08 ottobre 2011

'Ndenna - terza parte

'NDENNA terza parte di Vincenzo Capodiferro


3. La ieiuna atque arida traditio, come trasmissione, consegna, oltre che mera presentificazione antropologico-morfa, rappresenta invero una riproduzione drammatica rituale reale, che si ricollega inevitabilmente alla sua origine mitica. La sacralità originaria del fatto orbene, divenuta forse folklore, letteratura (si ricordi a proposito la tragedia greca), o machiavelleria paganeggiante innestata al cristianesimo va riconsiderata seriamente, e questo è il vero compito che dovrebbe assumersi qualsiasi studioso che si imbatte in questi sentieri. È vero sì che ogni edizione annuale della ‘Ndenna è diversa dalle altre, è unica ed irripetibile, ma se ci si sofferma sul come, può valere anche la tesi della suppositio, se, invece, ci si chiede il perché (quia) delle cose, allora tutto cambia. Il presente è incompiuto senza i suoi riferimenti temporali necessari: riscoprire la quidditas, la sostanza della ripetizione, che costituisce il ritus, non è senz’altro facile opzione e non esula certamente dalle difficoltà di traduzione ed interpretazione. Ogni versione è più imperfetta dell’originale e procede via via sempre più sbiaditamente anche a varie sostituzioni (ad esempio le vittime sacrificali appese all’albero con tacchetti). Il training psico-collettivo di un certo ritualismo, filtrato anche dal cristianesimo, con conseguente oblianza dell’origine, non giustifica affatto l’interpretazione che se ne può dare. È come la notazione di una sinfonia, la quale è sempre la stessa, ma diversa ne è l’esecuzione ed esemplare quanto più si avvicina al suo schema teorico. Il ritualismo della ‘Ndenna, rappresenta un rito arboreo. La magia agricola della raccolta è abbinata a quella arborea. Il culto degli alberi era presentissimo nella Lucanìa, l’antica terra dei boschi, come tuttora è presente nella sua forma cosciente, e non storica, in molte parti del mondo, come in India, ove tale venerazione è legata alla Dea Terra. Ma il nesso con l’albero si riscontra inevitabilmente in tutte le forme religiose, iconiche ed aniconiche: a Creta era legato al culto della Pòtnia. «Tutta le terra è soggetta alla Grande Madre, Signora della Montagna e Signora dei Serpenti, presiede alle cime, alle caverne e al mondo sotterraneo, è madre e nutrice degli uomini e degli animali: il suo regno si estende dal cielo alla terra, dovunque c’è vita»1; in Cina e nei paesi semitici, come l’Arabia, si appendevano vestiti ed ornamenti (a mo’ di frutti) agli alberi sacri, un po’ come si faceva quando si appendevano i doni e gli animali ancora vivi alla ‘Ndenna; ma si pensi ai cedri del Libano, sacri a Jahveh, come pure alla configurazione dell’albero della Croce; alberi e boschi sacri sono attestati presso tutti i popoli dell’Europa antica, latini compresi. «Il santuario celtico per eccellenza sembra essere stato il nemeton che designa la radura sacra, celeste, al centro della foresta. È là…che vengono praticati degli orribili sacrifici, e che si trovano delle statue grossolane che rappresentano gli dèi (simulacra maesta deorum). Un sacerdote officia in questo santuario appartato e segreto[…] E poi, soprattutto, il popolo non giungeva mai in prossimità del luogo di culto e lo abbandonava agli dei…I Druidi abitano nei boschi profondi…Adorano gli dei nei boschi senza fare uso di templi.»2; Attis è collegato al pino nel mito, nel rituale e nei monumenti; Osiride, ad esempio è legato al Djed, l’Albero Sacro, associato ai riti giubilari egizi e collegato alla resurrectio del Dio, al pilastro sacro (culto caro anche ai Cretesi) osiriaco che sintetizza gli aspetti dell’albero sfrondato e scorticato, della colonna vertebrale e della «stabilità». Nell’Antico Egitto veniva celebrato di notte un interessantissimo rito, quello appunto della “erezione del Djed”, come è testimoniato tra l’altro dal Libro dei morti: «O Thot, che rendi giustificato Osiride contro i suoi avversari, rendi giustificato l’Osiride N. contro i suoi avversari, così come hai reso giustificato Osiride contro i suoi avversari, alla presenza dei Divini Grandi Giudici che sono in Djedu in quella notte della erezione del Djed in Djedu. Riguardo ai divini grandi giudici che sono in Djedu, essi sono Osiride, Neftis e Horo, vendicatore di suo padre Osiride. L’erezione del Djed in Djedu è il piegarsi del braccio di Horo di Khem…»[1]. Nella tomba di Kheriuef a Tebe, il sovrano appare nell’atto di rizzare un grande simulacro di Djed, mediante corde, proprio come fanno gli innalzatori della ‘Ndenna. In molte vignette del Libro dei Morti all’apice dell’albero ci sta il sole splendente. L’erezione del Djed, poi sostituito con l’obelisco che si innalzava nelle piazze, è attestata già nel periodo protostorico nei ritrovamenti di Zaki Saad a Heluan. Il rito della ‘Ndenna è stato associato con l’albero della cuccagna, molto diffuso nel Regno di Napoli fino al ‘700, ma la sua origine è molto più antica e va ricollegata al conflitto neolitico tra religione astrale e religione terrestre. Come ha sottolineato il Prof. Antonio Capizzi, mio insigne professore all’Università, il nesso con l’albero era legato principalmente alle divinità maschili morenti e risorgenti, rivelatesi come la divinizzazione del re grano neolitico. Questa correlazione è stata già messa in evidenza nell’altro lavoro sulla magia del grano, Il chicco d’oro, riportato nel sito del Centro di Documentazione della Tradizione Orale. Attis, ad esempio, è collegato al pino; Osiride è raffigurato appeso ad un albero, o come una mummia coperta di rami; Dioniso è detto arboreo, le sue immagini sono pali con maschera, mantello e con rami frondosi per braccia. La coppia del Calendimaggio in Lucania è raffigurata da due alberi che vengono sposati. L’albero maschio, che rappresenta il dio che muore e risorge, di solito viene da un luogo lontano dal paese, a ricordo dello straniero eletto re e sposato alla regina onde evitare di sacrificare uno del villaggio. L’albero femmina ricorda la dea terra vergine e madre, che veniva inseminata per il raccolto. La forma rituale della ‘Ndenna rispetta pienamente questa simbologia. Era abitudine appendere ai rami come personificazione dei frutti dei pupazzi «impiccati». Ad esempio ad Efeso, Artemide, adorata in un albero sacro, veniva impiccata. Il corrispondente germanico era Odino «signore delle forche» e scopritore delle Rune. Nella strofa 138 dell’Edda, si legge «Io so che per nove notti rimasi appeso all’albero del vento, sacrificato ad Odino, cioè io stesso a me stesso». Adamo di Brera attesta che ancora nel Medioevo nel bosco sacro di Uppsala si sacrificavano uomini ed animali impiccandoli ad alberi sacri[2]. Non è il caso di dilungarsi sull’alberologia antica, per questo si rimanda magari a qualche altro studio.


1 C. Milani, I palazzi di Creta, pp. 14-16.
2 J. Markale, Il Druidismo. Religione e divinità dei Celti, Roma 1991, pp. 148-149.
[1] Il Libro dei morti degli antichi Egizi, formula XVIII, Roma 2001, p. 47.
[2] A. Capizzi, L’uomo a due anime, Scandicci 1988, pp. 56 e sgg..

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