19 gennaio 2009

Geografia: l'agricoltura di mercato e le politiche agricole

Nota enciclopedica
Con la “rivoluzione verde” del XIX secolo il sistema agricolo tradizionale comincia a cedere: innanzitutto le colture si fanno più intensive, perché viene abolito l’anno di riposo della terra, sostituito nella rotazione da coltivazioni complementari (ad esempio le barbabietole dopo il frumento), le quali cioè non sfruttano le medesime sostanze del terreno e consentono quindi un riposo per così dire ‘attivo’ della terra. Poi si è proceduto ad una maggiore specializzazione colturale, per ridurre i costi ed aumentare i rendimenti.
La progressiva meccanizzazione ha poi consentito da una parte di velocizzare il lavoro agricolo, ma anche di liberare grandi estensioni di terreno che un tempo erano dedicate al foraggio, necessario per alimentare gli animali da tiro e da soma.
Con la meccanizzazione nasce dunque l’agricoltura di mercato, dove il consumo e la produzione vengono disgiunte al punto da far nascere sistemi di intermediazione commerciale tra il produttore ed il consumatore finale.
Esempi di questo in Italia vi sono in particolare nella Pianura Padana, nel Piemonte orientale per quanto riguarda il riso, nel lodigiano per il foraggio destinato all’industria del latte e nel cremonese per il frumento e la zootecnia: in queste aree si può parlare con ragione di industria agricola perché la raccolta, lo stoccaggio e la vendita all’ingrosso dei vari prodotti avviene in maniera molto ben pianificata; nelle borse merci si formano i prezzi all’origine dei prodotti, i quali vengono poi monitorati dai governi al fine di una adeguata regolamentazione.
Più in generale grandi imprese di questo tipo sono molto diffuse nel mondo, al punto di poter parlare di attività agroindustriali: il prodotto agricolo oggi ha un alto valore aggiunto di tipo industriale perché le attività complementari che sono necessarie per portarlo dalla pianta alla tavola del consumatore non sono in massima parte attività agricole (raccolta, lavatura, calibratura, imballaggio ecc). Le grandi imprese sono in grado di controllare l’intero processo, dalla produzione ottimale alla ottimale distribuzione del prodotto.
Si sentono voci oggi, di catene di supermercati in grado di acquistare il prodotto ancora sul campo, lavorarlo e metterlo sugli scaffali a disposizione del consumatore.
Contemporaneamente a questo si è cominciata a sentire sempre più l’esigenza della cosiddetta ricomposizione fondiaria, perché l’agricoltura meccanizzata richiede grandi spazi privi di ostacoli e non lontani dalla casa del colono per essere efficiente. L’uso latino di ridistribuire la terra tra tutti i figli ha portato in passato ad una progressiva riduzione delle dimensioni degli appezzamenti, una tendenza che oggi si è invertita proprio per le esigenze dell’agricoltura moderna. In alcuni casi la ricomposizione fondiaria è stata addirittura pilotata dallo stato, come nella Scandinavia del XVIII e XIX secolo. In tempi molto più recenti anche in Francia ed in Italia sono state vinte le resistenze della classe rurale e si andati verso un progressivo incremento delle dimensioni fondiarie.
Un discorso parallelo a quello dello sviluppo agroindustriale è quello che riguarda le politiche agricole, delle quali negli ultimi decenni si è parlato sempre più spesso a causa della nascita di organismi riconosciuti sia a livello nazionale che internazionale.
Un interessante caso è quello della Comunità Europea, che a partire dal 1957 (Trattato di Roma) ha deciso di darsi regole comuni, non solo in agricoltura, per poi evolvere nel 1993 (Trattato di Maastricht) verso una unione dal più spiccato significato politico, l’Unione Europea.
Agli esordi, quella che una volta si chiamava CEE aveva come obiettivo un incremento della produzione nei paesi membri ed una difesa del mercato dai prodotti extracomunitari.
Fino alla metà degli anni Ottanta questo è stato ottenuto con la creazione di un mercato interno sostenuto da regole comuni e con un’unificazione delle tariffe doganali verso l’esterno.
Questo ha creato un sistema competitivo che ha agevolato le aree maggiormente adatte e favorito la riconversione delle altre verso diverse colture, ma ha anche portato tutta una serie di problemi di natura ecologica che prima non erano conosciuti.
Oltre a questo la politica agricola europea ha portato alla nascita di incentivi per tenere la terra incolta, in modo da ridurre l’offerta e sostenere il prezzo dei prodotti agricoli: una scelta che ha certo dato i suoi frutti, a scapito però di grandi quantità di prodotti agricoli scientificamente distrutti ogni anno, perché sottratti al mercato. Oggi le politiche agricole della UE puntano soprattutto al miglioramento dell’efficienza delle aziende e alla tutela dell’ambiente, promuovendo sistemi di agricoltura biologica che si affidano molto alla ricerca in ambito agronomico, chimico e genetico. Lo sviluppo di sistemi colturali meno intensivi e che fanno meno ricorso alla chimica ha portato il consumatore europeo a percepire il prodotto biologico come un qualcosa che, avendo valore aggiunto, ha un prezzo giustificatamente più elevato.
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Autore: A. di Biase
Fonte: Compendio di Geografia umana, Dagradi-Cencini, Pàtron Edizioni

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