30 settembre 2007

Per il ricordo di Gaetano Salvemini

Nell’opuscolo che il quotidiano “L’Unità” – memore del cinquantesimo anniversario dalla morte - ha recentemente dedicato alla figura di Gaetano Salvemini, si ricorda volentieri quella che è passata alla storia come una non attitudine per la filosofia del grande pensatore pugliese. Bertrand Russell, di contro, sosteneva di non comprendere il pensiero di molti uomini di cultura italiani e dunque – diceva – Salvemini non deve essere colto perché invece il suo pensiero lo comprendo perfettamente.
Ci troviamo di fronte, in realtà, ad un personaggio molto difficilmente inquadrabile in una precisa corrente filosofica. Storico e pensatore libero il nostro rifuggiva quotidianamente dalle idee astratte; condivideva il bisogno di verità che è negli uomini, ma non intendeva la ricerca filosofica come un metodo per conseguire la pienezza intellettuale. Per lui anzi la filosofia era la “fabbrica del buio” e più ancora sembrava rifuggire dalle idee di quelli che – ieri come oggi – invece di cercare la verità si sono messi in testa - poveri noi che impresa! -, di costruirla pezzo per pezzo.
In gioventù aveva aderito al marxismo, ma se ne era poi progressivamente distaccato perché, pur considerando questa dottrina valida sul piano economico ed un filtro meraviglioso per svegliare le anime dei dormienti, pensava anche che chi ne abusa rimbecillisce. Rimase però sempre legato al movimento riformista e al congresso di Livorno del '21, pur senza prendere la tessera, si schierò da quella parte. Ritornò più tardi fra i compagni solo dopo il delitto Matteotti, quando gli parve che l’antifascismo fosse diventato un dovere. Poco dopo, temendo che la propria attività intellettuale potesse venire mutilata nell’Italia di Mussolini, lasciò la cattedra di Storia all’università di Firenze per essere accolto ad Harvard; né il viaggio o il cambiamento di vita lo impensierirono se si pensa che quest’uomo già da quasi vent’anni aveva perso la moglie ed i cinque figli, lui nella sua famiglia unico sopravvissuto al terremoto di Messina del 1908.
Nonostante sia rimasto lontano dal suo paese per venticinque anni, lasciando anche la cittadinanza poi ripresa col ritorno a Firenze, il patrimonio intellettuale e morale lasciatoci da Salvemini è notevole in quantità oltre che qualitativamente straordinario. Affascinato dall’avvento della Rivoluzione francese nella storia moderna, e grande interprete del Risorgimento, per Salvemini il più grande di tutti è stato Carlo Cattaneo. “Io mi sono arenato a quel mio autore, tutto ciò che ne esce fuori non lo capisco più”. Egli – ricorda Galante Garrone nelle “Lezioni di Salvemini” - è assolutamente agli antipodi di Mazzini. “Crede anche lui nel progresso. Ma per Cattaneo il progresso nasce meccanicamente dall’incontrarsi dei gruppi locali, in cui è in origine divisa l’umanità, e dal loro fondersi in organizzazioni sempre più vaste”. E’ una grande lezione di socialismo, non mistico e neppure scientifico; il socialismo di Salvemini è – ci permettiamo di aggiungere - in fondo l’unico autenticamente fattibile, perché nasce dalla realtà e dalla volontà. Il mio – scrive ancora Salvemini nel 1952 – era il socialismo degli ultimi, e non quello dei penultimi. I penultimi avevano qualche speranzella di salire nella scala, magari a spese degli ultimi; questi se la sbrigassero da sé.
Ma se proprio in fine volessimo ereditare una ed una sola cosa dal pensiero di questo straordinario eretico del secolo scorso, dovremmo prendere la sua definizione di cultura: “si può dire che la cultura consiste – sottolinea il filosofo di Molfetta - non tanto nel numero delle nozioni e nella massa dei materiali grezzi che in un dato momento ci troviamo ad avere immagazzinato nella memoria, quanto in quella raffinata educazione dello spirito, reso agile ad ogni lavoro, ricco di molteplici e sempre deste curiosità, in quella capacità d’imparar cose nuove, che abbiamo conquistata studiando le antiche. La cultura consiste nella forma stessa che noi, attraverso il lavoro dello spirito, riusciamo a dare allo spirito stesso”.
La cultura – continua il maestro –, come con un paradosso profondo è stata definita, è ciò che resta in noi dopo che abbiamo dimenticato tutto quello che avevamo imparato.
Bellissimo. Per Salvemini la cultura altro non è, si potrebbe concludere, se non una grande avventura.

(A. di Biase)
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