02 luglio 2006

"L’uomo che piantava gli alberi" di Jean Giono

di Lagi

“Perché la personalità di un uomo riveli qualità veramente eccezionali, bisogna avere la fortuna di poter osservare la sua azione nel corso di lunghi anni. Se tale azione è priva di ogni egoismo, se l’idea che la dirige è di una generosità senza pari, se con assoluta certezza non ha mai ricercato alcuna ricompensa e per di più ha lasciato sul mondo tracce visibili, ci troviamo allora, senza rischio d’errore, di fronte a una personalità indimenticabile”.

E’ così che inizia questo libricino che si legge in poco più di un’ora, e che narra la storia di un incontro: quello tra Jean Giono e un pastore, tranquillo e solitario, dal procedere lento, che viveva con il suo cane e le pecore tra cime poco conosciute ai turisti, “in quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza”.

Un incontro felice, che ha portato Giono a scrivere un racconto che assomiglia ad una favola, e che vuole mandare un messaggio profondo, di pace, di attenzione al lavoro onesto, di attaccamento alla vita e ritorno alla natura.

E’ breve questa storia, 40 pagine comprese le illustrazioni, che narrano di silenziose conversazioni tra Jean e il pastore Elzéard: quest’uomo così chiuso, riservato, che passava tutto il suo tempo ad accudire le sue pecore. E a raccogliere ghiande.
“Ne raccoglieva sempre un mucchio abbastanza grosso, le divideva in mucchietti da dieci, eliminando i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati. Quando arrivava a cento ghiande perfette, si fermava”. Poi, lasciato il piccolo gregge in guardia al cane, e, arrivato dove desiderava, piantava nel terreno un’asta di ferro della grossezza di un pollice e lunga un metro e mezzo. “Faceva così un buco nel quale depositava una ghianda, dopodiché turava di nuovo il buco. Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva, non gli interessava conoscerne i proprietari”. Da 3 anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati oltre centomila.

Dopo 10 anni e una guerra, Jean tornò a trovare il pastore, che nel frattempo aveva cambiato mestiere e si occupava di alveari. “Le querce avevano adesso 10 anni ed erano più alte di me e di lui. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima”. Quella foresta, cresciuta dove mai nessuno avrebbe immaginato, nel 1935 fu messa sotto la tutela dello Stato.

Nacquero nuove fattorie, e la gente incominciò a trasferirsi da quelle parti. Dove prima c’erano solo deserto e rovine, adesso vivevano spensierati giovani e meno giovani.

E’ così che questo uomo semplice, lontano dal mondo, con un unico impegno, quello di piantare alberi, è riuscito, da solo, a rendere abitabili terre incolte e difficili. Più di 10.000 persone devono la loro felicità a questo uomo schivo, onesto e felice di ciò che faceva. Semplicemente straordinario.

“Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole” – Jean Giono.

(L’uomo che piantava gli alberi, Giono Jean, Edizioni Angolo Manzoni, p. 80 illustrate, euro 9 , 2003)

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