo del lavoro, dalla possibilità di realizzarsi, per non parlare degli operai, quei pochi che vi sono rimasti, visto che sono diventati una specie in via di estinzione, le donne, gli anziani, i pensionati, quei pochi fortunati che riescono ad arrivare a questa mitica pensione, in una parola i ceti più deboli. Sono tagliati i servizi, dall’Istruzione alla Sanità. Chi deve pagare, in pratica, l’enorme buco derivante dai malaffari globalistici, dalla corruzione imperante, dal fallimento di un sistema che è diventato insostenibile, soprattutto per le giovani generazioni? È sempre il povero. Nessun ministro pota i rami alti, le corporazioni, le “caste”, tanto per adusare un termine molto caro ai riformatori, quelle sette sociali che hanno dominato e dominano dal fascismo ai fascismi dell’Italia democratica sino allo sfascismo totale che oggi ci colpisce. E tra queste caste si è creato un neonobiliare ceto politico che gode di immunità neofeudali. Chi risente di più allora di queste restaurazioni che portano il nome e la bandiera di riforme sono i giovani, gli anziani, le donne, le famiglie che non arrivano più a fine mese, le famiglie mancate dei giovani che sono impossibilitati ad averne una, le famiglie sfasciate da anni di consumismo sfrenato, di illusorio materialismo, altro che dal comunismo, dall’egoismo, altro che altruismo, dall’individualismo, le famiglie abortite, divorziate, ridotte alla fame. Non è il caso di citare l’oramai noto “articolo 1” della Costituzione Italiana. È il caso invece di ribadire che tutte le riforme a partire dalla immobile “mobilità”, che è diventata precarizzazione, frantumazione, rigidità, esclusione, disoccupazione, sono un attentato al lavoro, al lavoro dei giovani che è precario, ma anche al lavoro degli arruolati in un esercito di intellettuali allo sbaraglio, alla confusione, allo spostamento, alla fuga dai posti abituali di lavoro per raggiungere mete senza meta, alla fuga di cervelli dalla nazione. Fin quando l’emorragia di braccia e di cervelli poteva colpire il Sud, era anche comprensibile. Ma oggi vediamo che il tarlo dell’emigrazione colpisce anche la Lombardia. Allora dobbiamo cominciare a preoccuparci: l’Italia è finita! Quando assistiamo alla chiusura delle aziende, al fallimento, alla rassegnazione della piccola e media impresa, che da anni è stata la spina dorsale dell’economia italiana, allora dobbiamo cominciare a preoccuparci, perché l’Italia è davvero finita! La ricchezza di uno Stato si misura non tanto dai PIL delle banche e delle balene in un oceano senza fondali, ma dal lavoro e dalla produzione. Più c’è lavoro, più ci sono entrate, più lo Stato è ricco e può ridistribuire. E le tasse non le pagano gli industriali, o le banche, o le multinazionali, ma gli imprenditori ed i cittadini percettori di reddito, quei cittadini che si stanno impoverendo e tra un poco non potranno più pagare le tasse stesse. Accanto al debito pubblico si sta sviluppando vertiginosamente il debito privato: la maggior parte delle famiglie sono indebitate. La ricchezza delle nazioni, sappiamo che è data dal primario, cioè dall’agricoltura, che in Italia è finita da anni, dal secondario, cioè dall’industria, ed anche questa è finita ed infine dal terziario, cioè dagli uffici. Questo abbiamo appreso dalle lezioni di economia. Oggi, però, il mondo si è capovolto: è il terziario che fa la ricchezza. Il terziario, cioè il mondo dei servizi, quel marasma bancario-finanziario, è diventato il primario. Tutta la ricchezza globale delle nazioni è determinata da istituti finanziari, che sono privati. Tutte le banche sono private, anche quelle che erano pubbliche. In pratica tutto il mondo economico mondiale è detenuto da una cricca supercapitalistica globale. Il valore della moneta era dato dalla quantità di riserve auree. Questo abbiamo appreso dalle lezioni di economia. Ed oggi da chi è dato? Dallo spreed, dall’inflazione senza contegno. Oggi assistiamo ad una crisi che non è solo economica, ma morale, politica, religiosa e chi più ne ha, più ne metta. La vera causa della crisi è morale: l’avarizia di chi vuole arricchirsi, la corruzione dilagante ed imperante. Non è il sistema bancario-finanziario in sé il problema, ma come questo è gestito e da chi è gestito e si sa che dove cova Mammona è più facile che l’uomo cada, anche il più onesto. Quando una mela comincia a marcire, non c’è più niente da fare, prima o poi si corromperà. Così è per la società, d’altronde la storia si ripete. È Lenin affermava: «Se vogliamo distruggere una nazione, dobbiamo distruggere la sua morale: poi la nazione ci cadrà in grembo come un frutto maturo». Aveva ragione! È caduto il millenario, insuperabile, invincibile