14 dicembre 2018

Dare pace alla terra a cura di Angelo Ivan Leone

DARE PACE ALLA TERRA
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur
Per rischiarare quella che Sir Basil Henry Liddell Hart nel suo capolavoro “storia di una sconfitta” chiama giustamente la “nebbia della guerra” cerchiamo di diramare alcune questioni che costuiscono, per l’appunto, la “nebbia della guerra” che ha sconvolto il nostro mondo dal 2001, in poi. – il problema mediorientale viene da lontano, ossia dalla divisione del ex impero ottomano da parte delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale e sto parlando sostanzialmente di Regno Unito e della Francia che hanno agito secondo la famosa e sempiterna tattica del divide et impera. Basterebbe, per avere una riprova di questa tesi, guardare a quanti microstati sono stati creati appositamente per scongiurare l’emergere di una potenza leader nell’area in questione.
Mi riferisco, in particolar modo, al Libano fatto apposta per indebolire la Siria e negarli un più vasto accesso sul mare, al Kuwait che è la negazione palese dell’accesso sul mare all’Iraq, ai tanti microstati del EAU per mettere la zeppuccia all’alleato di sempre degli USA, alleati si ma con “juicio”, avrebbe detto il Ferrer di Manzoni, ossia all’Arabia Saudita. – Questa politica del divide et impera, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, è diventata politica della pura ingerenza e della pura invasione europea di quel mondo con la creazione, per volere britannico e statunitense, dello Stato di Israele. Naturalmente nessuno, e io meno che mai, vuole negare agli ebrei il diritto ad avere un loro Paese, ma è pur vero che gli arabi hanno sempre sostenuto, con tutte le ragioni del mondo, che nessun arabo aveva mai gasato un ebreo. Se la storia rispondesse ad una giustizia ideale Israele, infatti, doveva essere creato in Germania, e lo sanno solo gli dei quanto questo mi avrebbe reso contento, ma la storia, purtroppo o per fortuna, risponde agli uomini e gli uomini ebrei volevano tornare nella Terra Promessa dei padri: la Palestina.
L’aiuto americano in tutta la nascita, la creazione e la difesa di Israele ha fatto si che la visione di un Occidente invasore avesse una costante riprova che è difficilmente smontabile, storicamente parlando, e che da modo al terrorismo islamico di avere sempre una sua giustificazione o, meglio ancora, una sua ragione ideale, almeno fino a quando non sarà riconosciuto lo stato di Palestina. Che poi questo stato non lo vogliano, o non si siano dati la pena di crearlo, gli stessi stati arabi come la Giordania che, detto tra parentesi, ha gli stessi colori della bandiera della Palestina ed è la Palestina storica o l’Egitto quando avevano rispettivamente: la Cisgiordania e la striscia di Gaza e che, anzi, questi stati abbiano sterminato anche loro, e mi riferisco specificatamente alla Giordania, i palestinesi, si ricordi il famoso massacro del Settembre Nero, non giustifica l’Occidente nel suo colpevole ritardo verso la creazione dello Stato di Palestina.
La creazione dell’entità statuale in Palestina sarebbe stata, aldilà di un opera di giustizia resa alla storia, anche la migliore arma per sconfiggere il terrorismo e il fondamentalismo islamico nelle sue ragioni storiche e ideali e questo lo avrebbe reso molto più debole rispetto a tutti i bombardamenti aerei e le invasioni terrestri del passato, presente e futuro. – Infine questi macroscopici errori sono divenuti cronici e hanno lacerato completamente il legame che c’è tra mondo islamico e mondo occidentale e nello specifico al mondo europeo e, ancor più in particolar modo, mediteranneo (e basterebbe guardare alla Spagna del sud e alla nostra stessa bellissima e sublime Sicilia per vederlo tutto questo legame) dal 2001 in poi. Dal 11 settembre, infatti, l’Occidente, accuratamente rimbambito dalla propaganda guerrafondaia americana, ha scelto deliberatamente di invadere l’Afghanistan prima e l’Iraq poi per creare degli stati fantoccio completamente corrotti che hanno, se fosse stato possibile, addirittura abbassato, le nostre già bassissime quotazioni in seno all’opinione pubblica araba.
