15 gennaio 2018

PREDATORE di Gary Jennings recensito da Miriam Ballerini

 PREDATORE                                                         di  Gary Jennings
© 1997 rcs libri – superbur
ISBN 88-17-11474-X   Pag. 823  € 10,50


Ho trovato questo romanzo in mezzo a diversi libri usati che mi sono stati donati. Non è il mio genere il romanzo storico, ma sono felice di aver letto questo libro. Jennings è uno scrittore americano corrispondente di guerra e giornalista.
In “Predatore” troviamo narrate le vicende di Thorn, un giovane ermafrodito. La storia è ambientata nell’Europa tra il V e il VI secolo d.c.
Attraverso la sua vicenda, da quando è un ragazzino e scopre di non essere come tutti gli altri, ma che in lui ci sono sia gli organi femminili che maschili; ci viene raccontata e riprodotta tutta la storia dei Goti, attraverso l’Europa.
Thorn combatterà al fianco di Re Teodorico, conquistando l’Italia. Viaggerà ripercorrendo le strade dei Goti, alla ricerca storica delle proprie radici e quelle del suo popolo.
Scene di autentico erotismo si mescolano a vicende di potere, intrighi, guerre.
È assolutamente scritto in modo efficace, nonostante ci parli di storia, non è noioso. Perché tutte le date, le lingue usate allora che, pagina dopo pagina capiremo sempre meglio, le vicissitudini, le usanze dell’epoca, sono talmente bene amalgamate nella vicenda narrata che non fanno altro che riempire la storia. Non appesantendola con inutili nozioni.
La particolarità è che Thorn si presenterà con questo nome quando combatterà al fianco del re, o si presenterà ad altri popoli come suo maresciallo e ambasciatore.
Altre volte vestirà i panni di Veleda, una donna senza scrupoli e assolutamente vorace dal punto di vista sessuale.
Fin da giovane vorrà provare diverse esperienze, alternando i suoi sessi, entrambi sterili, per capire esattamente cosa lui sia. Solo in una occasione incontrerà Thor, un altro ermafrodito, col quale scambiarsi esperienze incredibili e solo a loro possibili.
E travestirsi da donna sarà utile anche in diverse occasioni durante le varie battaglie, aiutando così il proprio re con un’arma davvero non convenzionale; anche se Teodorico mai saprà la vera natura di Thorn.
Diciamo che è un romanzo per chi ama la storia, perché vi troverà informazioni accurate. Ma anche per chi ama le storie d’avventura e, perché no, anche per chi è appassionato del genere erotico che non sia solo fine a se stesso.
Il New York Times ha definito Gary Jennings: il più grande autore americano di romanzi storici.

© Miriam Ballerini

12 gennaio 2018

“I FIUR DUl MAL” E “I SUNET” DI SHAKESPEARE di Giorgio Sassi, recensito da Vincenzo Capodiferro

I FIUR DUl MAL” E “I SUNET” DI SHAKESPEARE
Una forte sperimentazione in vernacolo dei classici della letteratura, a cura di Giorgio Sassi

