18 dicembre 2007



I racconti di Versailles – 12 – di Bruna Alasia

IL MINISTRO DELLA MODA

racconto dodicesimo

I castello di Marly, santuario di ritiro e svago di Luigi XIV, trascurato da Luigi XV, espropriato dalla rivoluzione, oggi non esiste più. Ma quando Luigi XVI il 17 giugno 1774 vi arrivò col seguito, per quanto ordine e pulizia non fossero esemplari, giardini e getti d’acqua splendevano. Fatti scendere i signori dalle carrozze, gli stallieri portarono a bere in un laghetto muli e cavalli che lanciarono nitriti di gioia. Il re si sistemò nella prima camera a nord con vista sulla fontana dello Specchio e, riflettendo sulla decisione di farsi vaccinare contro il vaiolo, pensò non sarebbe tornato indietro, malgrado la paura. Pur convinto che Maria Antonietta dovesse restar lontana dalla politica, aveva seguito il suo consiglio di farsi inoculare insieme ai fratelli per rimandare la scelta dei ministri: la vaccinazione, fissata per il giorno dopo l’ arrivo a Marly, fece vivere giorni di apprensione.
Maria Antonietta, le cognate e la principessa di Lamballe, una sera ne parlavano sedute in terrazza a prendere il fresco.
- Siete preoccupata? – chiese alla regina la contessa di Provenza.
- Ho fiducia in Jamberthon, è un bravo medico… i genitori della ragazza dalla quale è stato preso il pus sono lavandai che danno molte garanzie morali…
- Il duca di Croÿ dice che abbiamo rischiato tutto in un colpo solo, i nostri mariti sono la Francia… - asserì la contessa di Artois
- Ma per Voltaire la nazione è stata toccata e istruita…
- Puah! I filosofi… – esclamò con disprezzo la contessa di Provenza.
Quasi volesse cambiare discorso Maria Antonietta si alzò:
- Rientriamo… si sta facendo buio.
Le cognate e la principessa la seguirono. Imboccando la galleria, la regina si accorse che il pavimento era seminato di cocci e che una vetrata era andata in frantumi.
- Cosa è successo?
- Colpa del duca di Chartres e del signor de Fitz-James - spiegò la principessa di Lamballe - si divertivano a sparare con la pistola, una pallottola è rimbalzata su una statua e ha spaccato la vetrata che per poco non è caduta in testa alla duchessa di Chartres e a madame de Genlis…
- Andiamo a vedere…
Attraversarono corridoi e scale scortate da servitori muniti di torce che le condussero da madame de Genlis, al piano rialzato, in un padiglione sul versante di Louvaciennes.
Stéphanie du Crest de Saint Aubin, sposata al conte di Genlis, aveva ventotto anni. Colta e intelligente, amava lo studio, scriveva bene e si dilettava di musica. A Marly non era contenta della sistemazione perché doveva stare in una stanza divisa da un tramezzo con una dama sconosciuta: quando suonava, non sapendo se l’altra era infastidita, provava imbarazzo. Ma quella sera accordò l’arpa e decise di cantare. Le note risuonarono al buio e le quattro donne udirono quella voce intonata. Appassionata dello stesso strumento, Maria Antonietta si fermò: ebbe l’impressione di trovarsi alle serate musicali di Schonbrün e gli occhi le si inumidirono.
- Silenzio! – portando un dito alla bocca fece segno di non muoversi e rimasero a lungo in ascolto. Finalmente madame de Genlis, vinta dalla stanchezza, smise. Maria Antonietta applaudì imitata dalle altre. La Genlis apparve sulla porta: sorpresa, avvampò piegandosi in un inchino.
- Non sono degna di tanto onore…
- Anch’io suono l’arpa e l’adoro, avete un bella voce… - disse la regina
- Suonerò per voi maestà…
- Mi hanno detto che avete rischiato un incidente…
- Nulla di grave: una pallottola del duca di Chartres ha rotto una vetrata, manderò a pulire appena farà giorno…
- A me piace cantare assieme ad altri…
- E’ il più grande onore che fate…
Al saluto della sovrana Madame de Genlis si inchinò di nuovo e frastornata si ritirò nella stanza. Pensò che Maria Antonietta l’aveva implicitamente invitata a seguire i suoi concerti privati e il cuore le si gonfiò di orgoglio. Intellettuale che aspirava a diventare scrittrice, studiosa dei filosofi, sentiva di valere solo attraverso la benevolenza della regina. Il giorno dopo tutti erano al corrente dell’elogio.
