19 marzo 2019

Jiří Kolář | Alberto Casiraghy Assonanze allo specchio a Lecco

Jiří Kolář | Alberto Casiraghy
Assonanze allo specchio

Inaugurazione: sabato 23 marzo 2019, ore 18.30
Durata: 23 marzo – 30 aprile 2019
Orario: da martedì a domenica 16 – 19; altri orari su appuntamento.

La Galleria Melesi ospita la mostra “Assonanze allo specchio”, a cura di Giovanna Canzi, dedicata a due artisti Jiří Kolář (Protivín, 1914 - Praga, 2002) e Alberto Casiraghy (Osnago, 1952) che, se pur distanti temporalmente e geograficamente, hanno dato vita a un repertorio poetico e artistico ricco di assonanze e rime interne.

Le loro opere – che siano aforismi, poesie, sculture, disegni, collage – sono attraversate da un comune spirito giocoso, un’ironia lieve, uno sguardo che sa prendersi cura dei dintorni (“Qui ci sono luoghi con dintorni in quantità” scriveva Wisława Szymborska) lasciando agli altri il culto di ciò che sta al centro. Le loro mani industriose hanno salvato dall’oblio oggetti umili (bottoni, conchiglie, cucchiaini di legno) donando loro il privilegio di entrare in un’opera d’arte. Figure a più contorni, individui multiformi e fantasiosi sperimentatori Jiří Kolář e Alberto Casiraghy condividono l’amore per la carta, il trasporto per la musica, la passione per le lettere dell’alfabeto, la mitezza di cuore, un temperamento in bilico fra equilibrismo e intransigenza, fra concentrazione e grande dissipazione.
Due nature così affini, nel carattere e negli intenti prima ancora che nei risultati, da invitare a proporre un confronto.

La mostra, curata da Giovanna Canzi, presenta 20 opere di Jiří Kolář, artista boemo, unico a condividere con Pablo Picasso l’onore di tre retrospettive al Guggenheim Museum di New York mentre era ancora in vita.
La Galleria Melesi, che custodisce l’Archivio Kolář, espone 6 opere poema del maestro del collage come “La lettera di un funambolo” (1973, poema a nodi, 53x40 cm), il “Collezionista di sigilli” (1973, poema a ceralacche, cm 53x40), “Poema tagliente” (1970, poema a lame di rasoio, cm 53x40).
Accanto a queste, 10 piccoli lavori realizzati fra il 1969 e il 1995 con le tecniche più diverse (froissages, intercalages, collage peforés…). L’artista ha, infatti, trattato il collage come una scienza, elencando 108 tecniche nel suo “Dizionario dei metodi” alcune inventate da lui come ad esempio i collage tattili e narrativi. In esposizione anche oggetti, quelle “cose” che Kolář ha strappato alla morsa del destino facendole approdare al mondo dell’unicità tipico delle opere d’arte.
In stretto dialogo con l’arsenale fantasioso di Kolář, 30 disegni inediti di Alberto Casiraghy,
poeta, ex liutaio, violinista, editore fantasioso che “in un pomeriggio ventoso” diede vita alla Pulcino Elefante Editore. Una casa editrice che ha sede in quel “manicomio privato” - così lo chiamò Alda Merini - che è la sua abitazione di Osnago. Una Wunderkammer dadaista (anche Duchamp si divertirebbe di fronte a questo spettacolo) che ospita la gigantesca Super Audax Nebiolo con cui Casiraghy stampa i suoi librini d’artista. Un luogo dove Casiraghy, con lo stupore di un bambino che non smette di provare meraviglia di fronte al mistero del gesto creativo, compone, disegna, ascolta Malher e accudisce le sue galline. In mostra i nuovi lavori realizzati da Casiraghy in omaggio a Kolář (tecnica mista, collage su cartoncino), alcuni dei preziosi pulcini - piccole opere d’arte che in sole quattro pagine svelano la profondità di aforismi corredati di incisioni o acquerelli - e alcuni oggetti che popolano il suo mondo onirico.

Sabato 13 aprile, ore 18: Francesco M. Cataluccio, La Praga magica di Jiří Kolář
Accanto a un confronto visivo ed emozionale, la Galleria Melesi propone di riflettere anche sulle espressioni letterarie dei due artisti-poeti.
Francesco M. Cataluccio, saggista, scrittore, esperto di Letteratura mitteleuropea, curatore delle opere di Witold Gombrowicz e Bruno Schulz, racconterà la Praga magica e incantata di Jiří Kolář.
Presenti Alberto Casiraghy e Giovanna Canzi.