Questo perché siamo stati visti innanzitutto come degli invasori, come era naturale che fosse, ma, inoltre, anche come chi andava a portare il caos, la corruzione e l’inefficienza, nonché il disordine e la precarietà in realtà che prima erano stabili. A tutto questo si è cercato di rispondere dicendo propagandisticamente che gli occidentali avevano combattuto per la democrazia e per la fine delle dittature. Questo argomento è uno dei più logori e stantii della nostra propaganda e di quella americana in primis. Ora, aldilà che una nazione che ha aiutato, ed è storicamente provato, un boia sanguinario come Pinochet a prendere il potere in barba ad un governo legittimo e democratico come quello di Salvador Allende, dovrebbe almeno avere la decenza di tacere quando si parla di aiutare gli altri ad uscire dalle dittature, non si può sapere perché se volevamo aiutare gli arabi a farla finita con le dittature non siamo andati a fermare la dittatura di Erdogan, prima di quando siamo andati in Iraq o Afghanistan? o degli stessi invasati figli di Khomenini o, meglio ancora, proprio dei teocratici Sauditi che sono l’espressione più retriva dello stesso Islam? Naturalmente questa propaganda che noi smontiamo con semplici ragionamenti gli arabi l’hanno vista come un pugno allo stomaco.
Pugno nello stomaco anche per quegli arabi che credevano nei valori della democrazia per come l’abbiamo sviluppata in Occidente. A quegli arabi e di quegli arabi i nostri governi se ne impipano. Non capendo che, se quando vince la democrazia come è avvenuto in Egitto e vincono i fratelli musulmani, dopo la primavera araba, e noi aiutiamo l’esercito a fare un colpo di stato perché i fratelli musulmani non piacevano a noi, e men che mai, naturalmente, ad Israele, noi rendiamo a loro il peggiore servigio possibile. Questo perché la stessa democrazia, che già di per se stessa, viene vista come un prodotto di colonizzazione culturale occidentale diviene una vera burletta farsesca, se quando vince qualcuno che non ci sta bene noi facciamo rovesciare la stessa democrazia aiutando un golpe. La libertà è la nostra stella guida, dicono in molti, qui in Occidente. Ebbene, con questo ultimo madornale errore geopolitico, noi siamo andati a sfregiare proprio quella libertà che ci dovrebbe essere da faro e di cui l’America si fa vanto di esserne addirittura il Paese, facendo capire a tutti chiaramente che la libertà vale solo per noi.
Un po’ come l’Atene di Socrate e Pericle che, non a caso, perse contro la retriva Sparta, dipinta dalla storiografia marxista, spesso e volentieri, come l’anticamera del nazismo, senza chiedersi come mai questo mostro di retrogradi vinse contro la patria della democrazia. Per far si che ci si possa fidare della nostra libertà, forse, dovremmo andare a rileggerci quel celebre passo di Rosa Luxemborg in cui si dice che la libertà è essenzialmente quella degli altri. Ecco, a mio parere, se riusciremo a capire le ragioni degli altri, partendo da questi dati di fatto, forse avremo vinto il terrorismo islamico senza che si faccia nessuna stupidissima e fottutissima guerra dove a morire, da una parte e dall’altra, saranno, come sempre, i poveri e i figli dei poveri.

