17 marzo 2007

Pittura: l'informale poetico

Pittura
L'informale poetico
di Augusto da San Buono

Il rischio nella pittura in genere, e in quella astratta in particolare, è quello di vedere cose che l’artista non ha mai pensato. Prendiamo, ad esempio Paul Klee: chi sarà capace di interpretare quell’amalgama essenziale di tratti e di colori disegnati da una mano fragile guidata da un angelo? Dall’occhio tagliato di Bunuel, allo sguardo senza tempo di Dalì, all’occhio privo di pupilla di Modigliani, il mistero della visione non è di oggi, anzi se vogliamo si può risalire fino ad Omero, poeta cieco che canta in suoni immagini e parole il più grande poema mai raccontato.
L’occhio della pittura è “spirituale”, lo sguardo interiore . E chi abita quel luogo simbolico e mitico che è la pittura rende visibile l’invisibile, come diceva Klee.
Detto questo, uno ci può vedere quello che crede nelle opere pittoriche di Luisa Benemeglio, una deliziosa, elegante, attraente artista italiana cinquantenne che vive a Parigi ed espone alla Nouveatés Toast Gallery le sue grandi tele (mediamente 80x120), che si rifanno all’informalismo lirico di Klee, Kandiskj, Fautrier, De Stael, Poliakoff, ma anche al Casorati della metafisica del silenzio, al Tapies di “Tabula rasa”, o al primo Alberto Burri e all’ultimo Nino Della Notte dei “paesaggi immobili”. Possiamo vederci savane, deserti, lager e panni di bucato stesi ad asciugare, vie lattee, galassie spirali, incandescenze vulcaniche e lucchetti piemontesi, una bolla di sapone illuminata da un raggio di luce laser, resti fossili, macerie e irrealtà, silenzio, musica … o nient’altro che grandi macchie di colore prive di significato… E tuttavia in quei quadri, c’è fatica, lavoro oscuro, estasi e ricordi murati, nostalgia dell’infanzia, quand’era bambina e copiava i quadri di Klee, o vedeva fuori dalle finestre della sua casa, in via Donna Olimpia, a Roma, panni stesi ad asciugare e le baracche di legno della scuola elementare, o ascoltava le lunghe tiritere della nonna Vittoria, isole di luce e flashes irrelati di memorie che si allungano “come ombre troppo lunghe per il nostro breve corpo “. C’è in lei un’ attitudine, una vocazione a custodire la memoria, la fiamma sempre accesa del tempo, come un’antica sacerdotessa.
Dipingere per lei significa sentire la materia, la sua energia, la tensione e la fascinazione che è insita nell’attività creativa, ma anche liberare le sue angosce, i suoi momenti oscuri, liberare l’anima prigioniera, il corpo sottile celato e trattenuto nell’informe della materia. Un ‘esplorazione nelle possibilità espressive della materia e un viaggio nell’inconscio. Dipingere per lei è ritrovare il “silenzio primordiale” degli sfondi bianchi, l’energia del giallo, la forza del rosso e la profondità dei blu mentalis, o nel nulla che fa risuonare il nero dentro di noi, senza futuro e senza speranza. Significa entrare in rapporto con il cosmo, scoprirsi nella luna, nel sole e nell’orsa maggiore, o nel mare che dorme sulle tombe, o nelle quattro colombe lorchiane che volano verso l’alto e ritornano con ramoscelli rossi “portando ferite le loro quattro ombre”, meditare sopra gli occhi del vento, produrre sogni e incroci irreali, e polifonie cromatiche.
Colore, poesia, armonia, sono sensazioni, emozioni che si provano di fronte alle opere pittoriche di Luisa, che sono essenzialmente liriche con qualche richiamo al simbolismo.
