25 aprile 2008

"La pala di Brera" di Piero della Francesca

di Augusto da San Buono

Il dipinto conosciuto come “La pala di Brera”, o di Montefeltro, è una pittura a olio su tavola di 248 cm x 170 che arrivò a Milano nel 1811, al tempo delle grandi requisizioni napoleoniche . Fu realizzato da Piero Della Francesca quando aveva sessant’anni ed era quasi cieco , tant’è che non riuscì a terminarlo. Gli era stato commissionato , tra il 1472 e il 1474 , da Federico da Montefeltro, celebre capitano di ventura e sovrano tra i più ammirati del suo tempo . L’opera viene ritenuta da Roberto Longhi tra i dieci quadri più famosi nel mondo. Lo stesso celebre critico ritiene che abbia avuto un ruolo straordinariamente importante per la storia dell’arte italiana, perché sintetizza – secondo Wittgens – la civiltà spirituale del Quattrocento (la deificazione dell’uomo è il trionfo dell’umanesimo).
Con questo quadro, - “senza dubbio la più originale e importante conversazione sacra di tutto il Quattrocento” - , inizia il futuro dell’arte, sia per l’eccellenza dello stile e la suprema qualità pittorica , sia per il significato religioso che vi è ben presente, così come quello politico, che vi è sotteso. Solo chi ha visto l’opera di Piero nella libera atmosfera – continua Wittgens - ha l’idea del miracolo che essa rappresenta. Eppure anche il più distratto visitatore del Museo di Brera, a Milano, è in grado di accorgersi che siamo ben al di là del disegno fiorentino, che questi rari volumi di Piero Della Francesca sono ottenuti per condensazione, in piani plastici, dell’arcano etere colorato di cui tutta l’atmosfera è tessuta. E ci commuove – conclude il critico tedesco – la sublimazione del genio di Piero , nutrito della più alta scienza e filosofia del Rinascimento, che intona, alla vigilia della morte , questo puro canto lirico.
La Pala di Brera è un dipinto che riassume tutta l’arte del maestro di Borgo San Sepolcro . Guarda al passato , ma è talmente colmo di futuro che la sua immagine evoca quasi spontaneamente Bramante e Raffaello, per non parlare di Antonello da Messina, Giovanni Bellini e Carpaccio , e la più grande civiltà veneta nel suo insieme. Nella Pala di Brera , c’è il Nord e Sud d’Europa , l’occhio fiammingo e lo spazio italiano, Van Eyck e Masaccio che s’incontrano e vanno a braccetto.
La Pala di Brera è il risultato più alto della sfida fiamminga che faceva apparire contemporaneamente veri l’infinitamente lontano e l’infinitamente vicino, attraverso le risorse virtualmente illimitate della percezione ottica e della definizione luminosa.
Piero intende ridurre a sintesi l’ordine misurabile del mondo e il miracolo del vero continuamente trasmutante per effetto della luce , la ragione prospettica e l’emozione dello sguardo a lunga posa.
L’opera nasce come quadro votivo progettato per l’altare maggiore di una chiesa francescana e questo non va mai dimenticato. Ma guardiamolo sotto l’aspetto della pura gioia degli occhi: è uno specchio di meraviglie . Un’attrazione fatale. La scena è ambientata in un grande tempio marmoreo con le caratteristiche di un monumento romano di età imperiale. Si tratta di una chiesa di ispirazione albertiana , e i personaggi sono disposti a semicerchio nel transetto davanti all’abside, inquadrati ciascuno da un elemento architettonico. Il coro è descritto da una volta a botta con lacunari e si conclude con un’abside semicurva sormontata da una grande conchiglia da cui pende un filo a cui è appeso l’ uovo di struzzo dei mistici medievali , che si riteneva fecondato dai raggi del sole. Ed è per questo che veniva utilizzato come figura dell’Immacolata Concezione di Cristo. “ Se il sole può far schiudere le uova di struzzo – aveva detto Alberto Magno – perché una Vergine non potrebbe generare per opera del sole?” L’uovo di Piero è stato per secoli uno degli oggetti più celebri e misteriosi della letteratura artistica. Quell’esoterico oggetto carico di un fascino addirittura ipnotico per la luce che riceve e diffonde su tutti gli astanti è il centro simbolico e figurativo di tutta la composizione, perché dal suo significato discende il senso di tutta l’opera. Solo perché Dio , che è il Verbo onnipotente ed eterno, ha deciso di farsi carne nel grembo della Vergine Maria, resa madre dallo Spirito Santo , ognuno di noi può sperare di salvarsi, così come può sperare di salvarsi quel signore in armi, Federico di Montefeltro, inginocchiato sulla destra, che ha commissionato l’opera.