11 dicembre 2018

RACCONTI DI PROVINCIA DI VINCENZO D’ALESSIO a cura di Vincenzo Capodiferro


RACCONTI DI PROVINCIA DI VINCENZO D’ALESSIO
Vicende antiche e recenti che narrano la straordinaria quotidianità di personaggi tipici e senza tempo”

Racconti di provincia”, è una raccolta narrativa di Vincenzo D’Alessio, edita da Fara, Rende 2018. Conosciamo bene Vincenzo D’Alessio, più volte recensito in questo sito, di Solofra, fondatore, tra l’altro, del Premio Città di Solofra, nonché del gruppo culturale e casa editrice “Francesco Guarini”. Vincenzo è un intellettuale non solo meridionale e meridionalista, ma universale, in quanto ha toccato diversi e profondi temi culturali, ed è stato sempre impegnato su vari fronti nella guerra della cultura, dall’archeologia alla storia, dalla poesia alla narrativa. Tra le ultime sue raccolte poetiche, recensite anche in questo sito, ricordiamo. “Immagine convessa” (Fara 2017) e “Dopo l’inverno” (Fara 2017). Anche quest’ultima opera - Racconti di provincia - esce votata al concorso Narrapoetando. Vincenzo soprattutto per noi è un padre ed un amico sincero, una guida che ci ha scortato nel comune sentiero dei paesi del sud, del cuore del sud: l’Irpino-Lucania. Scrive il giurato Angelo Leva: «I racconti sono storie brevi, gustose che danno il piacere della lettura per la storia stessa e anche per quella certa impressione di essere davanti a fatti veri, tanto sono credibili le sequenze, tanto è appropriato il linguaggio». Sono “fatti” che si dimenano tra cronaca e storia, tanto più che c’è un incipit, che richiama un esperimento letterario echiano da pseudobiblio, perché questi fatti risultano tratti da un ancestrale fascicolo di Amalfi, ove venivano raccolti in carte, le storie avvenute nel XVIII secolo a Solofra, «trasmesse in dialetto locale». Le “storie provinciali” di D’Alessio sono un unicum che si dimena tra realtà e leggenda, tra storia e fantastoria, tra passato prossimo e passato remoto. Così si alternano lupi mannari e sirene, curati e fidanzati … Mettiamo in evidenza solo alcuni aspetti della già nota poetica dalessiana: innanzitutto il sentito e forte meridionalismo, che si perde in un profondo senso di nostalgia per la civiltà contadina. Di quella ancestrale civiltà scomparente tutti si sono innamorati, basti citare al proposito il Levi, col suo “Cristo si è fermato ad Eboli” e siamo già nella Campania inoltrata, nella terra di Vincenzo e Levi è una voce del nord che è giunta al sud, al contrario di Vincenzo: una voce del sud che sussulta a nord. Eboli rappresenta una linea longitudinaria invalicabile: ci ricorda l’”Oltre Eboli” del compianto Antonio Motta. «Chi nasce al Sud di questa stretta penisola, tuffata nel cobalto Mare Mediterraneo, non sempre riesce a fuggire alla fatale attrazione delle sirene che da quasi duemilacinquecento anni infestano le sue acque». Oggi la Questione meridionale non riguarda solo il Mezzogiorno d’Italia, ma ingloba in sé tutto il Mediterraneo e l’Africa, con parte dell’Asia. Qui si gioca tutto il nuovo “triangolo commerciale” neo-schiavista dei migranti, gestito dalle novelle “Compagnie”. Vincenzo sa benissimo che la Questione Meridionale va riscritta in questo senso, perciò mette in evidenza il profondo contrasto tra mare e monti: chi abita al mare e chi abita sui monti. Ma questo contrasto è antichissimo. Vincenzo sa perfettamente coniugare il fatto storico con il fatto narrativo. La storia in fin dei conti, nella sua intima origine è “racconto”, come la definiva Jacques Le Goff. Così il ricordo del terremoto del 1980 viene coniugato al fatto del parroco che viveva sotto il tiglio: «Il terribile sisma del 23 novembre 1980 alle ore 19.35 segna, nella mappa delle tragedie sismiche che hanno colpito l’Irpinia nel corso dei secoli, l’evento più doloroso per la quantità di vite umane distrutte … Sono trascorsi trentasei anni da allora … Nel villaggio prossimo del centro urbano viveva nell’antica canonica …». E così continua con la vita di questo parroco. I terremoti hanno sempre segnato dolorosamente la storia «di chi nasce sulla dorsale degli Appennini meridionali, dove il terremoto stermina quando vuole vite e sogni …». Ancora si ricorda negli annali e nei luoghi reconditi dell’inconscio collettivo junghiano il “tremuoto del 1857”, alla vigilia dell’unità d’Italia. Ma l’Unità non ha cancellato queste profonde ferite. Il terremoto del 1980 viene paragonato ai bombardamenti aerei del 1943. Alla guerra della natura si aggiunge quella degli uomini e si delinea l’impotenza totale dei verghiani vinti del sud contro queste potenze, nonostante la “fiumana del progresso”, che ha devastato tutto come le recenti alluvioni. Non basta neppure la leopardiana “social catena” della “Ginestra” contro questo demone antichissimo “sterminator Vesevo” del “tremuoto”. Il socialismo leopardiano contro la Natura non vi è stato. ma pure il socialismo contro lo strapotere dei forti, il socialismo agrario del sud è fallito. Tutto è fallito. La gente ha risposto con la fuga dell’emigrazione. Anche i migranti fuggono dai luoghi della fuga. Questo è il profondo dramma storico che viene raccontato nella nostalgia del passato. Di solito l’uomo in crisi si rivolge o al futuro con l’utopia, o al passato, con la baumaniana “retrotopia”, cioè utopia al passato. Ma passato e futuro coincidono, convergono sempre in quella “immagine convessa” che ricorda sempre il D’Alessio: l’eterno si è fermato lì, su quella invalicabile linea Gustav di Eboli. Concludiamo con una bella immagine del Natale di Vincenzo: «Il Natale è la festività più calda dell’anno: fuori c’è freddo e nelle case un tepore di festa che illumina le famiglie e i luoghi dove vivono gli esseri umani … La furia degli uomini si ferma dinanzi a questo evento, facendo memoria della Nascita di un Bambino e il ricordo della loro stessa nascita da una madre. Quanto accadde nel Natale del 1943 è ancora memoria viva …». E qui comincia la storia di Don Raimondo, il giovane prete .... Ciò valga anche come augurio: la furia degli uomini si fermi dinanzi al Natale …

