14 novembre 2018

CO-EXISTENCE 5 a Roma

CO-EXISTENCE 5
19 – 30 novembre 2018

Giunta alla 5a Edizione la mostra in questione sarà un vero e proprio concerto, che coinvolgerà artisti di varie nazionalità volti a vivere e a catturare gli sguardi sul proprio pensiero nomadista, su coesistenze e slittamenti; tutto attuato con tecniche diverse, e che nello spirito di queste trovano così il motivo di un'unità. Risulta evidente che la coesistenza di vari linguaggi artistici che si mettono in correlazione, si compenetrano e si integrano, diventa un parametro importante nella comprensione e valutazione di espressioni artistiche di realtà culturali diverse come strumento in grado di fornire una chiave di lettura unitaria. L’attenzione ai diversi linguaggi, la conoscenza e lo scambio con gli altri trovano modalità concrete e canali privilegiati di realizzazione proprio nei linguaggi artistici ed espressivi. Verso questa direzione conciliatrice, va letta, dunque, la capacità metamorfica dell’arte, sempre più tesa a scandagliare nelle dinamiche e nelle alterne coesistenze di sistemi oppositivi il rispetto e il riconoscimento dell'alterità che fatica e richiede una più matura riflessione. Aspirare ad avviare e a promuovere, passo dopo passo, la ricerca di una ragione comune, può infatti rendere conto di nuove possibilità di confronto e di crescita culturale.

Artisti: Janice Alamanou, Jonathan Alfaro, Isabella Angelini, Antonella Argiroffo, Marina Bonatti, Greta Broglio, David Dai, Maria De Vido, Yari Di Giampietro, Chiara Di Donato, Onno Dröge, Ana Paola González, Andreina Guerrieri,Gary Hopkins, Osamu Jinguji, Stefanie Kamrath, Ioanna Konstantinou, Judy Lange, Ruggero Lenci, Lisa J Levasseur, LiV, Walter Marin, Andrea Massarelli, Alexandra Mekhanik, Betsie Miller-Kunsz, Elvio Miressi, Paris Leroy, Edna Piorko, Irena Procházková, Daniela Rebecchi, Caroline Rexborg, Sandra Schawalder, Shigeru K, Ildikó Terebesi, Silvia Withöft-Foremny

La mostra è curata da Cristina Madini   

Rossocinabro
Via Raffaele Cadorna, 28
00187 Roma

Incontro con gli artisti sabato 24 novembre 2018 dalle 17 alle 19

Visitabile da lun a ven 11-19

https://www.rossocinabro.com/exhibitions/exhibitions_2018/174_co-existence5.htm

13 novembre 2018

"Vigilia di Natale" narrata a Como

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Giornata internazionale contro la violenza sulle donne a S. Vittore Olona (MI)

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"L'infinita storia delle piccole cose" di Giuseppe Bianco

Editoria, a novembre l'uscita del prossimo libro dell'autore caivanese Giuseppe Bianco
Il testo s'intitola: "L'infinita storia delle piccole cose"
di Armando Brianese.



L'autore
Lo scrittore caivanese ha conseguito molti riconoscimenti letterari per i racconti premiati
in vari concorsi nazionali. È già stato direttore editoriale di una casa editrice. Lungo il suo
percorso letterario, ha pubblicato tre libri: "Lungo la strada del tempo" (Edizioni Spartaco, 2001),
"Chiedilo all'amore" (Albus Edizioni, 2007) e "Figli di uno schizzo" (Homo Scrivens, 2017), che segna
il ritorno dopo una lunga distrazione.