Gli artisti:
Jiří Kolář
Nato nel 1914 a Protivín, in Boemia, a sedici anni Kolář scopre l’edizione ceca di Les mots en liberté futuristes di Filippo Tommaso Marinetti che lo conduce nel mondo della poesia moderna, fondamentale per la sua futura ricerca artistica. Grazie all’incontro con il Surrealismo inizia a lavorare con la tecnica del collage. Nel 1937 espone per la prima volta al Mozarteum di Praga; nel 1941, durante l’occupazione tedesca, esce la sua prima raccolta di poesie e l’anno seguente fonda il “Gruppo 42”; tra il 1946 e il 1948 compie alcuni viaggi a Parigi, in Germania e in Gran Bretagna e qualche anno dopo esce Il Fegato di Prometeo (1952) nel quale, unendo le immagini alla poesia e alla prosa, denuncia la drammatica situazione cecoslovacca dopo l’avvento del regime comunista. Verso la fine degli anni Sessanta espone in Germania e in Brasile dove nel 1969 è premiato alla X Biennale di San Paolo. Nel 1991 riceve il Premio Seifert e viene nominato cittadino onorario di Praga, dove muore nell’agosto del 2002.

Alberto Casiraghi
In arte Casiraghy (“per un piccolo vezzo”, ama dire lui), nasce Osnago nel 1952. È poeta, pensatore, pittore, ex liutaio, violinista e fondatore della casa editrice Pulcinoelefante.
Ha pubblicato moltissimi libri fa cui: Aforismi per bambine inquiete, disegni di Igor Ravel (La vita felice, 1997), L’anima e la foglia, presentazione di Giuseppe Pontiggia, (Frassinelli, 2003), Gli occhi non sanno tacere; aforismi per vivere meglio, con un testo di Sebastiano Vassalli e illustrazioni dell’autore (Interlinea, 2010), Squittìi, 77 aforismi quieti e inquieti (A.G. Bellavite, 2012). Nel 2016, Silvio Soldini gli ha dedicato il documentario “Il fiume ha sempre ragione”.

18 marzo 2019

LA RIFORMA DEL FISCO di Antonio Laurenzano

               
LA RIFORMA DEL FISCO        
di  Antonio Laurenzano 
         
Ci risiamo! Si torna a parlare di semplificazioni fiscali, il solito tormentone di ogni Governo per rendere più trasparente il difficile rapporto fra Fisco e contribuente nell’ottica di un ordinamento tributario conoscibile nelle forme e comprensibile nei contenuti. Da tempo si avverte la necessità di un fisco semplificato che, oltre a ridurne la pressione, sostenga la crescita fronteggiando un’inflazione legislativa che produce incertezza e confusione. Tante norme (più di centodiecimila in vigore!) che, a volte in modo contraddittorio, regolano la stessa materia. Una proliferazione della normativa  che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione tributaria ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Tanti ostacoli sulla strada della trasparenza fiscale: problemi interpretativi, incertezze operative e scorie burocratiche accompagnano quotidianamente contribuenti e professionisti. Interventi spot, proroghe estemporanee, a conferma di un sistema tributario imperfetto nei suoi meccanismi operativi, nelle sue procedure, nei suoi strumenti di controllo. La lotta all’evasione passa attraverso un Fisco semplice e non attraverso fastidiosi adempimenti in costante aumento che causano spesso un dispendioso contenzioso.  
Un sistema tributario da ricostruire nei suoi principi fondanti: semplicità, certezza ed equità per l’affermazione del dovere fiscale inteso come “dovere di solidarietà che, come ha osservato di recente Enrico De Mita, costituisce il fondamento sul quale si regge l’organizzazione dello Stato moderno”, il dovere cioè di concorrere alle spese pubbliche in base alla capacità contributiva, principio sancito dall’art. 53 della Costituzione. “Senza una giustizia fiscale la democrazia muore”. In attesa di una seria riforma che spazzi via anacronistici balzelli (erariali, regionali e comunali) e conferisca chiarezza e credibilità all’ordinamento tributario, l’esecutivo gialloverde prova a snellire la burocrazia, semplificando alcuni obblighi amministrativi. In Commissione Finanze alla Camera è stata presentata una proposta di legge che dovrebbe azzerare alcuni adempimenti comunicativi e stravolgere il calendario delle dichiarazioni fiscali. Un tentativo di razionalizzazione del ginepraio fiscale, una “bonifica” sempre promessa e mai realizzata! I dubbi sull’esito finale dell’operazione non mancano per i soliti paletti ministeriali. Sarà il “new deal” o l’ennesimo ballon d’essai, un misero dejavu? Sarebbe un’altra beffa per imprese e professionisti sempre più tartassati da scadenze, moduli e adempimenti vecchi e nuovi, ultimo dei quali la fatturazione elettronica con le infinite complicazioni operative.
E’ particolarmente ricco il pacchetto delle modifiche fiscali proposte. Si va dall’abolizione delle comunicazioni dei dati delle liquidazioni Iva alla cadenza annuale dello “spesometro”, dalla eliminazione del modello 770 dei sostituti d’imposta all’ampliamento dell’ambito operativo del versamento con il modello F24, con l’ inclusione delle imposte indirette (registro, successione, donazione, ipocatastale). Dulcis in fundo il regime alternativo delle dichiarazioni d’intento Iva per gli esportatori abituali e lo slittamento dal 31 ottobre al 31 dicembre del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi. Un mix di modifiche la cui approvazione è legata all’iter parlamentare e quindi ai tempi lunghi della discussione e ai rischi di “annacquamento”.
Il buonsenso imporrebbe l’immediata cancellazione di norme e adempimenti inutili nella consapevolezza che semplificare il fisco significa ridurre l’impatto asfissiante della burocrazia, rispettare i contribuenti nei loro diritti di operare in un quadro normativo chiaro e definito, ma soprattutto significa legittimare  all’interno del sistema tributario il necessario rapporto di fiducia e collaborazione tra cittadino e fisco, cardine del vituperato “statuto del contribuente”. Una sfida di civiltà giuridica!

