05 marzo 2009

Giovanni Bianco, l'ultimo eroe di Gallipoli


di Augusto da San Buono

“Amici, ci aspetta una barca e dondola /nella luce ove il cielo s’inarca /e tocca il mare” (M.Luzi)

1. Sono trent’anni che Giovanni Bianco mi racconta la sua impresa, passeggiando lungo il molo di sottoflutto del porto mercantile di Gallipoli , o per i sentieri di vetri infranti di via Potenza, o a casa sua , seduto in poltrona davanti ad una telecamera , oppure al tavolino dell’Anmi, con una birra e una gazosa. E ogni volta è una storia diversa , che ti fa rabbrividire, commuovere , sentire il tuo fallimento , o innalzare il tuo cuore alla rosee sponde stagnanti delle vele d’oro, là dove , si dice, stanno gli eroi dimenticati , fino ai giardini dei limoni maghrebini , che sembrano crescergli sotto i piedi ben saldi …sulle nuvole. Infatti, quando si immerge nei suoi ricordi , Giovanni è un gigante con la testa negli alberi , e dai suoi capelli d’argento , le ombre dei ricordi , uccelli prigionieri , uccelli coll’ali di carta, volano come i gabbiani di Anteri.


2. Ed ecco che lo rivedo ancora una volta , in piedi , al timone del suo dragamine RD 44, con la luce della speranza, il segreto della salvezza , eccolo che vira decisamente a dritta, verso capo Zebib , dirige verso quella radura sabbiosa che traguarda le colline di Cartagine , e riesce a far adagiare la nave sulle secche nonostante i caccia americani lo bracchino come avvoltoi , e nonostante abbia il petto squarciato da una scheggia di proiettile che gli ha fatto la barba al cuore , senza toccarlo , e gli si è conficcata proprio lì, tra gli interstizi , a due millimetri dal confine mortale. E’ stremato , Giovanni Bianco , riverso sulla calda sabbia della secca di Zebib , tra la calce il sangue gli scogli la cenere e i segni simbolici della sua impresa , un timone di legno e una barra d’acciaio. I marinai del Battaglione San Marco , spettatori improvvisati non paganti , che stanno risalendo la costa, inseguiti dai carri armati degli alleati, fermano la loro marcia, lo salutano, lo abbracciano idealmente con sguardi pieni di speranza e gratitudine , e i loro gesti sono pieni di risonanze universali , olè Giovanni, olè!, gridano in un sincero tributo d’affetto, un legame che unisce tutti i marinai del mondo. Olè, olè, Giovanni, riecheggiano i gridi e le esultanze dei suoi compagni , trentacinque marinai che stavano per affondare, da lui salvati, che ora gli vanno vicino, lo confortano, lo adagiano su un telo, gli mandano un bacio , chiedono aiuti a infermieri e medici del battaglione che sta per risalire la spiaggia. Mentre sopra di loro, ormai al riparo, continuano a volare i carboni ardenti del cielo , Giovanni Bianco paga il suo immane sforzo e cade svenuto sulla spiaggia, col petto squarciato. Accorre il medico del Battaglione San Marco, un Ufficiale napoletano , e lo rianima. Con le forbici gli taglia il corpetto incatramato nel sangue nero, poi con il bisturi e una garza sterile ( è tutto quello che ha) compie l’operazione, da sveglio, senza nessuna possibilità di mitigare il dolore. Lo tengono in quattro, il povero Giovanni mentre il medico gli taglia la carne viva insieme e rimuove la scheggia di proiettile conficcata a due millimetri dal cuore. Dovrebbe imbarcare subito, Giovanni, con la nave ospedale “Gradisca” . Ma non fa in tempo, gli inglesi stanno arrivando , e non fanno sconti a nessuno, neppure ai feriti gravi come lui . Viene portato in un campo di prigionia dove rimarrà per tre anni. Riuscirà a sopravvivere, e questo è un altro miracolo della sua vita , un'altra storia di questo sublime eroe di Gallipoli da tutti dimenticato. E si capisce perché. Infatti , vederlo così, oggi, tra i frontali slavati di case di periferia , le finestre polverose , la ruggine dei metalli dei cassonetti sfregiati lungo le strade piene di buche, con l’aurora che ha lasciato la sua macchia sporca nello squallido giardino condominiale , ridotto ad un lager di cemento e di inferriate , Giovanni Bianco sembra solo un povero vecchio pensionato che si fatica l’esistenza, con quei quattro soldi che gli passa il Governo dopo cinquant’anni et ultra di duro lavoro, uno che di buon mattino naviga tra i marciapiedi mal finiti , il catrame unto e puzzolente e l’afa d’agosto che soffoca gli asfittici eucalipti e gli oleandri amari incarcerati in quel condominio in cui vive da quarant’anni. Come tanti altri vecchi, Giovanni vive in una sorta di terra di nessuno , senza un potere contrattuale , come un peso e un fastidio per la società; vive in quei confini da cui uno vorrebbe sfuggire , ma sono inevitabili , quando sei vecchio e senza soldi , vive in quei luoghi della necessità , dell’indifferenza, della solitudine , luoghi che sembrano non esistere se non al momento in cui ti tocca navigarli.