Il libro

A seguito di un lavoro lungo e meticoloso, l'autore ha posto in essere la sua ultima opera: "Linfinita storia delle piccole cose" (L'Erudita, 2018), la cui uscita è prevista per metà novembre. Il titolo è nato da un'attenta osservazione della realtà e dall'amara consapevolezza che "l'essere" è rimasto indietro. Al di là del colore, della razza, della religione, le persone vengono manipolate nel corpo e nei pensieri da un sistema che ammette solo le ragioni del profitto e del potere. Le persone purtroppo vengono trattate come cose, non come uomini, donne o bambini, ma cose. Il nucleo fondante del testo è il viaggio, che affrontano undici personaggi, tra la realtà, il sogno ed il fantastico alla ricerca di un mondo più gratificante e giusto. In quasi tutti i racconti il pessimismo sembra prendere il sopravvento. Un paesaggio privo di luce, là dove quella luce rappresenta la speranza, senza la quale non vi sarebbe che disperazione.
I personaggi lottano in ogni modo contro la rassegnazione al fine di ottenere un riconoscimento delle proprie qualità umane. "Dobbiamo batterci contro nemici invisibili: l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità" è una delle frasi più significative presenti nel libro. Nemici invisibili, ai quali i protagonisti del racconto prendono le misure e che tentano in ogni modo di sopraffare, non ultimo l'alienazione, che è il male supremo per gli esseri umani. Quest'ultima è la degradazione massima dell'uomo, dove perdono ogni valore la mente e lo spirito, portando così a tacere una delle doti più propriamente caratterizzanti l'essere umano, ovvero la creatività. Uno degli spunti erto a paradigma di riflessione è l'analisi del tempo, del suo inestimabile valore. Nel racconto "Il valzer delle ore perdute" si legge: "C'è sempre tempo fin quando ti accorgi di non averne più". Non è una visione eraclitea del tempo, ma un desiderio di dare ad ogni attimo della vita un significato e un valore.
I personaggi si calano all'interno di undici racconti, i quali seguono un'unica direttrice, quella di approfondire il rapporto tra l'uomo ed i suoi sogni, le sue speranze e le sue paure. Sono racconti a volte crudamente calati nella qualità e che, in alcuni casi, vengono proiettati in una dimensione onirico fantastica, ma sempre pregni di un'umanità che costituisce il fulcro del racconto e un'occasione per la catarsi dalla banalità del nostro tempo. Un testo che in molto lettori attendono, ansiosi di conoscere l'ultimo lavoro della vena letteraria dell'autore napoletano.

12 novembre 2018

PARATISSIMA 14 – Feeling different Marco Salvario


PARATISSIMA 14 – Feeling different
Marco Salvario

Quattordicesimo anno di Paratissima a Torino e la manifestazione ha confermato come locazione la caserma La Marmora, sede sicuramente spaziosa e intrigante, purtroppo non sempre adattata alla destinazione artistica. Di questo limite sono testimonianza il primo e secondo piano, inaccessibili ai portatori di handicap e faticosi da raggiungere anche per i visitatori meno giovani. Tali spazi, ma sicuramente sono io troppo sospettoso e mal pensante, sono stati assegnati a quegli artisti non spalleggiati da galleristi e sponsor influenti, proprio quegli artisti che qualche anno fa erano la vera anima e la vita della manifestazione. Peccato, Paratissima sempre più è un competitore (commerciale) di Artissima e non un’alternativa artistica.

Asciugate le lacrime per l’innocenza perduta in nome del vile denaro, non si può che apprezzare un’organizzazione sempre più efficiente e collaudata.
La manifestazione si è svolta da mercoledì 31 ottobre a domenica 4 novembre 2018.
La selezione sugli artisti ne ha ridotto drasticamente il numero, dai più di 500 della scorsa edizione a circa 360, e non sono pochi coloro che, pur avendo partecipato a edizioni del passato, mi hanno detto di non essere più interessati a utilizzare la vetrina di Paratissima per presentare le proprie opere. Sono aspetti che dovrebbero essere esaminati con attenzione e la mia analisi è che se una volta gli artisti cercavano Paratissima per farsi conoscere, ora si trovano a parlare con un’organizzazione che non è interessata tanto a far scoprire e pubblicizzare talenti quanto a fare girare soldi e vendere opere.
Per questo, lo ripeto, visitando la manifestazione mi è rimasta dentro l’immagine di un mondo che ha perso la sua ironia selvaggia e disordinata per diventare un serio e rigido mercato d’arte; proprio quel sistema contro di cui Paratissima era donchisciottescamente nata. Non voglio infierire, questo è il destino delle manifestazioni che sopravvivono alla loro infanzia e, proprio per questo, forse non dovrebbe essere permesso loro di sopravvivere più di dieci anni.
Il successo di pubblico è stato notevole, 45 mila visitatori, dieci in meno della una volta rivale e ora sorellastra Artissima. Nonostante l’apertura anche al mattino, si tratta però di mille visitatori in meno rispetto all’ultima edizione, però l’offerta artistica a Torino è stata ricchissima e forse troppo concentrata tutta nella stessa settimana.

Prima di iniziare la mia personale analisi dell’evento, lasciatemi puntualizzare:
  1. Le segnalazioni e i giudizi che leggerete in quest’articolo sono pareri personali e riguardano opere di artisti che mi hanno colpito favorevolmente. Se uno degli espositori si trova citato, è perché la sua opera mi è piaciuta. Se non si parla di lui, o non mi ha interessato, o il caso ha voluto che le sue opere mi sfuggissero.
  2. Mi sono soffermato esclusivamente su opere di pittura, scultura, grafica e fotografia, mentre non ho considerato multimedialità, moda, design, musica ecc.
  3. L’elenco che segue non è una classifica ed è nato dalla sistemazione casuale delle fotografie che ho scattato.

