25 maggio 2018

Musica a Somma Lombardo (VA)

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24 maggio 2018

23 maggio 2018

DOPO L’INVERNO Una raccolta di tre sillogi di Vincenzo D’Alessio: 40 anni di vita e di ricordi (1976-2017) a cura di Vincenzo Capodiferro


DOPO L’INVERNO
Una raccolta di tre sillogi di Vincenzo D’Alessio: 40 anni di vita e di ricordi (1976-2017)

Vincenzo D’Alessio, nato a Solofra negli anni Cinquanta è stato trai fondatori del premio Città di Solofra, nonché dell’associazione culturale ed anonima casa editrice “Francesco Guarini”. È un intellettuale impegnato su vari fronti: dall’archeologia alla storia, dalla critica letteraria alla poesia; ha scritto moltissimo, ricordiamo solo, trai suoi ultimi scritti: “La valigia del meridionale” (2016 ristampa) e “Immagine convessa” (2017). Anche l’immagine di copertina, che ritrae “Vincenzo D’Alessio” di Eliana Petrizzi intercetta questo sguardo ambiguo, doppio, che permea tutta l'opera che andiamo ad analizzare e che richiama anche un’altra silloge, che abbiamo a suo tempo commentato, “Immagine convessa”. “Dopo l’inverno”, edito da Fara, Rimini 2017, raccoglie tre sillogi: “Dopo l’inverno”, appunto e due ristampe di “Un caso del Sud” (Avellino 1976) e di “Costa di Amalfi” (1995). Ci sono 40 anni di vita e di ricordi: dal 1976 al 2017. Ma cosa c’è che lega queste tre sillogi? “Dopo l’inverno” è come uno scrigno che raccoglie una vita, difficile da decifrarsi; in questo scrigno ci sono diamanti, ma anche carboni. Non per sottolineare il paragone: ma è proprio il carbonio l’elemento comune che lega il diamante al carbone. L’altro poeta canta: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori! C’è un dissidio, una dicotomia, una vista bistorta. Un occhio guarda da un lato, l’altro dall’altro. Lo sottolinea anche Teresa Armenti, nella sua breve nota critica: «Uno sguardo silenzioso, disgustato e pieno di rabbia alla terra … Uno sguardo fiducioso rivolto al cielo, per spiccare voli ardimentosi …». Si percepisce una dissonanza cognitiva che già era presente in “Immagine convessa”, emerge il tema dello sguardo impervio, bieco. La raccolta di una vita di un poeta è fatta di amarezze e di sospiri, ma anche di gioie, di aspirazioni. Sospiro e aspirazione hanno una radice comune. Questa è la vita. Come capire un padre che perde il proprio figlio? Un padre del Sud che perde la sua terra, la vede morire giorno per giorno, come in “Paese mio”: «L’uomo, una casa. Cerca: non sente/ sotto le macerie»? Il riferimento va certamente alla tragedia del terremoto dell’Ottanta, ma non solo, c’è una trasfigurazione della maceria, come in Ungaretti, in “San Martino del Carso”. La metafora simboleggia la distruzione della società umana, la disgregazione della famiglia. Già dalla sua giovinezza (quando aveva 26 anni), Vincenzo, come sottolinea Nunzio Menna, «divide con i contadini la tragedia esistenziale di un mondo minacciato dal cancro speculativo politico-edilizio». Il canto si perde tra gli scogli di Sant’Elena: «La rabbia resta nell’attesa/ delle parole antiche». Qui la trasfigurazione rimanda impercettibilmente al “Cinque Maggio”, all’”Ei fu”, alla celebrazione del vincitore vinto. Così nelle pagine sgualcite del D’Alessio si respira l’alito di quell’epopea dei Vinti, ma il suo ciclo è più vicino al verismo di un