12 agosto 2006

Vico, il progresso e la cultura

Vico, il progresso e la cultura di Francesco Ogliari (tratto da La Prealpina del 6 Agosto 2006)

Forse siamo andati troppo lontano nella distruzione perché un'autentica pace sia ormai irrealizzabile, chimerica come qualunque fantasticheria da età dell'oro? Ricostruire la pace affermano le voci più autorevoli, è arduo quanto ricostruire paesi e città. Quando ci si affronta decisamente ponendosi interrogativi sifatti una vocina insinuante si fa udire, disinnesca la carica, sdrammatizza. È la voce del buonsenso. Che rifiuta euforia d'entusiasmi e tenebre di pessimismi. La fatalità quando assume aspetto e movenze di "calligrafia della provvidenza nella storia dell'uomo" - definizione di Giovan Battista Vico - è un'idea autentica, idea religiosa prima che filosofica. Oggi spoglia ormai d'ogni grandezza, corrisponde al fato, al destino, al caso ma prende il nome omnicomprensivo di progresso. Il quale avendo le sue leggi va obbedito , rispettato. Allorché l'uomo è ridotto in assenza di certezze a credere al progresso (con la maiuscola) vuol dire che non crede più in se stesso, non crede più all'uomo. Qualsiasi cosa faccia o abbia l'illusione di fare, assomiglia a un sacchetto di plastica abbandonato sul filo della corrente, che scende verso remoti orizzonti, verso il mare della tranquillità e i suoi lidi da paradiso terrestre. E se un dubbio intervenisse circa il ruolo dell'uomo - relitto abbandonato al flusso dell'acqua e avviato all'eden - si cerca di soffocarlo portando il pensiero, lo sguardo ad altre stagioni della storia che sembrano disperate non meno della nostra e durante le quali non c'era orizzonte migliore. Una cultura succede l'altra, sorge in mezzo ad altre, le soppianta: la cultura cristiana sommerge la cultura ellenico-romana; la cultura mussulmana sommerge quella di Zoroastro, la cultura bizantina e la cultura romano-barbarica dell'est e del mediterraneo del sud. Senza dare risposta alle questioni poste dalla cultura precedente ma semplicemente sostituendole con nuovi interrogativi. E' questo il cammino del progresso. Nuove risposte per nuovi problemi. Ad esempio il tempo libero. Cos'era una volta il tempo libero? L'ozio dei ricchi, l'atarassia dei saggi, lo stoicismo meditativo, le veglie attorno al focolare, i lunghi riposi del pastore errante, l'orazione notturna degli asceti, i dormiveglia, i riti religiosi, la sera di festa all'osteria. Tutto fuorché un'industria. Tutto fuorché un problema sociale. Tutto fuorché un vuoto da riempire. Averlo trasformato in una sorta di dramma esistenziale è progresso?. Lasciamoci per un momento rigare il volto dai benefici piovaschi delle verità elementari, come scriveva il Rosmini ai soci dell'Accademia degli Artisti. Il progresso non è un bene né un male. È l'uno e l'altro a seconda dei vantaggi che porta o degli svantaggi che comporta. La crescita economica, quella che tende a produrre sempre di più, non può essere vista con uguale simpatia dalle nazioni per le quali può sembrare un lusso o una formula di religiosità (il culto del benessere), e dalle nazioni presso le quali è, imperiose necessità vitale, unica via di scampo forse alla fame. Il progresso economico: per vivere sempre meglio o per vivere appena da esseri umani. Dimenticate troppo facilmente - scriveva Bernanos nel 1946 - i mezzi colossali di cui la civiltà moderna dispone per far regnare ovunque l'abbondanza, la libertà dal bisogno. Enorme mostruosa sproporzione fra mezzi e risultati. È appunto presso le nazioni dove la crescita economica è meno necessaria - nell'Occidente industrializzato - che si rivela più facile. Invece nei paesi che ne avrebbero maggior bisogno urta contro ostacoli quasi insormontabili. Anziché mandare pomodori e mandarini al macero, basterebbe inviarli alla popolazioni che soffrono la fame. Se i costi non fossero proibitivi, forse. Anziché incrementare i profitti dei paesi ricchi basterebbe ridurli. Così sarebbe possibile accelerare la crescita economica del terzo mondo. Accade, invece, il contrario: cala la produzione in occidente e va di male in peggio la situazione dei paesi sottosviluppati. Il progresso è come una tigre: pericoloso tenerla per la coda, più pericoloso lasciarla andare.... I rischi generati dal progresso vanno scongiurati con i mezzi forniti dal progresso. Squilibri, scompensi, ingiustizie comprese nel conto, nella sfida. Bisogna ammettere che i tre quarti dell'umanità, nonostante le conquiste tecnologiche, sono ancora lontani da un livello di vita accettabile non arrivando sempre a soddisfare neppure i più semplici bisogni alimentari. In un'epoca che venti tonnellate di grano si possono portare in poche ore da un continente all'altro. Se il riscatto dei meno abbienti passa attraverso i granai dell'abbondanza dei benestanti, il progresso non è soltanto un bene, è un dovere, una necessità. Anche se dovesse disseccare le sorgenti delle risorse terrestri dando fondo a tutto per colpa d'uno sfruttamento scriteriato e massiccio sul tipo della foresta amazzonica o dei torrenti montani prosciugati per incanalare l'acqua nelle centrali idroelettriche. L'energia è dovunque c'è materia, nell'universo. Quanto alle riserve, la terra ne avrà sempre perché le materie prime non vengono distrutte. Sono trasformate, in gran parte recuperate, riciclabili. Elementari principi di fisica a chimica sostengono che la terra non potrà mai avere una popolazione superiore alle bocche che può sfamare. Il progresso deve assicurare la dignità di vivere a tutti. Facendo della vita un dono anziché una condanna. Un diritto comune anziché un privilegio. La scienza non ha moralizzato mai nessuno, caso mai ha demoralizzato i sapienti: non per condannare la scienza, solo per accettare l'idea che non basta da sola a sedare la sete e a calmare la fame di un benessere diverso da quello che può, forse, garantire.

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