Vincenzo Capodiferro

10 dicembre 2018

I detenuti che muiono


I DETENUTI CHE MUOIONO

Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di Peppe, detenuto ergastolano da circa trent’anni. La sua storia non è unica ma piuttosto rappresentativa di tanti come lui, sparsi per le molteplici sezioni di “Alta Sicurezza” nelle patrie galere della nostra bella Italia.
Peppe è un sessantenne che ha trascorso metà della sua vita in carcere. Finito dentro per reati di criminalità organizzata per i quali i giudici, ritenutolo colpevole, lo hanno condannato al carcere a vita senza possibilità di benefici.
L’ho incontrato per la prima volta circa 15 anni fa nel carcere di Voghera. Ero stato trasferito qui perché giorni prima avevo ottenuto la revoca del 41bis, il cosiddetto “carcere duro”. Peppe era giunto a Voghera circa un paio di anni prima di me e si era ambientato ed adattato discretamente, come ebbi a notare fin da subito.
Cordialissimo, fu il primo detenuto ad accogliermi in sezione facendomi sentire a mio agio ed attenuando, non di poco, tutti i disagi dovuti al cambiamento sia del carcere che delle persone nuove che bisogna imparare a conoscere ma, soprattutto, rendendomi meno duro l’impatto drastico conseguente al passaggio da una situazione di totale isolamento ad una di maggiore apertura che, se non vissuta con moderata adesione si rischia il disorientamento.
La prima impressione che ebbi di Peppe fu quella di un uomo energico, atletico e per nulla abbattuto dai circa 15 anni di carcere fino ad allora scontati. Notai successivamente che frequentava regolarmente la palestra e quasi tutti i giorni faceva la corsetta ai passeggi del carcere. Si manteneva in forma per intenderci.
Ricordo il suo viso rubicondo, incorniciato da una barba nera spruzzata qua e la da qualche tonalità di grigio che cominciava ad incedere. Insomma, per farla breve, Peppe era allora un uomo che, come è solito dirsi, sprizzava salute da tutti i pori. Trascorso poco più di un anno dal mio arrivo a Voghera, fui trasferito in un altro carcere e questo determinò l’ovvia conseguenza di perdere di vista Giuseppe.
Passarono molti anni da allora e, per una strana coincidenza del destino, mi ritrovai di nuovo qua, nella stessa sezione da cui ero partito anni prima. E chi ritrovo? Peppe! Molte cose erano cambiate da allora però. Per prima cosa stentai parecchio a riconoscere nella figura che ora avevo davanti quella di Peppe: non era possibile, dissi fra me e me, che quella era la stessa persona conosciuta anni prima. Innanzi a me avevo, ormai, l’immagine di Peppe sbiadita. È stato come ritornare su un luogo dopo tempo e rivedere un vecchio manifesto affisso alla parete di cui a mala a pena si riesce a distinguere i contorni dell’immagine ritratta.
Il viso, ora pallido, portava i segni di un certo patimento che non sarebbero sfuggiti neanche ad un occhio poco esperto. La barba, ora bianchissima e non più curata come un tempo, conservava soltanto qualche residua ed impercettibile macchiolina di pepe. I pochi capelli rimasti, bianchi e radi, come radi erano ormai i denti, incorniciavano il corpo esile che un tempo fu energico e vitale.
Ma ciò che mi scosse profondamente fu notare il leggero e continuo tremolio delle sue braccia e il balbettio che accompagnava i suoi discorsi. Dapprima non ebbi il coraggio di chiedergli il perché sia per pudore che per discrezione. Lascia che fosse lui a parlarmene quando ne avrebbe avuto voglia di farlo. Lo fece quasi subito: gli avevano diagnosticato il morbo di Parkinson. Era ancora nella fase iniziale (così gli avevano detto i medici) e la buona cura che gli avevano prescritto avrebbe rallentato la degenerazione della patologia che, come sappiamo, è questa una delle sue caratteristiche. Oggi lo stadio della sua malattia è molto degenerato tanto che ha serie difficoltà nella deambulazione, nell’uso della parola e delle mani. Ormai al limite dell’autosufficienza al punto che gli è stato assegnato un “piantone”, ovvero un altro detenuto che con regolare mansione lavorativa, lo affianca per le quotidiane esigenze inerenti l’igiene e l’alimentazione.
Peppe, oltre alle cure mediche e del corpo, avrebbe bisogno di un’altra cura, altrettanto importante e fondamentale: la cura dell’anima e dello spirito che solo le persone a lui care sarebbero in grado di assicurargli. Ma, a causa delle disastrose condizioni economiche, non vede la moglie e i figli da diversi anni. L’unica fonte di reddito che fino a qualche anno fa assicurava una sopravvivenza accettabile alla sua famiglia era il lavoro della figlia, ora disoccupata. Riescono a malapena a vivere grazie alla pensione dell’anziana madre, provvidenziale ammortizzatore sociale, in questa società dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Peppe ha già scontato una congrua pena, non sarebbe il caso di valutare un graduale rilascio per consentirgli di curarsi meglio e circondato dall’affetto dei suoi familiari? Il diritto alla salute è garantito (dovrebbe) dalla nostra costituzione. Ma siamo certi che in questo caso, come in tanti altri, sia rispettato? O bisogna ancora perseverare nella cinica ed ipocrita linea, adottata da diverso tempo ormai, secondo la quale i detenuti malati, spesso terminali, vengono rilasciati pochi mesi, se non giorni, prima del decesso.
