02 luglio 2006

Albert Einstein

di Eros barone (da La Prealpina del 07-10-05)

Se quella di ‘classico’ non si riduce ad essere la qualificazione che mèrita soltanto chi è vissuto in un’epoca più o meno lontana dal presente, ma è innanzitutto la nota distintiva che designa una di quelle persone che, nascendo e svolgendosi, hanno conseguito un’altezza non effimera nel campo della grandezza umana, allora non vi è alcun dubbio né che Albert Einstein faccia parte di questa schiera né che la relativa vicinanza nel tempo possa generare un errore di prospettiva nella nostra valutazione.
Ma vi è di più: Einstein infatti, a distanza di un secolo da quel 1905, ‘annus mirabilis’ in cui furono pubblicati i suoi primi rivoluzionari lavori sui moti browniani, sull’effetto fotoelettrico e sulla teoria della relatività ristretta, è da considerare ‘pleno jure’ non solo una straordinaria figura di scienziato, ma altresì come il più grande filosofo del Novecento. Attribuire allo scienziato tedesco questa ulteriore qualificazione non è per nulla paradossale, è anzi del tutto legittimo: basti pensare, in primo luogo, che la fisica einsteiniana ha ristrutturato dalle fondamenta alcune categorie essenziali per la comprensione dell’universo come le nozioni di spazio, tempo, materia e causalità; in secondo luogo, che la nuova fisica ha integrato al suo interno la scienza classica, riducendo la teoria della gravitazione intuìta da Galileo e sviluppata da Newton ad un caso particolare della relatività generale; in terzo luogo, che la meccanica statistica di Maxwell e Boltzmann ha dischiuso l’accesso alla comprensione dei moti browniani e, infine, che le argomentazioni ottocentesche di Boltzmann sulla possibilità di trattare l’energia cinetica come un discreto hanno assunto, grazie ad Einstein, la veste di un algoritmo che ha consentito di reinterpretare e generalizzare la legge di Planck sulla radiazione di corpo nero. Non a caso, quindi, nel 1949 vedeva la luce, a cura del filosofo Arthur Schilpp, una raccolta di saggi intitolata “Albert Einstein: Philosopher-Scientist”, tradotta dopo nove anni in lingua italiana dal’editore Einaudi, che conteneva, oltre alla famosa autobiografia di Einstein, scritti di scienziati (da Sommerfeld a Gödel) e di filosofi (da Reichenbach a Bachelard).
Ma vi sono altri elementi che ci aiutano a riconoscere in Einstein un ‘classico’ della divulgazione rigorosa e che giustìficano pertanto il posto a lui riservato in questa nostra modesta rubrìca: la chiarezza, lo sforzo di rendere accessibile ciò che in origine si sviluppa nei termini di un linguaggio matematico altamente specialistico e che sembra destinato ad isolarsi dal resto della società, il difficile binomio, da lui perfettamente risolto, fra il ‘pensare difficile’ e il ‘mostrare facile’ e, da ultimo, la piena attuazione del principio, affermato all’inizio dell’età moderna dal grande pedagogista Comenio, di una educazione democratica e universale, che si riassume nella formula ‘omnia omnibus’ (insegnare tutto a tutti).
Il testo che reca il titolo “Relatività – Esposizione divulgativa” è, per l’appunto, il tentativo più felice, in questo senso, di passare da un’espressione tecnica ad una universale, laddove il fine, sobriamente connotato come ‘divulgativo’, è in realtà assai più ambizioso, vale a dire filosofico. Einstein, che ha abbracciato con il suo sguardo la totalità del reale, si è sempre interessato, con sensibilità e apertura, anche di problemi estranei alla sua specializzazione di fisico, come attestano le concezioni politiche e sociali da lui professate, contraddistinte dalla ripulsa del militarismo e da una viva simpatia per le dottrine socialiste. Ma egli è stato un vero filosofo soprattutto perché ha cercato di dare un’interpretazione universale dei dati, collegando intuizione e formalizzazione in un edificio semplice e rigoroso, il cui architrave è rappresentato dalla relazione relativistica fra massa ed energia.
Quali altri filosofi del Novecento hanno saputo fare altrettanto? Lo stesso positivismo logico, che è una delle principali correnti filosofiche del XX secolo, ha tratto dalla visione di Einstein l’esigenza di accentuare il formalismo, ma non è riuscito ad affrancarsi da questo orizzonte formalistico e, come sistema di pensiero, è rimasto confinato, rispetto ad Einstein, in un àmbito più angusto. Certo, Einstein è stato uno dei pionieri della teoria dei quanti, anche se, a mano a mano che questa teoria andò sempre più affermandosi, egli, che pure si era formato alla scuola empiristica di Hume e di Mach, manifestò sempre più apertamente le proprie riserve nei confronti delle tendenze statistiche e probabilistiche dominanti in tale teoria, nei confronti della critica, in essa contenuta, del concetto di causalità e nei confronti delle tesi sull’incertezza delle predizioni e sulla perturbazione dovuta all’osservazione, che generavano indifferenza verso quella descrizione totale e verso quella interpretazione universale dei fenomeni a cui tendevano invece le teorie einsteiniane della relatività generale e del campo unificato. D’altra parte, ben difficilmente potremmo ravvisare nell’opera di Einstein i caratteri della classicità, ossia qualcosa che per la nostra cultura e per la nostra civiltà è insostituibile e inesauribile, se non tenessimo presente che la sua consapevolezza, frutto della lezione di Galileo e di Newton, secondo cui esiste una realtà da spiegare non costruita dalla mente ma da essa conoscibile, si è fusa con l’idea direttrice, frutto della lezione di Kant, secondo cui la scienza senza la filosofia è cieca e la filosofia senza la scienza è vuota.

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