Festa del parco delle Groane e della brughiera

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Atto d'amore a cura di Angelo Ivan Leone


Atto d’amore. Quella sirena che diede i natali a una delle città più belle che il mondo abbia mai avuto la fortuna di vedere edificate
                                                          di Angelo Ivan Leone

Poco di meno di una regina e poco di più di una dea.

Sembra d’ascoltarla quella sirena che diede i natali a una delle città più belle che il mondo abbia mai avuto la fortuna di vedere edificate. Si ascolta Napoli in queste parole che vanno cantate alla stregua di un sacro rito. Una confessione, anzi la Confessione in piena regola dinanzi all’assoluto di un prete, il mediatore tra noi (uomini) e Dio che, lungi dal sentirsi in virtù di questo ruolo, qualcosa a mezzo di un superuomo, si riscopre più uomo degli uomini, anzi, tanto per rimanere nelle parole del filosofo: “umano, troppo umano”.
Non a caso la canzone si apre con una citazione proprio di Nietzsche in questo video che rappresenta quel qualcosa che rende un capolavoro, diverso da una qualsiasi opera d’arte.

“Si deve essere dei capolavori”

avrebbe detto il più nicciano dei nostri attori: Carmelo Bene. E che altro è un attore se non una maschera, anzi, la Maschera. C’è tutto un mondo intorno, avrebbero cantato certamente i Matia Bazar. Ecco qui questo mondo che si chiama cultura meridionale, è sublimato con la religiosità napoletana. Quell’atto di fede e d’amore che questa città, questo popolo e questa terra sempre ti chiede in nome della sua sublime bellezza incantata e incatenata a quella montagna che sputa fuoco e poi, giù, il mare. Tra acqua e fuoco, tra vita e morte, tra paradiso e dannazione, sia sempre lode a te: Partenope.
[immagine tratta da insolitaguida.it]

L’ITALIA È UNA REPUBBLICA INFONDATA SUL LAVORO Riflessioni di filosofia del diritto a cura di Vincenzo Capodiferro


L’ITALIA È UNA REPUBBLICA INFONDATA SUL LAVORO
Riflessioni di filosofia del diritto

