14 novembre 2019

COOPERATIVA SOCIALE – COMUNITA' ALLOGGIO AL CILIEGIO a cura di Miriam Ballerini

COOPERATIVA SOCIALE – COMUNITA' ALLOGGIO AL CILIEGIO

Non finirò mai di ringraziare il mio lavoro che mi permette di conoscere delle realtà preziose.
Ho avuto modo di entrare nelle stanze della comunità “Al ciliegio” a Vertemate (CO). Dovevo incontrarmi coi risiedenti e parlare, appunto, del mio lavoro di scrittrice.
Ovviamente non potevo non approfittare di questo incontro per parlare con loro, per confrontarmi e farmi un viaggio nel loro sentire.
La prima cosa interessante nella quale mi sono imbattuta è stata una targa appesa all'ingresso, una semplice frase: “Se si sentiranno amati saranno felici … la loro gioia dipende da noi”.
Più tardi, quando ho avuto modo di conoscere la responsabile, mi ha confidato che è sempre stato il suo modo di agire.
Sono salita al piano superiore dove già mi attendevano alcuni di loro: la comunità è suddivisa in due case in cui ci vivono persone con problemi mentali, oppure vari handicap.
Quello che sempre mi sorprende è l'accoglienza: la voglia di venirti incontro, di salutarti, di presentarsi. È come se subito aleggiasse una frase non detta: io ci sono, io sono.
Ci siamo seduti in circolo dopo un buon caffè offerto dalle operatrici che mi hanno aiutato e seguito durante tutto il tempo in cui sono rimasta. È sempre importante avere chi ti affianca, chi conosce i vari prolemi e, magari, può aiutarti in un tuo momento di difficoltà.
Perché la difficoltà era tutta mia, nel senso che, quando ho queste importantissime occasioni, pretendo da me stessa di riuscire a dare il meglio di me. Glielo devo.
Abbiamo parlato di tutto, dei loro lavori, dei loro passatempi, di come passano le giornate. Di quanto sia importante l'arte come terapia. Allora si colora, si scrive, si fotografa, si fanno gite.
Si scrive sul giornale della comunità; addirittura si fanno ricerche per il loro prossimo libro in cui hanno raccolto tante ricette e curiosità.
Li vedi tutti felici, contenti, appassionati.
Alcuni accennano la loro malattia, io non chiedo. Solo chi vuole parlarmene trova in me tutta la mia attenzione; ma io sono lì per quelle due ore, e non si parla di patologie, di problemi. Si parla di futuro, di presente, del loro e del mio sentire.
Accolgo sempre favorevolmente queste occasioni di incontro, perché mi pongo sempre quale tramite per parlare di cosa accade nelle stanze chiuse che ad alcuni fanno tanta paura; per far avvicinare le persone a queste realtà, realtà che appartengono ad ognuno di noi.
Non esiste un noi e un loro, in nessuna categoria, in nessuna situazione. Quello che accade a una persona, accade a tutta l'umanità.
Molti di loro non hanno famiglia, la loro famiglia l'hanno trovata lì, fra gli altri pazienti; fra gli operatori, la responsabile che, mi dicono: è la mamma di tutti noi.
Non mancano i litigi, i dispetti; chi vuole fare pace e chi no. C'è anche “Pierino la peste”!
Finisco la giornata; mi hanno fatto a loro volta molte domande, richieste argute, che richiedono non solo una banale risposta, ma che io davvero mi apra e mostri cosa c'è dietro il mio lavoro.
Insistono per farmi visitare la loro casa, tanti chaperons che orgogliosi mi mostrano i loro lavori, davvero bellissimi; le camere, la cucina, i salotti. I laboratori dove assemblano vari lavori.
Sono tornata a casa con tante e tante informazioni ed emozioni a girarmi per la testa.
Spero solo che, quel poco che ho fatto, li abbia ricompensati del tanto che mi hanno lasciato.

