15 giugno 2006

Clemente Rebora, allodola di Dio

di Augusto da San Buono

Clemente Rebora, un grande poeta da riscoprire, ”un autore ancora per pochi”, diceva Giovanni Raboni. E se ne rammaricava. Quei pochi sono coloro che non hanno un’ideologia dichiarata, ma contenuta, “come un oggetto”. Ad esempio, la poesia di Pasolini sta all’opposto, e dice soprattutto ciò che dice; non è un vero discorso poetico, ma ideologico. Quello di Rebora è invece “polisemia” della grande lirica.
Teso al cielo per il quale è fatto, ma legato alla terra, il poeta è un’allodola che canta l'elegia dello schiavo consapevole. E ogni slancio verso il cielo della felicità pare destinato a ricadere dolorosamente al suolo:

“O allodola, a un tenue filo avvinta,
schiavo richiamo delle libere in volo,
come in un trillo fai per incielarti
strappata al suolo agiti invano l'ali”.

Le parole della sua poesia, continua Raboni, “continuano a significare qualcosa che hanno già significato prima, segnate come sono, anzi “deformate” da un uso anteriore, tratto che si trova, peraltro, nello stesso eccellente poeta milanese da poco scomparso”.

“Sul piano del linguaggio poetico,- osserva l’ottimo Antonio Stanca - l'aritmicità strofica, l'assunzione eccentrica di un lessico composto, sforzato a esprimere concetti inusitati nella tradizione letteraria italica (ad esclusione della concitata scrittura iacoponica) imprimono al messaggio ecumenico di Rebora il ritmo di una meditazione sconvolgente. Ma “non è confinabile nell'ambito della produzione poetica di matrice religiosa e cattolica, di cui del resto testimonia la forza e vitalità all'interno della regione italica. E’ un poeta della contemporaneità, capace di interrogare il mondo e che ci interroga, di gettare un ponte tra visibile e invisibile, tra fisica e metafisica e da questo punto di vista accostabile a Hopkins, Eliot. Un "reborismo" presente anche in altri autori successivi come Pasolini, Luzi, Turoldo. Nella sua ricerca dell'essenziale, opera alla radice e all'origine della parola umana. Biograficamente si chiude, si mura vivo, ma continua a cercare drammaticamente le parole che dicano l'illeggibile della realtà”.
Ed allora eccoci ancora una volta a rifare le gerarchie letterarie del Novecento, a ridipingere, ”nella penombra della fiamma”, un passato leggendario che non è mai esistito veramente come lo raccontiamo, o come ce l’hanno fatto credere, un passato in cu ”l’amore – scriveva Rebora - “ pareva cosa umana” e la natura faceva dolce corteggio al passaggio lieve di un’umanità in pace. I sensi “facevan le fusa, e zampilli i pensieri“, mentre i suoni degli animali, e il vento con le piante, e il mare con l’onda lunga di risacca, si armonizzavano in un “misterioso concerto”. Ma quella vita in cui il mare andava incontro alle notti e gli alberi erano fatti d’aria, e la luna si scioglieva nel sereno, e tutte le ragazze erano più belle, gli uomini miti, i bambini giocavano felici, e le rose dell’aria fiorivano nelle strade, era un’invenzione della nostra fantasia; era lontano, solitario e crudele, qualcosa di sottilmente minaccioso. Era il doppiofondo della notte, la luce “inesplosa” del Sottotenente Clemente Rebora che sta sul Carso, in attesa dell’annullamento di se stesso, purchè finisca la guerra.
Che venga pure una pallottola e lo colpisca al cuore. Non ne può più di stare come i topi in attesa che tutto affondi. Viene ferito alla tempia dallo scoppio di una granata e ne rimarrà per sempre segnato. Lui sa, ha sempre saputo che, sotterrato sotto un suolo di paradiso, c’è un inferno di metallo e di morte, che aspetta gli uomini incoscienti per donare loro le sue fiamme devastatrici e la morte. E con quella infausta guerra fu ancora strage degli innocenti, il primo frutto portato dall’Incarnazione di Dio. Questo l’avrebbe ricordato molto più in là, Clemente, al momento dell’innamoramento di Cristo:

…ammiccando l'enigma del finito / sgranavo gli occhi a ogni guizzo;
fuori scapigliato come uno scugnizzo, / dentro gemevo, senza Cristo.