La Costituzione italiana comincia con un valore importante: L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Ma forse i padri costituzionali si sono sbagliati? Questo principio fu caldeggiato soprattutto dalle vecchie forze socialiste, della sinistra vera, che non ha nulla a che vedere con la sinistra attuale. Il lavoro, il denaro, sono diventati miti utopistici, perché? Perché stiamo via via perdendo tutti i diritti del lavoro, conquistati a forza di lotte, battaglie, martiri? Possibile che ogni minima crisi possa del tutto invalidare tutto il processo di integrazione del lavoratore? Eppure il lavoro è nobiltà: nobilita l’uomo, è parte integrante della sua natura. Ma lo rende simile alla bestia. Qui sta tornando di brutto il fantasma dell’alienato di Marx. Ma da dove torna? Dai modelli neo-stakanovisti dei regimi post-comunisti, proprio da là. Ah! Povero Marx! Se tornasse a nascere e vedesse che fine hanno fatto tutti i regimi comunisti e post-comunisti si metterebbe mano ai capelli. E ne aveva tanti! Traditori! Hanno solo sfruttato le sue teorie per instaurare regimi più borghesi di quelli borghesi, fascisti, nazisti e compagnia bella. Forse avrebbe ascoltato le remore dei revisionisti, come il Bernstein. A fronte della grave frattura economica che imperversa imperterrita dall’ottobre del 2009 e che ci ricorda da lontano quella particolare congiuntura che fu la Crisi del 1929, consapevoli delle gravi difficoltà che tutti i governi, di destra e di manca, debbono affrontare per contenere il debito pubblico e per rivitalizzare le energie di produzione e i sistemi bancari, non ci sembra giusto però operare dei tagli troppo netti, delle potature troppo energiche che vanno a colpire puntualmente la base radicale dell’albero sociale: i primi ad essere tagliati sono i giovani precari, gli operai, le donne, l’Istruzione, la Sanità, i servizi, in una parola i ceti più deboli. Chi deve pagare, in pratica, l’enorme buco derivante dai malaffari globalistici, dalla corruzione imperante, dal fallimento di un sistema che è diventato insostenibile, soprattutto per le giovani generazioni? È sempre il povero. Ciò che si afferma oggi è una forma di super-capitalismo oligarchico, una plutocrazia onniveggente ed onnipotente di multinazionali e nazioni e di un perfetto sistema finanziario-bancario che è capillare, come una piovra immensa, un Leviatano, per usare il termine hobbesiano, un mostro mai visto prima ad ora. Prima c’era il povero industriale di provincia, che forse era più socialista dei socialisti stessi, di Marx stesso. Engels era un industriale! Marx un mantenuto! C’erano industriali che avevano accolto le sollecitazioni dei socialisti, malamente detti utopisti: non meno utopista fu il comunismo marxiano. Abbiamo esempi in Lombardia, sotto i nostri occhi: i Borghi, etc. Nessun ministro pota i rami alti, le corporazioni, le “caste”, tanto per usare un termine molto caro a chi si propone come riformatore, quelle sette sociali che hanno dominato e dominano dal fascismo ai fascismi dell’Italia democratica sino allo sfascismo totale che oggi ci colpisce. Chi risente di più allora di queste restaurazioni che portano il nome e la bandiera di riforme sono i giovani, gli anziani, le donne, le famiglie che non arrivano più a fine mese, le famiglie mancate dei giovani che sono impossibilitati ad averne una, le famiglie sfasciate dal consumismo e non dal comunismo, dall’egoismo e non dall’altruismo, dall’individualismo, le famiglie abortite, divorziate, ridotte alla fame. Cosa faranno i giovani, sui quali grava tutto questo peso del malgoverno degli adulti-adulteri? Ci sarà una questione sociale come non se ne è mai visa nella storia!
Non è il caso di citare sempre questo oramai noto articolo 1 - è come l’articolo il, il più importante di tutto! - della Costituzione Italiana. È il caso, invece, di ribaltare il processo di pseudo-riforme che ha seguito una scalata al contrario: mobilità, che è diventata precarizzazione, frantumazione, rigidità, esclusione, disoccupazione, producendo un attentato al lavoro, al lavoro dei giovani che è precario, ma anche al lavoro degli arruolati in un esercito di intellettuali e di manuali allo sbaraglio, alla confusione, allo spostamento, alla fuga dai posti abituali di lavoro per raggiungere mete senza meta. La ricchezza di uno Stato si misura non tanto dai PIL delle banche e delle balene in un oceano senza fondali, ma dal lavoro. Lo diceva Smith nella bibbia del capitalismo classico: La ricchezza delle nazioni. Più c’è lavoro, più ci sono entrate, più lo Stato è ricco e può distribuire. Questo