07 giugno 2012

Giustizia o vendetta? Prima parte


GIUSTIZIA O VENDETTA? - prima parte -
di Miriam Ballerini

L’articolo 27 della Costituzione italiana cita: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Al momento in cui sto scrivendo questo pezzo, cioè a giugno 2012, la popolazione carceraria italiana sta sfiorando i 70.000 detenuti, con un totale di posti che si aggira sui 44.000.
Il sovraffollamento è solo uno dei problemi delle carceri e dei suoi occupanti.
Nel 2006 ebbi modo di entrare in una casa circondariale, quella del Bassone di Como. Dove feci un’intervista all’allora direttrice dr.ssa Francesca Fabrizi; al capo degli educatori dr. Mauro Imperiale. Quindi alle guardie e a otto detenute.
Da questo lavoro ne nacque un romanzo d’invenzione, con a latere un lungo reportage di quanto effettivamente visto e vissuto.
Facendo molte presentazioni del libro in questione, ho avuto modo di mettermi a confronto con persone dalle molteplici reazioni; per poi comprendere che l’atteggiamento verso i detenuti e chi sbaglia, può essere suddiviso, essenzialmente, in tre posizioni:

  • Chi sbaglia non ha più alcun diritto. Non ne voglio sapere assolutamente nulla. Merita che gli sia data una punizione e gettata la chiave.
  • Di carcere non ne so nulla e vorrei capire.
  • Ho avuto modo di informarmi e ritengo vada data un’altra possibilità a chi sbaglia. O comunque, laddove questo non sia possibile, il detenuto venga trattato in modo civile, perché è e rimane un essere umano.
Premettendo che va mantenuto integro il doveroso rispetto che va alle vittime di tutti i crimini, prestiamo attenzione a chi subisce un sopruso, chiedendo a gran voce giustizia. Se andiamo a fondo del concetto di giustizia, vediamo che questa è volta, se tale deve essere, a rieducare chi sbaglia. A fargli comprendere il proprio errore e a disporlo su una strada diversa da quella fin’ora perseguita.
Mentre  chi pretende giustizia, ha di questa un concetto del tutto distorto, che è solo quello di punizione e di inibizione psicologica dell’altro che deve sparire. Deve passare la vita rinchiuso perché ha sbagliato e quindi deve soffrire per espiare.
A questo punto anche il sacrificio della vittima diventa vano. Ci troviamo di fronte a una persona che, ad esempio, è morta per nulla, se la sua dipartita non è servita nemmeno a recuperare un altro essere umano.
Dice Pietro Sansonetti, rispondendo alla lettera di un ragazzo che aveva perso la zia investita da un camion, su “Gli altri” uscito il 18 marzo 2010: “La verità però è che la “vendetta” è considerata da quasi tutta l’opinione pubblica come uno strumento essenziale per regolare il vivere civile. È considerata un risarcimento, un disincentivo, un elemento di giustizia. La giustizia non è pensata come qualcosa che aiuta chi ha ricevuto un torto, o chi è stato derubato, o chi viene tenuto a vivere in condizioni non dignitose. Quindi come qualcosa di positivo, un aiuto dello Stato al singolo, al debole. La giustizia viene vista come punizione. La punizione (cioè lo strumento della vendetta) diventa per noi l’elemento fondamentale della civiltà. Io invece credo che la punizione sia l’elemento fondamentale della inciviltà. Cioè sia esattamente ciò che fin qui ha limitato lo sviluppo della civiltà umana, ha frenato e incattivito le comunità. Voi non credete che sia così?”

...continua

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