04 luglio 2006

Pasolini, l’antimodernista

di Eros Barone (tratto da La Prealpina del 30 novembre 2005)

Pier Paolo Pasolini è stato un tipico rappresentante - forse il maggiore - della cultura antimodernista che, sotto vari emblemi e diverse forme, vigoreggia nel nostro paese e che, non per caso, intorno a lui ha costruito un vero e proprio culto. Con le sue radici ben affondate negli anni Cinquanta, 'età d'oro' di quel mondo popolare premoderno puro e incorrotto pósto ai confini tra le borgate e la campagna, e da lui sempre vagheggiato, lo scrittore friulano elevò a paradigma antropologico e poetico un sogno personale che nasceva dalle sue "buie viscere", esprimendo, in nome di quel paradigma, una negazione, tanto impietosa quanto disperata e tanto accusatoria quanto nostalgica, di tutto ciò che sarebbe accaduto dopo, dai moti del Sessantotto, allorquando esaltò i poliziotti "figli del popolo" e denigrò gli studenti "figli di papà", al 'doppio potere' incarnato dal Palazzo, di cui còlse, con simpatetica intuizione, il volto demonìaco e perverso.
La sua opera di poeta, di romanziere, di critico e di regista cinematografico, tra le "Ceneri di Gramsci" e la "Religione del mio tempo", tra "Ragazzi di vita" e una "Vita violenta", tra la rivista "Officina" e il film "Accattone", ebbe sempre come oggetto e come soggetto lo stesso mondo di esperienze e di memorie, un 'tempo perduto' trasfìgurato miticamente in elegia e in tragedia.
Uomo di successo, 'compagno di strada' del Partito Comunista Italiano in cui vedeva, sospinto da un populismo romantico e decadente, una sorta di 'città di Dio' operante su questa terra, intellettuale raffinato cui piaceva giocare a pallone con i ragazzini, sempre, come ìndicano i titoli delle sue stesse opere, alla ricerca della Vita, diventò con il suo indimenticabile 'j'accuse' al gruppo dirigente della Democrazia Cristiana, lui che ebbe a definire se stesso "riformista luterano", la coscienza critica del nostro paese nella prima metà degli anni Settanta. In questo paese che, dopo decenni di pesante arretratezza, di bolsa retorica imperiale e di sostanziale provincialismo, con la liberalizzazione degli scambi, l'avvìo dell'integrazione europea e il 'boom economico' cercava una via di sviluppo all'altezza dei tempi e si sforzava di coniugare modernizzazione e modernità, Pasolini assunse la parte del fustigatore dei peccati del mediocre consumismo italico. Se Marx avesse potuto conoscere la polemica pasoliniana contro la "nuova cultura" e contro i tratti criminali e criminogeni della "mutazione antropologica" indotta dal consumismo, avrebbe classificato il suo autore tra gli esponenti del 'socialismo feudale', categoria che annovera nella letteratura del Novecento non pochi esemplari di alto livello: da Eliot a Pound, da Gide a Céline.
Riascoltando certe interviste rilasciate da Pasolini, è difficile non avvertire ancora una volta, in quella voce sottile e quasi in falsetto, un colore di morte, l'equivalente fonetico di una vicenda tragica, prodotto di una pianificata confusione tra arte e vita, tra letteratura ed esistenza. A trent'anni dalla fine che concluse tale vicenda, se siamo in grado di comprendere molto meglio di allora che essere orfani è la condizione per diventare adulti è anche perché riteniamo di conoscere la risposta alla domanda che il testimone, il profeta e, da ultimo, la vittima di quel destino pose a se stesso e a tutti noi: "Ma come io possiedo la storia, essa mi possiede; ne sono illuminato: ma a che serve la luce?".

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