19 giugno 2006

Il Duecento letterario italiano

Nota enciclopedica
E’ alla corte di Federico II di Svevia, come noto, che si può per la prima volta parlare di una scuola poetica italiana, sia pur nell’ambito di una volgarizzazione colta della lingua latina. Per i siciliani della corte federiciana, tuttavia, la lirica era una semplice fonte di svago, di evasione, per nulla lontana, almeno dal punto di vista stilistico, dalla cultura poetica provenzale e dalla tradizione trobadorica, della quale risultava anzi essere una riduzione tematica. Nei siciliani, che erano notai, funzionari e magistrati di corte, la lirica era infatti ristretta all’amore cortese, volutamente lontana dunque dagli argomenti politici e satirici tipici dei rimatori provenzali precedenti, nonché di quelli dei poeti toscani a loro immediatamente successivi.

Sono ben note le corrispondenze epistolari ed i legami professionali tra i poeti della corte siciliana e quelli dei primordi della scuola toscana che seguì le sue orme, come ad esempio le lettere tra Mazzeo di Ricco da Messina ed il ben più noto Guittone d’Arezzo, o la circostanza per la quale il siciliano Jacopo da Lentini (l’inventore del sonetto) fu di professione notaio, esattamente come Jacopo da Lèona, poeta toscano molto stimato a suo tempo, come Pier Della Vigna, consigliere di Federico II o come il pressoché sconosciuto Bonagiunta Orbicciani da Lucca, il vero e forte anello di congiunzione, assieme al fiorentino Davanzati, fra la lirica siciliana e quella che portò allo stilnovo.

Il nuovo arricchimento tematico, di cui Guittone si fece precursore, nacque però come spesso accade, da circostanze storiche. E’ la crisi comunale di Arezzo, infatti, con la costituzione della Signoria, a far riemergere definitivamente le argomentazioni politiche nelle rime dell’Aretino, nonché, per ragioni analoghe, in quelle del pisano Pinuccio dal Bagno, addirittura più raffinato, più filosofo di Guittone se ci riferiamo, appunto, al solo argomento politico.

Siamo certo ancora piuttosto lontani, proprio perché non si era ancora compiuto il salto di qualità apportato dagli stilnovisti, dalla musicalità e dal rigore formale che caratterizzeranno la Commedia di Dante, il primo capolavoro della nostra letteratura. Proprio a proposito della Commedia tuttavia, una lettura un poco più approfondita della poesia duecentesca mette in evidenza aspetti poco conosciuti dei contenuti ivi trattati. L’oltretomba è, infatti, tema ampiamente considerato dai rimatori del XIII secolo, i quali posso essere a tutti gli effetti considerati dei precursori di Dante. Qualcuno sostiene addirittura che l’Alighieri li avesse ben presenti all’atto della stesura del grande poema (assieme ai grandi classici), cosa del resto non solo verosimile, ma compatibile cronologicamente, perché essi si collocano, per lo più, giusto alla fine del Duecento.

Un esempio notevole di rimatore delle tematiche infernali e paradisiache è, infatti, Giacomino da Verona, che prende spunto dalla letteratura francescana per comporre in rima la descrizione dell’oltretomba attraverso due componimenti: il “De Jerusalem Celesti” ed il “De Babilonia civitate infernali”: una descrizione dell’Inferno in volgare veneto.

Più ancora di Giacomino bisogna ricordare il più grande poeta milanese del tempo, Bonvesin da la Riva, la cui opera principale, “Il libro delle tre scritture”, è un componimento che descrive anch’esso l’aldilà, in tre sezioni: il “De scriptura nigra”, il “De scriptura rubra” e il “De scriptura aurea”.
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Autore: A di Biase
Revisioni: 31 ottobre 2008
Fonti: La letteratura italiana (diretta da E. Cecchi e N. Sapegno)- Vol. I - Edizione Corriere della Sera -2005
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