Parallela alla manifestazione principale si è svolta Paratissima “Art in the city”, con locazioni sparse per Torino. Gli artisti coinvolti in tale manifestazione non sono trattati in questo articolo.



Roberta Capello

Non so se le opere del progetto “Rispecchiami” posso essere considerate ritratti fotografici. Lo sono sotto un certo aspetto, con volti che emergono in uno squarcio di luce da un nero profondo, però sono volti doppi, perché a ogni faccia se ne sovrappone una seconda; a volte si tratta di persone molto simili, a volte invece è profondo il solco dell’età. Fratelli, allora, o genitore e figlio, o semplicemente amici.
Il confronto tra i lineamenti, tra gli sguardi, diventa per l’occhio del visitatore una sfida istintiva.
Chissà, forse è vero che si finisce ad assomigliare a chi si ama, ma il messaggio e la ricerca dell’opera di Roberta Capello, sono più profondi, vanno in una direzione che può richiamare la fisiognomica di Beccaria, rivisitata però con una sensibilità profonda e palpitante, rivolta a rinserrare legami che non sono esteriori ma profondi e “chimici”.
Rileggendomi, scopro di avere già segnalato questa artista come pittrice nella precedente edizione di Paratissima: esploratrice di tecniche e metodi espressivi molto diversi, con queste opere dimostra di possedere anche nella fotografia un linguaggio espressivo estremamente efficace.



Ugo Ricciardi

Quanto è importante in una fotografia artistica il modo e la tecnica con cui è stata realizzata? Personalmente ho sempre pensato che il risultato sia molto più importante del mezzo utilizzato per raggiungerlo, così, davanti a un frettoloso esame dei “Notturni” di Ugo Ricciardi, ho pensato con una certa indolenza: “Bello, però oggi con i programmi di grafica si riesce a fare di tutto.” Errore mio! L’artista realizza le opere nel buio più profondo della notte, utilizzando o l’opera di un assistente, in certe immagini s’intuisce la sua presenza, che sposti le luci, o addirittura un drone che percorra geometrie chiuse. Chapeau!
Alla fine, quello che la foto comunica è il fascino della notte, nella bellezza deserta di antichi monumenti e panorami, di una natura ritornata padrona dello spazio e del tempo; e del silenzio, il magico silenzio che le nostre città disprezzano e violentano di giorno e di notte. In tale contesto, la luce sembra rivelare l’anima del passato o del presente, fermata per l’eternità nel movimento circolare.
A Ugo Ricciardi, come a molti altri autori, le scuse per non essere riuscito con le mie fotografie a sfuggire ai terribili riflessi che sporcano la bellezza delle sue opere.



Jacopo Di Cera

I fogli stropicciati su cui sono impressi i lavori di Jacopo Di Cera mostrano un mondo spezzato e sgretolato, la terra martire di Amatrice, devastata dal terremoto del 2016.
Simboli come il pacchetto di sigarette con l’immagine del Che Guevara e la scritta “Il fumo uccide”, ferri di cemento non troppo armato, un termosifone assurdamente emergente tra le rovine.
Certo, le fotografie richiamavano la devastazione di quei tragici giorni, però così spiegazzate, quasi anticipando l’appallottolamento pieno di frustrazione e fastidio che precede il lancio nel cestino della carta come irrecuperabile spazzatura; mi chiedo se le immagini non vogliano essere denuncia di una volontà di dimenticare, di una ricostruzione che non interessa più ai potenti e neppure alla gente che in quei posti non vive. Una seconda tragedia di cui non bisogna cercare le origini nella ferocia devastante della natura o nell’incuria del passato, ma in noi stessi, preoccupati di rimuovere quello che ci disturba e per il quale riteniamo di avere fatto già abbastanza, anche se non abbiamo fatto quasi nulla.
Troppi disastri, troppi sciagure. Parliamo d’altro!



