25 gennaio 2007

Dolci e Alasia

Documenti storici – L'intervista di Landolfo Landolfi allo scrittore Franco Alasia, recentemente scomparso, su Danilo Dolci, che fu premio Lenin e candidato al premio Nobel per la Pace.
DOLCI e

ALASIA
Sociologo, educatore, rivoluzionario, scrittore, poeta ma, soprattutto, uomo d’azione. La nonviolenza come strumento di persuasione.

A mezzo secolo di distanza dalla proficua esperienza siciliana di Danilo Dolci**, ripercorriamo quegli anni affidandoci ai ricordi di un prezioso testimone, Franco Alasia, l’uomo che più di ogni altro gli ha vissuto a fianco in quell’intensa stagione di amarezze e di successi.


Quando ha conosciuto Danilo Dolci?
“Nel 1947, a Sesto San Giovanni. Frequentavo una scuola serale per studenti lavoratori. Danilo venne a fare una supplenza. Io avevo vent’anni, lui 23, eravamo i più giovani. Siamo diventati subito amici. E’ strano come a volte ci si incontri nonostante la differente formazione. Io ero un operaio, lui suonava il pianoforte, scriveva poesie. Il nostro rapporto andava oltre la cultura. Per Danilo il lavoro manuale non era meno importante di quello intellettuale”.
Quando è andato la prima volta in Sicilia?
“Danilo era sceso a Tappeto, nel palermitano, nel febbraio del 1952. C’era già stato dieci anni prima con il padre capostazione ed era rimasto particolarmente colpito dall’estrema povertà. Mi scrisse di raggiungerlo, lo feci dopo qualche mese”.
Era già stato nel Sud? Si ricorda le prime impressioni?
“No, non c’ero mai stato. Ho trovato grande miseria, sporcizia ovunque. Non c’era acqua. Credevo di essere arrivato in Africa, in India. Non c’erano fognature, dalle case partivano dei piccoli scoli che riversavano i liquami in una fenditura aperta, il “vallone” che correva al centro della strada. Inoltre, bisogna ricordare che fino a poco tempo prima la zona era sotto controllo della banda di Salvatore Giuliano. Anche se era importante distinguere tra mafioso e bandito. Il primo era un criminale, il secondo un contadino affamato che si ribellava”.
Quali furono i primi problemi che vi trovaste ad affrontare?
“Il più grosso sicuramente quello dell’acqua. La soluzione era una sola. Costruire una diga sul fiume Jato che avrebbe permesso di irrigare 10 milioni di ettari, triplicando il lavoro e il guadagno delle persone. L’ostacolo maggiore era rappresentato dai mafiosi che vendevano l’acqua. Hanno cercato di bloccare l’opera ma, alla fine, siamo riusciti ad averla vinta. La gente non aveva paura solo della mafia, ma anche dello Stato. La diga avrebbe dovuto sommergere 400 ettari e i soldi per l’esproprio sarebbero arrivati dopo quattro o cinque anni. Ci fu una mobilitazione generale, un digiuno e, per la prima volta, i proprietari furono risarciti in due mesi”.
Avete ricevuto minacce?
“Sì…sì. Io e Danilo ci siamo anche incontrati con uno dei rappresentanti della cupola mafiosa. Del resto, c’era una forte connivenza tra mafia e pubblici poteri. Ricordo che sul corso principale c’era la sede della Democrazia Cristiana, lì entrava sempre un famoso boss italo-americano per partecipare alle riunioni. Nessuno si scandalizzava, neanche le sinistre”.
A un certo punto della vostra attività di denuncia vi trovaste anche nei guai con la giustizia?
“Si. Una volta, subito dopo le elezioni, ci siamo chiesti come si era formato il consenso elettorale attorno ad alcuni famosi candidati. E scoprimmo che uno di questi, un ministro democristiano, era stato eletto con i voti della mafia. Convocammo due conferenze stampa a Roma e scoppiò lo scandalo. Fummo denunciati per diffamazione e condannati: Danilo a due anni, io a un anno e sette mesi, anche se furono riconosciuti i particolari motivi di valore morale e sociale, per cui non li scontammo”.
Dell’esperienza della Radio Libera di Partinico, cosa ricorda?
“A Bologna avevamo un amico radioamatore, un giudice. Tramite lui comprammo tutto il materiale occorrente. L’antenna era alta 12 metri, il problema era montarla senza essere visti dalla polizia che ci controllava costantemente. Bisognava giocare d’astuzia. Come diversivo, divulgammo la notizia che Danilo avrebbe parlato in piazza nel tal giorno alla tal ora. Un sistema di tiranti, precedentemente preparato, ci permise di sollevare l’antenna e di iniziare, prontamente, a trasmettere. Contestualmente avevamo contattato Ferruccio Parri e gli avevamo affidato dei documenti da consegnare al capo del governo, Rumor. Telefona di qua, telefona di là, le autorità hanno ritardato di 27 ore il loro intervento. Poi sono venuti hanno sfondato la porta e interrotto le trasmissioni”.
Eravate legati a qualche partito politico? Alla sinistra?
“No”.
Un’ultima domanda, Dolci era una persona religiosa, frequentava la chiesa?
“Non nel senso tradizionale del termine. Aveva una religiosità nel suo rapporto con le cose, con la gente, nell’amore verso il prossimo”.

**Danilo Dolci nasce a Sesana (Trieste) nel 1924. Si diploma al liceo artistico di Brera e si iscrive alla facoltà di architettura, sempre a Milano. Fin da giovane si dedica ad intense letture e studia il pianoforte. Il suo interesse per i più deboli si dimostra presto. Conosce Don Zeno Saltini e, per circa due anni, condivide con lui l’esperienza di Nomadelfia. Una comunità sorta nell’ex campo di concentramento nazista di Fossoli, in Emilia, che accoglieva i bambini privi di genitori. Il 1952 rappresenta una svolta per la sua vita. Da quest’anno Dolci si getta in una intensa attività pubblica che lo vedrà impegnato nelle più disparate e disperate battaglie, principalmente nella zona del palermitano. Dalla fondazione del Borgo di Dio a Trappeto alla realizzazione della diga sul fiume Jato. Dal “Centro studi e iniziative” a Partinico al Centro sperimentale di Mirto. Fino ad arrivare alla fondazione, nel 1970, della prima radio libera d’Italia, Radio Sicilia Libera, durata solo 27 ore. E’ tutto un fiorire di iniziative. Né possiamo dimenticare le sue denunce sulle connivenze tra mafia e politica. Tutte azioni intraprese attraverso la non violenza attiva – digiuni, scioperi alla rovescia, “pressioni”sociali e l’educazione della comunità. Ma Dolci non fu solo un sociologo, un educatore, un rivoluzionario, un uomo d’azione, un idealista, fu anche un apprezzato pubblicista, scrittore e poeta. Numerosi riconoscimenti incoraggiarono la sua opera, tra i tanti il prestigioso premio Lenin e la candidatura al Nobel (entrambi per la pace). Muore nel 1997 nell’ospedale di Partinico.
Nella foto Alasia e Dolci negli anni Sessanta.
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