3. Come tutti gli uomini che hanno una barca che li aspetta , e dondola nella luce ove il cielo s’inarca e tocca il mare, Giovanni è innamorato della Madonna, è sempre in attesa di un sospiro, di una voce, di una grazia estrema. E’ ancora vivo in lui il ricordo del cappellano militare, don Cosimo De Vittorio, che tanti anni fa , lui appena ragazzo , benedice la statua della Madonna del Carmelo , su cui sua madre ha versato fiumi di lacrime. Giovanni è un giovane schivo, silenzioso , che fa le cose per bene, in modo concreto, ma anche fantasioso, ci mette passione, ci mette l’anima, insomma, e con la sua innata modestia, il suo coraggio, i suoi gesti esperti , rapidi, sicuri , determinati , riesce a conquistare rapidamente la stima e la simpatia di tutti . Preferisce i toni lievi, sommessi , gli archi , o le arpe mosse dal vento , la brezza marina che lo sfiora e quasi gli canta l’ode del silenzio azzurro, quei silenzi incredibili che conosce da sempre , da quando , bambino , andava per mare , sulla barca a remi di Tata , fiero di essere un pescatore , con tutti i rischi e le limitazioni , e la fame che gli torceva le budella e gli impediva qualsiasi volo pindarico. “Non avevamo niente, d’inverno facevamo la fame più nera, stavamo anche tre giorni senza mangiare. Posso dire di aver vissuto un tempo che soffre e fa soffrire” . Nei suoi ricordi non c’è posto per la nostalgia dell’infanzia: “Non avevamo niente con cui giocare , dormivamo in tre in un letto, non c’erano gabinetti, non c’era luce elettrica , non c’era altro che freddo , fame e miseria”. Bianco è uno che è vissuto come i suoi avi , di fatalismi , attese lente , di affanni misurati , di immense fatiche azzurre , di sopravvivenze quotidiane , di futuro incerto . “Prima di partire per la guerra, non ero mai uscito da Gallipoli. Non conoscevo neppure Lecce”. Lo rivedi in fotografia, quando era un giovane di diciotto anni , bello, biondo, aitante , pantaloni , camicia e piedi scalzi ,sulla barca a remi , pieno di fame arretrata e di desiderio di fuga , lo vedi immerso fra le reti e le nasse , e teso all’onda del grecale o del libeccio . E ora te lo trovi davanti , sempre meno eretto , sempre meno alto, coi suoi ottantotto anni , immerso nella periferia di Gallipoli , in uno dei tanti (brutti ) appartamenti di via Cagliari , con la moglie dove vive quietamente e serenamente tra i ricordi da marinaio e gli album di fotografie sbiadite. A vederlo così, ripeto, ti fa tenerezza, quel vecchio marinaio che se ne va per antichi sentieri con la schiena curva e le ossa rotte , è uno dei tanti anziani di cui Kofi Annan diceva che dovevano essere considerati non un peso e una negatività per la società , bensì agenti beneficiari dello sviluppo, per gratuità , memoria, amicizia, saggezza, voglia di pace, ma lo diceva tanto per dire, perchè quello era il suo ufficio. Invece Giovanni Bianco è realmente un patrimonio , un dono di memoria amicizia saggezza che non meritiamo, un monumento vivente .