© Miriam Ballerini

A SPASSO PER IL MONDO di Gian Carlo Storti a cura di Miriam Ballerini

A SPASSO PER IL MONDO di Gian Carlo Storti

Anno edizione: 2014
Pagine: 142 p. € 10,62 Brossura EAN: 9788891084453
Un libro che, lo stesso scrittore, definisce come diari di viaggi. Scritto in prima persona e al presente. Con frasi corte, rapide, descrittive.
Questa raccolta, composta da 13 racconti, parla di viaggi che l'autore ha intrapreso nella propria vita, dal 1968 al 2013, a volte visitando gli stessi luoghi.
In questo libro ho trovato il senso vero del viaggio che, secondo me e, a quanto pare, anche secondo lo scrittore, non deve essere solo mero viaggio di piacere. Viaggiare significa soprattutto andare in paesi diversi dal nostro, avvicinarsi alla cultura, alle abitudine, alle diversità e alle uguaglianze altrui. Tutto ciò fa godere in un modo diverso della possibilità avuta di muoversi nel mondo, crescendo e imparando tantissime cose. Per prima è la mente che si apre e viaggia, che confronta, che conosce.
Storti è appassionato di politica e, anche nei viaggi, si raffronta spesso su questo tema.
E come accade tutto ciò? Nel modo più elementare che è a disposizione dell'essere umano: parlando con la gente. Chi in quel posto lavora, studia, vive.
Mi è piaciuto molto che ci siano delle note didattiche a fondo pagina, per chi abbia voglia di approfondire la conoscenza di una città, piuttosto che di una religione o altro.
Inoltre lo trovo un interessante trattato di storia contemporanea.
Storti parla della cortina di ferro, del muro di Berlino, visto quando ancora attraversava come una cicatrice la città, e dopo, quando è stato abbattuto.
Alcuni luoghi li ha visitati in compagnia dei soliti amici, a bordo di una 124 gialla, e li ha osservati con gli occhi di un ragazzo affamato di risposte, impegnato nel sociale e nella politica.
Per tornarvi poi da adulto, sposato, ma accompagnato sempre dagli stessi interessi.
Ho scritto alcune annotazioni mano a mano che procedevo nella lettura, come ad esempio la frase “A Berlino nessuno viene abbandonato dallo stato”. “L'occhio vigile dello stato francese ti concede quasi tutto, ma non l'amore di gruppo”. Oppure quando tratta del lavoro svolto dagli extracomunitari a Nizza, lavori che solo loro fanno, eppure alla gente “basta che stiano al loro posto”.
Storti si interessa molto agli ultimi, ai barboni, agli extracomunitari, questo l'ho molto apprezzato.
Parla anche delle diverse religioni. Mi è piaciuta particolarmente questa spiegazione che tratta della moschea: “Le donne partecipano, ma restano nelle ultime file, dietro gli uomini. Non so chi chiese all'interprete il perché di questa dislocazione logistica. L'interprete, apparentemente imbarazzato, rivolse la domanda al muezzin che rispose in tono tranquillo e con voce forte: - le donne pregano dietro gli uomini in quanto, diversamente, gli stessi uomini potrebbero essere invogliati a commenti e stimolazioni poco rispettose nei confronti delle donne, vedendo essi il loro deretano. È un modo di rispettare le donne”.
Storti ammette che “capire una città, anche se Europea, non è facile”. Bisognerebbe viverci per poterne assorbire ogni sfumatura, forse; o forse davvero basta l'impegno al confronto con chi sta lì, come ad esempio gli italo americani da lui incontrati a Philadelphia che gli hanno spiegato come si vive. O come si sopravvive quando la fortuna tanto sperata non è arrivata. Come sperassero nella riforma della sanità voluta da Obama, così che tutti potessero assicurarsi le cure necessarie.
E che dire della frase che fa da sottotesto al titolo, prima scritta in francese e poi in italiano: “Dans un monde ideal l'humanité n'existerait pas”. “Nel mondo ideale l'umanità non esiste”.
Perciò accontentiamoci di un mondo che non sia perfetto, ma che permetta a tutti di esistere.