Verga, che a quello manzoniano, corroborato dalla fede e dalla fiducia nella Provvidenza. Come in Verga, in D’Alessio c’è il naufragio della “Provvidenza”, come ne’ “I Malavoglia”. Ma ecco l’eroe vinto di Sant’Elena che si converte, diventa eroe della fede, da eroe della terra diviene eroe del cielo. L’uomo è vittima del destino implacabile: «Pulire gli argini/ del maldestro destino/ fu opera dell’uomo/ del suo nemico». Oltre al destino c’è l’altro mostro che risucchia l’altra emigrazione, quella che dal Sud del Sud soffia come vento impetuoso sulle nostre coste “di Amalfi”, un Moloch che divora i suoi figli, il Mediterraneo e l’orgioso Mammona: «Sono sacrifici umani/ alla calma incessante/ del Dio Denaro». Questa nuova emigrazione che passa attraverso i paesi dell’emigrazione potrebbe colmare i vuoti dei nostri paesi ammalati di vecchia, pronti alla morte, al loro ultimo sospiro, ma non lo fa. Vincenzo, insieme al circolo dei poeti irpino-lucani, di cui fa parte anche la nostra beneamata Teresa Armenti, si fa il cantore di questa terra persa, terra nel passato conquistata, terra che ha visto il succedersi di dominazioni: Normanni, Angioini, Aragonesi … fino ai Piemontesi. “Dopo l’inverno” a che cosa si riferisce? «Venticinque aprile/ … in questo tempo di pace/ il ricordo dell’inverno/ appena passato per la Libertà». Dopo l’inverno si riferisce al dopo il 25 aprile, alla Liberazione, al dopoguerra. Ci si aspetta una rinascita, una primavera, un neo-rinascimento, come lo definirebbe Gaber. E di fatto c’è stato. Insieme all’emigrazione sfrenata verso le fabbriche del nord ad avvitare bulloni vi è stata anche una crescita nei paesi del sud, una speculazione edilizia feroce ed implacabile. Ma qui si è vissuto lo stridore dell’antinomia tra epoche diverse, tra la civiltà contadina morente e la civiltà moderna, la “fiumana del progresso” di Verga, che è stato solo un palliativo dell’agonia dei paesi morenti. Dopo l’inverno ci si aspetta la primavera, dopo la notte l’alba, dopo il gelo il disgelo. Ma cosa ci è stato? Questo è il crepuscolarismo del Sud, la sua magia, come “Sud e magia” di De Martino. C’è il rimpianto delle antiche città e civiltà che mai torneranno. Chi tornerà a conquistare questa terra desolata? Almeno prima venivano i Normanni, gli Angioini. Torneranno i Saraceni? Il nuovo flusso migratorio, guidato da Mammona, come ha ben evidenziato Vincenzo, potrà riempire il vuoto dei nostri millenari paesi? La maggior parte erano nati nel millenarismo, ma ci sarà mai una nuova rinascita dell’anno 1000? Nel secondo millennio tutto è cambiato. E nel terzo? Chi lo sa? Tutti sono andati via, o sono morti. E chi va via non torna. Chi torna? Quando i figli se ne sono andati non tornano. E se se ne sono andati i padri, i loro figli torneranno? Forse un po’ alla prima generazione. ma alla seconda? Alla terza? Non torneranno più! E chi rimane qui? Da “Un caso del Sud”: «Ogni stagione/ ritornano i giovani/ sempre stranieri». E chi rimane qui? Voce di uno che grida nel deserto. Ecco il poeta! Si fa voce chiara dei reduci dell’inverno, della guerra, dei figli senza padri: morti in guerra, che diventano padri senza figli: partiti per sempre verso lidi lontani in un viaggio-odissea, come Ulisse: «E volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino». 
Vincenzo Capodiferro

