09 ottobre 2006

"Il senso religioso" di Luigi Giussani

La strada di Giacobbe di A. di Biase

Che cosa era – caro Gius – quell’immagine di gesso che il tuo primo maestro disegnò sulla lavagna nera? Che cosa erano quel cerchio, quel triangolo, quel punto? Che cos’era quella lettera, cosa quel numero? Erano oggetti oppure erano idee? Li conoscevi prima?
Quanto sei lontano tu – maestro di realismo – dal metodo di quelli che han visto nella Storia il cammino dell’uomo? e dai quali con tanto accorgimento vorresti discostarti?
Certo c’è un po’ di presunzione, diciamolo, in questa pretesa – messa per di più a preambolo – di voler affermare la verità, come se la “certezza morale” di un rabbino o di un aborigeno non potesse essere bella, forte e piena tanto quanto la tua. Però mi sei piaciuto Gius, perché non solo sei concreto, sei proprio autentico. Il tuo linguaggio colpisce perché è vero, sa di quotidiano, parla di ciò che vivi, è l’esperimento della tua vita.
Più di tutto mi ha colpito una tua frase:”E’ solo il rapporto con l’al di là che rende realizzabile l’avventura della vita. La forza umana nell’afferrare le cose dell’al di qua è data dalla volontà di penetrazione nell’al di là”.
Si tratta di una affermazione veramente molto interessante, sia per la capacità di seduzione psicologica nei confronti di chi legge, sia per la questione interpretativa che pone, davvero non banale.
Bella storia Gius, che cosa diavolo è l’al di là? E’ molto importante chiarirsi questa cosa perché ne “Il senso religioso”, il tuo testo base mi pare, tu tracci un percorso importante, una strada condivisibile che se pure certamente non è l’unica possibile, contiene i segni comuni alle molte strade che portano l’uomo verso la luce. Però cos’è l’al di là? Cos’è la rivelazione di cui parli e di cui parlano Platone, Avicenna e tutti gli altri? Cos’è l’Altro? E’ altro da noi o è quella parte di noi che non comprendiamo? Dire che non posso controllare il battito del mio cuore, descrivere tutto questo come una volontà diversa che mi avvolge e che mi riempie è sufficiente a dire che il Mistero è altro da me, oppure il Mistero sono io? L’altro mondo è un mondo intero fuori o è metà del mio mondo, della mia realtà, della mia coscienza?
Si potrebbe andare avanti ancora molto con le domande, ma giustamente tu stesso hai citato Ricoeur per sostenere che “Quello che io sono è incommensurabile con quello che io so”. La domanda ultima è dunque, quello che io non so, e che non posso, non sono io medesimo?
E’ veramente molto difficile dire con certezza se il mio progresso nell’al di là, nel mondo dello spirito, dipende da me, dalla mia virtù o da Altro. E anche quando questo Altro si manifesta è difficile dimostrare che sia davvero Altro. Solo chi lo vive può dirlo, ma non può spiegarlo e non gli importa neppure perché la sua “certezza morale” gli basta. Se lo dice, se indica una strada, lo fa solo perché spera che la sua esperienza di luce possa toccare e scaldare gli altri, se li vede cupi o infelici, non certo per un desiderio speculativo del quale non ha bisogno.
Si arriva in questo modo velocemente a percepire l’importanza del tuo PerCorso – caro Gius -, inteso come strada, come sforzo dell’uomo di buona volontà che insiste perché vede dei segni e capisce che quella è la Strada. In questo modo le domande, che pure ci sono, diventano poche.
Dov’eri Gius quel giorno che incontrasti “Il Pioppo” di Rebora? Era un albero isolato? C’erano forse orme antiche ai piedi del tronco? Di chi erano?
Dillo anche ai tuoi Gius, ognuno si scelga la dottrina che più lo convince, quella che è più vicina alla propria sensibilità, al proprio retaggio culturale, alla propria geografia, ma la strada dell’uomo è sempre la stessa, così come la buona volontà nel percorrerla. Chiunque abbia la forza di fare quel primo piccolo passo nella direzione giusta, si dirà di lui che ha incontrato Dio.
“Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca”.

(Il senso religioso - Luigi Giussani - BUR - euro 7.50)

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