Impero Romano per la corruzione morale, civile, politica, religiosa, perché non dovrebbe decadere questo sistema? Verranno secoli bui, peggiori del Medioevo, perché almeno nel Medioevo c’erano forti i valori religiosi, che oggi abbiamo perso. Tutte le ideologie erano pericolose e sono state smantellate, ed oggi questo mondo asettico, apolitico, asociale, arazionale a cosa ci porterà? Al vero «Tramonto dell’Occidente». Tutte le istituzioni sono state smantellate: la famiglia, le chiese, gli stati, le nazioni, l’individuo stesso, che non ha più valore come persona, di fronte ai miti materialistici dei soldi e del lavoro, che hanno trionfato per generazioni, ma che oggi hanno dimostrato la loro vera vacuità. Questi miti illusori sono peggiori di quelli delle razze e degli eroi che avevano dominato il Novecento, quel pazzo Novecento, che ci ha lasciato alle spalle due guerre mondiali e i più feroci totalitarismi. La società di massa ci ha portato agli stermini di massa, ma il popolo può redimersi, se lo vuole, può riconquistare il suo ruolo, la sua sovranità, perché il popolo non è la massa, un aggregato indistinto di individui atomici, ma è un corpus politicum. Questo sistema non è neppure liberale, né liberistico, né capitalistico, ma rappresenta una dittatura del supercapitalismo mondiale. Il grande Adamo Smith nella Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, cosa aveva sostenuto? La ricchezza è data dalla produzione, ma produttivo è soltanto il lavoro, che crea dei beni reali, non fittizi. Tutti gli scienziati, i politici, i governanti, i professori, in pratica tutti i produttori di ricchezza immateriale, quae tangere non possumus, cioè intangibili, concorrono indirettamente alla ricchezza. Non sono fonte di ricchezza, perché una nazione tanto sarà ricca quanto minore è il numero degli oziosi. Lo stato deve lasciare libero ogni individuo di conseguire il massimo benessere personale, così assicurerà automaticamente il massimo benessere collettivo. Ma vi sembra questo un sistema liberale? La profezia del superato Marx si sta avverando: i capitalisti diminuiscono di numero ed aumentano di potenza economica, mentre i proletari, tra i quali annoveriamo tutti i nuovi poveri del terzo millennio, visto che gli operai sono spariti come classe, aumentano di numero e diminuiscono di benessere economico. Un sistema insostenibile come questo, che viene perpetrato, porterà inevitabilmente alla guerra, alla distruzione, alla miseria, al caos sociale, alla rivoluzione, a forme di neototalitarismi, di neofascismi. La superborghesia globale però, citiamo un passo del famigerato Manifesto, che per secoli ha fatto paura, non ha previsto che «i rapporti borghesi di economia e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna, che ha creato per incanto mezzi di produzione e mezzi di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate». Le ragioni che portarono al «giovedì nero» del 1929, non sono dissimili da quelle che hanno portato al nero del 2009 in continuità ad oggi: la febbre di speculazione finanziaria che raggiunse vertici estremi. Le banche continuavano in politiche di agevolazioni creditizie. E non dissimili sono neppure le conseguenze della crisi: I crediti non furono più impiegati nella produzione reale, bensì nella speculazione, soprattutto quella edilizia, vedi le bolle di sapone immobiliare, nonché borsistica, vedi i grandi ondeggiamenti a caduta libera delle gaussiane campane dei flussi finanziari dei “venerdì neri” odierni. A ciò si aggiunge: restrizione dei crediti bancari e finanziari, fallimenti di piccole e medie imprese industriali e commerciali, vedi la catena di suicidi imprenditoriali che somiglia molto a quella degli anni ’30, contrazione della produzione, disoccupazione, depressione, paralisi della produzione. Dopo questa importante lezione storica avremmo dovuto capire che il supercapitalismo non è stabile, ma ciclico: vedi, ad esempio, dalla rinascita dell’anno 1000 alla crisi del ‘300, dall’espansione del ‘500 alla crisi del ‘600, dall’espansione del ‘700 al decollo dell’’800, con interruzioni e riprese varie, fino alla crisi del primo Novecento che ci ha portato alla prima Guerra Mondiale ed alla crisi del ’29, che ci ha portato alla Seconda. Questa crisi a cosa ci porterà? In questi casi non possiamo dire che Historia magistra vitae, perché non ascoltiamo la storia, anzi tendiamo ad ignorarla, a commettere sempre gli stessi errori, per cui ci sono quelli che Vico definiva i “corsi ed i ricorsi”. Se il capitalismo metteva capo ad uno strano meccanismo, per cui, ad un certo punto si registrava una “povertà nell’abbondanza”, andava pertanto modificato.