Giorgio Sassi è nato in Val Bossa, ad Azzate, nei pressi del lago di Varese, nel 1947. Faceva di mestiere il tipografo ed il correttore di bozze. Ha pubblicato su giornali locali poesie, novelle ed ha curato una raccolta di proverbi della sua terra. Nel dicembre del 2012 ha pubblicato “I balòss”, ristampata nel febbraio 2013, e poi “Ul Mago”. Nel 2014 ha pubblicato “I sunet” di Shakespeare, in dialetto varesino, ed infine nel 2016 “I fiur dul mal” di Baudelaire. Ha tradotto in dialetto varesino due capolavori della letteratura mondiale: i “Sonetti” di Shakespeare, “Scèspìr”, come lo chiamo lui, e “I fiori del male” di Baudelaire. Come scrive Andrea Fazioli nella prefazione a “I sunet”, «Chi può essere mai tanto folle da voler insegnare a William Shakespeare il dialetto di Varese? Bè, carissimi lettori, la risposta è semplice: Giorgio Sassi. Grazie alla sia sapiente follia, i versi di Shakespeare risuonano ora anche con gli accenti e la cadenza della nostra lingua. E continueranno a risuonare, almeno fin che òman fiadarann e occ vedran …». E riprendiamo anche la premessa a “I fiur dul mal” di Gianmarco Gaspari: «”I fiur du mal” di Giorgio Sassi hanno a fianco l’originale, ma quello, si consiglia, non andrà letto in parallelo, per esercizio di confronto. Il piacere del lettore sarà piuttosto nell’avvicinamento senza diaframmi al testo dialettale, e nel cogliere lo scarto, la minima (e voluta) smagliatura, la cifra, in più di un caso sorprendente, della personalità e della lingua che traduce». Veramente notevoli sono queste due sperimentazioni linguistiche e lessicali di Giorgio Sassi, il primate di Bodio, primo perché denotano una grande passione per il dialetto, soprattutto nei nostri borghi, ove il dialetto si perde, o diventa museale, vuoi perché c’è stata una forte frattura generazionale, vuoi perché con la globalizzazione si tende a diluire tutto nella baumaniana “società liquida”. Eppure dietro le forme dialettali c’è tutta una cultura, una mentalità, un patrimonio, anche orale, a rischio di estinzione. Secondo perché scorgiamo in queste opere un altissimo valore letterario di traduzione. Traducere significa riportare, ma anche tradire. C’è una forte ambiguazione in questa attività. La traduzione è una vera e propria opera letteraria. Già in italiano è difficile rendere il vero senso delle opere, immaginiamoci in vernacolo! È forte la differenza tra senso e significato, significato e significante. Questo ce lo insegna la linguistica del De Saussure, come è forte la differenza tra lingua e parola. Il traduttore deve cogliere il senso dell’opera e riportarlo. È un lavoro difficile, peggio che di creare dal nulla l’opera. È un’opera ardua ed ammirevole, ma almeno per “I fiur dul mal” tra lingua varesina e francese ci sono molte assonanze. I francesismi, memorie delle nostre dominazioni, non mancano. Ed anche Shakespeare molto ha a che fare con l’Italia. Cos’è che accomuna Baudelaire e Varese? Certamente quell’alone simpatetico di melanconia, quel romanticismo eterno, fatto di titanismi e di sehnsucht, che vibra nei nostri cuori e nelle nostre menti. Il tema centrale che accomuna questi autori ce lo dà proprio il nostro grande poeta Ungaretti, che aveva tradotto in italiano i sonetti shakespeariani, come sottolinea Franco Di Carlo, in “Ungaretti e Leopardi”, Milano 1979: «Ungaretti fa notare come in Baudelaire (e poi in Mallarmé e Rimbaud, ma prima di loro in Petrarca e Shakespeare), il «sentimento dell’assente» come erosione della realtà, come «viaggio» nella «realtà metafisica e simbolica» della poesia sia alla base della sua lirica». Ciò che accomuna tutti questi autori così lontani (Ungaretti, Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud Shakespeare) è proprio questo forte sentimento dell’assenza: una realtà invernale, spoglia, che invita alla riflessione. Leggiamo ad esempio il sonetto LIX shakespeariano: «Oh pudess la memòria turnand indree da ann,/ anca da cinchcént gur du Sul/ mustramm la vostra imàgin in quai libar da cent’ann,/ vun di primm dua ul penseer la sia staa scrivuu». In particolare in questi autori prevale l’alone mistico del romanticismo, di quel romanticismo che Stendhal, in “Racine et Shakespeare” (1823), aveva preso a difendere contro il classicismo: «Il romantico,» sottolinea Sandra Teroni, in “Da una modernità all’altra. Tra Baudelaire e Sartre”, Venezia 2017, «è identificato con la fedeltà del mondo attuale,» mentre il classicismo si rivolge al passato. «Baudelaire sosteneva la storicità del bello, la modernità del dandismo, le ricchezze della cronaca di costume, la necessità di riattivare le capacità di vedere, al fine di cogliere il «meraviglioso» quotidiano e cittadino». Leggiamo ad esempio il paesaggio parigino nella traduzione del LXXXVI carme: «Par cumpònn i mè bucòlich in manera inucènt,/ vori stravacamm visin al cièl, ‘me i vegènt,/ e, visin ai campanìn, scultà sugnand/ i lur inn sulènn traspurtaa dal vent». E poi il dialetto di Varese è bellissimo, musicale e fine, come scriveva il prof. Luigi Brambilla, in “Varese ed il suo circondario” Varese 1874, a pag. 328: «Il dialetto varesino è poi di una pronuncia piana ed armoniosa da avvicinarlo in questo un poco al romano, in particolar modo col mutamento della lettera l in r, così i Romani dicono er Papa, i Varesini dicono ra Madonna dur Mont». L’opera poetica del Sassi è veramente ammirevole perché riporta l’attualità e la naturalezza della lingua locale, coniugandola con un esperimento letterario di alto spessore.