Simona Muzzeddu

Simona Muzzeddu, visual artist. La sua opera “Borderline psychotic activity” è di rara efficacia sia come video sia come sequenza di fotografie. Un sinistro parallelo tra l’ambientazione degradata, abbandonata, vecchia, e la condizione dell’uomo, prigioniero di una camicia di forza, ma soprattutto di se stesso; scatenato in un’agitazione insensata e inarrestabile, la bocca che si apre in un grido che non possiamo sentire. Un grido di libertà negata.
Il disagio è nell’interpretazione che riusciamo a dare, perché quello che vediamo non è la pazzia di un uomo chiuso in un manicomio, ma il nostro essere prigionieri nei nostri limiti, nella fragilità irraggiungibile dei nostri pensieri. Vogliamo raggiungere quel che non possiamo diventare mentre non siamo in grado che di perdere noi stessi nella nostra disperazione.
Sicuramente l’opera di questa edizione che mi ha emozionato di più.
Il video può essere visualizzato a questo indirizzo:



Cinzia Naticchioni Rojas

Ormai si stampa su tutto, su ogni possibile superficie e, sulla vetrina di un negozio di estetica, un cartello invitava le clienti a portare una fotografia da farsi stampare sulle unghie. Però non avevo ancora visto stampare su foglie secche immagini di monumenti oppure di vita comune. “Gelatina ai sali d’argento su foglia”.
L’originalità del materiale crea uno strano distacco dalla realtà, che regredisce a livello d’intuizione, di sogno, si perde e al tempo stesso si arricchisce nelle nervature, si confonde nei riflessi della luce.
Cinzia Naticchioni Rojas, architetto e fotografa italo-messicana nonché novella Morgana, regala alle foglie la magia, nel momento in cui cadono dagli alberi, di registrare sulla propria superficie l’ultima immagine catturata.



Marco Poma

Le incisioni di Marco Poma sono il risultato di un geniale equilibrio tra una rigida e prospettica geometria – cerchi, cubi, quadrati e piramidi – e un reticolato fitto che ricorda i capillari di un tessuto animale oppure filamenti vegetali. Questo in un gioco di chiaroscuri di sicura efficacia.
Temi spaziali abilmente proposti ora in due e ora in tre dimensioni.
Il progetto artistico del giovane artista è stato premiato come il migliore della selezione Independent Curated Spaces in questa edizione di Paratissima.



Salvatore Cocca

Finalmente un pittore vero e bravo! Nulla contro i precedenti artisti, ma quando vedo un maestro del bel classico dipingere, il mio cuore è felice.
Ecco quindi i begli oli su tela o su legno di Salvatore Cocca. Porte aperte su interni di case un po’ fuori dal tempo, deserte, trascurate ma profondamente dignitose; finestre da cui entra una luce intensa che accentua i contrasti, senza riuscire a cancellare quel freddo antico che è impregnato nei muri spessi. A me ritornano in mente la casa dei miei nonni e quella di due vecchie zie che vivevano in campagna, ma è l’atmosfera dei (bei) tempi andati, dove la casa aveva un alone sacro e ogni oggetto aveva il suo valore, a dominare.
Quella serena bellezza, semplice, antica e pura, che vorremmo ritrovare dentro di noi, nei nostri pensieri avvelenati da una fretta inquieta che ci fa correre sempre per non arrivare da nessuna parte.



Paolo Di Rosa

L’artista giusto per chi da un’opera d’arte vuole essere ispirato per poi lasciare viaggiare a briglie sciolte la propria fantasia; visioni metafisiche che hanno però radici salde nella natura umana. Sia il soggetto uomo o donna, bambino o anziano, lo sguardo si focalizza curioso su qualcosa che non è nella realtà comune e che apre la porta a un mondo diverso, affascinante e astratto.
Sempre in equilibrio tra ironia e profondo messaggio, Paolo Di Rosa riesce col suo stile di favolosa naturalezza a creare atmosfere irreali e al tempo stesso parallele alla vita ordinaria.
L’innocenza del bambino che gioca con una barchetta muovendola in un mare che lui solo vede, la donna dai capelli argentati che osservando con una lente una linea bianca scopre ingrandito il monoscopio televisivo, il saltimbanco che legge un giornale seduto su un improbabile filo: immagini che divertono e che creano a cascata pensieri, riflessioni, ricordi.
Raramente ci si trova davanti a lavori che permettono alla fantasia dello spettatore di volare altrettanto libera e creativa.



Paola Geranio

Pittura densa e carnale quella proposta da questa artista. Il volto femminile, soprattutto la bocca e le labbra, è indagato con morbosa attenzione. Labbra carnose su cui aderisce una sigaretta, stuzzicate dalle dita di una mano, punite dalla palla di un bavaglio, nascoste dalla bolla di una gomma da masticare, aperte in un bacio vorace, schiuse in una torbida e maliziosa attesa.
Le ragazze ritratte, giovani donne in divenire, spesso ci guardano torbide, con sguardi smarriti eppure avidi di esperienze; adolescenti che vogliono e implorano attenzione, padrone del proprio destino e sottomesse al tempo stesso.
Il mistero delle donne e della loro maturazione, l'inquietudine che le agita e i turbamenti che provocano negli uomini.



