24 gennaio 2012

Quel santo laico e maledetto! Di Carlo Sini


 
 
QUEL SANTO LAICO E MALEDETTO!
 
Il dramma del giovane Spinoza in una conferenza dell’emerito Prof. Carlo Sini all’Università “Insubria” di Varese
Si è tenuta venerdì 20 gennaio alle 9 nell’aula magna della sede storica dell’Insubria in Via Ravasi a Varese, una significativa ed intensa conferenza sul tema della ragione in Benedetto Spinoza, tenuta dall’emerito Professor Carlo Sini dell’Università di Milano. L’evento è stato programmato all’interno del progetto “Giovani Pensatori”, seguito dal Prof. Fabio Minazzi, dell’Insubria e dei suoi collaboratori, trai quali ricordiamo Paolo Giannitrapani e Marina Lazzari. Questa conferenza è stata importante perché vi ha preso l’avvio la fondazione, tramite aperte adesioni, di una sezione della Società Filosofica Italiana a Varese. E Varese deve essere grata a Minazzi per questa grandiosa opera, perché vi mancava un polo che potesse accogliere gli intellettuali ed i pensatori, come manca ancora un polo letterario, non che mancassero i letterati ed i filosofi. È difficile poter a parole testimoniare con quale intensità, passione e semplicità stravolgente il Prof. Sini abbia potuto tenere questa sua magistrale lezione sulla razionalità e sulla figura di Benedetto Spinoza. Carlo Sini è una stella luminosa del panorama filosofico italiano e per noi, insegnanti di filosofia, e credo per tutta la platea, composta per lo più da alunni dei licei della Provincia di Varese, ascoltarlo è un’emozione veramente bella ed indimenticabile. E tutta questa profondente e commovente lezione parte da una drammatica data, il 27 luglio del 1656, quando la scomunica della Sinagoga piomba su questo giovane, rimasto orfano, pensatore ebreo Benedetto Spinoza: «Escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo Baruch Spinoza. Lo malediciamo con questo herem come Giosuè maledisse Gerico. Lo malediciamo come Eliseo ha maledetto i ragazzi… Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai…» e così ancora «Maledetto… maledetto…» inframmezzato dal lamento del corno e dallo spegnersi delle candele fino al buio. Il giovane Spinoza non assistette a quella macabra celebrazione, ma ne rimase profondamente scosso e nei successivi cinque anni si ha veramente un buio della sua vita, prima che si mettesse a fare il tornitore di lenti, rifiutasse le cattedre che gli erano state offerte; rifiutasse di pubblicare le sue opere per non mettere a rischio la sua vita. Sini col suo metodo fenomenologico descrittivo ci dà un’immagine vicina ed afferrabile del dramma di una vita, bandita ed odiata, da tutti, ebrei, e figuriamoci dai cristiani, che già ce l’avevano contro gli ebrei, per le sue idee e per la sua libertà. Sini ci presenta più che lo Spinoza dei libri e dei massimi sistemi panteistici, monistici, che pure vi si possono riscontrare, lo Spinoza che vaga, invece, sempre col mantello lacerato, che lo aveva salvato dal pugnale dell’attentatore. Ne segue l’analisi del Trattato sull’emendazione dell’Intelletto. Sini non parte dall’assoluto, o dall’infinito, ma proprio dal finito, dalla crisi, dalla preoccupazione, dalla disperazione di un giovane ventiquattrenne che giunge, attraverso un cammino filosofico al risentimento purificato. Questo giovane, così provato, non usa mai parole contro i suoi accusatori, contro coloro che lo maledicono: «poiché l’esperienza mi ebbe insegnato che tutte le cose che spesso accadono nella comune vita sono vane ed insignificanti; vedendo che tutte le cose le quali, e per le quali, io temevo, non avevano in sé nulla di buono, né di cattivo, se non in quanto l’animo ne veniva turbato, stabilii finalmente di cercare se vi fosse qualcosa che fosse un vero bene e capace di essere comunicato, e dal quale soltanto, abbandonate tutte le altre cose, l’animo venisse soddisfatto». È il giovane che si libra, socraticamente e stoicamente verso l’infinito. Sini brillantemente cerca di afferrare le motivazioni psicologiche che portano questo giovane intellettuale, che ha rinunciato a tutto pur di non rinnegare le sue idee, alla ricerca di un bene e