04 luglio 2006

La filosofia

di Eros Barone (tratto da La Prealpina del 14 aprile 2006)

La filosofia è quella cosa di cui ridono le serve: questa è una possibile definizione della filosofia, che presuppone naturalmente la conoscenza del gustoso aneddoto sulla servetta tracia che scoppia a ridere vedendo Talete che, intento ad osservare il corso degli astri nel cielo, mette il piede in fallo e cade in un pozzo. Scorrendo il menu della kermesse dedicata alla filosofia dalla fondazione culturale "1860 gallarate città" e scoprendo lo spazio assegnato, in quella lista gastronomica, ai piatti denominati 'consulenza filosofica', è difficile resistere alla tentazione di invertire la definizione da cui siamo partiti nel modo seguente: le serve sono coloro di cui ride la filosofia (che è poi il vero significato di quell'aneddoto).
Infatti, mentre il rapporto tra filosofia e condizione servile può contare su una solida e nobile tradizione, non altrettanto può dirsi del rapporto tra filosofia e lavoro salariato. Eppure, guardando certi 'master' universitari sull'argomento, forniti del marchio di garanzia offerto da noti studiosi evidentemente preoccupati di adeguarsi alle leggi del mercato nel campo della formazione post-universitaria, non era difficile immaginare che in una provincia come la nostra, stretta fra la sub-cultura spiritualistica parrocchiale e una cultura consumistica subalterna ai miti e alle mode correnti, l'idea di offrire il sapere filosofico sul mercato del lavoro sarebbe stata proposta non come divertente provocazione ai limiti della goliardia, ma come una seriosa prestazione professionale venduta sul sempre fiorente mercato delle illusioni. Il precariato dei laureati in filosofia parcheggiati nelle scuole di specializzazione post-universitaria o galleggiante, più semplicemente, nel mercato della sottoccupazione intellettuale è ora avvertito: il 'philosophical counseling' costituisce una preziosa opportunità di riqualificazione e inserimento professionale.
Con una spolveratina di luoghi comuni, un po' di enfasi aziendalista e una sostanziale incomprensione del modo di produzione capitalistico è possibile far passare la 'consolazione della filosofia' come il contenuto e lo scopo della brillante carriera del consulente filosofico. In effetti, mancava soltanto l'idea della 'consulenza filosofica', la quale sarebbe sublime alla luce della patafisica di Jarry se non fosse grottesca all'ombra della disoccupazione intellettuale italiana, per proiettare una luce particolarmente sinistra sulla crisi endemica delle nostre università, sulla miseria dell'ideologia dominante e sui patetici rappresentanti locali di quest'ultima (sicuramente inconsapevoli del meccanismo, noto a chiunque abbia letto Marx, per cui l'ideologo è un individuo che rovescia il mondo e vi si pone al centro).
Nondimeno, i filosofi dovrebbero conoscere non solo la complessità del rapporto tra teoria e prassi, ma anche la circostanza per cui il divario tra conoscenza, formazione e mercato del lavoro, oltre ad essere incolmabile, non è uno spreco, ma un principio di civiltà.
Circostanza, questa, che resta un libro chiuso con sette sigilli in tempi che hanno visto progettare e attuare le riforme della scuola (non da Condorcet ma) da Letizia Moratti, la cui ottica non supera il raggio modesto del calcolo ragionieristico dei costi e dei benefici. Accade così che, tra i flutti e le bonacce di un mercato del lavoro dominato dalla spietata triade liberista della precarietà, della flessibilità e della mobilità, ci sia chi si adopera per legittimare con il marchio della 'consulenza filosofica' e con il certificato dello 'spirito imprenditoriale' fragili identità culturali, sospese tra psicoterapia, sociologia e filosofia, e improbabili percorsi professionali, oscillanti tra formazione del personale, mediazione sociale e gestione del disagio personale.
Proprio i filosofi (ammesso che tale qualifica sia estensibile al 'servum pecus' in parola) dovrebbero sapere che non nell'affannosa ricerca di applicazioni monetizzabili della propria disciplina, ma semmai proprio nell'assenza di applicazioni, nella familiarità con il lavoro dell'astrazione, nell''otium' della riflessione, c'è sia qualcosa di monetizzabile (e, ahimè, di sfruttabile) nei processi di produzione del nostro tempo sia qualcosa che li supera e li disartìcola attraverso quella libertà del pensiero e quella gratuità dello scambio di conoscenze in cui è racchiusa ogni proiezione verso il futuro. Per il resto i preti, gli uffici del personale, le consulenze televisive di Paolo Crepet, i filosofemi di Umberto Galimberti e i sociologemi di Francesco Alberoni sono più che sufficienti.

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