29 agosto 2006

Il cappotto di Renato Rascel

di Augusto Benemeglio

Mi ricordo il cappotto di Gogol, o forse, per meglio dire il cappotto di Renato Rascel, protagonista di un film degli anni cinquanta di Lattuada, e quel poco che mi rimane nella memoria di ragazzino quattordicenne che va a vedere un film credendo di divertirsi come un pazzo col corazziere e altri nonsense del genere (Rascel in quel momento è uno degli attori più in vista del varietà italiano, e le sue macchiette vengono proposte dalla neonata televisione in bianco e nero), e invece mi imbatto in un piccolissimo (praticamente un nano) ridicolo personaggio, Akakj Akakjevic, che fa lo scrivano e viene sfottuto - come è giusto che sia nel nostro mondo - da tutti, colleghi e superiori, anch'essi una teoria infinita e informe di grigia malignità... Viene sfottuto e angariato (tutti gli danno lavoro da copiare e approfittano in genere della sua mitezza), ma lui non se ne cura più di tanto, tutto preso com'è dalle lettere, nel senso di copiatura (ci mette un tale impegno e un tale amore nel copiare quelle cartacce da renderle dei piccoli capolavori di bella scrittura. Solo un pazzo potrebbe fare qualcosa di simile) e tutto sommato il Rascel-Akakì sarebbe anche felice (il lavoro se lo porta anche a casa, una fetida stanza in subaffitto dotata di un letto e un tavolaccio), se non ci fosse il fatto che l'inverno s'approssima e il cappotto (anzi chiamiamola vestaglia, perchè è talmente sottile e liso da non meritare quel termine) è ormai arrivato al capolinea e non c'è possibilità alcuna di rammendarlo. Si rifiuta di farlo perfino il sarto, Petrovic, un ex servo della gleba ubriacone e nullità assoluta ( ma anche lui, sotto sotto è un artista del filo e dell’ago, come Akakì lo è delle belle lettere) . Il progetto del cappotto nuovo e la sua realizzazione - un duetto strepitoso tra Rascel e l'attore che fa il sarto, uno anziano caratterista, alto, dinoccolato, che aveva già recitato con Alberto Sordi nell'episodio famoso dell'americano in “Un giorno in pretura - è secondo me il nucleo centrale del film. Due reietti, due non esistenze che insieme realizzano il "capolavoro" del cappotto nuovo, qualcosa da fare invidia a tutti, perfino ai vice capoufficio del dipartimento. Ma la felicità, l'essere qualcuno, qualcosa, grazie a questo luminoso cappotto (chiaramente un simbolo), raggiungere l'attimo di felicità nella vita, costa molto: e infatti subito dopo viene la rovina, sotto forma di ladri che gli rubano il cappotto. scena straziante, pietosissima, col Rascel-Akakì che si dispera, piange, chiede aiuto a tutti, osa parlare perfino con un personaggio importante, un generale della burocrazia (credo fosse Luigi Pavese), ma non ci sarà nulla da fare. Più che per il freddo di Pietroburgo, Akaki muore di crepacuore. E poi il finale - a dire il vero - non perfettamente riuscito, in cui il fantasma di Akakì toglie il cappotto all'alto burocrate (ricordo che al povero Pavese gli diventano di botto tutti i capelli ritti e bianchi) e si riscatta della sua povera vita su questa terra. Grande prova di Renato Rascel, forse un po’ dimenticato dall’effimero mondo dello spettacolo, ma tutta sul versante patetico. C'è poco o nulla dell'ironia, della satira graffiante e grottesca del grande Gogol, anima tormentata..

