10 gennaio 2012

Il ricordo di Don Salvatore Vigilante

IN RICORDO DI DON SALVATORE


Prete psicologo e poeta, amico e maestro di virtù sublimi
Come dimenticare l’immagine di don Salvatore, che orat et laborat? Egli fu per me maestro di virtù sublimi, negli anni dello studio in Seminario ed anche oltre. Mi seguì nella mia formazione giovanile, lui che versava in molte cose, dalla poesia alla musica, - era anche organista e compositore -, dalla teologia alla psicologia, - era un valido analista. Quante volte mi aveva ospitato nella casa parrocchiale di San Rocco, a Potenza, la quale era divenuta un centro di accoglienza per i giovani bisognosi, aspiranti al sacerdozio. E quanti ne ha salvati con la sua zelante cura! Non era raro trovare don Salvatorecon la zimarra sporca, che non toglieva mai, tutta incalcinata, o con picozza e badile, calderella e cazzuola a lavorare in Chiesa o nei locali annessi alla casa parrocchiale di San Rocco a Potenza. Aveva difeso il campetto di calcio dagli attacchi di insensibili amministratori, che nell’area avevano già intravisto affari. Voler racchiudere in una piccola urna di testimonianza tutto quello che è stato don Salvatore Vigilante è a dir poco impossibile. Il prete artigiano era nato a Pignola il 15 dicembre del 1919. La sua famiglia era povera e numerosa. Le sue sorelle lo hanno assistito fino alla morte, nel marzo del 2010. Fu ordinato sacerdote nel 1944 e dopo nominato parroco di San Rocco dal grande mons. Augusto Bertazzoni, che aveva conosciuto San Giovanni Bosco, di cui fu diretto discepolo. Si racconta a proposito che il Santo gli avesse predetto il futuro, quando ancora era ragazzo, e battendogli le mani sul capo avesse esclamato: «Che bella testa da mitria!». E così avvenne! E venne a Potenza, della cui diocesi fu elevato vescovo da Pio XI nel 1930, evi stette fino al 1966. Don Salvatore raccontava che aveva richiesto all’augusto vescovo di voler andare in missione, ma che egli rifiutasse. Allora decise di fare il missionario a Potenza. Era solito difatti dire: «se don Salvatore non va in missione, sarà la missione ad andare da don Salvatore!». Rimase parroco di San Rocco dall’agosto del 1950, dopo la prematura morte di don Antonio Satriano, per un cinquantennio. Negli anni difficili del dopoguerra costruì chiese nelle vicine contrade del potentino e dell’aviglianese e seguì numerose comunità parrocchiali nelle impervie e disperse campagne in cui si recava con una Lambretta. Gli anziani ancora lo ricordano. Negli anni della contestazione giovanile il prete operaio si pose sempre a difesa degli operai e fu un prete contestatore dei poteri forti, anche all’interno del clero lucano, che - non dimentichiamo -, aveva martirizzato il vescovo Giovanni Andrea Serrao nel 700.A tal proposito raccontava un curioso aneddoto. Una volta che c’era un’assemblea del clero lucano, don Salvatore, visto che si tardava ad iniziare, chiese al vescovo come mai. Ed il mantovano mons. Bertazzoni, rispose «aspettiamo Emilio!». Aspettavano infatti Emilio Colombo. Al che don Salvatore sdegnato se ne andò. Seguì molto i giovani di Azione Cattolica. Era molto sincero e scontroso, per cui avverso agli ambienti farisaici, all’ipocrisia tipica delle sagrestie locali. Dal pulpito palpitante di San Rocco era una “voce di uno che grida nel deserto!”. Ripeteva spesso il proverbio in dialetto potentino: «chi dice la verità vuole essere ucciso!». E il suo attacco si scagliava imperterrito contro lo scadimento morale, religioso e civile della politica, della società e della chiesa. Aiutava molto e famiglie e gli anziani. Era per i giovani una guida. Molti che avevano bisogno si recavano a lui ed egli, fine psicologo, li seguiva con quella psicologia Christi, che non può fare a meno della spiritualità. Aveva tentato di creare un ordine religioso di suore laiche, impegnate nel sociale, le pie figlie di San Paolo. E di Paolo don Salvatore fu sempre un ammiratore e seguace. Di queste, che tutte furono disperse, gli rimase accanto fino alla morte la sua figlia spirituale prediletta, Possidente Donata. Ancora ne conserviamo con affetto il regolamento da lui redatto. Fu il primo a Potenza a creare dal nulla un centro di accoglienza per gli extracomunitari, in tempi in cui ancora non si avvertiva proprio il problema dell’integrazione sociale. Attento al dialogo interreligioso, aperto e fine intenditore di musica e soprattutto di poesie. Don Salvatore ci ha lasciato un patrimonio di quaderni di poesia pubblicati da Paolo Laurita. Vi tratta di tutto, dalla psicologia alla teologia, dalla filosofia all’antropologia. Quei quaderni sono lo specchio di un’anima intelligente e schietta, che nei versi sa benissimo rendere conto di tutte le cose con disinvoltura e finezza. E il suo esempio avevano seguito suor Giulia Capitani, don Biagio Mitidieri e don Vitantonio Telesca, che poi è stato per molti anni rettore del Seminario di Potenza, e tanti altri, così come aveva visto la consacrazione di don Vito Forlenza al sacerdozio. Gli ultimi tempi della sua vita visse allettato in un pietoso calvario. Per tre anni sopportò atroci sofferenze, non parlava mai e fissava sempre il crocifisso. Quando prima di morire lo andai a trovare a Potenza, lacrimava tra un flebile sorriso. Fu una visione indimenticabile. Morì appena dopo il restauro della sua amata San Rocco, alla quale egli stesso aveva dedicato giorni e giorni di intenso lavoro. Per me è stato un padre e un maestro, ma soprattutto un vero amico ed una guida. Don Salvatore, come don Vincenzo Forino, don Angelo Doino, don Ciccio Masi, grandi letterati ed intellettuali della chiesa lucana, hanno formato intere generazioni di giovani e sono stati come delle stelle nel cielobuio.




Vincenzo Capodiferro

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