L’amara riflessione che ci suscita questa dolente storia è che, purtroppo, Peppe non si chiama Dell’Utri e non ha al suo fianco uno stuolo di valenti e combattivi avvocati pronti a battersi, giustamente, per il proprio assistito. Speriamo solo che Peppe non vada ad allungare la lunga lista dei decessi in carcere o quelli che avvengono a pochi giorni dal rilascio, sarebbe una ulteriore sconfitta dello stato di diritto ma, ancor di più del senso di Humanitas che, purtroppo, pare passare sempre più in secondo piano rispetto al continuo sventolio della bandiera dell’esigenza della sicurezza.
A chi potrebbe nuocere un uomo affetto da morbo di Parkinson in stato avanzato?
Di seguito potrete leggere una lista parziale dei detenuti deceduti a poco tempo di distanza dalla scarcerazione o sospensione della pena:
  • Giuseppe Caso, ergastolano, 24 anni di carcere. Ultimo carcere Catanzaro. Pena sospesa e morto in ospedale dopo pochi giorni;
  • Franco Morabito, ergastolano, morto di tumore a 48 anni, con tutti gli organi in metastasi, nell’ospedale di Voghera a distanza di un mese dalla sospensione della pena. In carcere veniva curato per coliche renali;
  • Luigi Venosa, ergastolano, morto per cancro dopo 27 anni di carcere. Pena sospesa il giorno prima del decesso;
  • Giuseppe Vetro, ergastolano ricorrente, detenuto in regime di 41 bis. In carcere dal 2000, deceduto nel 2008 presso la sezione clinica/detentiva di Milano Opera a causa di un carcinoma in fase terminale (speranze di vita prossime all’1%). il tumore gli venne diagnosticato trenta giorni prima di morire, non gli venne concessa la sospensione della pena ne di essere assistito o nemmeno salutato dai propri familiari. Questi ultimi vennero informati dell’avvenuto decesso due giorni dopo;
  • Antonio Verde, era detenuto nel carcere di Catanzaro, tumore al pancreas trascurato e diagnosticato tardivamente. Morì dopo quattro mesi dalla sospensione della pena.
  • Giovanni Pollari, morte istantanea dopo circa 20 anni di carcere;
  • Michele Rotella, detenuto nel carcere di Catanzaro e morto in ospedale, da detenuto, per Clostidrium difficilis. Aveva perso oltre 20 kg al momento del ricovero in ospedale. Morì dopo poche ore dal ricovero. I familiari seppero della morte recandosi a colloquio.
  • Sebastiano Sciuto, ergastolano, morto per cancro dopo 27 anni di carcere. Pena sospesa 9 giorni prima del decesso;
  • Sebastiano Rampulla, morto dopo pochi giorni dalla sospensione della pena;
  • Gaspare Raia, ottantenne ergastolano, morto nel 2017 dopo più di 25 anni di carcere. Tumore in fase avanzata, arresti domiciliari concessi pochi giorni prima della morte;
  • Cosimo Caglioti, di anni 30, un’incompatibilità carceraria diagnosticata e sottovalutata, le cure approssimative, i soccorsi che non arrivano, il defribillatore chiuso a chiave. Muore a soli 30 anni nel carcere di Secondigliano.
  • Salvatore Veneziano, arrestato nel 1993, morto nel novembre del 1997 per AIDS (contagiato in carcere). Ad agosto era uscito dal carcere di Spoleto dove era stato sottoposto al regime di 41 bis. Scontava una pena di 8 anni;
  • Salvatore Bottaro, ergastolano detenuto dal 1990, affetto da cancro al pancreas, pena sospesa nel 2004. Apprese dai medici che gli rimanevano 6 mesi di vita, si suicidò;
  • Salvatore Profeta, morto in ospedale ai primi di settembre dopo 10 giorni di ricovero. Detenuto ingiustamente per 18 anni in 41bis con l’accusa, da parte di un falso pentito, di essere tra gli esecutori della strage di via D’Amelio, venne scagionato, rilasciato nel 2015 e arrestato nuovamente nel 2016, sempre sulla base di dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia. Al momento della morte era detenuto presso il carcere di Tolmezzo con una condanna non definitiva ad 8 anni. Il questore di Palermo ha vietato il funerale pubblico. Un dispositivo questo di negare il funerale in chiesa ormai consolidato negli anni.
L’elenco sarebbe ancora lunghissimo e, pertanto, ci siamo limitati a riportare solo alcuni fra i tanti di morte per pena in carcere. La maggior parte della popolazione condannata alla pena dell’ergastolo ostativo o ad una pena trentennale ha una età che supera i 70/80 anni, gran parte è sottoposta al regime di 41bis con tutte le restrizioni che vanno ad impedire una precoce diagnosi e, quando questa avviene, ormai le possibilità di intervento sono ridotte al minimo. Chiudiamo ribadendo quanto detto all’inizio: il diritto alla salute dovrebbe essere garantito a tutte le persone per Costituzione e le recenti sentenze della Corte europea sono state chiarissime anche per quanto riguarda i detenuti in 41 bis, ma in Italia si preferisce pagare le penali piuttosto che attuare lo stato di diritto. Il prossimo 10 dicembre, 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti Umani, digiuneremo per l’abolizione dell’ergastolo e per il rispetto di tutti i Diritti Umani violati.