12 agosto 2006

Vico, il progresso e la cultura

Vico, il progresso e la cultura di Francesco Ogliari (tratto da La Prealpina del 6 Agosto 2006)

Forse siamo andati troppo lontano nella distruzione perché un'autentica pace sia ormai irrealizzabile, chimerica come qualunque fantasticheria da età dell'oro? Ricostruire la pace affermano le voci più autorevoli, è arduo quanto ricostruire paesi e città. Quando ci si affronta decisamente ponendosi interrogativi sifatti una vocina insinuante si fa udire, disinnesca la carica, sdrammatizza. È la voce del buonsenso. Che rifiuta euforia d'entusiasmi e tenebre di pessimismi. La fatalità quando assume aspetto e movenze di "calligrafia della provvidenza nella storia dell'uomo" - definizione di Giovan Battista Vico - è un'idea autentica, idea religiosa prima che filosofica. Oggi spoglia ormai d'ogni grandezza, corrisponde al fato, al destino, al caso ma prende il nome omnicomprensivo di progresso. Il quale avendo le sue leggi va obbedito , rispettato. Allorché l'uomo è ridotto in assenza di certezze a credere al progresso (con la maiuscola) vuol dire che non crede più in se stesso, non crede più all'uomo. Qualsiasi cosa faccia o abbia l'illusione di fare, assomiglia a un sacchetto di plastica abbandonato sul filo della corrente, che scende verso remoti orizzonti, verso il mare della tranquillità e i suoi lidi da paradiso terrestre. E se un dubbio intervenisse circa il ruolo dell'uomo - relitto abbandonato al flusso dell'acqua e avviato all'eden - si cerca di soffocarlo portando il pensiero, lo sguardo ad altre stagioni della storia che sembrano disperate non meno della nostra e durante le quali non c'era orizzonte migliore. Una cultura succede l'altra, sorge in mezzo ad altre, le soppianta: la cultura cristiana sommerge la cultura ellenico-romana; la cultura mussulmana sommerge quella di Zoroastro, la cultura bizantina e la cultura romano-barbarica dell'est e del mediterraneo del sud. Senza dare risposta alle questioni poste dalla cultura precedente ma semplicemente sostituendole con nuovi interrogativi. E' questo il cammino del progresso. Nuove risposte per nuovi problemi. Ad esempio il tempo libero. Cos'era una volta il tempo libero? L'ozio dei ricchi, l'atarassia dei saggi, lo stoicismo meditativo, le veglie attorno al focolare, i lunghi riposi del pastore errante, l'orazione notturna degli asceti, i dormiveglia, i riti religiosi, la sera di festa all'osteria. Tutto fuorché un'industria. Tutto fuorché un problema sociale. Tutto fuorché un vuoto da riempire. Averlo trasformato in una sorta di dramma esistenziale è progresso?. Lasciamoci per un momento rigare il volto dai benefici piovaschi delle verità elementari, come scriveva il Rosmini ai soci dell'Accademia degli Artisti. Il progresso non è un bene né un male. È l'uno e l'altro a seconda dei vantaggi che porta o degli svantaggi che comporta. La crescita economica, quella che tende a produrre sempre di più, non può essere vista con uguale simpatia dalle nazioni per le quali può sembrare un lusso o una formula di religiosità (il culto del benessere), e dalle nazioni presso le quali è, imperiose necessità vitale, unica via di scampo forse alla fame. Il progresso economico: per vivere sempre meglio o per vivere appena da esseri umani. Dimenticate troppo facilmente - scriveva Bernanos nel 1946 - i mezzi colossali di cui la civiltà moderna dispone per far regnare ovunque l'abbondanza, la libertà dal bisogno. Enorme mostruosa sproporzione fra mezzi e risultati. È appunto presso le nazioni dove la crescita economica è meno necessaria - nell'Occidente industrializzato - che si rivela più facile. Invece nei paesi che ne avrebbero maggior bisogno urta contro ostacoli quasi insormontabili. Anziché mandare pomodori e mandarini al macero, basterebbe inviarli alla popolazioni che soffrono la fame. Se i costi non fossero proibitivi, forse. Anziché incrementare i profitti dei paesi ricchi basterebbe ridurli. Così sarebbe possibile accelerare la crescita economica del terzo mondo. Accade, invece, il contrario: cala la produzione in occidente e va di male in peggio la situazione dei paesi sottosviluppati. Il progresso è come una tigre: pericoloso tenerla per la coda, più pericoloso lasciarla andare.... I rischi generati dal progresso vanno scongiurati con i mezzi forniti dal progresso. Squilibri, scompensi, ingiustizie comprese nel conto, nella sfida. Bisogna ammettere che i tre quarti dell'umanità, nonostante le conquiste tecnologiche, sono ancora lontani da un livello di vita accettabile non arrivando sempre a soddisfare neppure i più semplici bisogni alimentari. In un'epoca che venti tonnellate di grano si possono portare in poche ore da un continente all'altro. Se il riscatto dei meno abbienti passa attraverso i granai dell'abbondanza dei benestanti, il progresso non è soltanto un bene, è un dovere, una necessità. Anche se dovesse disseccare le sorgenti delle risorse terrestri dando fondo a tutto per colpa d'uno sfruttamento scriteriato e massiccio sul tipo della foresta amazzonica o dei torrenti montani prosciugati per incanalare l'acqua nelle centrali idroelettriche. L'energia è dovunque c'è materia, nell'universo. Quanto alle riserve, la terra ne avrà sempre perché le materie prime non vengono distrutte. Sono trasformate, in gran parte recuperate, riciclabili. Elementari principi di fisica a chimica sostengono che la terra non potrà mai avere una popolazione superiore alle bocche che può sfamare. Il progresso deve assicurare la dignità di vivere a tutti. Facendo della vita un dono anziché una condanna. Un diritto comune anziché un privilegio. La scienza non ha moralizzato mai nessuno, caso mai ha demoralizzato i sapienti: non per condannare la scienza, solo per accettare l'idea che non basta da sola a sedare la sete e a calmare la fame di un benessere diverso da quello che può, forse, garantire.