© Miriam Ballerini

ERGASTOLO: SENZA SPERANZA L’UOMO PERDE LA SUA UMANITÀ a cura di Carmelo Musumeci

ERGASTOLO: SENZA SPERANZA L’UOMO PERDE LA SUA UMANITÀ.

  “Perché si limitano a tenerci vivi? Non abbiamo neppure un filo di speranza a cui appoggiarci. A stare in carcere senza sapere quando finisce la tua pena, ci vuole tanto, troppo, coraggio. Non si può essere colpevoli, cattivi e puniti per sempre. Nessuna condanna dovrebbe essere priva di speranza e di perdono. L’ergastolano se vuole vivere più serenamente deve sperare di morire prima del tempo.” (Dal libro “Nato colpevole” di Carmelo Musumeci, pubblicato e distribuito da Amazon)



     Da tanti anni sono un attivista per l’abolizione della pena dell’ergastolo, e del carcere, come solo luogo per espiare la pena.

“Antonio Cianci, l’ergastolano 60enne che tra il ‘74 e il ‘79 uccise un metronotte e 3 carabinieri, venerdì scorso, in permesso premio, ha tentato di ammazzare un anziano per rapinarlo, all’ospedale San Raffaele.” Quando accadono fatti di sangue come questo mi cadono le braccia e il cuore per terra perché immagino le reazioni di chi legge. Innanzitutto trasmetto tutta la mia solidarietà alla vittima dell'aggressione, ma subito dopo mi domando cosa ci stava a fare Cianci ancora in carcere, da 40 anni, per un reato commesso quando aveva 20 anni. E perché allora dicono che in Italia l’ergastolo non lo sconta nessuno?

Bisognerebbe riflettere anche sul fatto che con lui, e con la maggioranza di chi ci finisce dentro, il carcere non funziona e che il 70% dei detenuti che escono ritornano dentro.  La verità è semplice: il carcere, così com’è, non è la medicina ma, anzi, è la malattia.

Non voglio, nel modo più assoluto, cercare o trovare delle attenuanti ad Antonio Cianci, ma so che in ognuno di noi c’è il bene e il male e purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, un carcere cattivo e fuorilegge e una pena che non finisce mai tirano fuori il peggio delle persone.

Ho conosciuto Antonio Cianci negli anni ’80 e nel gergo carcerario fra noi detenuti si diceva che “quello con la testa non ci stava”, ma si comportava bene perché aveva imparato la lezione che al "sistema" non interessa che tu diventi bravo, ma solo che fai il bravo, anche perché se diventi davvero “buono” crei problemi all’istituzione. Una persona buona, infatti, difficilmente riesce a sopportare le ingiustizie del carcere, fatte su di sé e soprattutto sugli altri compagni.

Penso che prima del detenuto bisognerebbe educare il carcere all’umanità e alla legalità. Tutti sanno che il sistema carcerario è fuorilegge: istituti sovraffollati, fatiscenti e invivibili, condizioni igieniche sanitarie da terzo mondo, suicidi, morti sospette, ecc... Tutti sanno che il carcere è il posto più illegale di qualsiasi altro luogo, ma nessuno fa nulla. Ormai solo i delinquenti, o ex delinquenti, credono e si appellano alla legge, probabilmente perché è difficile accettare di essere in carcere per non aver rispettato la legge e poi dentro vedere che lo Stato e gli uomini dello Stato fanno peggio. Quei pochi detenuti che hanno il coraggio di rivolgersi al Magistrato di Sorveglianza (e questo coraggio lo pagano caro, ne so qualcosa io) spesso vengono additati ed emarginati dalle stesse istituzioni. Allora che fare per portare il carcere alla legalità? Bisogna educare i nostri politici al rispetto della legge (ovviamente senza sbatterli in carcere perché non c’è posto). E dato che nei 207 carceri italiani quasi nessuno rispetta le leggi internazionali, i trattati, le convenzioni europee, la nostra Costituzione, le leggi nazionali e il regolamento di esecuzione dello Ordinamento Penitenziario, denunciamo il carcere.