4. E’ l’ultimo eroe di Gallipoli , un eroe purissimo che affrontò la tempesta e il fuoco delle armi mostrando il petto come facevano i guerrieri antichi , anche se ha sempre odiato la guerra: “ La guerra non è mai buona, non serve a niente, anzi la guerra rovina il mondo, è la peste dell’umanità”. E lo dice uno che l’ha vissuta, che ha visto il cielo di piombo e fiamme venirgli addosso , uno che ha saputo esprimere il sacro ardore , l’amore per la sua città e per la sua patria , senza solenni giuramenti , gridi o parole reboanti , ma con gesti e azioni concrete ; uno che ha saputo affrontare con calma e decisione la sua “ora” , la sua prova , mentre tutto era caos , fuga e disperazione . E poi , quando tutto è tornato normale , si è rimesso in disparte, in mezzo alle cose taciute , le cose di tutti, la famiglia (numerosa) , un lavoro umile e onesto ( pescatore e poi , in tarda età, bidello alla scuola media di Piazza Carducci) , la dignità , la solidarietà, l’amicizia , le cose che contano nella vita . E poi c’è la solitudine , che ti è sempre compagna, la tua stella dei sogni e della fantasia che ti guida , e lo scoglio , simbolo delle difficoltà e dei naufragi , il suo amato Scoglio, dove si nasce marinai e non si diventa eroi per caso, lo si è per tutta un’intera esistenza , anche se misconosciuti. Giovanni era bravo nell’arte di traghettare un nave in balia delle onde, l’arte antica dei fenici , l’arte di Palinuro , timoniere di Ulisse , un arte nella quale sono in pochi, pochissimi a poter emergere, in cui bisogna conoscere la trama segreta del silenzio e del vuoto , del principio amaro dello scoglio e la musica della sabbia Eccolo , all’alba del 5 maggio 1943 , sulle coste maghrebine, a bordo dello scassato dragamine senza nome ( “RD 44”) che pattuglia le acque della Tunisia, tra capo Bon e capo Bianco. E’ appena salpato da Biserta puntando circolarmente ad est, cauto, circospetto, sottocosta , sempre verso est , dove apparivano le colline di Cartagine, nei pressi di capo Zebib . E’ un’alba di bonaccia con mare liscio e senza una bava di vento, e Giovanni è al timone , accanto a lui il comandante della nave, il Tenente di vascello Giuseppe Ferrari , un siciliano normanno , biondo, di pelle chiara. Parlano degli inglesi che avevano vinto ad El Alamein e avanzavano a rotta di collo, degli americani che erano a Casablanca e si portavano ora proprio verso Biserta, della loro potenza bellica, gli aerei ,i sommergibili , i carri armati, gli equipaggiamenti super, le sigarette, il cioccolato. Sanno già da molto tempo che la guerra è perduta. Ma parlano anche , con batticuore , delle loro città lontane , delle loro famiglie e delle speranze nel futuro. Bianco si è guadagnato la stima del suo Comandante anche come avvistatore di mine , conosce tutto di quella bagnarola galleggiante , verricello, cavi d’acciaio, cesoie e bussola, sa come si aggancia una mina , sa della sua furente esplosione, il suo fragore infernale , i momenti di ansia e di paura. Per 50 lire in più, tanto valeva l’avvistamento di una mina, lo stipendio di un mese, Giovanni sta sempre in coperta, al freddo, con l’occhio aguzzo, nella foschia o nella prima nebbia del crepuscolo mattinale.Per questo pescatore di Gallipoli , nato sul mare e con dentro il suo abisso solitario e un cielo affondato ; per questo giovinetto che si è nutrito di buio e silenzi , coll’endemico problema del pane quotidiano e della sopravvivenza, che pregava la Madonna del Carmine come un carmelitano scalzo , e viveva dentro un nero arcobaleno fatto di sacrifici e sofferenze , un arco viola che fa vibrare lunghe corde del vento , - quella vita dura del marinaio in prima linea , a gomito a gomito con la morte, era solo una delle tante sfide che il destino gli aveva apparecchiato e che avrebbe dovuto affrontare.


