24 ottobre 2008

Il "De vulgari eloquentia" di Dante

  La "Doctrina de vulgari eloquentia" (1303-1305) di Dante è la principale opera della sua produzione a sostegno della lingua volgare. Si tratta di un testo volutamente in latino, perché indirizzato ai dotti, con l'intento di sensibilizzarli alla creazione di una lingua che ancora all'epoca non esisteva, ma che si ipotizzava dovesse essere alla portata di tutti. Nel trattato l'autore si sforza di tracciare una geografia linguistica nel sud Europa, dove vengono identificate una lingua d'oil, una lingua d'oc ed una lingua del sì. In italia secondo Dante le parlate volgari all'inizio del Trecento sono quattordici, ma nassuna di queste è all'altezza di essere eletta al rango di volgare illustre: il compito di creare questa lingua spetta dunque agli intellettuali sparsi per la penisola e Dante li incoraggia a formare una curia ideale ed a creare questa nuova "gramatica", proseguendo sostanzialmente il percorso che, iniziato alla corte di Federico II, aveva portato la bella rima dalla Sicilia alla Toscana, fino al nascere del 'bello stile' col Guinizzelli. Molto bella l'immagine dell'intelletuale italiano a quell'epoca intento, secondo il nostro, ad estirpare gli arbusti spinosi dalla serva italica per piantarvi nuove piante e vivai.
Il trattato è considearato una colonna nella nostra storia della lingua perché, sebbene per avere una lingua compiuta gli italiani dovranno addendere nei fatti il 1840, l'autore del "De vulgari" si è fatto carico di iniziare quel lunghissimo processo di integrazione delle parlate italiane che, a settecento anni di distanza, non pare ancora del tutto compiuto.
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Autore: A. di Biase
Revisioni: -
Fonti: La letteratura italiana, Vol II, Edizione Corriere della Sera, 2006
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