I membri dell’associazione Yairaiha del circuito AS1 di Voghera

CAMMINAVO NELLA NOTTE La storia meravigliosa della figlia di un ciabattino di Castelsaraceno: la Dottoressa Rosa Capodiferro


CAMMINAVO NELLA NOTTE
La storia meravigliosa della figlia di un ciabattino di Castelsaraceno: la Dottoressa Rosa Capodiferro

Rosa Capodiferro è nata a Castelsaraceno nel 1943. Seguendo la sua vocazione ha lavorato prima come infermiera e poi come medico e cardiologo, in varie strutture ospedaliere, tra cui: “Casa Sollievo della Sofferenza”, di San Giovanni Rotondo, al San Camillo di Roma, e poi al San Raffaele, prima Trevignano, poi Montecompatri e poi Rocca di Papa. “Camminavo nella notte. Vita, opere e miracoli della figlia di un ciabattino” è un suo romanzo autobiografico, edito da Nemapress, Roma 2018.: «Camminavo nella notte, in un buio profondo, in un’oscurità fredda e ostile, verso l’orto che ci faceva sopravvivere. Sopravvivere e niente più». Ciò che ci propone Rosa Capodiferro è un cammino esistenziale di vita, che parte da un piccolo paese dell’entroterra lucano, Castelsaraceno, e gira, gira in Italia e nel mondo (si annoverano esperienze come medico volontario tra l’altro in India e Madagascar), attraverso l’esperienza del lavoro, come medico, fino a concludersi a “La cerimonia degli addii”. Rosa ci racconta un’infanzia difficile, ma per questo attraente, e per certi versi bella. Castelsaraceno, “Casteddo”, non è un terreno facile. Già Gaetano Arcieri, arciprete e storico di Latronico, così lo descriveva nelle sue memorie: «Di angusto orizzonte, di orrendevole aspetto». Eppure da questi angusti orizzonti sono usciti pastori, contadini e figli e figlie di ciabattini che si sono fatti onore, perché, è il caso di citare il grande: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori … Così ci descrive in Infanzia di pietra: «Sono nata in una famiglia povera, in un paese povero, in un momento povero della stria italiana, ancora storia di guerra … In quegli stesi anni Carlo Levi, che avrei letto molto dopo, descriveva una realtà analoga, in un luogo non molto lontano da quello che riguarda me … Mio padre, un ciabattino …». Anche Levi era un medico e rimase affascinato da quella civiltà contadina, così ancestrale, così intatta per secoli e secoli. Ma Levi era solo la punta d’iceberg di un notevole arcipelago dei gulag lucani. Anche Castelsaraceno fu terra di confino. Vi erano medici, avvocati e professionisti, che gli anziani stimavano e ricordano con affetto, tanto che gli davano il “don”, come a Don Guido. E il “don” si dava solo ai preti ed ai galantuomini, o nobili. La storia di Rosa si muove dall’esperienza diretta, non è narrativa, ma diviene racconto. Questa è un’esperienza letteraria di realismo. È un’esperienza di vita. Il realismo più volte viene collegato alla miseria, al verismo, al ciclo dei vinti di Verga e di Capuana e «Così è se vi pare». E se “Cristo si è fermato ad Eboli” indovinate un po’ dove si ferma il processo di emigrazione della famiglia di Rosa? Leggiamo in Migrazione da uccelli feriti: «Anche questo avvenimento fu proporzionale alla nostra miseria e marginalità sociale. Dunque la meta non erano le lontane Americhe … e neppure il Belgio … o semplicemente Milano o Torino, le città del grande sogno del dopoguerra. Il nostro approdo sarebbe stato ad un centinaio di chilometri più a Nord del nostro paesello desolato … dove forse non ci saremmo sentiti tanto “emigrati”. Il luogo era Mercato San Severino …». Il romanzo di Rosa è un “Cristo si è fermato ad Eboli” al contrario. Vero è che Verga riprende i suoi romanzi da vissuti reali, ma questo è espressione di una più genuina erlebnis. La fiumana del progresso non ha incisivamente segnato le nostre terre. Come le fiumane sorde ha travolto ed ucciso in silenzio, ha fatto più danni che bene. Guardate a cosa hanno combinato le fiumane sotterranee di petrolio. E don Guido, l’ingegnere confinato, già aveva scoperto il petrolio. Il mondo della civiltà contadina, vagheggiato da Levi, non era un mondo facile. C’era la fame e ce lo racconta chi parla dal basso, non dall’alto. Leggiamo l’incontro con Padre Pio: «Le due mani contadine di Padre Pio, ad esempio, quando da giovane allieva infermiera a san Giovanni Rotondo mi confessava, o meglio sarebbe dire, ascoltava i miei sfoghi con la sua serietà proverbiale, mista a tenerezza per quella ragazzina smarrita». Padre Pio vien presentato come il frate contadino. E chi è il contadino? “Tacco grosso ma cervello fino”! Ma perché Rosa vuole ricordare questi tempi, cosi drammatici? Come fa lo stesso Levi? E come fanno, in fondo tutti? Perché in fin dei conti si viveva bene. Nel dramma esistenziale si viveva bene. Mancava ricchezza materiale, ma c’era ricchezza spirituale, di valori oramai estinti, anche quelli non negoziabili, e noi ne sappiamo qualcosa. C’era solidarietà, la gente si aiutava a vicenda, oggi invece trionfa imperterrito l’egoismo, travestito da individualismo. Perciò questa riflessione esistenziale ci serve bene a farci apprezzare i tempi tristi, oggi, che viviamo nel cosiddetto “benessere”. Ma i tempi tristi torneranno. Non scordiamocelo!