Emanuele Biagioni

L’artista fa rivivere il fascino delle moderne città utilizzando tecniche impressioniste con ottimi risultati.
I ricordi dei suoi numerosi viaggi diventano materia per rappresentazioni di grande effetto con le ombre dei pedoni nel sole del mattino, oppure con i fanali delle auto e i lampioni nella notte, o i riflessi sull’asfalto bagnato dalla pioggia.
La capacità di Emanuele Biagioni nel dominare le immagini ha del magico. Grande la scelta degli spazi dove non disturbano i grandi intervalli concessi all’asfalto nudo. Da un lato lo spettatore si perde nel gioco confuso di luci e contorni sfumati, dall’altro pochi dettagli colgono la sua attenzione e gli fanno cogliere dettagli di grande precisione. Questo è proprio il segreto della vista umana, che sa ricostruire da pochi elementi in confuso movimento una rappresentazione della realtà in cui ci muoviamo e diventa il segreto prezioso dell’opera di questo artista.



Claudio Cionini

Le opere di Claudio Cionini hanno molto in comune con quelle di Emanuele Biagioni appena commentate. Città, pioggia, riflessi di luci. Diversa è però l’interpretazione. La città di Cionini è un ambiente dove l’uomo non compare ma è assorbito, inscatolato, nelle case e nelle automobili. La città è il soggetto nel suo essere assoluto, come ambiente, come realtà unica, come spazio che riempie se stesso. Una città che è infinita, non ha confine e non ha alternative. Se la città è opera dell’uomo, allora l’uomo ha cancellato ogni possibile alternativa, ogni diversa evoluzione nel proprio domani.



Emmanuela Zavattaro

Diventata pittrice per riempire i tempi della convalescenza e ritrovare certezze dopo un brutto incidente, l’artista ha saputo creare un parallelo tra la propria vita e la propria opera ricreando se stessa nell’arte e riutilizzando materiali poco nobili come i cartoni di un imballo per realizzare le proprie opere.
Il risultato, asimmetrico e composito, attira l’occhio e i visi disegnati, volti di una giovane donna dai grandi occhi, timidi e sofferenti, sono di una fierezza non vinta. Autoritratti?
Con le sue creazioni tra la pittura e il collage, Emmanuela Zavattaro è riuscita a trovare un modo perfetto per comunicare con il pubblico ed esprimere il proprio io.



Giuliana Cobalchini

Sacchi pieni, sacchi vuoti, sacchi a metà. Nella semplicità, quasi nella banalità del soggetto rappresentato, si cela invece tutta l’allegoria della vita. Giorni pieni, vuoti, giorni a metà; momenti in cui riteniamo di avere tutto e altri in cui non abbiamo nulla cui aggrapparci.
Nessuna enfasi, semplice contemplazione di momenti, di ritmi e di forme. Già, perché la sequenza dei sacchi potrebbe anche suggerire, il ritmo di una musica di sole sei note. Re-fa-mi Fa-re-do. Provate a canticchiarlo…



Alfonso Marco, Antonio Crisa’, Nicola Iacovone

Non sono sicuro che sia corretto segnalare questo lavoro come opera artistica, ma chi ha dovuto cimentarsi più volte con le proiezioni ortogonali, scomponendo gli oggetti secondo le tre possibili viste, non ha potuto non soffermarsi con un sorriso a metà sul progetto “Ritratti Assonometrici”. Una catalogazione di persone riprese frontalmente, di profilo e dall’alto. Lo scopo dichiarato è quello di evidenziare e interpretare le differenze. Alla fine, anche qua, torniamo alla fisiognomica e al Beccaria!


L'Europa che non c'è a cura di Antonio Laurenzano

Forte appello lanciato da Massimo Cacciari al recente Forum organizzato a Milano dal Pd: “Ripensare radicalmente l’Unione, non possiamo difendere l’indifendibile”. Un appello a pochi mesi dalle elezioni europee di maggio, “quelle politicamente più importanti mai fatte”, per recuperare consenso attorno all’Unione e dare vita a una nuova governance europea capace di assorbire il diffuso antieuropeismo e allontanare i fantasmi di una sua disgregazione.