Al centro della composizione la Madonna in trono , rappresentata come Regina del paradiso e ciò spiega l’alto splendore, la suprema maestà ed eleganza che distinguono lo sua dimora celeste . La Vergine è seduta su un faldistorio e sulle sue gambe giace il Bambino addormentato. Intorno alla Madonna, disposti a esedra , coi loro simboli ben riconoscibili , gli angeli e i santi . A sinistra sono San Giovanni Battista, patrono di Battista Sforza, moglie di Federico di Montefeltro , ma soprattutto ultimo profeta veterotestamentario . E primo testimone di Cristo. Poi San Bernardino da Siena , grande protagonista di quella corrente riformata del francescanesimo , nota come Osservanza. E San Gerolamo, protettore degli umanisti. A destra San Francesco , che tiene in mano la croce e mostra il costato stigmatizzato , fondatore dell’ordine cui era destinata la grande tela ; San Pietro martire ( in cui è stato riconosciuto Luca Pacioli , il frate della “divina proporzione”) , che forse – dice il Meiss – è un’aggiunta dell’ultimo momento . Infine San Giovanni Evangelista , colui che come aquila volò più in alto di tutti, fissando il suo sguardo nel mistero vertiginoso del Verbo incarnato. A destra , in ginocchio e di profilo , come prescrive l’etichetta dell’omaggio devoto – armato di tutto punto , perché il suo mestiere è quello di soldato professionista – c’è l’immagine del donatore; il signore di Urbino , Federico II di Montefeltro, che sposta l’interesse sul significato anche “politico” della Pala di Brera, che è presente.
Infatti il dipinto aveva una destinazione pubblica. Doveva quindi celebrare l’autorità e la forza del sovrano che infatti si presenta all’omaggio della Vergine armato di tutto punto, vestito di una corazza che doveva apparire ai contemporanei un capolavoro di costosa e avanzatissima tecnologia militare. Il dipinto doveva , inoltre, sottolineare la pietà e la religione di Federico ( e quindi la legittimità di un potere consacrato dalla Vergine e dai Santi) insieme allo splendore e alla magnificenza del suo governo, concetto quest’ultimo efficacemente reso dalle architetture magnifiche e antiche le quali fingono, sì, un abside di chiesa, ma possono anche evocare l’arco di trionfo di un capitano vittorioso, emulo degli eroi romani celebrati da Tito Livio.
Ma lasciamo perdere i significati religiosi e politici del dipinto e entriamo in silenzio in questo quadro, per comprenderne soprattutto la maestà, l’incanto , l’eleganza , la calma, lo splendore e poi affidarsi al piacere di guardare. Lo sguardo deve cercare di identificarsi , in qualche misura, con lo sguardo del pittore , che è uno sguardo a presa totale, uno sguardo lento, distaccato e allo stesso tempo partecipe, infallibile nella percezione del vero e tuttavia capace di emozionarsi di fronte al miracolo, perché di un miracolo si tratta, ( ovvero capace di stupire e commuovere) quel che accade sotto i nostri occhi quando la luce tocca le cose. Accade ad esempio che il blu notte del manto della Vergine abbia nelle pieghe abissi meravigliosi di ombre colorate e che tutti i grigi, gli azzurro cenere e i bruno malva del mondo vivano nei marmi dell’abside. Accadono tante cose, apparizioni subitanee e continuamente mutanti nel trascorrere del tempo. Piero ci insegna che la pittura è la contemplazione delle cose nel tempo sospeso, ha capito che il “miracolo” delle cose visibili è un’apparizione subitanea continuamente mutante con il trascorrere del tempo. L’unico modo di fermare il tempo e consegnarlo all’eternità – come ha fatto lui cinquecentotrentaquattro anni fa lavorando alla Pala di Brera, è fissarlo per sempre, “miracolosamente” , nell’arte.
 