Giuseppe Domenico Nigro

07 dicembre 2018

FAI merenda alla torre

cliccare sulla locandina per ingrandirla

Il fantasma e lo spettro a cura di Angelo Ivan Leone


                                                   IL FANTASMA E LO SPETTRO   

 
   Questo quadro: I funerali di Togliatti di Renato Guttuso è uno dei quadri più importanti per capire l'evoluzione del pensiero politico comunista e italiano nel secondo '900. Aldilà degli aspetti elogiativi e di sincero omaggio e cordoglio per la scomparsa del "Migliore" che, per chi non lo sapesse, è il nomignolo che Togliatti aveva e che godeva nell'avere, da parte del pittore, c'è il motivo di quei tanti Lenin che ritornano. La reductio ad unum, verrebbe da dire, se non fosse che il pittore mette anche gli altri grandi del comunismo nazionale e internazionale. Naturalmente è il solo Lenin a ritornare tutte quelle volte come se fosse qualcosa di soprannaturale. Si ha quasi l'idea di un essere trascendente che travalica lo spazio, il tempo e la stessa immortalità. Lenin sembra essere, infatti, più uno spirito che un uomo di carne ed ossa. Uno spirito presente in tanti posti diversi e contemporaneamente, eppure mai visto dalla folla raccolta in una mestizia osannante le spoglie del compagno "Ercole Ercoli" che era il nome che Togliatti prese una volta tornato in Italia durante la lotta partigiana. Questo spirito di Lenin, bianco come un fantasma, si aggira ai funerali di Togliatti, come quel "famoso spettro che si aggirò per l'Europa", secondo Marx e che aveva un solo nome: comunismo. E oggi noi possiamo parlare di questo fantasma e di questo spettro consegnando il giudizio su di loro alla storia. 
Angelo Ivan Leone