06 agosto 2006

Il silenzio di Salomone




Per edificarlo si usarono pietre tagliate e ben lavorate, cosi' che ne' martello, ne' scure, ne' altro strumento in ferro si udi' nel tempio, mentre veniva costruito.

Re 6,7



04 agosto 2006

"Chi capisce può goderne" di Augusto da San Buono

Chi capisce può goderne di Augusto da San Buono

La recensione del libro "il filo e le tracce" di Ginzburg sul "vero falso e finto", mi ha suggerito, chissà perchè, una riflessione incentrata sulla figura del vecchio Montale che, pieno di eczemi e nicotina che gli aveva impregnato di verde e di giallo tutto l'universo, - con una mano si grattava e con l'altra teneva accesa l'ennesima sigaretta.
Ripeteva che la storia non è magistra di niente che ci riguardi:

"Dire nascita morte inizio fine/ sarà tutt'uno",

il vecchio Eusebio della poesia-fogna o deiezione e della parola vista come condanna ("straccia i tuoi fogli, buttali in una fogna...), del Montale che ricorda la Mosca che prima di chiudere gli occhi gli dice un'ultima parola, "pirla", che parrebbe offensiva, mentre è per lui un dono, parola che ha una sua funzione escatologica, che è un punto fermo della loro condizione di vita. E’ il giuoco che si traveste nell'ironia di un giro di identificazione che riguarda non solo Mosca e Eusebio, ma tutti noi.

"Ci sono anche altri / pirla nel mondo ma come riconoscerli?/
i pirla non sanno di esserlo... se pure ne fossero informati tenterebbero/
di scollarsi con le unghie quello stimma"... il vero e il falso?.. la verità è nei rosicchiamenti delle tarme e dei topi, nella polvere ch'esce dai cassettoni ammuffiti e nelle croste dei grana stagionati, la verità è una tela di ragno e può durare, non distruggetela con la scopa... a tutt'oggi "non si è mai saputo se la vita/
sia ciò che si vive o ciò che si muore... la vita non sta sopra e non sta sotto, /
e tanto meno a mezza tacca"... e allora, che vogliamo fare, vecchio Eusebio, della vita?

Coglierne un attimo, è tutto lì, questo è il segreto. Chi capisce può goderne, sia pure per un istante. E qui si chiude la partita del poeta, con questa eroica decisione ai posteri raccomanda un bel fuoco per distruggere tutte le sue opere e il suo ricordo.

Del resto – dice - son ben poche le cose da salvare per uno che è vissuto nella misura di una "quotidiana decenza, al cinque per cento".