soltanto dopo alla costruzione dei suoi massimi sistemi. Ricchezze, reputazione e piacere sono i tre oggetti che occupano le cure umane: «Sui danno moltissimi esempi di coloro che hanno subito la persecuzione fino alla morte a cagione delle loro ricchezze, e anche di quelli che, per procacciarsi dei beni, si esposero a tanti pericoli, che alla fine pagarono con la vita il fio della loro stoltezza. Né minori sono gli esempi di coloro che, per conseguire e per consolidare la loro reputazione, ebbero grandi sventure. Vi sono poi innumerevoli esempi di coloro che a causa di smodati piaceri si affrettarono la morte. Da ciò appariva manifesto che tali mali erano nati dal fatto che tutta la felicità o l’infelicità consiste soltanto in questo: cioè nella natura dell’oggetto al quale siamo avvinti d’amore». La meditazione sofferta, che il giovane Benedetto, che era stato tanto maledetto, pagò col dramma della sua stessa vita, il “santo laico”, portò ad una ben diversa conclusione: «Ma l’amore verso la cosa eterna ed infinita riempie l’animo soltanto di letizia ed è immune da ogni tristezza». Di qui inizia quel cammino che parte dai sensi ed attraverso la ragione conduce all’Amore intellettuale. Dietro allora quel filosofo che pare così freddo e dogmatico vi è invece tutta la passione di una vita, abbandonata da tutti, persino dalla propria famiglia, una vita che rifiutò tutto, anche le ricchezze che gli erano state offerte per rinnegare, gli onori, per sostenere invece le proprie idee liberamente. E agli ebrei, che per necessità erano costretti al commercio, non mancavano certamente i fondi. Così Spinoza giunge all’ordine eterno, il Deus sive Natura: non è stata apparecchiata la natura per l’uomo, ma al contrario, l’uomo altri non né che un modo degli attributi della Sostanza e la sostanza è una, infinita ed eterna. Così Spinoza supera il dualismo cartesiano di pensiero ed estensione: sono attributi della medesima sostanza. La via della ragione in Spinoza diventa allora quella della liberazione dalle passioni e dall’immaginazione, dalle superstizioni e dalle futili credenze. La filosofia non diviene il sapere del tutto, anzi la dotta, socratica, ignoranza: sapere quanto basta per giungere alla felicità che è l’Amore, come lo definisce Spinoza l’Amor Dei Intellectualis. Questo il fine supremo della sua Ethica more geometrico demonstrata. La filosofia ha uno scopo eminentemente pratico e non, o non solo, teorico. Il messaggio dell’etica spinoziana è molto simile a quello cristiano e a quello buddista. Anzi, sottolinea il Sini, per Spinoza il Cristo è il più grande profeta degli ebrei, perché ha compreso la legge dell’amore e si è sottoposto alla grandiosità ed alla potenza del Tutto. Per raggiungere l’amore però non basta la razionalità, o la scienza, e Spinoza vive proprio nel fecondo periodo della rivoluzione scientifica, che trova in Copernico e Keplero, in Galilei e Newton i suoi massimi sostenitori. L’amore si raggiunge solo attraverso la via intuitiva ed unitiva al tutto che ci porta all’amore di Dio ed il lui all’amore di tutte le creature e di tutte le cose, viste non più sotto la loro ordinaria specie temporis, ma sub specie aeternitatis. In questo senso, ribadisce il Sini, noi siamo ancora tolemaici, perché con tutta la rivoluzione copernicana, ancora crediamo fermamente di essere al centro del tutto. Spinoza allora con la sua vita e colla sua filosofia ci insegna una strada per liberarci dalle illusioni delle passioni, che pur essendo potenze della natura sono idee confuse. Proprio però l’inadeguatezza strutturale della nostra conoscenza è il fondamento della liberazione, e questa si fonda socraticamente sull’ignoranza, non sulla scienza. In questo profondo senso nella finitezza dell’individuo c’è invece il germe della felicità. Nel capolavoro del Nostro, il Trattato teologico-politico, poi si trova il coronamento di tutto questo cammino: fondare una società politica massimamente felice e sicura che consenta ai suoi membri di divenire più liberi e più forti.
 

Vincenzo Capodiferro



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