15 giugno 2006

Rocco Scotellaro: il sindaco-poeta

di Augusto da San Buono

A Portici, 52 ani fa, il 15 dicembre 1953, alle otto e mezzo di sera, moriva Rocco Scotellaro, " poeta della libertà contadina”. A Tricarico, nella cupa e fonda provincia materana, c'è ancora oggi quella scritta, quella frase, ben impressa sulla soglia della sua casa. L’autore di quell’epitaffio era stato Carlo Levi, che ne fece un personaggio emblematico, con i suoi simboli e la sua mitologia. Della poesia di Scotellaro fece un quinto vangelo ad uso dei contadini, e di Rocco naturalmente il nuovo Messia del Sud. Organizzò personalmente il corteo funebre, con il grande antico lamento funebre delle donne lucane, che accompagnarono al cimitero del Basento il feretro di Rocco Scotellaro. Sembrava fosse la morte di un eroe greco, di Ettorre domator di cavalli, il più grande e nobile difensore di Troia, e disse: questo fanciullo dai capelli rossi, questo piccolo uomo del sud, ha fatto in pochi anni uno sforzo intenso e gigantesco, ha fatto quello che non era stato fatto per secoli e secoli. Per questo il suo fragile cuore di poeta contadino ha ceduto. E lui lo sapeva, lo presagiva.
"Fu come Sergio Esenin o Attila Joszef, - disse Montale - due dei più raffinati artisti della moderna poesia europea. Egli ha potuto lasciarci un centinaio di liriche che rimangono certo tra le più significicative del nostro tempo”.
Eppure la voce di Rocco Scotellaro, quella voce che è una delle ultime illusioni di poesia funzionale, civile e consolatoria, va perdendosi, nelle più remote lontananze. Rimane, a tutt’oggi, un poeta "emarginato" dai circoli culturali ufficiali e quasi sconosciuto dalle grande editorie del nord, sorvolato, tirato via come un neorealista dell'ultima ora. E anche lo stesso Levi, che l’amava, non riuscì, in vita, a fargli pubblicare nulla. All’Einaudi aveva contro un Pavese anti-terroni e la Ginzburg che, pur non avendo certi pregiudizi, non credette in Rocco. "Troppa rabbia e violenza nella sua poesia", disse.
Sì, è vero, c’è anche rabbia e violenza, un clima infuocato, un’anima geografica, insieme ad un forte e risentito accento aggressivo, come ha scritto qualcuno. Ma io vi domando: che cosa ci dovrebbe essere nella sua poesia? Lo zucchero e il miele per tutto quello che lo Stato non ha fatto per i cafoni del sud? Egli fa una rappresentazione epica del suo paese, un paese sperduto di appena ottomila abitanti che non sta neppure sulla carta geografica, eppure lui riesce a farci costruire un Ospedale, quando non ce l’avevano neppure città di cinquantamila abitanti. Nessuno prima di lui s’era immerso così profondamente dentro l’animo della gente contadina, sembra un Enzo Majorca negli abissi del mare contadino, un palombaro dello spirito che raccoglie tutto, sentimenti, frustrazioni, aspirazioni, fatica rabbia stenti e trasporta i contadini, i braccianti, i piccoli artigiani, i poveri, gli ultimi della sua terra verso quel mondo della libertà che sta davvero nascendo, grazie a lui, che ne è capo indiscusso e guida profetica. Levi si è dato un mucchio da fare per il sindaco-contadino, vedendo in lui in qualche modo il nuovo Cristo che non si ferma a Eboli; Rocco gli sembra quasi la proiezione dell’immagine di Piero Gobetti, suo grande amico e maestro. Certo, ne sottolinea le diversità di cultura e carattere, ma entrambi sono tesi alla conquista di spazi di autonomia e libertà, fuori di sé, negli altri e nel popolo. Oggi non potrebbe mai nascere uno Scotellaro nel Sud. Non c’è più l’humus … Mancano quei valori, quelle spinte, se vogliamo (perchè no?) quella rabbia, ma soprattutto è difficile trovare un cuore come quello di Rocco.
Quanto vale la sua poesia ?
Beh, non lo so però una cosa si può dire: non c’è una sola parola nelle poesie di Rocco che non venga dal suo cuore. E se vogliamo entrare nello specifico aggiungerò che la poesia in funzione di lotta, anzi la poesia “autre”, come dicono i francesi, ovvero quella poesia che sarebbe stata inventata, e osannata, specie in America, negli anni sessanta, Rocco l’aveva fatta lui, con il suo cervello e il suo povero disperato cuore, così pieno e denso da crepare a soli trent’anni, nella sperduta retrograda provincia meridionale.
Ha scritto un poeta dei nostri tempi: “Rocco Scotellaro è un rimprovero vivente per la poesia italiana, così vuota di senso ormai, avendo imboccato una strada ruffiana e formalista, svuotata di ogni energia e significato, dove la vita è fuggita urlando”. Lo stesso Nenni disse che sullo sfondo cupo della miseria, la poesia di Rocco acquistava un senso amaro, ma non esente dalla speranza. La speranza è nella lotta. E Scotellaro lottatore lo fu davvero, fin dalla sua nascita.

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