La verità
La verità è nei rosicchiamenti
delle tarme e dei topi,
nella polvere ch'esce da cassettoni ammuffiti
e nelle croste dei "grana" stagionati.
La verità è la sedimentazione, il ristagno,
non la logorrea schifa dei dialettici.
E' una tela di ragno, può durare,
non distruggerla con la scopa.
E' beffa di scoliasti l'idea che tutto si muova,
l'idea che dopo un prima viene un dopo
fa acqua da tutte le parti. Salutiamo
gli inetti che non s'imbarcano. Si starà meglio
senza di loro, si starà anche peggio ma si tirerà il fiato.

(Tutte le poesie - Eugenio Montale – Oscar Classici Mondadori – euro 14.80)
Immagine di Daniela Boito

03 agosto 2006

"Il filo e le tracce" di Carlo Ginzburg

La finzione nutrita dalla Storia (tratto da La Prealpina del 25 luglio 2006)

Come molti degli storici più acuti, anche Carlo Ginzburg ha dedicato un libro ad un problema filosofico, e di non poco conto: il rapporto tra il vero e il falso in cui, per chi fa il suo mestiere, si inserisce anche un terzo incomodo, il 'finto’. Che cosa è una 'fonte’? Quando si può definire 'vera'? E se risulta falsa, o finta (per esempio un'opera letteraria), va per questo scartata dal lavoro dello storico? Pur ricco di note e rimandi dottissimi, che al lettore comune appesantiscono non poco il percorso, 'Il filo e le tracce' procede senza noia tra gli argomenti e i temi più diversi per rispondere in modo non scontato a quelle domande: si parla della conversione degli ebrei di Minorca, degli sciamani, dei 'Protocolli dei Savi di Sion', dei cannibali brasiliani, di Stendhal, della cosiddetta 'microstoria’ e dell'Inquisizione. Il risultato è un percorso spericolato e appassionato che, al di là dell'interesse dei singoli argomenti (alcuni hanno sul lettore non specialista decisamente meno appeal di altri), ci spinge a non credere alla facile dissoluzione della «distinzione tra narrazioni storiche e narrazioni di finzione» ma anche a prendere atto e a ragionare sul ricco «inventario delle forme assunte dalla finzione al servizio della verità». Per provare quanto meno a mostrarlo in parte, Ginzburg ha preferito un elenco di «casi concreti», storie in miniatura in cui questo inestricabile rapporto si evidenzia e che «pongono una domanda senza fornire la risposta, segnalando una difficoltà irrisolta». «Nessuno - scrive Ginzburg - penserà che sia inutile studiare false leggende, falsi eventi, falsi documenti: ma una presa di posizione preliminare - che per Ginzburg è, oltre che una posizione professionale, anche etica e politica - sulla loro falsità e autenticità e, di volta in volta, indispensabile». E da questo punto di vista il capitolo sui famigerati Protocolli antisemiti è particolarmente significativo perchè da esso, benchè riconosciuto come falso, lo storico può far emergere molte «cattive cose nuove», cioè «verità sgradevoli su cui vale la pena di riflettere».
Dunque c'è il 'filo’, il filo del racconto, quello che vogliamo dire e dimostrare, ma ci sono anche le 'tracce', cioè «qualcosa di opaco», «elementi incontrollati» che ogni testo, letterario o documentario, lascia dietro di sè, e di cui lo storico può e deve tener conto. E' la «finzione, nutrita dalla storia» che diventa materia di riflessione, come nel caso dei processi per stregoneria che ci dicono molto di più sulle vittime della persecuzione che sulla persecuzione stessa (di per sè monotona e ripetitiva). Un caso tipico, per Ginzburg, di come si possa arrivare alla conoscenza del vero partendo dal finto e dal falso, come già nel caso dei Protocolli e come, in fondo, in quello più noto a tutti gli studenti del mondo, dell' Odissea di Omero.
«Gli storici, scrisse Aristotele - è la conclusione di Ginzburg - parlano di quello che è stato (del vero), i poeti di quello che avrebbe potuto essere (del possibile). Ma naturalmente il vero è un punto di arrivo, non di partenza. Gli storici (e in modo diverso i poeti) fanno per mestiere qualcosa che è parte della vita di tutti: districare l'intreccio di vero, falso, finto che è la trama del nostro stare al mondo». E forse non è un caso che il maggiore successo popolare di Ginzburg sia stato 'Il giudice e lo storico’, il libro con cui ha voluto ricostruire, da storico che analizza le carte giudiziarie, il controverso caso Sofri.