22 maggio 2018

Spazio Parentesi 2 Marco Salvario


Spazio Parentesi 2
Marco Salvario

Ci siamo già interessati nel mese di Aprile dello Spazio Parentesi, focalizzandoci su tre interessanti eventi e, a dimostrazione della ricchezza di proposte che tale locazione continua a offrire, torniamo a occuparcene ora con riguardo alle mostre da poco concluse di altri due bravi artisti, molto diversi nell’approccio alle loro opere eppure non troppo lontani nella ricerca delle comune problematiche inerenti l’essere umano e la sua interazione con se stesso, con gli altri e con l’universo.





                               
UNIO. Mostra Personale di Aaron Gonzalez. 26 aprile - 3 maggio
Artista totale ed entusiasta il trentatreenne Aaron Gonzalez, ricercatore vulcanico, sperimentatore di ogni possibile tecnica espressiva che consenta di entrare efficacemente in contatto con il pubblico e comunicargli i propri messaggi e le proprie emozioni. Utilizza pittura, poesia, scultura, fotografia e ancora non è appagato, perché il nostro non si arresta all’opera in quanto tale, ma vuole offrire un lavoro articolato eppure unico, cancellando gli intervalli e le distanze, vissuti come un’interruzione sgradita o come un’occasione perduta. Durante la mostra il suo estro l’ha spinto a evolvere continuamente la sua presentazione, ora dopo ora, ispirazione dopo ispirazione; un divenire che, in fondo, è la vita stessa. Bisogna quindi riempirli questi vuoti, magari con piume colorate di nero oppure con un nuovo scritto, le cui parole sono emerse nella notte e ancora possono essere modificate.
Mi sono chiesto se una tale impostazione non porti a imporre la forma sulla sostanza, come i pensieri/poesie, scritti in fogli smembrati e presentati come un mosaico ricomposto. Volendo comunque provare a estrarre le opere singole dall’insieme, al nostro si deve riconoscere una gran capacità di visione artistica, con le creazioni d’immagini e realizzazioni in bilico tra l’inferno e il paradiso di quella che è in qualche modo una religione pagana ed estremamente personale, dove le aureole che spesso circondano i volti dipinti non sono simbolo di santità ma di emanazioni psichiche che palesano un tentativo di contatto oltre i sensi e le normali capacità umane.






La Mostra Continua. Personale di Tiziana Inversi. 10-23 maggio
Da molti anni questa artista porta avanti in parallelo l’attività medica e quella artistica, nella quale ha meritatamente ottenuto importanti riconoscimenti. Nelle sue opere si può seguire una ricerca profonda e interiore della natura umana, scavando analiticamente alla ricerca delle sorgenti da dove nascono le emozioni e di quale sia il nostro vero essere.
Siamo forse davanti a immagini di psicologia illustrata e la produzione di questa pittrice mi ha fatto pensare, riflettendo su molte delle opere, al percorso iniziatico e mistico che si può ritrovare nelle antiche religioni o negli arcani maggiori di un mazzo di tarocchi; psicologia, ripeto, oppure, sette esoteriche. Spesso si prova la stessa sensazione di smarrimento o turbamento immergendoci nell’oceano, nello spazio, nel folto di un bosco o in noi stessi, alla ricerca di limiti e risposte che non possiamo trovare. In questo percorso Tiziana Inversi sembra a volte scoraggiarsi e cedere alla propria limitatezza umana - forse il lettore mi perdonerà l’accostamento tra l’opera “Il crollo” e la carta numero 16 dei tarocchi, “la Torre” – eppure più spesso sembra trovare tra l’uomo e la natura, una forma d’identificazione nella quale l’uomo accetta di essere solo una piccola parte ma con il sereno riconoscimento di essere incluso nel tutto, non un elemento estraneo; e qui penso in particolare a “Le metamorfosi” e a “Le nostre radici”.
Non semplice sogno, quindi, nelle sue opere, ma rivelazione, iniziazione a un mistero antico e superiore, dove a dominare non è la religione ma un’esaltazione mistica, guidata dalla ragione.