19 aprile 2008

L'altro '68

Marco Iacona
1968
LE ORIGINI DELLA CONTESTAZIONE GLOBALE
Presentazione di Gianfranco de Turris
Edizioni Solfanelli, Chieti 2008

Il “vero” Sessantotto (autunno 1967 - primavera 1968) visto da destra. Con le sue luci e le sue ombre. Dopo quarant’anni si discute ancora di questa parentesi storica mai dimenticata che ha segnato per motivi diversi sia la sinistra sia la destra del nostro Paese (quest’ultima, a causa della “contestazione globale” soffre oggi di un senso di colpa in più). Un Sessantotto preceduto da eventi storici di enorme portata: la guerra nel Vietnam, la rivoluzione cubana, la rivoluzione culturale in Cina e poi ancora la decolonizzazione, il golpe militare in Grecia e la morte di Che Guevara in Bolivia. In questo libro vengono comparate due diverse letture del Sessantotto: quella del Sessantotto “di lungo periodo” che considera gli eventi principali verificatisi lungo l’intero arco degli anni Sessanta e l’altra che guarda ai problemi del mondo universitario italiano come cause dirette delle rivolte studentesche dell’anno accademico 1967-68.
Marco Iacona è dottore di ricerca in Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee, scrive tra l’altro per il bimestrale “Nuova storia contemporanea”, il quotidiano “Secolo d’Italia”, il trimestrale “La Destra delle libertà”, per il mensile “Area” e il semestrale “Letteratura-tradizione” (per il quale è curatore di una rubrica fissa). Per il “Secolo d’Italia” nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in dodici puntate.

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18 aprile 2008

"L'occultista" di Joseph Gangemi

L’OCCULTISTA di Joseph Gangemi
© 2005 RCS Libri S.p.A. Milano ISBN 88-17-00864-8
Pag. 321 € 17,00

“Ne sono rimasto ipnotizzato… Non sono riuscito a staccarmi da questo romanzo per giorni di fila”. Così afferma lo scrittore Matthew Pearl, e, dopo averlo letto, ne comprendo le ragioni.
L’occultista è un romanzo ambientato negli anni venti, ma non per questo ha un linguaggio antiquato. Anzi, lo scrittore ci descrive la Philadelphia di quegli anni, ricreandone l’atmosfera; gli abiti, gli usi. Tutto con leggere pennellate.
Accenna ad Arthur Conan Doyle e a Harry Houdini, come personaggi del tempo, inserendoli con tatto all’interno del contesto.
Narrato in prima persona dal protagonista Martin Finch, studente universitario in psicologia, si narra della ricerca scientifica condotta dal “Scientific American”, una rivista che arriva a offrire 5000 dollari a chi produrrà “prove definitive di manifestazioni paranormali”.
Finch si dimostra abile a smascherare finti medium e maghi, facendoli cadere in trappole ingegnose che mostrino i loro squallidi trucchetti.
Fino a quando Arthur Conan Doyle suggerisce di indagare su Mina, una giovane donna sposata a un dottore ricco e più grande di lei, il dr. Crawley.
La commissione si reca a Philadelphia e assiste a diverse sedute durante le quali Mina cade in trance e il fratello di lei, Walter, defunto, fa le sue apparizioni.
Finch fa diverse prove, diviso fra lo scetticismo e l’amore per Mina che si fa strada dentro di lui.
Ecco che da una ricerca, Gangemi trasforma abilmente il suo romanzo in un thriller psicologico, con diversi e ben dosati ingredienti: la scienza, l’occulto, l’amore.
Una sfida tra vivi e morti, fra ricerca e passione.
Ben scritto, prende il lettore e lo porta all’interno delle sue pagine. Anche il finale resta velato di mistero, dove fa solamente intuire quale sia la verità.
© Miriam Ballerini
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13 aprile 2008