(Carlo Ginzburg – Il filo e le tracce – Feltrinelli - 338 pp. - 25 euro).

02 agosto 2006

"Ripensare la forma-scuola" di Eros Barone

di Eros Barone*

L’assunto dei saggi raccolti in questo volume è che la forma-scuola sia quanto di più profondo e latente agisce nel dispositivo scolastico, determinando i significati dell’esperienza e del pensiero: esperienza dei giovani, dei genitori e degli insegnanti ed esercizio della riflessione ai più diversi livelli.
Occorre inoltre riconoscere che, proprio nei paesi più sviluppati, la forma-scuola vive una crisi di portata epocale
Gli autori del lavoro documentato in questo volume condividono il convincimento secondo cui la scuola e l’educazione non possono limitarsi a svolgere una funzione meramente riproduttiva, poiché esse hanno un carattere radicalmente utopico.
È allora necessario prendere le mosse da un ripensamento della forma-scuola in una prospettiva storico-culturale più ampia e più profonda. Diversamente la scuola e chi a vario titolo vi opera tenderanno a imitare modelli che non le appartengono.
La scuola deve invece restare se stessa: una istituzione pubblica dove si insegna e dove si impara. Come è stato detto in modo suggestivamente poetico e insieme rigorosamente scientifico, la scuola è lo spazio metaforico di una rielaborazione cognitiva e affettiva, fondata su esperienze di stupore e di scoperta del mondo.
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*Eros Barone insegna Storia e Filosofia al Liceo scientifico di Gallarate(Va). Ha condotto ricerche nei settori della filosofia contemporanea e della storia del movimento operaio. Collabora con il quotidiano «La Prealpina» su temi politici, economici e culturali e ha raccolto i suoi interventi nel libro Le armi della critica (Macchione, Varese 2000). Con l’IRRSAE-IRRE Lombardia ha pubblicato contributi nei volumi Filosofia e letteratura (1995) e La filosofia e le altre discipline (2000). Svolge presso l’IRRE Lombardia attività di ricerca e documentazione.
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(Ripensare la forma-scuola - Eros Barone - Edizioni FrancoAngeli - Collana Irre Lombardia).
Nelle librerie da settembre.

Eugenio Montale: dove era il tennis

di Augusto da San Buono

Negli anni Settanta, quando Gianni Brera dirigeva ancora “Il Guerin Sportivo”, raccontò che un giorno si era recato a casa del poeta Eugenio Montale e l’aveva ammirato come eccellente baritono. Si sa che Montale aveva iniziato la sua carriera proprio come cantante lirico, che rimase l’unica sua vera passione, al di là della poesia e della letteratura. Interpretare Jago con il fez piumato, o Scarpia con il monocolo e la tabacchiera, era stato da sempre suo sogno.. “Ma la morte del mio maestro di canto - ironizzò il poeta - pose fine alla mia vagheggiata carriera… Caro Brera, di sport non so nulla, ma potendo vivere una seconda vita come sportivo, credo che avrei privilegiato il tennis, perché ha quel fascino, quell’eleganza, quelle movenze tipiche della danza. E poi non va dimenticato che io sono ligure e il primo club di tennis italiano è nato qui, a Bordighera, nel 1878”.
Montale probabilmente non impugnò mai, in vita sua, una racchetta da tennis, né forse conosceva le regole del gioco, ma amava guardare – direi sbirciare con occhio da poeta – chi praticava questo sport, soprattutto quand’erano fanciulle, come nel caso di una sua prosa del 1943, in cui rievoca una partita di tennis nella “grande villa, color zabaglione”, sulle rive del mar ligure, presumibilmente a Monterosso, nelle Cinque Terre, dove la famiglia Montale trascorreva l’estate. “Dov’era una volta il tennis, nel piccolo rettangolo difeso dalla massicciata su cui dominano i pini selvatici, cresce ora la gramigna e raspano i conigli nelle ore di libera uscita. Qui vennero un giorno a giocare due sorelle, due bianche farfalle, nelle prime ore del pomeriggio”.