E’ profonda la sfiducia dei cittadini europei nelle istituzioni e nella tecnocrazia di Bruxelles. Una delusione per l’Unione giudicata lontana dai reali bisogni della gente. Questa Europa provoca sentimenti di ostilità, viene vissuta come l’Europa dei poteri finanziari, un’Europa che genera inquietudini, crea insicurezze, crisi di identità nazionali. Nel rifiuto di questa Europa sono confluite irrazionalmente rigurgiti di anacronistici nazionalismi, paure xenofobe, voglia di protezionismo economico. Il malessere è nello smarrimento del ceto medio, della vecchia classe operaia e dei giovani arrivati sul mercato del lavoro dopo il crack del 2008, terrorizzati dalla crescente precarietà occupazionale.

In questo spazio di disagio sociale, alimentato da una crisi di rappresentanza, si inseguono le sirene del populismo e l’illusione del sovranismo da parte di movimenti e partiti che di fatto azzerano  quella solidarietà che in Europa aveva accomunato tutte le forze politiche alla fine della seconda guerra mondiale e su cui era stato edificato il sogno europeo. Un fenomeno che pone seri interrogativi sul futuro delle democrazie europee e che fa vacillare il patrimonio di valori comuni costruiti in oltre settant’anni di pace. Il nazionalismo, padre di tutte le guerre, torna ad alzare la testa in maniera preoccupante, proponendo un presente che ha perso la memoria del passato! In un’Europa segnata dalla recessione economica e dall’austerità, populismo e nazionalismo rischiano di prendere il sopravvento veicolando l’opinione pubblica verso pericolose forme politiche di anti-sistema. Un salto nel buio in un’Europa intergovernativa priva di un governo e di una politica comune. Si sta miseramente sgretolando il tasso di unità che ha tenuto in vita le tante diversità dell’Unione, ma soprattutto si sta dissolvendo l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori. L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto federativo (Costituzione) in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante.

Per superare le insidie della globalizzazione, trovare cioè la via del futuro, non basta l’unità delle monete, dei mercati, delle banche centrali. L’Europa deve riaffermare la propria millenaria identità culturale e  sviluppare in modo organico politiche economiche espansive per ridurre le differenze sociali. E’ tempo di “svecchiare”  le istituzioni  di Bruxelles recuperando democrazia e credibilità al rapporto con i cittadini : cancellare il diritto di veto, abolire le rendite di posizione, promuovere l’unione fiscale. Il mondo ci propone sfide che si vincono solo con un’ Europa unita, ben consapevoli che il corso della storia è più forte della ignavia degli uomini e della demagogia elettoralistica. La via da seguire è “condividere il futuro nell’Unione europea”, secondo il monito del Presidente Mattarella, a cento anni dalla fine della Grande guerra.