Incontro presso la Galleria Ghiggini di Varese

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21 maggio 2018

Diversity Contemporary a Roma


Diversity Contemporary

21 – 31 maggio 2018

Opere dalla Cina, dal Giappone, dalla Turchia, da Israele, dall’Australia, dall’America Centrale, dagli USA e dal Canada e dall’Europa, i 30 artisti hanno scelto Roma come luogo di esposizione delle loro opere soprattutto come punto d’incontro per il dialogo e il confronto della loro arte. Essere diversi è il miglior modo di essere unici. L’unicità dovrebbe essere la nostra aspirazione e per raggiungerla dovremmo utilizzare la nostra creatività. L’esposizione esalta proprio questa unicità e la diversità identitaria propria dell’arte contemporanea.
La mostra, che Rossocinabro aprirà al pubblico lunedì 21 Maggio alle ore 11 presso lo spazio di Roma in Via Raffaele Cadorna 28, sarà strutturata in più momenti contemporanei e sinergici, tutti finalizzati a far conoscere, al pubblico, le tecniche e la poetica delle varie rappresentazioni artistiche. Saranno esposte 40 opere tra dipinti, sculture, fotografie e disegni.
Non c’è un minimo comune denominatore, perché non lo abbiamo cercato” - spiega il curatore e organizzatore della mostra Joe Hansen - “sarà, dunque, quello analizzare e presentare i vari aspetti dell’arte contemporanea, mettendo in evidenza, il ruolo di valore artistico legato alla unicità e originalità di ognuna delle svariate e tutte ugualmente possibili letture che dell’opera originale vengono date”. La mostra sarà visitabile fino al 31 maggio da lunedì a venerdì dalle 11 alle 19.

Artisti
Alamanou Janice, Shlomit Anderman, Alan Cariddi, Seth Chwast, Jörg Galka-Teisseyre, Santi García Cánovas, Mario Formica, Katharina Goldyn, Ana Paola González, Haupts Christina, Hans Johansson, Osamu Jinguij, Barbro Jonasson, Lady Yupigold, LiV, Sebastián López Durán, Walter Marin,  Friedhard Meyer, Muisco, Marlen Peix, Michelle Purves, Prussi, Daniela Rebecchi, Amanda Ruck, Meir Salomon, Martin Severinson, Dolors Simó, Vera Tsepkova, Anthony Vella, Laara WilliamSen

A cura di Joe Hansen

Rossocinabro
Via Raffaele Cadorna 28
00187 Roma
Tel 06 60658125
Visit: rossocinabro.com
Apertura lun-ven 11:00 – 19:00


16 maggio 2018

Festa dell'oratorio a Busto Arsizio (VA)



«(S)CANOVACCI», GLI «ATTORI IN ERBA» RACCONTANO LA COMMEDIA DELL’ARTE


«(S)CANOVACCI», GLI «ATTORI IN ERBA» RACCONTANO
LA COMMEDIA DELL’ARTE


Da Arlecchino a Pulcinella, da Colombina a Pantalone, da Capitan Spaventa al dottor Balanzone, senza dimenticare Tartaglia, Brighella, i giovani innamorati e la furba Smeraldina: le maschere più famose della tradizione italiana salgono sul palco del cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio con trentacinque bambini e ragazzi dai 6 ai 16 anni, che hanno frequentato i corsi «I piccoli attori» e «Attori in erba» di «Culturando». L’appuntamento è per venerdì 18 maggio, alle ore 20.45.

Busto Arsizio (Varese), domenica 13 maggio 2018 - Un gruppo di attori girovaghi, un carrozzone con un teatro smontabile e tanti fantasiosi scenari, bauli pieni di stoffe colorate, cuffie, cappelli e abiti di scena, vettovaglie, generi alimentari di ogni tipo e le maschere più famose della tradizione italiana: da Arlecchino a Pulcinella, da Colombina a Pantalone, da Capitan Spaventa al dottor Balanzone, senza dimenticare Tartaglia, Brighella, i giovani innamorati, la furba Smeraldina e le tante giovani attrici che, nell’Italia del Seicento e Settecento, portarono il buon nome del teatro italiano in tutta Europa. Il magico mondo della Commedia dell’arte, con i suoi frizzi e lazzi, è al centro della favola musicale «(S)canovacci», in agenda venerdì 18 maggio, alle ore 20.45 (con inizio reale della rappresentazione alle ore 21), al cinema teatro Manzoni di Busto Arsizio.