La favola di Esopo


Vòlt'era in su la favola d'Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
dov'el parlò de la rana e del topo;

(Inferno XXIII; 4-6)

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Pierri e Alda Merini

di Augusto da San Buono
“In ognuno di noi / c’è un Cristo sconosciuto / da amare che si rivelerà”… prima o poi , magari con una gazza sulla spalla, con cui parlare , come faceva il vecchio Pierri negli ultimi mesi di vita . E quando il Cristo sconosciuto riapparirà ci sarà ancora un Giuda ad aspettarlo , “ libero dal tradimento”. Lo bacerà di nuovo, ma stavolta “nell’amicizia / del cuore … E anche Giuda avrà una mite gazza sulla spalla”. Nessuno metterà (crudelmente) la gazza nell’orcio come facevano i salentini al tempo della “Luna dei Borboni” di Bodini, grande poeta che ci si ostina a lasciare tra le carte e nella muffa dei conferenzieri universitari eruditi, invece di farlo circolare nelle scuole, spiegandone il furore e l’amara malinconia.
In una sorta di alleanza ermetica-surreale e chiaroscurale con Bodini , ecco sorgere la parola di Michele Pierri, medico tarantino , che usa il bisturi come un crocifisso , o il crocifisso come il bisturi , sbagliando sempre le mosse e non riuscendo a trovare una sua via precisa e decisa , una sua identità storica. “Si direbbe – scrive Antonio Corsaro – “ che il suo processo evolutivo non abbia storia , come non ha storia la sua vita offerta alla medicina . Pierri si è occupato di periodici provinciali , ha scritto racconti quasi in segreto e paginette di critica, ha collaborato a riviste letterarie , ma senza dare a simili esercizi di scavo culturale che un puro peso di mestiere , con la volontà di mettere a fuoco le esigenze dell’anima”. C’è , però, dentro di lui , un paesaggio simile ad una strana macchia d’artiglio , a una realtà che non è solo realtà, ma qualcosa che la trascende in un misterioso rapporto di bene e male , di amore e odio, dove si fanno colloqui a distanza tra uomini e angeli invisibili , gli uomini sono uomini e gli angeli assumono le sembianze di gazze, gazze blu con striature bianche, bolse , ma eleganti nel breve volo….Aggiungiamo , per la cronaca , che Michele Pierri fu uno dei co-fondatori della c.d. “ Accademia Salentina “ del “poeta barone” Girolamo Comi , quando la popolazione salentina era all’ottanta per cento ancora analfabeta… Ma oggi di lui onestamente si trova poco o nulla , e quel poco è quasi sempre associato al nome di Alda Merini , con la quale convisse per alcuni anni , subito dopo la morte della sua adorata moglie , Aminta E in quegli anni di fiato a fiato in un condominio del centro di Taranto , il dottor Pierri non fece altro che parlarle di lei, alla povera Alda , della moglie morta novella Beatrice , che stava in paradiso aspettandolo , pronta a far “spazio per essere l’unica/ ad accoglier(lo) , al transito”…
Comprenderete che la poetessa milanese, trovandosi peraltro in quella fase di ossessionante delirio metaforico , o follìa d’amore , che caratterizzò una fase importante della sua vita e della sua poesia , con tutta la gratitudine e l’ammirazione che poteva avere per lui , non è che fosse felicissima di sentir parlare della defunta: “ Tu mi parli della tua vita e dell’angelo/ che ha lasciato in te il profumo della presenza, / tu mi parli di solitudini/ e di antiche montagne di memorie/ e non sai che in me risvegli la vita/ , non sai che in me risvegli l’amore/ parlandomi di una donna”.