Il tempo passava. Luigi XVI ebbe un’eruzione di vaiolo al naso, ai polsi e al petto ma il 30 giugno lui e i suoi fratelli si ritrovarono in perfetta salute. Il popolo esultò inneggiando al loro coraggio. La corte tirò un sospiro di sollievo. La principessa di Lamballe consigliò madame de Genlis di partecipare alle serate di musica. La contessa ringraziò, promise ma non si adoperò. Con sorpresa scoprì un vago disagio al pensiero di trascurare i libri per il regale salotto: Maria Antonietta non leggeva quasi mai, di che avrebbero parlato? Censurò quei pericolosi interrogativi ripromettendosi di entrare nella cerchia di sua maestà il giorno dopo, ma in capo a due settimane era riuscita solo a farsi cambiare stanza e ad alloggiare in un appartamento più confortevole, con vista sul giardino.
***
Finita la convalescenza dei rampolli reali, iniziò un periodo spensierato. La regina, che non aveva mai visto nascere il sole, ebbe dal consorte il permesso di raggiungere di notte le alture dei giardini di Marly per ammirare l’aurora. Il marito, pigro com’era, rimase a letto. Per evitare problemi lei si fece accompagnare da un seguito numeroso. Il sole si alzò prima violaceo, poi roseo, finché brillò pienamente sul castello adagiato nel verde come una spada preziosa.
Luigi Filippo duca di Chartres, in seguito d’Orleans, che a Marly aveva fracassato una vetrata ed era andato all’ escursione notturna con sua maestà, ne raccontava i particolari alla moglie durante un pranzo:
- Strillava unglaublich! unglaublich! al sole che sorgeva…
- E che vuol dire?
- Incredibile.
- Dovrebbe smetterla col tedesco…
Il duca addentò un cosciotto di cappone:
- Purtroppo è la sua lingua… gira un libello pieno di cattiverie che si chiama Il sorgere dell’aurora… dice che la regina trascurata dal marito quella notte è andata a fare un’orgia con uomini e donne… c’è chi spera di farle ripassare la frontiera con le calunnie…
La contessa di Chartres si asciugò le labbra con il tovagliolo:
- Le ho presentato Rose Bertin, una sarta grandiosa … riceverà anche Boehmer un gioielliere che vuole venderle dei diamanti…
- Maurepas è preoccupato per le finanze! Vorrebbe ministri eccellenti, gente vicina al vecchio parlamento, agli esiliati, ai filosofi e enciclopedisti, illuminati insomma… ma il re fa resistenza, è antiquato!
- Bisognerà convincerlo… - concluse con calma la moglie mentre un valletto serviva il sorbetto al limone.
***
La stanza di Maria Antonietta a Marly aveva quattro finestre ad angolo, un caminetto di marmo viola, una tappezzeria preziosa, in lana e seta con ricami d’oro, rappresentante il trionfo degli dei, con in alto le armi di Francia e in basso le iniziali degli incoronati. Un porta mimetizzata nel muro comunicava con il suo gabinetto. Da lì, quel pomeriggio, fu fatto passare il gioielliere svizzero Charles August Boehmer che molti le avevano raccomandato. Cerimonioso e avido, sorrise con cupidigia deponendo davanti alla regina uno scrigno che aprì con cura.
- Ammirate maestà…
Maria Antonietta, miope, si avvicinò per rendersi conto: sei diamanti, di prodigiosa grandezza, a forma di pera. Ne fu colpita al cuore.
- Quanto chiedete monsieur Boehmer?
- Quattrocentomila luigi.
- Diamine!
Con la coda dell’occhio osservò la dama di compagnia: madame Campan alzò le sopracciglia. Maria Antonietta si fece pensierosa.
- Erano orecchini destinati a madame du Barry dal nostro Beneamato… - sottolinò Boehmer – hanno una forma splendida, sono purissimi, perfettamente uguali tra loro…
- Voglio attingere al mio appannaggio, non alle casse del regno monsieur Boehmer…
Lui sistemò i diamanti come nella montatura.
- Ammirate i pendagli…
Sua maestà li soppesò a lungo.
- Nella parte alta potreste incastonare dei brillanti che già posseggo – e restituì al gioielliere due pietre – in basso però i vostri sono ineguagliabili... Quanto volete?
