14 ottobre 2011

'Ndenna - quarta parte

'NDENNA quarta parte
di Vincenzo Capodiferro


4. Il rito della ‘Ndenna fa parte di un contesto culturale molto più ampio, che in Lucania, forse più che altrove ha avuto modo di mantenersi, grazia al carattere ritroso di questa regione, da sempre ambita nello studio delle tradizioni antropologiche. Ricordiamo solo come questa Arcadia del sud fosse stata oggetto di molteplici studi, basti fare il nome insigne del De Martino. Onde allora non dilungarci arriviamo al dunque di questo breve articolo che vuole racchiudere le ragioni di un mito. A nostro avviso infatti esso deriva direttamente dalle usanze delle popolazioni che anticamente abitavano questa remota parte della Lucania. Il nome Lucania ha varie interpretazioni: terra dei boschi, terra dei lupi, terra della luce. In questa il Lagonegrese era abitato dai misteriosi popoli Sirini, dei quali ancor oggi si sa poco o nulla. I riferimenti geostorici sono certamente il monte Sirino, o monte di Siris, o Sin, il dio lunare, il monte Pollino, o di Apollo, il Sole ed i fiumi Agri, o l’Acheronte antico, ed il Sinni, l’antico Stige. Queste popolazioni spesso risultavano dalla fusione di immigrati con autoctoni. Tra le varie città della Siritide famose erano Pandosia ed Eraclea, per non giungere alle altre città della sì detta Magna Grecia, come la nota Metaponto. Non stiamo qui a fare un trattato dell’antica geografia, vogliamo solo mettere in evidenza il fatto che i coloni non erano solo greci, ma provenivano da varie regioni dell’oriente, in particolare i Sirini provenivano dall’Asia minore. Riportiamo la tesi che avevamo sostenuto sull’ “Eco di Basilicata”: «La questione omerica che ha animato tanti secoli di critica letteraria è ancora tutta da definire. Nessuna notizia certa si apprende dagli antichi autori sul cantore dell’Iliade e dell’Odissea. Se si esclude ogni valore storico dalle notizie biografiche delle “Vite omeriche”, non rimane che il nome del poeta e delle sue opere a far luce sulla sua oscura origine e personalità. Al nome “Omero” i Greci davano più di un significato e di etimologia allegorica: egli sarebbe stato “colui che non vede”, il cieco aedo, come cieco è l’aedo dei Feaci nell’Odissea. Sulla patria e sull’epoca, la tradizione comunque oscilla, incerta fra limiti molto ampi: “Sette città della Grecia si contesero il vanto di aver dato i natali ad Omero: “Smirne, Chio, Colofone, Itaca, Pilo, Argo ed Atene”, così cantava un anonimo in un famoso epigramma. Eppure fin dai tempi vichiani era valsa la tesi che i poemi fossero, più che attribuibili ad un unico autore, una raccolta di scritti poetici e mitici delle antichità greche. In un “Viaggio a Costantinopoli”, pubblicato a Parigi nel 1798 dal conte di Salaberry, l’autore, che evidentemente passa attraverso il Regno di Napoli e attraverso la Lucania, fa delle sconcertanti osservazioni a proposito delle Scuole Omeriche: “Si sa che Smirne, Clazomene, Colofone si sono disputati la gloria di aver visto nascere Omero. Si crede che Smirne sia la sua patria dietro le conclusioni che hanno tratto i viaggiatori, come l’inglese Hood a questo riguardo. Ma ciò che tutto il mondo non sa è che un abate ha fatto una dissertazione per provare che il nome di Omero non è altra cosa che il titolo dei libri sacri dei sacerdoti di Siris in Lucania e che la storia di Troia non è altro che un’allegoria. Le tombe di Achille, di Ettore e di Aiace, ritrovate nella Troade, sono invece trasposizioni mitiche”. Il conte non dà chiarimenti su chi fosse questo ecclesiastico, autore di quella dissertazione, ma ne dà il titolo, “L’etimologia del monte Volturno”. È veramente una tesi bella e sconcertante, che andrebbe approfondita e che farebbe luce sugli antichi popoli sirini del Lagonegrese, sui quali ci sono pochissime fonti storiche. Sappiamo che Siri ebbe un territorio ricco e fertile, la Siritide, sul quale si stanziarono proprio degli esuli troiani a partire dal XII sec. a. C., nonché coloni ionici, di Colofone, appunto. È possibile che di lì portarono il culto ed i libri sacri della dea babilonese Siri, o Sini, dea Luna. La città di Siri si trovava presso la foce del fiume Siri, l’attuale Sinni, tra Policoro e Rotondella. La Siritide fu una regione molto contesa dalle colonie vicine per la sua ricchezza, tanto che più volte fu invasa, per cui Siri decadde ed i suoi abitanti si spostarono a Pandosia, l’attuale Anglona, ove sorge un famoso santuario mariano sulle rovine di un antico tempio dedicato alla madre Sini, dopo di che rifondarono la colonia di Heraclea. Siri non è da confondere con Sinis il piegapini della mitologia greca. Il monte della dea Siri era il Sirino, o monte della Luna, che si abbraccia col monte del Sole, o di Apollo, il Pollino. Il fiume Sinni è il fiume di Sini, mentre l’Agri era l’antico Acheronte. Come riferisce il prof. Labanca nel suo “La leggenda del dio lucano”, dall’unione di Apollo con Siris, Sole e Luna, nasce un bambino di luce, Lucano, donde la Lucania». Se fosse vera questa tesi, cioè che i poemi omerici altro non fossero che i testi sacri rivelati dei sacerdoti Sirini, potremmo allora guardare con occhio diverso ai riti arborei in Lucania. Nell’altro lavoro antropologico, “Il Chicco d’oro”, riportato nel CDTO, avevamo dimostrato come le sette sorelle, ovvero i sette santuari mariani degli itinerari dei pellegrini nell’antica Lucania, altro non rappresentassero che una trasposizione della costellazione dell’Orsa in terra. In questo breve intervento invece vogliamo dimostrare che i riti arborei in Lucania seppure riportabili ad un’antica tradizione neolitica diffusa in tutto il mondo, furono quivi portati e localizzati da popolazioni esterne che si fusero con quelle aborigene.