Clemente Rebora era nato a Milano, nel 1885, da una laicissima famiglia di origine genovese: il padre, che era stato con Garibaldi a Mentana, tenne il ragazzo ben lontano dai preti verso cui nutriva una grande diffidenza, lontano dal pericolo di esperienze religiose che gli avrebbero infrollito la mente e il corpo . Lo educò agli ideali mazziniani e progressisti, tanto in voga fra la borghesia ambrosiana del tempo.
Dopo il liceo, il giovane frequenta medicina per un anno a Pavia, ma non è questa la sua strada. Passa a Lettere: l'accademia scientifico letteraria di Milano - presso la quale si laurea - era un ambiente pieno di fervore creativo. Rebora incontra condiscepoli di grande ingegno, con i quali intrattiene appassionanti conversazioni.
Intraprende poi l'attività d'insegnante. La scuola è per lui luogo d'educazione integrale, per formare uomini pronti a cambiare la società; e proprio con articoli di argomento pedagogico comincia a collaborare a "La Voce", la prestigiosa rivista fiorentina per la quale scrivono Sbarbaro, Onori, Jahier e narratori quali Boine e Slataper («gente che - avverte Gianfranco Contini - sentiva l'esigenza religiosa ... »). Pensa un'arte come testimonianza nuda, autentica, magari polemica, sempre carica di tensione morale ed esistenziale. Come quaderno de "La Voce" esce nel 1913 la sua opera prima: i Frammenti lirici. Il successo è immediato.

Il mio canto è un sentimento /che dal giorno affaticato
le ore notturne stanca: /e domandava la vita.

Alla fine di quello stesso anno conosce Lidya Natus, un'artista ebrea russa: nasce fra loro un affetto che li lega fino al 1919.
Ma dopo la tragica esperienza della prima guerra mondiale, Rebora entra nel tunnel della depressione, che sembra senza vie d’uscita, una crisi profonda, totale, tormentosa, senza remissioni, senza tregua. Solo alla fine, quando tutto sembra disperare, troverà l’antica strada del cattolicesimo cristiano.
Nel frattempo torna, faticosamente, all'insegnamento, optando per le scuole serali, frequentate da operai: da quel popolo semplice che egli, con slancio umanitario, ama. Si autoimpone un regime di vita molto austero, devolvendo gran parte dello stipendio ai poveri e spesso ospitandoli in casa. Appare a molti come una specie di santo laico. Ormai è in costante attesa di Dio. Lo si evince dai Canti anonimi:

…non aspetto nessuno: fra quattro mura /stupefatte di spazio /più che un deserto
non aspetto nessuno: /ma deve venire; /verrà, se resisto,
a sbocciare non visto, /verrà d'improvviso, /quando meno l'avverto

Nel 1936, superati i cinquantanni, Rebora diventa sacerdote rosminiano. E la sua poesia, maturata e sofferta sotto il segno di una cupa problematica esistenziale, da poesia urto e contrasto, da poesia realtà, poesia mondo, diviene poesia di fede, ricerca di verità, ansia di certezze assolute – “urge la scelta tremenda/dire si’, dire no/ a qualcosa che so”.
Dall’esordio con frammenti lirici, tra i frantumi di Boine e i trucioli di Sbarbaro, il nucleo poetico puro di Rebora, sostanziato di autobiografia vissuta, registra inquietudini e tensioni individuali e generazionali, dolenti nodi etici ed esistenziali all’alba del nuovo secolo. In questo periodo «la sua poesia appare lacerata da un’inquietudine profonda, dal senso di un’inadeguatezza radicale rispetto al mondo com’è e agli uomini come mostrano di vivere. Egli ha intuito la sproporzione tra il comune operare umano e l’ansia delle domande sul senso dell’essere e dell’esistere».
Ma a ben vedere è tutta religiosa- in senso lato - la poesia di Rebora (anche quella che precede la conversione) e nei “frammenti lirici” , e ancor più nei “Canti anonimi”, il senso religioso si esprime proprio come “sproporzione” che evolve in “domanda” di totalità, mentre gli attimi che scorrono sono come una morsa funerea che aggredisce brandelli di gioia.
Nitidamente il poeta lo ricorderà nel Curriculum vitae:

/l’infinito anelando, udivo intorno /nel traffico e nel chiasso, un dire furbo: /Quando c’è la salute c’è tutto, /e intendevan le guance paffute, /nel girotondo di questo mondo…

Al cuore, fatto per l’infinito,
/non basta il buon senso, /la salute - epidermico colorito sulle guance;

gli è piuttosto necessario il Senso ultimo, la Salvezza…

Qualunque cosa tu dica o faccia /c’è un grido dentro: /non è per questo, non è per questo! E così tutto rimanda /a una segreta domanda...

Ordinato sacerdote, per un ventennio don Clemente spende le proprie energie in mezzo a poveri, malati, prostitute. Colui che camminando tra le tante parole (magari poetiche) si era imbattuto nel Verbo che si è fatto carne, ora non ha più bisogno di scrivere: la parola fa spazio all'azione di carità. Solo negli ultimi anni di vita, malato nella carne, tornerà alla parola poetica: Curriculum vitae, autobiografia in versi, del 1955; Canti dell'infermità, del 1957, l'anno della morte di Rebora, che ci sembra ancora di vedere” vibrare al vento, con tutte le sue foglie, pioppo severo che spasima l’aria in tutte le sue doglie”, e prega e spera nell’ansia del pensiero.

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