E’ vero che il sodalizio tra i due fu quasi esclusivamete di natura spirituale e intellettuale, considerando che Pierri era un anziano vedovo e l’Alda una donna sola , con problemi esistenziali gravi (era alcolizzata) e senza risorse economiche .
Probabilmente fu Giacinto Spagnoletti , amico di entrambi , che convinse il medico-poeta ad accoglierla nella sua casa , più come una paziente sensibilissima e nullatenente , una sorella minore ( tra i due c’erano oltre vent’anni di differenza) che come una donna vera e propria che potesse in qualche modo sostituire la compagna scomparsa. Però è strano che Pierri non considerasse l’effetto che potevano avere le parole, le lacrime di rimpianto , e i versi tutti indirizzati alla buonanima su un animo sensibilissimo di una discepola avida di carezze e “gelosa” come Alda:
“…Io penso a quella che fui/ quando morii mill’ani or sono/ e adesso tua discepola e canto,/ scendo giù fino al Golfo/ a toccare la tua ombra superba ,/ o stanco poeta d’amore/ fissato a una lunga croce…”…”Odio e amo. Forse mi chiederai come sia possibile./ Non so, ma sento che avviene , e mi tormento”….
” Molti diedero al mio modo di vivere un nome/ e fui soltanto un’isterica”.
Quando Alda scrisse questi versi , probabilmente non avrebbe mai immaginato che le posizioni tra lei e il dottor Pierri si sarebbero invertite radicalmente e che lei , la
“ barbona” , la “ disperata”, la “ isterica”, la “ disturbata” non solo avrebbe superato di gran lunga il “maestro” , ma che addirittura il Signor Pierri sarebbe stato ricordato quasi esclusivamente per aver dato ricetto a lei , ritenuta una demente, una alcolizzata senza alcun futuro , con il pallino della poesia , ( che è appunto “roba” per pazzi , complessati e originali . Nessuno che sia “normale” si mette a perdere tempo e a rendersi ridicolo con i versi. ) . Oggi Alda Merini è uno dei poeti italiani più considerati , apprezzati , discussi e amati , al centro di ogni forum , consesso, barnum letterario e poetico, inzeppata di premi prestigiosi , riconoscimenti nazionali e internazionali , con la stiva di casa ben fornita di sigarette e liquori a volontà. Ci sono addirittura Editori che le fanno la corte , nonostante sia notorio che i libri di poesia non abbiano mercato …ma i suoi sono versi “diversi”, versi della “pazza della porta accanto” , di una che è stata in manicomio e ha un background tutto particolare , hanno fatto breccia nello spettacolo e nel teatro, dove sono stati realizzati recital e piéces sulla sua vita e sui suoi versi ,senza contare , poi , che l’Alda , volendo , scrive altrettanto bene anche in prosa…. La poesia le giunse sulle ali del vento del suo disordine interiore , anche se lei aveva ( e ha ) paura di quel vento che la risospingeva per sentieri troppo tortuosi e profondi facendola vagare là dove si incontrano i ricordi e le speranze disattese, i visi dei morti e quelli