5. In questo breve lavoro è nostro intento allora dimostrare due tesi: la prima afferma che l’antica Siritide miticamente non rappresenta altro che il mondo infernale. Ne danno testimonianza diretta gli antichi nomi della toponomastica. E dove non vi sono riferimenti documentari la toponomastica non mente mai. Essa è uno specchio fedele delle antiche tradizioni e non solo, è un grande documento storico a cielo aperto. Ed indovinate quale era l’antico nome del fiume Sinni? Lo Stige. E quello dell’Agri, l’Achero, o Acheronte, e quello del Bradano, Uradano, da “uro”, letteralmente il fiume che brucia, il Piriflegetonte. Acerenza, Acherontia, la città di Acheronte. Così tanti altri nomi di monti, di fiumi, di località strane che non stiamo qui a rammemorare per mancanza di spazio e di tempo. Probabilmente il prete che cita il Salaberry, autore dell’ “etimologia del Volturno”, aveva fatto proprio un’analisi storica sulla antica toponomastica. Chissà perché allora ci chiediamo, i templari scelsero proprio la Lucania come una delle sedi loro privilegiate, a parte la sua recondita posizione, lontana dagli sguardi indiscreti, e la sua condizione di perenne ancestralità. Ma torniamo al nostro argomento. La Lucania, infatti, non è stata sempre così, prima i fiumi erano navigabili ed il Metapontino era un’immensa palude, questo fino agli inizi del  Novecento, quando ancora qui si combatteva la malaria. Gli antichi pastori confermano che guadavano i fiumi e seguivano gli antichi tratturi per la transumanza. Queste carrarecce erano le strade dell’antichità: in particolare la Popilia e l’Erculia collegavano gli antichi centri della Lucania, ed in particolare del Lagonegrese, l’area che ci interessa, le mitiche città di Grumento, Nerulo, Semuncla, Eraclea, Planula, Pandosia, Mercuria, Atena, Apollinea, Siri, Armento e tante altre. Anticamente i confini della Lucania andavano dal Sele a Reggio Calabria. Quando i Bruzi, o Calabri, si resero indipendenti, si restrinse a sud. All’interno dell’antico territorio della Lucania, l’area sud, abitata dai popoli Sirini è una delle più misteriose. Chi erano i Sirini? Donde provenivano? Non vi sono copiose testimonianze storiche. Che tutta l’attuale area di Policoro era un’immensa palude è confermato da molteplici viaggiatori, settecenteschi e oltre, del Regno di Napoli. La foresta di Policoro era uno dei gioielli del Reame. Vi provenivano da ogni parte per visitarla per la sua spettacolarità e stranezza. Era un tipo di foresta fluviale, acquitrinosa, che sorgeva proprio dalle foci dell’Agri e del Sinni: la palude stigia e si stagliava all’interno delle fauci dell’antica terra dei boschi e dei lupi. Vi erano delle specie floro-faunistiche sconosciute, tanto è vero che molteplici scienziati si avventuravano all’interno della misteriosa selva per ricercare cose inaudite. La foresta oggi è sparita, falciata a seguito della riforma agraria negli anni ’50, la palude è stata bonificata. Il barone Berlangieri, che era l’ultimo proprietario della foresta pianse amaramente quando vide abbattere quell’immane boscaglia, ma non poté nulla fare di fronte alla massa dei braccianti che reclamavano dopo secoli di lotte e di passione la tanto agognata terra. È rimasto qualche traccia nei boschi di Rotondella, ma nulla rispetto alla mitica lama dell’antichità. Per il colono, il migrante, l’avventuriero delle remote età della storia, chissà che impressione dovette fare la foresta di Policoro: l’Inferno. Era l’Inferno! Quella mitica terra dei morti tanto decantata dagli antichi poemi e scritti babilonesi ed egizi, poi passati ai greci e trasformati ed adattati a situazioni e zone le più disparate e diverse. La Siritide venne vista come la fertile ed ubertosa terra degli inferi. Pensate ad una stupidata, come alcuni tipi di piante vengano nominate nel dialetto locale ancora “averne”, ma “averna” deriva da Averno. Ecco perché i fiumi vennero denominati lo Stige e l’Acheronte, che passavano sotto le montagne di Apollo e di Siri, il sole e la luna. Se è vera la tesi del Salaberry, i sacerdoti Sirini nei poemi omerici descrivono l’Ade, ma trasposto in località reali, che erano quelle racchiuse nel cuore intaminato ed oscuro della Lucania, ove queste misteriose popolazioni trovarono riparo e presero la lingua greca. E questi poemi erano i testi sacri, la bibbia di un popolo, con i suoi usi, le sue tradizioni, i suoi costumi, la sua storia, il suo mito che si perde nei meandri ascosi delle antichità del tempo. Ma questa tesi sarà difficilmente dimostrabile, a meno che non si venga presi per pazzi. Correremo il rischio e riterremo che questo articolo sia fantastorico.

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