I TEMI DI TEX a cura di Angelo Ivan Leone


I TEMI DI TEX

  I temi che ritornano più di frequente nella narrazione di Tex sono, oltre a quelli che vedono il nostro e i suoi pards impegnati in una lotta senza quartiere del bene contro il male, di cui Mefisto è solo uno dei campioni, molto spesso incentrati sulla lotta contro un ricco signore che spadroneggia in lungo e in largo nella più remota cittadina del West . In questo, vediamo molta somiglianza con la vicenda manzoniana di don Rodrigo e dei suoi bravi, anche se in Tex non c’è nessuna disposizione provvidenziale volta a sconfiggere i cattivi, bensì, molto più semplicemente e prosaicamente, il suono delle colt o, meglio ancora, dei winchester.
 Negli oltre 600 numeri di Tex, un altro grande tema spesso presente nella narrazione è quello che vede combattere il nostro ranger affinché venga riconosciuta parità di diritti e dignità agli indiani, spesso vittime di soprusi razziali e angherie gratuite, di fronte ai quali l’animo del lettore, si spera, si ribelli naturalmente. Tuttavia, Tex non difende soltanto gli indiani, ma spesso ne placa e ne doma la sete di vendetta e, quando gli indiani stessi non esitano a mettersi contro la legge per motivi ingiustificabili, Tex non ha dubbi sul punirli, anche severamente se occorre.
Il ranger, paladino dell’ordine, si trova, a volte, addirittura costretto, nel gioco della narrazione del fumetto, a rivestire i panni di un capo indiano ribelle nei confronti dell’ordine costituito, cioè a combattere una vera e propria guerra indiana a capo dei suoi Navajos contro le ingiustizie dei bianchi, come si può ben vedere nei memorabili episodi che hanno dato vita al primo libro su Tex, dal titolo “Sangue Navajo”. Nella fattispecie, in nemico di Tex è l’odiatissimo colonnello Helbert, che poi sarà l’unico a subire un trattamento duro in questa ben strana guerra dove non morirà nessuno né tra gli indiani, né tra i soldati, perché Tex è sempre contrario allo spargimento inutile di sangue, soprattutto se si tratta di sangue di innocenti. Infine, però, i responsabili dell’eccidio primigenio dei Navajos saranno assicurati al lungo viaggio con l’Ineluttabile grazie alla caccia serrata che Tex e i suoi pards daranno loro dopo aver riscattato, attraverso la guerra, la rispettabilità e l’onorabilità della propria gente, cioè dei Navajos.
Un altro filone narrativo è quello che vede Tex alla risoluzione di complicate e difficoltose trame politiche, avvolte nel buio di un fitto mistero, specie quando il suo personaggio incontra politici veri e propri, come ad esempio diventerà, dopo la sua evoluzione, Montales oppure quelli che Tex chiama alla lettera “maledetti politicanti di Washington”.Inoltre, Tex non è esente dalla discesa negli inferi della magia vera e propria, quando incontra uno dei suoi amici storici come il “brujo” (stregone) Morisco, un affascinante personaggio egiziano che, dopo varie e alterne peripezie, si trova al fin accanto al nostro e ai suoi pards.
  Questo essere così dichiaratamente pronto a difendere gli interessi degli indiani procurerà a Tex la qualifica dispregiativa di “rinnegato” da parte dei suoi nemici, termine di fronte al quale il ranger, in questo caso più Aquila della Notte che mai, non esiterà a far volare i suoi immancabili destri, uppercut e micidiali sinistri, di fronte ai quali Carson esclamerà “Iniziano le danze!”, “Accidenti, che sventola!” oppure “Che volo!”. E se mai al malcapitato si sceglierà di dare la soluzione estrema, ovverosia la morte, l’immancabile Carson commenterà con un classico “Giustizia divina!”, al quale farà da contraltare, in chiusa, il decisivo e biblico “Amen!” di Tex.
La vicenda del libro “Sangue Navajo”, che raccoglie alcuni dei più memorabili episodi di Tex, fa da premessa e corollario al discorso circa le edizioni e riedizioni che sono state create nel corso dei decenni per il nostro eroe, a dimostrazione, ancora una volta, dell’enorme successo di pubblico che ha sempre premiato il personaggio di Aquila della notte.


(c) Angelo Ivan Leone

05 novembre 2018

I COCCI DEL MIO ALFABETO Una raccolta poetica “neoclassicista” di Filomena Lombardo a cura di Vincenzo Capodiferro


I COCCI DEL MIO ALFABETO
Una raccolta poetica “neoclassicista” di Filomena Lombardo