Dopo la grave crisi del 1929, tre furono sostanzialmente le risposte: quella marxista, quella totalitarista e quella keynesiana. Riguardo alla prima ricordiamo solo lesempio russo: Stalin avvia i Piani quinquennali, che a partire dal 1928, trasformano lUnione Sovietica, da paese agrario in moderno stato industriale. La collettivizzazione agraria a prezzo di inaudite sofferenze e traumi sociali, come la liquidaqzione dei kulaki, porta ad una rivoluzione agraria. Riguardo alla seconda ricordiamo il caso italiano. Leconomia fascista si ispirava generamente al corporativismo hegeliano, rielaborato da Giovanni Gentile, il quale contrappose allindividualismo liberale e democratico, fonte di disgregazione sociale, lesigenza di una solidarietà collettiva. La solidarietà tra le classi viene contrapposta alla marxista lotta di classe e si esprime nella teorizzazione dello stato corporativo. Fu proprio nella gravissima congiuntura del 1929 che leconomia fascista cambiò rotta e lallora ministro delle finanze, Giuseppe Volpi, conte di Misurata, inaugurò un periodo di interventismo statale nelleconomia e di protezionismo. Nel quadro generale di quegli interventi statali fu importante listituzione di due organi: lIMI e lIRI. In Germania la grande crisi portò al nazismo. Keynes nella Teoria generale dellimpiego, dellinteresse e della moneta del 1936, aveva proclamato la fine del laissez faire. Si poteva evitare il dilemma tra socialismo e capitalismo con una coraggiosa politica di interventi per incentivare i consumi. Mentre il metodo tradizionale, nel 1929, come oggi, consisteva nel ridurre i salari, o nel licenziamenti di massa, Keynes indicò unaltra strada: diminuzione del tasso di interesse, crediti a lungo termine, investimenti da parte dello stato. Il progetto di Keynes fu sostanzialmente applicato dal presidente Americano Roosevelt, col suo grandioso “New Deal”. Tutte queste risposte hanno in comune un solo denominatore: socialismo. E di socialismo fu accusato Roosevelt da Hoover, nel 1936, «di voler ridurre in ceppi gli uomini liberi». Oggi quali sono le risposte, se non il tentativo di cacciare la pestifera Grecia dallEuropa per non rischiare un inevitabile contagio. Ci vorrebbe un nuovo New Deal, una nuova NEP. Non il supercapitalismo, nè il sistema stacanovista cinese, che rappresenta il lato più becero del comunismo, che non è lo sfruttamento del lavoratore fino allesaurimento ed allalienazione totale. Non questo aveva predicato Marx nel suo Capitale. Or ora tagliare le risorse nel momento più critico per il popolo significa tagliare l’albero sociale, significa condannare questa società, le famiglie alla miseria e con la miseria l’economia non si riprenderà mai, né la produzione, né la vendita, né la trasformazione. Ci sarà una lunghissima depressione, o un’iperinflazione. Chi credete voi che comprerà le cose: forse il ricco? I ricchi tendono a tesaurizzare ed adorano i loro tesori. È la massa che da sempre rende pingue l’economia. Tagliando una parte del sociale inevitabilmente tutti ne saranno colpiti. Queste riforme, paragonate alla “guerra lampo”, al diktat dei vincitori, frutto di decreti economici più che di una vera e propria esigenza di razionalizzazione delle risorse, non risolvono i profondi problemi della vita italiana perché non partono dalla base. La ricchezza proviene dalla produzione e questa dal lavoro. Noi siamo passati dalle baby pensioni alle pensioni antiquarie. L’Italia è un paese di gerontocrati, che non danno spazio ai giovani, perché animati da un dissennato attivismo, debbono lavorare fino alla fossa, mentre la disoccupazione giovanile aumenta. Tutte queste riforme partono dai tavoli ministeriali di gerontocrati. Questo “Congresso di Vienna” indebolisce le prassi democratiche e parlamentari. Siamo in piena Restaurazione dell’Ancien Régime, senza il risentimento delle giovani e fresche energie che in questi anni si sono sviluppate, una