Sono quadri pieni di musica ( tra l’arte astratta e la musica c’è sempre stata un’analogia fortissima. Kandinsky, con il “Suono giallo” tentò di realizzare l’opera d’arte totale, coinvolgendo poesia, musica, danza e pittura, ma l’opera non fu mai rappresentata. Shonberg realizzò diversi autoritratti intitolati “Visioni”), una musica che si rivela nel ritmo del disegno e negli equilibri tra le masse della composizione (Luisa usa la tecnica del collage, carta stropicciata, con colori acrilici e pastelli secchi e grassi su tela). Forse c’è, nelle sue opere, anche un aggancio, un riferimento criptico alla realtà dei nostri tempi (l’arte è sempre contemporanea e si fa cronaca del vissuto quotidiano) e allora ecco come spiegare quelle cifre numeriche quelle lettere, i brandelli di possibili oggetti, ma il legame con le cose e le persone non è più riconoscibile, se non per mezzo di allusioni emotive, frutto sottile di un’intensa ispirazone lirica. Il segno pittorico, strutturato seconda una logica orizzontale, varia a seconda degli stati d’animo, nella essenzialità delle forme geometriche, i colori intensi, puri, danno una grande senso di pace e tranquilittà, una profonda risonanza di sentimenti che si tramutano in emozioni e reti sonore per la speranza … Quando il suo animo si fa più doloroso e amaro, il colore assume tonalità tetre, terrose, prevalgono gli azzurri, i grigi e il beige, i violetti, perde la gioia di raccontare e la tela diventa silenziosa. Ci troviamo dinanzi ad un mondo freddo, sospeso e segreto, come in un invisibile vuoto, con un indefinito senso di colpa, di sottile angoscia, echi di liquida memoria, ancestrali essenze, solitudine desolante, dove la pausa, il non detto, il non rappresentato, acquista maggior valore dell’oggetto espresso. “Il dipinto – scrisse Kandinsky - per esistere non ha necessariamente bisogno di riferimenti reali, in quanto esso deve esprimere emozioni e sensazioni possibili solo attraverso la forma e colore, così da tradursi in musica viva”.
Ed è musica calda e passionale la tela rossa, dalle diverse gradazioni e sfumature, che lascia tracce di fazzoletti bianchi e una T, un bolero raveliano, mentre le tarsie biancorosa separate da una linea diritta e nera al centro e richiami di scritte cirilliche, evocano un sogno triste, una malinconia, una meditazione amara, un gioco di dita, un sipario autunnale. E nel quadro biancosporco con tracce ancestrali e una cifra, si leva un grido, una ferita nera orizzontale, un angelo nudo, triste, pallido ed evasivo, che raccoglie cappelli neri per le strade come in una poesia di Mallarmè.
E poi ci sono una serie di quadri chiari e “ aperti”, con fili colorati e segni dell’infanzia, danzatrici misteriose e clown liquidi. La composizione beige n. 2 dove il mondo, la vita sembrano incapsulate, intrappolate in qualcosa di duro, tetragono e trasparente, senza alcuna possibilità di entrare o uscire.
La sua esperienza è memoria di una realtà senza memoria, il ritorno un po’ matto alle sere di una volta con un vecchio frack sostenuto dal nulla, un velo nero e una grande sciarpa colorata, il capriccio di Hoffman, i lied di Schubert, o le canzoni di Modugno. Sentirsi scivolare verso una luce lontana mangiando altro buio. Entusiasmi attraversati da pensieri, da lampi teatrali, l’ambiguità insita nella rappresentazione artistica, nell’essere umano e nelle sue illusioni. L’Angelo sterminatore e l’affondamento di Mancaversa, la gioia fisica di toccare i ricordi, di ritrovare gli amici-fanasma e l’adorabile paura di annoiarsi. Le parole flautate di perfidie e ciprie divertite e velenose, il non esserci in arte più nulla da fare, le musiche di Schonberg, Richard Strass, Sibelius, Debussy e Ravel. Chi è più in grado di compiere, oggi questo atto di purezza, questa divinazione?
Siamo arrivati ad un crocicchio di sentenze e di scontri , al grido femminile miceneo, con labirinti e specchi mascherati, ritratti involontari, in cui si parla di sé senza accorgersene. Ogni pittore, ogni artista è un visionario e un fallito, pieno di dubbi e di ossessioni. Esiste un Klee mascagnano, ammirato anche di Iris, floreale e stracciona, con retroterra pieni di fallimenti e frustrazioni, ma i suoi quadri mostrano segni che difficilmente si perderanno nella moltitudine di altri segni. “Il loro significato si trova in un punto indefinito tra la memoria delle cose passate e la scrittura che ne tramanda la traccia”.
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