I cocci del mio alfabeto. Parole tra letteratura, arte e mito” è una raccolta poetica di Filomena Lombardo, edita da Emia, Riano luglio 2018. Filomena Lombardo è nata nel 1971 a Brackenheim, si è trasferita da bambina a Varese e si è laureata in lettere moderne. Insegna al Liceo artistico “A. Frattini” di Varese. Appassionata di Storia antica, arte e Lettere antiche, nonché di Archeologia, in cui ha conseguito il diploma di laurea, ha pubblicato per Emia anche un’altra opera bellissima: “Il tiranno politico. Gelone, tra Oriente e Occidente”. «”I Cocci del mio alfabeto” ha a che fare con il peso delle parole. Con il loro carico. Con il loro dovere. Con la loro responsabilità. Con la loro sostanza, anzitutto. Che è carne e spirito. Che è corpo ed anima. Delicata e cagionevole. Deperibile e gracile. In questo prezioso “guscio editoriale” (la parola coccio deriva dal greco “ostrakon” che significa proprio conchiglia» (Dall’Introduzione di Italo Arcuri). Quest’opera poetica, infatti, ha a che fare proprio con l’archeologia. Filomena in questo ultimo lavoro, in cui si è cimentata, ci ha voluto offrire un vero e proprio dizionario poetico, una micro-enciclopedia, la quale riassume in termini “neoclassicisti” tutto il patrimonio della grecità, frammisto alla sua esperienza di cultrice, ma anche di passionale. Si tratta di un mirabile esperimento di “poiesis”, nel senso più autentico del termine. I componimenti sono posti in ordine alfabetico. Già la parola coccio deve farci riflettere. L’”ostrakòn” è l’ostrica, che veniva usata per colorare i vestiti, da cui i Fenici purpurei, ma che veniva usata anche per decretare l’esilio o la morte di qualcuno. È il doppio senso della parola, rivelante, ma nello stesso tempo ostracizzante. Ricordiamo gli “Occhi di seppia” di Montale. Perché il problema è: non sempre è facile parlare, esprimere; la verità porta con sé la persecuzione, è un complesso di Cassandra. «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe …». Filomena dedica l’opera «… alle genti del nostro sud, imbevuta di grecità e classicismo …». Ed è vero. Basta prendere i dialetti. Ogni paese ce n’ha uno! Ma non solo! Ogni parola reca il segno, la traccia delle antiche lingue (greco, latino, arabo) e poi di quelle dei dominatori (spagnolo, francese …). Basterebbe rileggere la monumentale opera di Monsignor Mennonna, “I dialetti gallitalici della Lucania”, per rendersene conto. Lo stile di Filomena riflette il classicismo che si denota nel lessico, ma soprattutto “I Cocci” ci danno l’idea di un’attività archeologica. Come nell’archeologia classica, che Filomena pratica, si scava per trovare frammenti reconditi di storia, così si fa in questo esperimento poetico bellissimo. È un’attività psic-archeologica che cerca di ritrovare gli archetipi junghiani presenti nell’inconscio del nostro io collettivo. Non a caso Freud paragonava l’attività dell’analista a quella dell’archeologo. Ma seguiamo alcuni passaggi: «Amore è lettera: epistola erotica in versi,/ motivo dell’amore infelice di Penelope e Ulisse/ in Itaca per sempre,/ Fedra e Ippolito ne Le metamorfosi ovidiane/ Didone e Enea nel divino Poema di Virgilio,/ Medea e Giasone in Eschilo/ ed Elena e Paride in Omero,/ rievocazione di momenti/ dolci ed indimenticabili dell’amore/ tra l’imperatore Adriano e il camillo Alcinoo». Ecco come il tema dell’amore risulta modulato sulle reminiscenze classicistiche! L’esperimento neoclassico vien ribaltato, con le cornici adatte, nel mondo attuale del post-modernismo e quindi anche post-classicismo. Seguiamo nel tema dell’Arte l’eternità del modello elladico per tutte le generazioni: «Arte sta all’Ellade come l’uomo alla sua terra,/ di cui ne assapora l’aria viva/ e con ingegnose competizioni/ dona vita alle più geniali e artistiche creazioni». La grecità è l’anima del mondo occidentale. Seguiamo, ad esempio, Cultura: «Cultura è quella siciliana, indicibilmente bella/ e pittoresca, di cui Goethe/ ne fu sorprendentemente innamorato,/ quando giunto nell’Isola,/ durante il celebre viaggio/ non omette di inneggiare,/ che l’Italia senza Sicilia non lascia alcuna immagine nello spirito». Anche qui si sottolinea la centralità della Sicilia nel Mediterraneo, crocevia di culture, tomba e ristoro delle genti, mare nostrum e mare ostile. È la Sicilia di quel “Gelone tra Oriente e Occidente” di Filomena. Infine sottolineiamo quella specie di Inno a “Zeus”, che è bellissimo: «Zeus Dio più grande del pantheon ellenico,/ Zeus troneggia sull’Olimpo … ». A nostro avviso è la composizione centrale di tutto questo dizionario poetico della cultura classica. Infine concludiamo con “Metafragando”, ove si legge, tra l’altro: «Il Sud ha imposto questa immagine/ capace di evocare un mondo perduto …». Oggi la Questione Meridionale sposta il suo asse a tutto il continente africano ed a parte dell’Asia: è molto più complessa ed articolata della vecchia, seppure sempre attuale, questione. Si sposta in pratica al Mediterraneo, a quella Sicilia che funge da tramite sempre tra Oriente te ed Occidente, ma soprattutto tra Settentrione e Mezzogiorno. «Non saremmo partiti senza il dramma dell’Olocausto!». Il nuovo Olocausto si consuma tra il Sahara ed il Mediterraneo. Concludiamo con le stesse parole di Italo: «Il mito che deriva dalla lettura de I Cocci, infine, si rivela in una serie di segni grafici, quasi in una calligrafia moderna, dove il carattere e lo stile sono solo il pretesto per dar forma a una visione d’insieme. Individuata come Itaca, perciò cercata con ansia e, per fortuna, mai raggiunta. L’utopia, altrimenti, si ridurrebbe a concretezza». Oggi non a caso si parla di Retrotopia (Z. Bauman), cioè utopia che guarda al passato ed ove può trovare, come sempre, terreno fertile se non nella beneamata Ellade, patria di ogni classicismo? L’ultima opera di Filomena Lombardo sarà presentata il 29 novembre presso la Biblioteca Civica di Varese alle ore 18.00.

Vincenzo Capodiferro