- Trecentosessantamila luigi – rassegnato l’uomo sospirò.
- Vi farò pagare ogni anno da una mia incaricata, in quattro o cinque rate. Firmiamo il contratto?
Boehmer prese un foglio di carta pergamena e la regina ordinò calamaio e sigillo.
***
Nel salotto ampio e luminoso con le vetrate aperte sul giardino, Maria Antonietta, la principessa di Lamballe, la contessa di Provenza, la contessa di Artois, la duchessa di Chartres che aveva coinvolto madame de Genlis, parlottavano mentre la servitù passava con infusi, piattini di bon bon, liquori e tabacco profumato. Aria di eccitazione e festa per un incontro importante : arrivava a Marly, a mostrare le nuove creazioni, Rose Bertin che, dopo una folgorante carriera di modista a Parigi, aveva aperto il Grand Mogol, atelier d’ alta classe nel faubourg Saint-Honoré, conquistando tutte le dame più in vista.
Annunciata dal gran ciambellano Rose entrò senza imbarazzo, seguita da graziosissime lavoranti e facchini che trascinavano bauli. Si inchinò, regalando un sorriso di guance sane sotto un’acconciatura dal fiocco enorme. Aveva voce squillante e persuasiva: secoli dopo il suo elemento naturale sarebbe stato la TV. Non mise tempo in mezzo, fece portare casse e ragazze dietro un paravento e ordinò di prepararsi come stabilito. La sfilata colse occhi adoranti.
- Il copricapo da sempre è stato un ornamento – spiegò Rose – non era mai successo che rappresentasse un evento, fosse simbolo di qualcosa… ma con l’avvento dei miei poufs ho cambiato la storia del cappello: ecco ad esempio il più semplice detto Ifigenia in Aulide…
Una giovinetta slanciata, con riccioletti biondi girò la sala mostrando una testa ornata di cerchietti neri con fiori, una veletta e una falce di luna.
- Da impazzire … - sussurrò Maria Antonietta.
- E’ in vostro onore maestà - esclamò mademoiselle Bertin – sappiamo quanto amate Gluck!
L’apparizione che seguì sollevò un’esclamazione di sorpresa: la modella aveva sul capo una composizione di piantine ramificate e dentellate con fiori arancio, viola e gialli. Sulla terza svettava un cipresso, sulla quarta un covone di grano, la quinta sfilò con una cornucopia piena di frutti e altissime piume. Si disposero a un lato del salone.
Sua altezza iniziò a battere le mani ridendo felice e tutti la seguirono.
- Vi ho mostrato i poufs alla circostanza - disse Rose Bertin – realizzati per esprimere i sentimenti dell’occasione… lutto per il defunto re, speranza e abbondanza nel regno di Luigi XVI… richiedono lungo lavoro artistico e molta fantasia.
- Assolutamente nuovo! – commentò Maria Antonietta.
- La vostra generosità è infinita ma – e qui la modista alzò la voce sottolineando con tono da ministro – il nuovo in realtà è sempre quello che abbiamo dimenticato.
La frase colpì persino madame de Genlis, la regina assentì, il silenzio si fece solenne.
- Ora la creazione più gloriosa, quella che celebra un atto di coraggio, una nuova era… - e sottolineò l’entrata con elegante gesto delle braccia: le signore trattennero il fiato e il paravento tremò.
- Pouf all’inoculazione! – gridò Rose Bertin.
Da dietro il separé apparve una seducente rossa con un cappello alto un metro che attraverso un sole nascente, un olivo con serpente attorcigliato, un bastone prezioso, svettante e infiorato, celebrava la vaccinazione di Luigi XVI.