E’ chiaro che il Tennis che ricordava il Montale bambino era il Lawn Tennis Club dei primissimi anni del Novecento e non doveva offrire ai gentlemen ed alle ladies molto di più che un modo di far passare amenamente il tempo, tra qualche colpo di racchetta e l'immancabile thé delle cinque, o ancora, più romanticamente quello che aveva intravisto dalle reti di recinzione di una villa, giocato da due ragazze-farfalle, cioè molto più simile ad un balletto, ad un sogno lieve, che ad uno sport, in cui c’è la gioia fisica, ma anche tensione, fatica e sudore. E tuttavia il tennis doveva esercitare in lui un certo irresistibile fascino, se è vero come è vero che tornerà più volte, nella sua poesia, come metafora della vita. “A conti fatti, chiedersi il come e il perché quella partita fu interrotta è come chiedersi del perché della nubecola di vapore che esce dal cargo arrembato, laggiù sulla linea della Palmaria. Fra poco s’accenderanno nel golfo le prime lampare… Si direbbe che la vita non possa accendersi che a lampi e si pasca solo di quanto s’accumula inerte e va in cancrena in queste zone abbandonate”. Insomma, la vita in una voleè, che può essere simile ad un ricamo, o in un lob, liftato, simile ad una magica parabola, o in un passante alle intersezioni delle righe, in una partita dal solito tran tran , piuttosto monotona e noiosa.

Anche in una delle sue ultime opere, pubblicata sul Corriere della Sera del 26 settembre 1975, “Sul lago d’Orta, - testo d’importanza capitale per capire l’ultimo Montale – il poeta fa riferimento ad un’altra vecchia villa abbandonata, in cui si giocava a tennis. In questo posto, abitato da una famiglia inglese, ora “neppure un’anguilla /tenta di sopravvivere …(chiaro riferimento ai trascorsi tentativi della poesia di resistere), e “le muse stanno appollaiate/sulla balaustra (ossia le muse sopravvivono sotto forma di galline, - e qui Montale va ben oltre Baudelaire, che aveva detto che erano cigni asfittici sul lastricato nero della strada, - perché la poesia è ridotta a tale, pollaio, deserto, deiezione).

Ma ci può essere – oggi - un rapporto tra tennis e poesia? Ovviamente è una domanda retorica, perché la poesia sta dentro di noi e può essere in ogni luogo, tuttavia il pessimista e autoironico poeta della crisi e del disfacimento, il nostro più grande poeta e forse il più grande a livello europeo, Eugenio Montale, si è rivelato profetico in tutto. Aveva detto il 12 dicembre 1975, quando gli conferirono il Nobel per la letteratura che “in un mondo nel quale il benessere è assimilabile alla disperazione e l’arte, - ormai diventata bene di consumo, - ha perso la sua essenza primaria”, non era possibile la poesia. Veramente l’aveva posto come interrogativo, ma subito dopo aveva rifiutato ogni privilegio che gli perveniva dalla poesia: “Non amo / essere conficcato nella storia/ per quattro versi o poco più. ”Aggiungendo, ironicamente, ma con un’autocritica radicale: “Abbiamo / fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo”.

Sì, possiamo dire – naturalmente dilatando e forzando un po’ i concetti della sua poetica - che Montale è stato profetico anche per quanto riguarda le sorti del nostro tennis. Infatti là “dov’era il tennis “, inteso come luogo della poesia , con le fanciulle che sono due farfalle, ovvero il nulla che si fa carne, che volteggiano liete e colorate, ora non c’è più..nulla . La sua ironia e il suo pessimismo, insomma colgono, come sempre, nel segno . Forse la verità non ha alcuna lettera maiuscola e non è certamente, come disse lui, “la logorrea schifa dei dialettici, / ma la sedimentazione, il ristagno, una tela di ragno che può durare…(perciò ), / non distruggetela con la scopa”… né con la racchetta.

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Rev. 04-02-13 AdB
 

01 agosto 2006

La filosofia

La filosofia


Ci sono piu' cose in cielo e in terra, Orazio, che non ne sogni la tua filosofia.

W. Shakespeare, Amleto





Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...