fece Roosevelt col New Deal . Ci vorrebbero altri Roosevelt, altri Stalin coi piani quinquennali. Ma dove sono? I nostri politici … guardate! Lo stato ha il dovere di far lavorare la gente anche quando il lavoro non c’è. Keynes ce l’aveva ammonito. Or ora tagliare le risorse nel momento più critico per il popolo significa tagliare l’albero sociale, significa condannare questa società, le famiglie alla miseria e con la miseria l’economia non si riprenderà mai, né la produzione, né la vendita, né la trasformazione. Tagliando una parte del sociale inevitabilmente tutti ne saranno colpiti. Povero Marx, se vivesse oggi assisterebbe ad uno strano fenomeno: invece di proletarizzarsi la borghesia si è imborghesito il proletariato. Ma il debito pubblico è infinito! Ma il debito pubblico è infinito, esponenziale! Come si fa ad assicurare il lavoro a tutti? Come si faceva in America: di giorno si colmano le buche, di notte si fanno. L’unico modo per togliere i debiti è un crac super-inflazionistico. Più volte è stato usato nella storia, basta guardare la Germania di Weimar negli anni venti. Stresemann, che era un socialista doc, come anche Rathenau, col suo socialismo di guerra, l’aveva capito bene! Se non azzeriamo i debiti, che purtroppo sono stati fatti a causa dell’avarizia e dell’ingordigia umana, che è l’unica causa di tutte le guerre e di tutte le crisi economiche, non possiamo rilanciare l’economia pubblica. Ma questo oggi non si può fare in un sistema bancario centralizzato. Si poteva fare in un sistema bancario controllato dallo Stato, il quale poteva imporre il famigerato “corso forzoso”. Sono operazioni che costano sacrifici per un po’, ma non c’è altra via d’uscita! Altrimenti l’unica via di sfogo era la guerra: Hitler lo sapeva benissimo coi suoi soldatini drogati di pervitin! Perché comanda il dio Mammona, non Dio! Ma vogliamo tornare alla guerra? Dio ce ne liberi! Si può distruggere in altro modo e poi lanciare le ricostruzioni, senza fare le guerre fuori, oltre l’Europa e l’America, nei posti degli schiavi del neocolonialismo economico. Il socialismo va riformato! Va innanzitutto spiritualizzato: ricollegato alle sue legittime radici religiose: dei primi cristiani, di Muntzer, di Huss, dei riformatori socialisti, non quelli borghesi, come Lutero e Calvino! Va favorita la solidarietà leonina tra le classi, come nella “Rerum Novarum”. Leone era un papa socialista!
La condizione del lavoratore oggi è subalterna, debole, fatiscente, sotto tutti i punti di vista. La qualità del lavoro è scarsa: tutti sono sottopagati. La quantità del lavoro è frammentaria, non solo per la discontinuità del precariato storico quanto per la continua riduzione del lavoro stesso. Intanto la sinistra becera, imborghesita, staliniana ha rafforzato la figura del dirigente unico. Ogni nuova riforma del lavoro è una “guerra lampo”, un diktat dei vincitori, frutto di decretizzazioni economiche più che di una vera e propria esigenza di razionalizzazione delle risorse. Il nuovo “Congresso di Vienna” europeista, o “Congresso di Bruxelles” indebolisce i parlamenti e vuole restaurare antichi regimi: il nuovo impero romano, il nuovo spauracchio del Reich hitleriano è un impero economico, non politico. Hitler ha vinto la guerra. Germania capta ferum victorem coepit. L’Europa non va però distrutta, tornando a forme pericolose di nazionalismo, ma va solo rinnovata fortemente. Bisogna seguire Kant: con la Lega dei Popoli. La Lega del grande Alberto da Giussano deve diventare una Lega dei popoli d’Europa, deve essere ingrandita non solo all’Italia, ma all’Europa. La Giovine Italia, come fece il Mazzini, deve diventare la Giovine Europa. Povero Mazzini: se vedesse cosa è diventata oggi l’Europa! Deve essere una lega non solo economica, ma morale, religiosa, culturale! Funziona così! Gli USA non sono solo un semplice aggregato di stati e staterelli, ma un organismo legato da valori comuni, culturali, sociali, morali, religiosi, oltre che economici.