5. Lui era ignaro , non sapeva ancora di avere dentro di se un eroe , anche se riusciva sempre a fare posto agli altri , a far più posto dentro di se, qualsiasi cosa gli chiedessero. Qui gettava le cime, là ricuciva le reti, o faceva i nodi da provetto marinaio; teneva i remi come se fossero pale d’altare , e sapeva saltare da una barca all’altra quasi volando sul mare. Al timone era come Palinuro che dirige contro l’ignoto, nessuna cosa lo spaventava , e conosceva come pochi il silenzio del mare , la curva dell’onda e il vuoto del mare. E la voce del mare. Dura. Roca. Fonda. E la voce dei pesci, che considerava fratelli ancora più sfortunati di lui. Conosceva ogni piccolo movimento, ogni piccola ansa, ogni mulinello, ogni curva dell’onda, ogni angolo di scarroccio o deriva, ogni corrente , ogni capriola o virata dei delfini . Tutto era pieno di movimento, ogni cosa si muoveva, anche quando sembrava dormire. E continuava ad aprire sempre le porte del suo cuore, a fare posto dentro di se, fino a quando? Non lo sapeva, ma sapeva che finchè sarebbe riuscito a farlo si sarebbe guadagnato onestamente la vita. E così fece anche quando partì per la Marina, la prima volta in viaggio, la prima volta sul treno, la prima città che non fosse la sua. Vide Brindisi con la sua testa di cervo, e quel porto, così grande, immenso, con tante navi!E poi Ancona , l’antica città dei dori, la città-zebra che diventa un gomito , un gomitolo d’ombra alle tre del pomeriggio, tutta bianca, sul promontorio di querce d’argento, e poi Zara!, la città dei viburni, capitale della Dalmazia, coi suoi tetti rossi e le guglie che corrono verso il mare.Aveva perlustrato per mesi la costa istriana, con quella nave senza nome, RD 44, avevano snidato il mare seminato di mine , scortando le navi che portavano il Battaglione San Marco a Sebenico e a Spalato, aveva anche combattuto, contro la Jugoslavia che era entrata in guerra al fianco degli alleati. No, non aveva sparato neppure un colpo, ma aveva caricato i proiettili del cannone 76/50, proiettili che pesavano 25 kili l’uno , aveva assistito alla resa di San Michele e di tutte le isole vicine a Zara, aveva portato a bordo una suora ferita alla mammella sinistra, che faceva parte del convento di Monte San Michele, una fanciulla che aveva lo stesso volto di una delle sue cinque sorelle. L’aveva sfiorata con lo sguardo, aveva pregato per lei quel Dio che scioglie tutti gli affanni.. Giovanni sentiva di amare intensamente la vita, e stupiva ogni giorno di essere vivo, di essere utile a qualcuno , al suo comandante , alla nave , alla patria, ai suoi fratelli del sud, tutti imbarcati su quel dragamine scassato , siculi, napoletani, lucani, calabresi , molisani , con cui sentiva di avere in comune un grande bazar di parole, espressioni, ammiccamenti, mimica, tratti del volto, anche se lui non gesticolava , era sempre pacato e se ne stava quieto , in silenzio, in attesa che qualcuno gli dicesse, fammi posto Giovanni, devo entrare in te, vedo che la tua porta è aperta. Ma talvolta , anche a bordo, come nella sua Gallipoli, gli sembrava che fosse attraversato da un Dio malvagio che gli impediva di soddisfare le esigenze più elementari e innocenti , parlare e ridere cogli altri, mangiare, dormire, faticare, amare la gente, il mare, la luce del sole e delle stelle. Ecco, di fronte ad un dio malvagio, - si chiedeva - come si comporterebbero gli uomini? Forse sarebbero più buoni, non pretenderebbero o richiederebbero niente ad un dio del genere , temendo chissà quale risposte. Ma qualcuno forse lo combatterebbe , si scaglierebbe contro di lui ,mentre altri se ne starebbero nascosti da lui , e altri ancora gli darebbero la caccia – temerari cacciatori deicidi. E infine altri ancora avrebbero avuto comunque fede che un giorno sarebbero riusciti a migliorare quel dio malvagio. Tra questi ultimi ci sarebbe stato lui , Giovanni, con una fede incrollabile nell’uomo , una fede che era all’ultimo respiro. Forse ogni tuo respiro è l’ultimo alito di un altro, pensava mentre assisteva al naufragio della motonave Boita , e si dava da fare per salvare i 40 naufraghi, ( “Era impressionante vedere quel bestione con la chiglia capovolta, sembrava un isolotto a fior d’acqua) , oppure era intento a liberare un marinaio imprigionato nei relitti , col rischio delle mine . Ci era andato insieme al meccanico armarolo Carmelo Greco – “Puttana da’ beddha matri, sempre a noi toccau” – e c’erano riusciti, a salvare il marinaio che era nella pancia della motonave con il sangue che gli usciva dalle orecchie e gridava “paisà, paisà, aiutatemi”, nuotando tra quelle bolle oleose gigantesche in superfice . La nafta gli sarebbe rimasta addosso per giorni e giorni. Ma lui , come sempre, aveva svolto bene il suo compito, e stavolta volevano dargliene atto in modo concreto , con una promozione a sergente:“Il comandante aveva fatto subito le proposte all’ammiraglio Biancheri che era lì col Battaglione San Marco, e la promozione sarebbe arrivata presto , ma subito dopo le cose precipitarono”. Giovanni ricordava ancora quel marinaio tagliato in due dalle cesoie del tagliamine, uno spettacolo crudele e orrendo, come stupida , crudele e orrenda era la guerra...