generazione opaca ed inerte. Malgrado la larga distribuzione di potere d’acquisto sul mercato nazionale più sotto forma di redditi di professioni ausiliare della produzione che non sotto forma di salari industriali o agricoli, la sproporzione è crescente tra l’accumulazione capitalistica, anzi supercapitalistica e multinazionalistica, accresciuta dalla concentrazione finanziaria delle banche e la possibilità d’acquisto dei mercati nazionali. L’esperienza disastrosa della crisi attuale ha reso vegliardi tutti gli Stati sui sintomi continuamente rinnovati d’ingorgo dell’economia, di depressione, chiamata ormai recessione. Queste riforme, questi taglieggiamenti non risolveranno niente: il fondo del problema resta immutato. La crisi è elusa giorno per giorno, ma le sue basi rimangono, ed essa è soffocata solo a prezzo di una politica mondiale che si ripercuote sulle condizioni di sviluppo di tutti i paesi, industrializzati e non. La crisi è elusa con questi tagli alle risorse intellettuali, al capitale umano, oltre che finanziario. Il mondo post-industriale rischia di trasformarsi di getto in un’età della pietra, in un mondo pre-industriale, caratterizzato dal feudalesimo supercapitalistico globale. Si può perdere tutto, però, ma non i cervelli pensanti di questa era, gli unici a poter risollevare le sorti di questo mondo in crisi. La vecchia generazione, quella della “società senza padre”, come la definiscono gli psicologi, ci ha portato a questo paradossale sistema storico. D’altronde la vecchia generazione è vissuta senza padre, perché i padri sono morti in guerra, ma ci ha portato ad una “società senza figli”, una società sterile, nella quale neppure Freud redivivo ci avrebbe capito nulla. E d’altra parte Freud ci aveva avvisato nel Disagio della civiltà. Accanto all’homo homini deus, c’è l’hobbesiano homo homini lupus. Ma oltre al Thanatos «c’è da aspettarsi che l’altra delle due potenze celesti, l’Eros eterno, farà uno sforzo per affermarsi, nella lotta con il suo avversario, altrettanto immortale. Ma chi può prevedere se avrà successo e quale sarà l’esito?». La lezione hobbesiana ci ha insegnato che l’uomo, quanto più si avvicina alla stato di natura e questo può avvenire anche in casi, come questo, di grave crisi economica e sociale, tanto più si affida ciecamente ai suoi capi assoluti e li adora e li segue, fino alla morte. Speriamo che nel mondo non torni a vigere il Fuhrerprinzip. La nuova generazione ha un immane fardello storico da sopportare, ma ha soprattutto un grande compito. Uscire dalla crisi significa inevitabilmente tornare alle origini: alla civiltà contadina che per secoli è durata. Prendiamo ad esempio solo due parole, due idealtipi, come li chiamava Weber, Cristianesimo e Socialismo. Il socialismo è un sistema più stabile del capitalismo, perché assicura almeno a tutti l’indispensabile per vivere, ma d’altronde il socialismo senza religione è cieco, è sordo ed è muto di fronte al prossimo. Il Cristianesimo è la religione dell’Amore e l’amore, unito al socialismo diventerà una forza invincibile per risolvere ogni crisi, perché, come il grande vate scrisse «Omnia vincit Amor». Nessuno naturalmente ha la bacchetta magica, o la panacea per curare tutti i mali. Questa potrebbe essere solo una sentiero. Lasciamo questo intervento con una bella riflessione di J. K. Galbraith, tratta da Il grande crollo, Torino 1972: «Un dio irato ha forse dotato il capitalismo di contraddizioni interne. Ma, se non altro, ripensandoci, è stato così benevolo da far andare sorprendentemente d’accordo riforme sociali e migliore funzionamento del sistema […]. Non è quello di dire se e quando le sventure del 1929 si ripeteranno. Una delle importanti lezioni di quell’anno deve essere ormai chiara: la sventura attende coloro che … pretendono ci conoscere per rivelazione il futuro».
Vincenzo Capodiferro

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