Malgrado la larga distribuzione di potere d’acquisto sul mercato nazionale più sotto forma di redditi di professioni ausiliare della produzione che non sotto forma di salari industriali o agricoli, la sproporzione è crescente tra l’accumulazione capitalistica, accresciuta dalla concentrazione finanziaria delle banche e la possibilità d’acquisto del mercato nazionale. L’esperienza disastrosa della crisi attuale ha reso vegliardi tutti gli Stati sui sintomi continuamente rinnovati d’ingorgo dell’economia, di depressione, chiamata ormai recessione. Queste riforme, questi taglieggiamenti non risolveranno niente: il fondo del problema resta immutato. La crisi è elusa giorno per giorno, ma le sue basi rimangono, ed essa è soffocata solo a prezzo di una politica mondiale che si ripercuote sulle condizioni di sviluppo di tutti i paesi, industrializzati e non. La crisi è elusa con questi tagli alle risorse, al capitale umano, oltre che finanziario, dell’Italia. Il mondo post-industriale rischia di trasformarsi di getto in un’età della pietra, in un mondo pre-industriale, con tutto internet e i cellulari. Si può perdere tutto, ma non i cervelli pensanti di questa era, gli unici a poter risollevare le sorti di questo mondo in crisi.
Dov’è il primario, dov’è il secondario? C’è solo il terziario: non dico più nulla! Povero Smith! Povero Marx, tradito dai suoi stessi rivoluzionari che si sono venduti al dio Potere, a Moloch, a Mammona! L’economia si può rilanciare solo ripartendo dall’agricoltura e dall’industria. Abbiamo distrutto tutti gli stabilimenti! Bisogna rifondarli. Il lavoro è lungo, ma la storia è fatta di corsi e ricorsi, come ci insegna la buonanima del Vico. C’è un forte squilibrio tra progresso tecnico, che oramai va per fatti suoi come una macchina ben congeniata e regresso economico. Se non c’è al centro del progresso l’uomo, tutto è perduto. Il lavoro prima di tutto è un fatto umano, sociale, un’integrazione costruttivista. Questo costruttivismo attivo, trasformatosi in puro attivismo afinalistico, ci porta inevitabilmente e forme sovrapprodduttrici. Qui Malthus non c’entra niente. Non si deve sempre ripresentare lo spauracchio malthusiano-darwiniano della sovrappopolazione per giustificare le guerre, le rivoluzioni e gli stermini di massa. Queste sono follie superdarviniste, o di darwinismo accelerato, o scellerato, che manco in natura esistono. Ma poi l’uomo non è solo un animale naturale, ma soprannaturale. Come fa ad esserci sovrapproduzione e sovrappopolazione? Allora? Tutto è possibile per una normale e continua convivenza pacifica. Il lavoro va rivalutato come fatto umano: più diritti si riconoscono al lavoratore, più doveri si possono pretendere. Più si paga, più la prestazione sarà efficiente, efficace. Se si assicurano solo i bisogni basici della piramide di Maslow, la produzione sarà inefficace, inefficiente. O si riduce il lavoro a forme neo-servili. I valori morali, politici, sociali, religiosi debbono produrre valori economici e non viceversa. Il denaro in sé avvilisce, svilisce ogni cosa, la pauperizza. È a forza il vero valore che può produrre anche economia, non il profitto di una manciata di miliardari drogati a scapito di una massa di miserabili. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, significa dire questo: sul lavoro come fatto umano, sociale, remunerativo, non sul lavoro servile, non sullo sfruttamento. Lo Stato è tenuto ad intervenire nelle situazioni di disagio. La comunità salva il singolo: questa è la vera legge di natura. Il gregge sacrifica una parte di sé per salvare se stesso. Ma se la logica è: si salvi chi può! Non funziona! Il lavoro manca a causa dell’egoismo e dell’individualismo sfrenato. Per il profitto chiudiamo tutti gli stabilimenti ed andiamo ad aprire in Papuasia, così sfruttiamo gli zombie fino all’esaurimento psico-fisico. Non è solo l’egoismo la molla che fa scattare il capitalismo, come pretendeva Smith, ma l’è il socialismo, la socializzazione. Dal capitalismo individuale si è passato a quello sociale, poi a quello di stato, o totalitario, infine a quello globale. Si è arrivati all’ultimo stadio di espansione del capitalismo, che si esprime nel totalitarismo democratico globalizzante. Se non si torna a forme di socialismo pratico, religioso ed economico, il benessere generale delle masse decresce. Qui avviene il contrario della forbice marxiana: non è che aumentano i poveri e diminuiscono i ricchi, come se la ricchezza fosse un bene con parametri assoluti, ma più aumentano i poveri più i ricchi si impoveriscono, più i poveri si arricchiscono più i ricchi si arricchiscono. Il bene economico ha sempre valore sociale, collettivo, non può avere solo valore individuale. Se così fosse perderebbe per sé di valore. Quindi cade il teorema malthusiano: più aumenta la popolazione più c’è ricchezza, se questa viene intesa correttamente e legalmente nel legittimo uso delle risorse, soprattutto quelle non rinnovabili e senza offendere la Natura, procurando disastri climatici e di ogni tipo. Uno sviluppo che non sia nel rispetto della Natura porta inevitabilmente alla fin del mondo. L’apocalisse la procuriamo noi, non Dio. Dio ci aspetta dopo per chiederci il conto!