dei vivi che non sanno più dire parole . Anche oggi , che ha i suoi ottantatré anni compiuti, si ritrova immersa nella solitudine , con il bisogno , la fame d’amore , in quel palazzo sui Navigli di Milano , al secondo piano, in un appartamento disordinato e misero , si ritrova nell’ ombra e continua a scrivere poesie, a fumare sigarette e a bere whiskie , le uniche cose belle della vita , insieme alle bolse gazze salentine che volano basse . I suoi pensieri furono quelli di una gazza ladra, tenera e solitaria , santa e meretrice , sanguinaria e ipocrita , rapida nel rubare l’oro e lenta nel volare sul ramo ; anche lei vive di un amore personale fatto di sogni , che quasi esclude il rapporto con il maschio . Amori intensi e infelici , come quelli di una gazza ladra, amori grandi e inesistenti , così grandi da elevarsi oltre l’umanità.
E del suo maestro Michele Pierri , che ne è stato ? Anche lei forse se lo chiede, ma non più di tanto, poiché i rapporti con i figli e gli eredi Pierri sono tutt’altro che buoni. La trattarono come un’appestata , quando fu ricoverata per la prima volta nell’infame manicomio di Taranto, qualcosa di più orrendo dell’inferno dantesco.
Di Michele Pierri si è persa ogni traccia? Chissenefrega.
Pierri, chi era costui? … Era un poeta vero , di notevole spessore , con un’anima religiosa , chiusa, ascetica , ma un’anima mortificata, insaziata , fermentata di ribellioni, che si piega ad ascoltare la voce dei fanciulli e delle gazze tarantine che portarono consolazione alla sua esistenza chiusa e appartata; ascoltò la ragione della coscienza, esplorò , indagò sul perchè delle cose , si confuse con i sogni, i fantasmi e i misteri della natura , per specchiarli in un colore e in un dolore densi e frantumati , come il ritmo del suo verso , che ora s’attorce e s’ingroviglia e non ti concede tregua , né respiro, sembra quasi che strida e arrivi fino a patire , a “fingere il dolore che sente davvero”, come disse Pessoa…
Era un poeta vero , che brilla di luce propria . Non ha bisogno di essere preso al rimorchio della Merini , che è una grande poetessa , ma ha avuto la fortuna ( dopo le disgraziate vicende sanitarie) di tornarsene a Milano e non a Taranto o nelle regioni di estrema periferia ed emarginazione del meridione come il Salento fino a pochi anni fa . Quella sfortuna è toccata a Pierri, che ha vissuto appartato , schivo, nascosto, quasi obliato. Donato Valli , che ebbe diversi incontri con lui , scrisse , in occasione del centenario della sua nascita (21 maggio 1998): “Si citano immancabilmente tre autori salentini , Bodini, Comi e Pagano, ma quasi nessuno fa riferimento a Michele Pierri , un poeta, che meriterebbe di essere collocato sullo stesso piano dei suddetti tre.” Era nato nello stesso anno di Betocchi , con cui aveva instaurato uno dei sodalizi di più intensa qualità spirituale . Altri amici profondamente legati a Pierri erano Oreste Macrì e i già citati Comi e Spagnoletti, che curò e pubblicò alcune raccolte di liriche del Pierri. Suo amico carissimo fu , durante la prima stagione letteraria del novecento , il padre dell’ermetismo storico italiano, Carlo Bo, che scrisse la prefazione del suo primo