06 dicembre 2018

Presentazione a Pero (MI) del libro "Zarè"

cliccare sulla locandina per ingrandirla

Una finestra di 5 anni di Angelo Ivan Leone

UNA FINESTRA DI 5 ANNI DI ANGELO IVAN LEONE


“Ora immaginiamoci quanto accadde un tempo…”
Così Shakespeare faceva parlare il suo Enrico V. Allo stesso modo del celeberrimo personaggio shakespeariano, noi abbiamo innanzitutto bisogno di far immaginare quanto meglio è possibile quello che era l’Italia nel quinquennio 1943/’48.
All’inizio dell’età da noi presa in esame, l’Italia era un Paese profondamente devastato non solo dal punto di vista economico, sociale e politico, ma anche e soprattutto dal punto di vista morale. Ancora prima di giungere al fatidico 8 settembre 1943, il mondo intero assistette alla rapidissima conquista, ad opera degli anglo-americani guidati da Patton e Montgomery, della Sicilia.
In quell’occasione, l’esercito italiano diede una prova vergognosa di intrinseca debolezza. Più di un commentatore, infatti, ritiene che, durante l’invasione dell’isola da parte degli Alleati, si assistette ad un vero e proprio sciopero militare da parte del nostro esercito. Questo sciopero militare era conseguenza diretta del generale scoramento che la popolazione provava verso il regime, ora che ne avvertiva chiaramente i sintomi preagonici. Lo sbarco degli alleati in Sicilia portò anche l’arrivo di numerosi “paisà” dal passato non proprio immacolato, uno su tutti Lucky Luciano.
Questi “uomini d’onore” erano gli ultimi discendenti in ordine cronologico di quei siciliani emigrati in America che avevano riprodotto nei ghetti, alla Little Italy per intenderci, le medesime forme di organizzazione dell’Onorata Società siciliana,  i vari Gambino, Lucchese, Bonanno, Colombo e Genovese, le cinque grandi famiglie di New York. In questi anni, molti appartenenti alle cosche e alle “famiglie” italo-americane tornarono nel Bel Paese a svolgervi un’ambigua funzione pseudo-politica, a parte ovviamente quella di comuni malfattori che esercitavano da sempre.
E mentre l’Italia continentale precipitava nel burrone dell’ignominia, con il tardivo e maldestro tentativo di disarcionare Mussolini da parte dei gerarchi fascisti il 25 luglio e l’abominevole fuga quasi certamente pattuita con i tedeschi da parte del re Vittorio Emanuele III e di Badoglio all’indomani dell’8 settembre, che lasciarono il Paese letteralmente in brache di tela, in Sicilia, la mafia riorganizzava se stessa. Uscita dal ventennale frigorifero a cui l’aveva costretta la presunta repressione fascista, essa cercò di creare un potere frontalmente contrapposto allo Stato. Disegno questo ben visibile durante quasi tutto il periodo da noi analizzato, nel quale la mafia sposò l’ideologia separatista, prima di convertirsi a quella democristiana, che le permetteva comunque di avere ampie garanzie di manovra e responsabilità di potere.
Frutto dell’ideologia separatista e forse suo massimo esponente fu il bandito Salvatore Giuliano, auto-proclamatosi, nel luglio del 1945, Colonnello dell’EVIS, Esercito Volontari per l’Indipendenza Siciliana, che aveva il suo massimo esponente politico nel “gattopardo” Andrea Finocchiaro Aprile.
L’orrenda strage di Portella della Ginestra, in cui perirono 11 persone, tutti contadini e braccianti che festeggiavano il Primo maggio, tra cui anche delle bambine, fu il simbolo insanguinato di quello che la mafia sarebbe diventata nei decenni che seguirono: una forma di controllo, in tutto il meridione e in particolar modo in Sicilia, da parte dello stato democristiano, posta a barriera contro il pericolo social-comunista.
È ovvio che questa funzione venne agevolata dai numerosi mafiosi italo-americani sbarcati in Sicilia all’indomani della Liberazione o in contemporanea con essa. La responsabilità maggiore, tuttavia, pesava e pesa sulla dirigenza politica italiana, mediocre e squalificata come al solito, in questo caso e non solo in questo, pronta a passare sulla testa dei lavoratori e dei contadini che rivendicavano delle terre e delle condizioni di vita meno bestiali. Il nostro quinquennio si chiude, non a caso, con l’uccisione, il 10 marzo 1948, del sindacalista della Cgil, altra bestia nera dei democristiani e dei mafiosi, Placido Rizzotto, omicidio mafioso e politico al tempo stesso che aveva come mandante Michele Navarra e come esecutori materiali Vincenzo Collura, Pasquale Crescione e, proprio come direbbero gli americani, “last but not least”, Luciano Liggio, sotto il quale covarono, crebbero e imperarono Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Tout se tient, direbbero in Francia. Noi ne faremmo volentieri a meno, anche perché il quinquennio 1943/’48 ha rappresentato un’enorme possibilità di libertà data al popolo italiano, innanzitutto, che la sua pavida classe politica e lo stesso popolo non sembrarono meritare.