Tutti coloro che affermano di avere a cuore la legalità in carcere, compresi i detenuti, polizia penitenziaria, politici e quei parlamentari che una volta ogni mai visitano le carceri, denuncino pure alla Procura della Repubblica tutto quello che vedono e che accade nelle carceri in Italia.

Insomma, non solo con le parole, ma denunciamo il carcere con i fatti! Denunciamo che il carcere è un po’ di tutto fuorché un carcere, denunciamo che è un luogo crudele che gli uomini hanno creato e mal governano e che fa diventare i prigionieri più cattivi di quando sono entrati.



Per l’Associazione Liberarsi, Carmelo Musumeci

Novembre 2019

Presentazione a Belluno "Fuggire per non morire" di Paola Vismara

La Biblioteca delle migrazioni “Dino Buzzati”, l’Associazione Bellunesi nel Mondo e Progetto Aisha Belluno presentano: “Fuggire per non morire. La storia vera di un minore non accompagnato africano e cristiano”, di Paola Vismara; Curcu Genovese, 2019.
Appuntamento venerdì 15 novembre 2019, alle 20.30, presso la sala riunioni Abm (via Cavour 3, a Belluno – a 100 m. dalla stazione ferroviaria). Ingresso libero.
Introduce Gioachino Bratti, Presidente del Comitato di gestione della Biblioteca delle migrazioni “Dino Buzzati”; sarà presente l’autrice.

Il libro
La storia di René (nome di fantasia per ragioni di sicurezza) è incredibilmente drammatica, toglie il fiato. Un ragazzo che non ha mai sognato, né pensato, né deciso, né voluto venire in Italia. Eppure ci è arrivato, nel maggio 2016, a soli 17 anni, costretto da un susseguirsi di fatti inimmaginabili, quasi assurdi ma terribilmente veri, per i quali lui non ha alcuna colpa né responsabilità. Il libro entra nelle pieghe nascoste del cuore di un ragazzino che nel 2013 si vede crollare il mondo addosso: uno sconosciuto lo avvicina insinuandogli il dubbio che suo padre non è il vero padre… Costretto a sottoporsi a ritualità “magiche” che lui rifiuta, non ha scampo: chi avrebbe dovuto difenderlo si accanisce contro di lui. Minacciato e bastonato, non ha altra soluzione: fuggire per non morire! Dopo mesi trascorsi come “bambino di strada”, dopo incontri con persone “buone” che saranno uccise o lo spingeranno ad andarsene via, si ritroverà in mano ai trafficanti di uomini, attraverserà il deserto del Ténéré, arriverà in Libia, lavorerà e perderà tutto, soldi e lavoro, ma resterà in vita. Attraverserà il Mar Mediterraneo e tutta l’Italia, da Sud a Nord, fino a Bolzano. E qui la vita ricomincerà, colma di speranza. La storia di un “minore straniero non accompagnato”, uno tra le migliaia che partono, arrivano e talvolta scompaiono! Ma è anche una storia di coerenza con la propria fede cristiana. Una storia di accoglienza ben riuscita, una promessa di vita piena. In questo periodo in cui l’Italia si trova divisa tra chi rifiuta e chi accoglie, questo libro è una provocazione che spinge ragazzi, giovani e adulti a riflettere: se tutto questo fosse successo a me?
L’autrice
Nata nel 1959 in Lombardia, alla fine del 1983 raggiunge l’Africa francofona per la prima volta (Repubblica Centroafricana e Ciad). A causa della guerra civile, ritorna in Italia e studia Arabo e Islamistica, conseguendo nel 1987 la Licenza al PISAI (Pontifici Istituto Studi Arabi e Islamistica, Roma). Parte per il Sudan/Darfur dove rimane dal 1989 al 1994 come missionaria; rientra in Italia e studia l’inglese come autodidatta. Nel 1996 ritorna in Sudan (Upper Nile) dove svolge diversi compiti per la poverissima Diocesi di Malakal fino al 2002. Nel marzo 2003 si stabilisce a Bolzano e inizia la sua ‘missione’ nella Diocesi, per cui svolge diversi incarichi: organizzare la “Pastorale Immigrati” (fino ad oggi); dal 2006 al 2017 è vice-direttrice di Missio-Centro Missionario Diocesano; da settembre 2017 è ‘Referente di settore’ nell’Ufficio Pastorale unificato, occupandosi delle varie fragilità umane. Dal 2003 ad oggi ha viaggiato nell’Africa anglofona, sempre appoggiata dai missionari: Tanzania, Kenya, Sud Sudan, Etiopia, Uganda, Zambia, Malawi. “Fuggire per non morire” è il suo primo libro.
Per informazioni:
Tel. 0437 941160
email: biblioteca.migrazioni@bellunesinelmondo.it
Facebook: bibliotecaemigrazione