***
Jean Frédérich Phélypeaux de Pontchartrain, conte di Maurepas, primo consigliere di sua maestà, aveva la sensazione fastidiosa che Luigi XVI, senza mai dirgli di no, facesse tuttavia di testa sua, non lo tenesse in nessun conto e malgrado le sedute, i comitati interministeriali, le riunioni, si confidasse solo con persone del vecchio entourage, leggesse la corrispondenza in segreto e prendesse decisioni non suscitate da lui. Non ostile per principio a filosofi e illuminati, Maurepas era convinto della necessità di ripulire lo stato dalla vernice dispotica, riammettendo il parlamento di magistrati cacciato da Luigi XV, cambiando i ministri, malvisti e compromessi, con altri più popolari. Partigiano della monarchia assoluta ma con moderazione, credeva che ciò servisse alla sopravvivenza della corona, a stabilire tra questa e i corpi intermedi un equilibrio più utile, moderno e duraturo. Se non si fosse imposto, pensava, il suo ruolo si sarebbe esaurito e avrebbe dovuto rinunciare all’incarico per non rendersi ridicolo. Decise così di dar battaglia. Chiamato a Marly dal re, nel gabinetto della Cipria, fingendo interesse a un dipinto raffigurante il Beneamato, Maurepas lasciò trapelare le sue intenzioni:
- La parola d’ordine maestà dev’essere economia – disse con aria grave - il paese è in piena crisi fiscale e le spese di corte l’aggravano. Dignitari e servitori sono più di novecento solo a Versailles… senza contare che a Choisy devono portare una livrea azzurra, a Compiégne una verde… il lutto ci è costato millequattrocento livree nere, migliaia di metri di stoffa nera per gli arredi, migliaia di viola per le carrozze… quattro milioni di luigi costa il personale della regina… cinquantamila luigi di candele sostituite anche se non usate… ci vuole un ottimo controllore delle finanze al posto dell’attuale!
- Ma Terray è molto competente! Perché lo dovrei cambiare?
- Terray non si preoccupa della sorte del popolo, un controllore generale deve avere un altro spessore!
Luigi allargò gli occhi e scrollò le spalle.
- Comunque – continuò pacatamente Maurepas - bisognerà assegnare gli incarichi a gente che dia un segno di cambiamento… gente come… Malesherbes, per esempio.
- Malesherbes? – il re si alzò e prese a camminare lungo le librerie – Non voglio saperne, è un enciclopedista pericoloso! Ha diretto la biblioteca esercitando la censura con estrema indulgenza verso le idee nuove. Lo sanno tutti che ha fatto passare clandestinamente in Francia esemplari dell’enciclopedia nel doppio fondo della sua carrozza!
Maurepas desistette, comprese che non era ancora il momento. Ottenne solo di esercitare una sorveglianza più stretta sul consiglio reale delle finanze. Ma, non molto tempo dopo, a Luigi XVI venne recapitata una lettera anonima, davvero opportuna, che accusava Terray di avere sottoscritto un accordo segreto, che gli lasciava profitti illeciti, con una compagnia per il commercio del grano. L’accusa, assolutamente falsa, sortì il suo effetto e il re, che era onesto e aveva molta paura degli scandali, scrisse a Maurepas di trovargli subito un altro controllore.
***
Maria Antonietta a Marly vedeva il marito leggere dossiers, note e memorie, esaminare con fatica conti e cifre. Aveva notato che non era più andato a caccia e non aveva forgiato serrature. Se cercava di avvicinarlo curiosa lui copriva geloso le sue carte: “ Lasciatemi, sto lavorando”. Ma la regina non pretendeva immischiarsi, perché la politica con i suoi intrighi l’annoiava, era semmai rimproverata da sua madre perché noncurante a riguardo. Viveva la nuova condizione con piacere, intenzionata a godere dei privilegi che le spettavano.
Se quella sera salì le scale che conducevano al gabinetto della cipria era solo per parlare a Luigi del Petit Trianon, lo splendido padiglione appartenuto a madame Pompadour e alla du Barry, che lui le aveva appena regalato.
- Posso disturbarvi monsieur?
Il re le diede un’occhiata seccata.
- E’ cosa rapida?
- Si tratta del Petit Trianon…
- Ebbene?
- Mi avete fatto un grande dono… ma vorrei valorizzarlo e pensavo all’architettto Mique per degli abbellimenti…
- Dobbiamo parlare ora?
- Siete voi a disporre delle finanze…
- Non c’è fretta, rientreremo tra mesi a Versailles…
- Come volete…
- Comunque – aggiunse Luigi più tenero – mi fa piacere il vostro interesse.
- A me spiace che l’assegnazione degli incarichi vi preoccupi… - rispose Maria Antonietta e uscì dalla stanza.
Sbuffò: se fosse dipeso da lei avrebbe fatto presto a scegliere le persone perché, a differenza del re, si fidava del suo fiuto e non degli altri. Primo fra tutti, se avesse potuto, avrebbe designato davvero, come qualcuno insinuava sarcastico, Rose Bertin gran ministro della moda.

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