libro, “Contemplazione”. Anche Giorgio Caproni, il lirico ligure-toscano, il cantore di “Annina” , ritenuto per un certo periodo il più grande poeta italiano di quest’ultimo scorcio di secolo, fu ottimo amico del Pierri e tra loro per un certo periodo di tempo ci fu un carteggio degno di rilievo. Queste frequentazione “alte” del Pierri - sostiene Valli - ci offrono un’idea su quali fossero le fonti del suo pensiero e della sua poetica, che si agganciano all’avanguardia simbolista, successivamente irrobustita dalla letture di scrittori mistici quali Santa Teresa D’avila, San Giovanni della Croce e Jacopone da Todi.
Ma non va trascurato l’influsso filosofico di grandi pensatori “irregolari” , dichiarati eretici , quali Giordano Bruno e Tommaso Campanella, attraverso i quali Pierri è confluito nell’orfismo classico moderno ispirato dalla scuola pitagorica. Un’altra componente della poesia di Pierri passa attraverso una costante dialettica reiventata di un marxismo purificato e idealizzato come forza redentrice. L’azione di queste due forze è evidente in “Contemplazione” (1950) e in “De consolatione” (1953) in cui si avverte l’urgenza della realtà che ci assedia con forza fisica, quasi materiale e da questo assedio ci si può liberare solo mediante la parola, che però trasmette solo pensieri, non sensazioni. Ed ecco la voluta ricercata ambiguità della scrittura di Pierri, tra l’urgenza della fisicità e quella dello spirito.
Nel 1971 fu pubblicato un poemetto di 54 versi , “Chico ed io”, sulla Rivista “L’Albero” fondata da Comi, un poemetto dedicato ad una gazza , che allietò alcuni mesi della sua vita e poi morì, forse avvelenata. Pierri passava diverso tempo ad allevare le gazze, non lo faceva certo da esperto , ma da “fratello” ( c’è in lui “ l’indipendenza dialettica del cristiano giullare” tutta francescana) perché tali considerava tutti gli animali: fratelli di viaggio , oppure da “comunicatore” di sensazioni misteriose. La bellissima gazza di Pierri non era come la capra di Saba , legata e dal viso semita , anche se “ il dolore è eterno / ha una voce e non varia” , ma era una creatura “libera e felice” che faceva sentire libero e felice anche il poeta . Con “ Chico” , Pierri trascorreva delle magnifiche giornate , giocavano e parlavano , in un linguaggio assolutamente misterioso e misterico, per iniziati , che conoscevano soltanto loro due.
Il poemetto “Chico ed io ” non è una favola , né una metafora ( La “ Gazza Ladra”-Alda Merini , che intanto trova spazio perfino sulla copertina di Time , non c’entra per nulla) , ma piuttosto la descrizione di una presa di coscienza più alta e consapevole da parte dell’uomo: noi e gli animali siamo sullo stesso piano , essi hanno pari dignità, gioiscono e soffrono, sono capaci di renderci felici, meritano il più assoluto rispetto. Pierri , in definitiva, intende suggerire agli uomini un pietoso pensiero verso tutti gli esseri sensibili, vuole diffondere l’idea che “ allargare la cognizione del dolore extra umano non è conquista di certo inferiore a quella della conquista degli spazi”. E noi concordiamo pienamente con lui.
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11 aprile 2008