10 novembre 2019

Umberto Lucarelli, Tommaso Spazzali a Milano

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Trent’anni fa, quando cadde il muro di Berlino di Antonio Laurenzano

Trent’anni fa, quando cadde il muro di Berlino
di Antonio Laurenzano

9 novembre 1989: una data storica che rivive nelle coscienze. Quel giovedi di trent’anni fa, dopo oltre 28 anni, cade il muro di Berlino che dal 13 agosto 1961 aveva di fatto tagliato in due non solo una città, ma un Paese, un Continente. Cadeva uno dei simboli della guerra fredda, la “cortina di ferro”, il simbolo della divisione del mondo in due blocchi politici, economici e militari contrapposti: quello americano sotto l’egida della Nato e quello sovietico sotto l’egida del Patto di Varsavia, l’alleanza tra gli Stati comunisti segnata dal terrore del regime.
Per l’opinione pubblica mondiale la costruzione del “muro della vergogna” fu uno shock, accettato colpevolmente dalle cancellerie occidentali per “salvaguardare la stabilità dei due blocchi in Europa”. Solo dopo, quando le conseguenze della brutale divisione della Germania diventarono sempre più evidenti nella loro drammaticità, si registrarono le prime reazioni. Famosa è rimasta la visita a Berlino del Presidente americano J.F.Kennedy che pronunciò in lingua tedesca, davanti a migliaia di berlinesi, la storica frase: “Ich bin ein Berlinen”, “Anche io sono un abitante di Berlino”.
Parole suggestive che non servirono però a rimuovere una delle più grandi vergogne della storia del XX secolo: 43 Km di muro che separavano Berlino Est da Berlino Ovest. Lo sbarramento che chiudeva ermeticamente il resto della RDT, la micidiale “striscia della morte”, aveva una lunghezza di circa 112 Km e un’altezza di oltre tre metri e mezzo. Drammatico è stato il contributo di sangue a questa follia: 130 i cittadini dell’Est in fuga verso la libertà uccisi dal fuoco dei soldati di frontiera della Germania comunista, gli spietati VoPos. Altri annegarono tragicamente nelle fredde acque del fiume Sprea che tagliava gli sbarramenti.
La svolta la sera del 9 novembre 1989: il muro si sgretolava sotto le pacifiche picconate di migliaia di persone, a seguito della “revoca delle restrizioni per i viaggi all’estero” annunciata in diretta tv, nel corso di una conferenza stampa, da Gunter Schabowski, alto funzionario di partito nella RDT. Le lacrime e gli abbracci dei berlinesi ricongiunti sotto lo stesso cielo suggellarono l’atto finale della implosione comunista, la dissoluzione dell’Unione sovietica propiziata dalla perestrojka di Michail Gorbaciov. Con la caduta del muro venne restituita la libertà e la dignità a milioni di persone. I Paesi del blocco comunista tormarono nella comunità dell’Europa dell’umanesimo. Dal totalitarismo alla democrazia. Fu il riscatto di intere popolazioni da una lunga oppressione.