6. Ma ecco che sta accadendo qualcosa, in quelle acque calde di Cartagine , suona l’allarme di bordo. Tutti ai posti di combattimento. Nel cielo, da sud-est, una squadriglia di caccia americani . Stanno arrivando come avvoltoi sopra di loro. Non ci sono speranze, hanno solo due scassate mitragliatrici per far fronte agli aerei. Non hanno scampo. Colle caldaie a tutta forza e il cielo pieno di fumo , la nave va in fuga , inseguita e bombardata dai caccia americani, viene colpita in più punti , una sventata di mitraglia arriva al ponte di comando, il comandante viene ferito ad entrambe le gambe . La carcassa è ormai piena di falle e va alla deriva, rischia di affondare da un momento all’altro. Anche Giovanni viene colpito, ma lui non se ne avvede, fino a quando tenta di dar mano al suo comandante. Allora s’accorge che ha il petto pieno di sangue , e non ce la fa ad usare il braccio sinistro. Bianco - gli dice il comandante riverso in terra – ce la fai a portare la nave su capo Zebib ? Giovanni dice di sì, certo che ce la fa. Allora punta le colline di Cartagine , le vedi? Vira laggiù, piomba dritto sulla Sirte , sul basso fondale di sabbia. Se ci arriviamo in tempo, se ci sediamo sul fondo , ci salviamo, altrimenti per noi è finita. Intanto dalla costa la nostra contrarea era in funzione , ma non riusciva ad avere risultati pratici, e i caccia americani , da levante , iniziano un’altra manovra di viraggio , sono sopra il dragamine e lo subissano di bombe e proiettili . Lo scafo , nuovamente colpito sbanda, s’inclina a poppavia , ma ormai è giunto in prossimità della secca , dove miracolosamente s’arena e s’adagia placidamente , come una chioccia , salvato , insieme ai trentacinque marinai dell’equipaggio , dal timoniere Giovanni Bianco da Gallipoli, a cui andrebbe data una medaglia d’oro , una solenne stretta di mano , e il riconoscimento perenne della patria.


7. Invece , come sappiamo, Bianco viene fatto prigioniero dagli inglesi che lo trattano esattamente come tutti gli altri , e di questa impresa straordinaria si perde ogni traccia . Per più di cinquant’anni non ne parlò mai nessun giornale, nessun bollettino di guerra , nessuna rivista di terz’ordine , nessun giornalino parrocchiale . (era il 1996 , quando Gino Schirosi pubblicò il primo articolo su Bianco , sulla rivista “L’uomo e il mare”, da me fondata ) , e per molti anni sembrò addirittura che questa storia fosse inventata di sana pianta da un povero pescatore di Gallipoli , che era rientrato in Patria , dopo tre anni di dura prigionia , nell’estate del 1946 , sporco lacero e pidocchioso , senza possedere nulla se non i suoi stracci e quella storia stramba, come tanti reduci mitomani. ( “Con gli altri salentini prigionieri ci incontrammo alla stazione di Lecce . Eravamo magrissimi, sporchi, dei pezzenti assaliti dai pidocchi , dalla commiserazione , dall’ingratitudine della nostra patria che ci aveva dimenticati, e anche fra noi non c’era alcuna solidarietà “) . Infatti devono passare ben otto anni da quei fatti di guerra (era il 25 aprile 1951) , prima che Bianco venga convocato in Municipio per ricevere dal Sindaco di Gallipoli , nel silenzio più assoluto e in assenza di qualsiasi formalità , una medaglia d’argento al valor militare, con annesso diploma di merito che conteneva la seguente motivazione: “ Destinato al timone di dragamine , operante in acque fortemente contrastate , coadiuvava il Comandante in occasione di un attacco da parte dei numerosi aerei avversari manovrando brillantemente sotto l’intenso mitragliamento e spezzonamento. Gravemente colpito al petto rimaneva al suo posto eseguendo con calma e serenità gli ordini del Comandante , pur esso gravemente ferito. Esempio di stoicismo , tenacia e grande attaccamento al dovere”. Ma intanto lui , Giovanni Bianco, questo eroe purissimo , questo gigante che naviga con la testa tra le nubi , continua ad andarsene in giro travestito da vecchio pensionato , sempre più curvo e malfermo sulle gambe , e continua a raccontare per l’ennesima volta lo spettacolo meraviglioso della sua storia.

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