Vincenzo Capodiferro




15 marzo 2019

Giornate FAI di primavera


WELCOME TO THE MIS a cura di Angelo Ivan Leone

WELCOME TO THE MIS a cura di Angelo Ivan Leone Il MIS era guidato dal notabile siciliano Andrea Finocchiaro Aprile e rappresentò in quei confusi mesi del ’43 il tentativo unico fatto dalla mafia per staccare la Sicilia dal resto dell’Italia e renderla o indipendente o, tutt’al più, la quarantanovesima stella degli Stati Uniti d’America. Questo è sintomatico di quanto questo goffo tentativo di indipendenza e di separatismo sia a metà strada tra il buffonesco e l’inquietante. La sua composizione rispecchia fedelmente le componenti storiche dell’assetto isolano. Lucio Tasca, membro dello stato maggiore del MIS, gran signore, rappresentava la tradizionale nobiltà del latifondo, di cui egli era la mente politica in quel momento. Il leader maximo del MIS, Andrea Finocchiaro Aprile, invece, era un notabile “demo-radical-liberale-antifascista” che, oltre a vantare una tradizione familiare garibaldina, vantava anche un presente di massone tra i maggiori di Palazzo Giustiniani, ovvero del Grande Oriente d’Italia, lo stesso che tanti anni dopo ospiterà tra le sue logge il venerabile Licio Gelli, per intenderci. All’interno del MIS, egli rappresentava il monumento vivente del sicilianismo, naturale leader della borghesia mafiosa. L’ultima componente presente nello stato maggiore del MIS aveva il suo leader in don Calogero Vizzini, che invece rappresentava la mafia nel senso più crudo del termine. A pochi mesi dallo sbarco alleato di Gela, un noto rapporto redatto dal capitano Scotten nel dicembre del ’43 precisava che “l’80% dei comuni della provincia di Palermo era stato affidato –ovviamente dagli Alleati- a mafiosi e separatisti” e che “la mafia ormai dominava i rapporti tra gli alleati e la popolazione” . I mafiosi siciliani erano in grandisima maggioranza separatisti: Vizzini, Navarra, Genco Russo, Francesco Paolo Bontate detto Paolino, Pippo Calò, il futuro cassiere della mafia, e un giovanissimo Tommaso Buscetta, il futuro pentititissimo, erano tutti dichiaratamente separatisti . Per quanto riguarda la collaborazione che questo movimento ebbe con l’amministrazione alleata, emblematica è la testimonianza lasciataci dall’agente Vincent J. Scamporino, nella quale si legge che i mafiosi prendevano “parte attiva alle questioni politiche ed economiche dell’isola, con l’obiettivo di aggiustare le cose in Sicilia” . L’agente concludeva che la mafia aveva assunto una linea separatista filo-americana e che “la Sicilia potrebbe diventare la quarantanovesima stella della bandiera americana” . Sempre per quanto riguarda i contatti tra americani e mafiosi, ancor prima dell’8 settembre, è interessante prendere visione del documento datato 13 agosto 1943, in cui membri dell’Office of Strategic Service, OSS, prendevano contatto con uomini che gli stessi agenti dei servizi segreti americani definivano leader della mafia. Tornando all’attività dell’agente Scamporino, è significativo come egli incontrasse personaggi del calibro di Calogero Vizzini e di Vito Guarrasi, avvocato palermitano del generale Castellano, artefice per parte italiana dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Il tentativo del MIS fu rivoluzionario a suo modo, in quanto consisteva in un’autentica rottura con lo stesso passato mafioso, volta ad innalzare alla dignità di stato indipendente la mafia stessa. Questo tentativo verrà progressivamente abbandonato dopo le iniziali euforie, dovute in parte alla colpevole amministrazione alleata e in parte alla situazione di oggettiva confusione venutasi a creare dopo l’8 settembre, e la mafia tornerà nel corso degli anni alla più tradizionale forma di mediatrice tra lo Stato e i siciliani. Tuttavia, il fenomeno avrà strascichi che perdureranno e continueranno ad interessare la nostra storia, ma la cosa che ci sembra più degna di essere messa in evidenza è il mostruoso tentativo fatto, in quei primissimi mesi della Sicilia liberata, di rendere la mafia completamente padrona dell’isola. Questo avrebbe dovuto far riflettere la nostra classe politica di allora come d’ora e spronarla nell’opera di distruzione di tale fenomeno che allora più che mai divenne antistatale. Purtroppo, ieri come oggi, i nostri politici preferirono e preferiscono accordarsi con quest’associazione che, come abbiamo visto, ha, oltre che nobili origini, anche nobili membri. E allora noblesse oblige. È questa appunto la responsabilità maggiore che tocca direttamente noi italiani, ovvero la nostra classe politica, quella di aver legittimato la mafia, prima come forma di potere semi-ufficiale ma di importanza fondamentale nella gestione degli affari interni siciliani, e poi come diga estrema posta ad argine della marea social-comunista, da cui i nostri pavidi dirigenti politici temevano di essere sommersi. Questa peculiarità sarà una costante di tutto il periodo etichettato dal nome “Prima Repubblica”, che raggiungerà, in questi anni 1943-1948, livelli di parossismo. Il tutto, inserito nella logica del mondo diviso in due blocchi, dove sarà la stessa mafia a farsi garante totale dell’ordine capitalista in Sicilia.