Dopo anni di violenta divisione, per la Germania l’anno zero, la “wende”. La “rivoluzione di velluto” fu il preludio della riunificazione tedesca. Un’operazione politica fortemente osteggiata dall’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher e, inizialmente, dal presidente francese Mitterand per i quali le ombre del passato non erano ancora fugate. Lo stesso nostro ministro degli esteri del Governo Craxi, Giulio Andreotti, con la consueta sottile ironia affermava: “Amo così tanto la Germania che ne voglio due.” Una Germania unita, un gigante egemone al centro dell’Europa faceva nuovamente paura. Per tutti prevalse la realpolitik: diffidenze, dubbi e timori si dissolsero dinanzi al disegno della moneta unica che in quegli anni andava prendendo forma. In cambio della rinuncia al marco e del sostegno all’euro da parte del Cancelliere Helmut Kohl, instancabile artefice dell’operazione, cadde ogni riserva sul processo di riunificazione tedesca che si concluse formalmente il 3 ottobre 1990, con generale soddisfazione di tutti i partner europei nella prospettiva di un’Europa più forte sullo scacchiere internazionale.
In un rinnovato clima di forte tensione morale, la Germania, ai piedi della storica Porta di Brandeburgo, celebra il Trentennale della caduta del muro. Il tutto per raccontare i cambiamenti sociali e architettonici che hanno interessato la grande metropoli tedesca (3,8 milioni di abitanti) negli ultimi trent’anni, tornata ad essere dal 20 giugno 1991 capitale di un Paese testimone di uno degli eventi più importanti del XX secolo che ha cambiato profondamente l’Europa e gli equilibri mondiali.
Ma la “storia del Muro” ha insegnato qualcosa a quei Paesi dell’Est impegnati a ricostruire muri e recinzioni nel segno di anacronistiche divisioni? Il timore è che la miopia storico-politica di qualche novello “padre della patria” possa alimentare pericolosi rigurgiti nazionalistici e riesumare i tristi fantasmi del passato. Una brutta pagina di storia del Vecchio Continente. La libertà dei popoli non può essere barattata in nome di illusori sovranismi!






08 novembre 2019

L'immortalità della Questione Meridionale di Angelo Ivan Leone

L'immortalità della Questione Meridionale di Angelo Ivan Leone 



L'ultimo fuoco sul caso Ilva di Taranto è apparso come una sorta di falò volto a spegnere tutte le inutili parole, gli slogan senza senso e le assurde manie di questa nostra attuale classe politica. A dispetto di una inesistente questione settentrionale il potere in Italia deve interrogarsi sul come fare a risolvere l'altra questione, quella vera, la questione meridionale. Dinanzi a questa dannata questione che è questione costituente dello stesso apparato politico statale italiano non si riesce a trovare nulla di concreto se non il classico aiuto dello straniero che poi si risolve come il caso Ilva sta a dimostrare. Ebbene se l'Italia ha ancora un senso il governo non ha che una strada dinanzi a se non piegarsi a nessun ricatto e arrivare anche a statalizzare l'Ilva per dimostrare una cosa semplice e chiara: essere ancora capaci di essere una nazione. Se non lo fa e continua a traccheggiare la bomba sociale generata da questo ultimo fuoco finirà, fatalmente, per deflagrare. Le conseguenze saranno responsabilità di chi oggi poteva e doveva ma non ha fatto.