Puglia: comincia l'era dell'idrogeno

di Antonio V. Gelormini

Si chiama “idrometano”, è una miscela composta dal 70% di metano e dal 30% di idrogeno. Potrà alimentare le auto già omologate a metano (700mila in Italia), debutta in anteprima mondiale in Puglia e rappresenta il primo passo concreto verso la filiera dell’idrogeno pulito, quello ottenuto da sole e vento.

Finalmente qualcosa di cui andare orgogliosi. La frontiera dell’idrogeno, ottenuto da fonti rinnovabili, è in Italia. Nel suo tacco, in Puglia, che da oggi potrà ben considerarsi il “tallone di Rifkin”: lo scienziato economista statunitense, profeta dell’idrogeno e della rivoluzione verde nella produzione di energia.

Cinque milioni di euro investiti dal Ministero dell’Ambiente (3 mln.), in un accordo di programma firmato con la Regione Puglia (2 mln.), per la costruzione di una rete di distributori di idrometano. Si partirà dalle cinque province pugliesi, per viaggiare leggeri col carburante regalato dal sole e dal vento. Ma la sfida lanciata dal presidente Vendola e dall’assessore Losappio è l’adeguamento, in tempi brevi, del trasporto pubblico alle nuove fonti energetiche.

Jeremy Rifkin, arrivando su una Multipla ad idrogeno, ha presentato il progetto a Roma e non ha nascosto la propria soddisfazione per un traguardo da tempo perseguito con tenacia, entusiasmo e non poca lungimiranza. E’ il primo passo verso il passaggio epocale dal petrolio all’acqua, ipotizzato nel 2014, quando l’economista prevede l’arrivo sul mercato, allargato ed accessibile, dei primi modelli di auto a idrogeno.

Il progetto prevede la produzione di idrogeno mediante elettrolizzatori, con energia elettrica generata da particolari mini-impianti solari ed eolici. Ed è stato sviluppato presso l’Università dell’Idrogeno H2U di Cala Corvino-Monopoli, in provincia di Bari.

Un’ambiziosa parentesi rigenerante anche per il Ministro dell’Ambiente, da tempo alle prese con i drammi, le propteste e le tragedie dei rifiuti, dei termovalorizzatori, dei rigassificatori, degli inceneritori e delle centrali di smaltimento. Per Alfonso Pecoraio Scanio una vera e propria salutare “boccata di idrogeno”.

(
gelormini@katamail.com)
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09 aprile 2008

Il trasformismo di Arturo Brachetti


La recensione di Bruna Alasia

L’UOMO DAI MILLE VOLTI
Con Arturo Brachetti
Regia di Serge Denoncourt

Il nostro più grande attore-trasformista in tourneé mondiale
Tappe italiane 2008:
Napoli – Teatro Augusteo, 26-30 marzo
Roma – Teatro Sistina, 2-13 aprile
Bari – Teatroteam, 16-20 aprile
Salerno – Teatro Verdi, 23-27 aprile

Il trasformismo e l’illusionismo, defunti dai tempi di Fregoli, ritornano di gran moda in Italia e non solo, grazie alle spettacolari performances di un genio di questa particolarissima arte – caleidoscopio di sogno, gioco, luce, ritmo, musica, colore, poesia – Arturo Brachetti.
“L’uomo dai mille volti” , ultima versione del suo “One man show” in replica dal 2000 e vincitore del prestigioso premio Molière, tocca vette assolute in un crescendo di godimento e stupore.
La storia prende il là da un sentimento universale di nostalgia: il ritrovamento nel solaio, dove Arturo andava da bambino, di una scatola di giochi piena di tesori come un vascello naufragato, dalla quale torneranno magicamente alla vita Pinocchio, Spiderman, Barbie e altri pupazzi e burattini.
Nell’andare del tempo si materializzeranno anche gli idoli della giovinezza: quelli del grande schermo. Hollywood e i suoi miraggi. Gene Kelly, Liza Minnelli, King Kong, Frankestein, Carmen Miranda, Charlie Chaplin, Humprey Bogart, Ingrid Bergman, Ester Williams. Ciascuno rivisitato dalla verve satirica del mago-attore che li rinnova affettuosamente all’immortalità.
La conclusione è un omaggio a Fellini, regista affascinato dalla magia dell’infanzia e dalla forza del sogno, al quale Brachetti si rivolge con gratitudine trascinando il pubblico in evoluzioni fantasmagoriche di impressionante capacità tecnica e scenica, imbevuta del suo genio.
Arturo Brachetti è l’unico attore-trasformista al mondo che porti sulla scena spettacoli completi, nei quali oltre a cambiare identità recita, canta, balla, racconta una storia surreale.
Nato a Torino nel 1967, Brachetti scoprì in seminario, dove lo aveva inviato suo padre, la vocazione per il trasformismo e l’illusionismo, grazie all’incontro con don Silvio Mantelli, il Mago Sales, sacerdote con l’hobby della prestidigitazione. Imparati da lui i primi rudimenti dell’arte, si produsse a quindici anni nello scambio rapido di ruoli e costumi. Più tardi rispolverò l’eredità del mitico Fregoli, realizzando un numero con sei personaggi nei quali si cambiava d’abito e trucco a velocità della luce. Con questo bagaglio di esperienza partì per Parigi.
Da allora la sua valigia si è, magicamente, riempita di soli, grandi e meritati successi.
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Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...