11 marzo 2019

RENZO FERRARI RABISCH OPERE 2003-2019 a Lugano


RENZO FERRARI
RABISCH
OPERE 2003-2019

Dal 16 marzo al 13 aprile 2019
Inaugurazione sabato 16 marzo 2019, ore 17.00



Renzo Ferrari, Wicky Malerei, 
2018, olio su tavola, 32 x 24 cm


Dal 16 marzo al 13 aprile 2019, la Galleria d’Arte La Colomba di Lugano ospita un’importante personale del pittore ticinese Renzo Ferrari (Cadro, 1939).

"Rabisch", il titolo della mostra, raccoglie un nucleo di 50 opere – oli, acrilici, acquerelli e teatrini polimaterici – realizzate dal 2003 ad oggi, con una prevalenza di lavori del biennio 2018-2019 e con temi e moventi ispirati alla raccolta in versi composta dal pittore lombardo Giovan Paolo Lomazzo e dall’Accademia dei Facchini della Val di Blenio nel 1589, con l’intento di opporsi ad un’arte aulica allora dominante. Come quegli “arabeschi” pittorici, ornamenti intricati ed eccentrici che trovarono nel bizzarro una via di espressione autonoma, i “rabisch” di Ferrari confermano una sua vocazione al grottesco, da intendersi in un’accezione nordica del termine, come strumento ironico che vuole alleggerire la pressione del tempo presente.

Osservando questo ciclo di opere, scelte per confronti diacronici, sembra di visitare il suo atelier Barakon a Cadro, in mezzo a cumuli di oggetti, pupazzi, cartoons, teschi e schizzi di colore che ricordano da vicino quel senso di caos metaforico presente nei suoi lavori. Un caos che si riflette, anche con contaminazioni verbali, nei dipinti: italiano, inglese, tedesco, francese e dialetto, dosati, di volta in volta, secondo la sfumatura più o meno intensa da dare a iscrizioni e titoli di quel suo “diario del mondo” (World Diary).

Rabisch lo spinge a rivisitare il passato, a metterlo a confronto con il groviglio del vissuto quotidiano attraverso un linguaggio che, come sottolinea l’artista, si muove “tra un tempo lento e un tempo veloce”.

Galleria d’Arte La Colomba
Tel. 091 972 21 81
Orari: martedì-sabato 14.00-18.30 domenica e festivi 14.30-17.00 (ingresso libero)
Catalogo con testi di Luca Pietro Nicoletti, Flaminio Gualdoni e Sergio Roic