Vincenzo Capodiferro

09 gennaio 2018

Carmen al teatro Apollonio di Varese

DOMENICA 14 GENNAIO 2018 h 16.30 – TEATRO Apollonio-Openjobmetis di VARESE
XIII edizione Rassegna POMERIGGI TEATRALI promossa da Endas Varese
Direzione Artistica Paolo Franzato
TEATRO BLU
presenta 
CARMEN
Narrazione in opera gitana
da uno studio su “Carmen” di Prosper Mérimée
Silvia Priori - attrice
Maria Rosaria Mottola - ballerina flamenco
Caterina Piva - mezzosoprano
Testo di Silvia Priori
Regia di Kuniaki Ida
Prod. Teatro Blu

  
Ingresso: 10 euro (biglietto intero); 8 euro (prezzo ridotto per soci Endas). 
Informazioni: tel. 348.0600537
Prevendite: tel. 340.7426770

22 dicembre 2017

LAGGIU’ TRA IL FERRO storie di vita, storie di reclusi di Nicodemo Gentile recensito da Miriam Ballerini

 LAGGIU’  TRA IL FERRO
storie di vita, storie di reclusi di Nicodemo Gentile
© 2017 Imprimatur
ISBN 978 88 6830 631 1   Pag. 174 €15,00

Sono sempre attratta dai libri veri, che trattano temi che appartengono all’uomo. Dedico la mia scrittura agli ultimi, e chi, più dei reclusi, appartiene a questa categoria?
Nicodemo Gentile è un avvocato e, il suo nome, è conosciuto ai più perché legato a storie di cronaca che hanno riempito i giornali. Ad esempio la vicenda di Sarah Scazzi, oppure Trifone e Teresa, Roberta Ragusa… solo nomi per chi, come noi, segue questi fatti alla tv, molto di più per chi è a contatto con questi tragici eventi.
In questo saggio troverete le sensazioni, le emozioni, di chi si trova dietro alle sbarre.
Troverete i pensieri di Gentile, di cosa l’abbia portato a fare l’avvocato, di come lo faccia e di cosa questo significa per lui come uomo.
All’inizio possiamo leggere la prefazione di Massimo Picozzi, famoso criminologo. Subito m’imbatto in un nome anche a me noto, un Mauro educatore che, anni fa, è stato il mio “Virgilio”, la mia guida all’interno di un carcere. Picozzi lo ricorda come quell’amico che lo ha introdotto in questo mondo.
Verissimo quanto asserisce: “Ogni istituto penitenziario è un microcosmo con i suoi riti, le sue gerarchie. Non puoi conoscerlo, e non puoi conoscere chi lo abita, se non entrandoci, passandoci del tempo. Con l’umiltà di ascoltare e l’intelligenza di sospendere i giudizi”.
Mi piacciono molto le riflessioni di Gentile, quando esamina i vari pareri di chi sta fuori e parla del carcere “senza esservi mai entrato”. Chi non comprende che una persona non è il proprio errore; che quando si sbaglia, comunque non si diventa altro, ma si resta sempre e comunque un essere umano.
I temi trattati sono molti: il suicidio, la malattia, la religione. Tutta quella gamma di necessità e di emozioni che, anche se reclusi, continuano a fare parte della storia di chi vive dietro le sbarre. O, per meglio dire: laggiù tra il ferro.
È anche perfetto quel “laggiù”, perché dà proprio l’idea di una fossa, di una persona che non solo è rinchiusa, ma quasi spinta in basso, perché deve sparire, non dare fastidio, non essere più vista.
A tratti troviamo le testimonianze di alcuni detenuti, non delle loro storie giuridiche, ma del loro vivere, o non vivere, quotidiano: Salvatore Parolisi, Manuel Winston Reyes, Angela Biutikova e, anche qui, un’altra mia conoscenza: Carmelo Musumeci. Un detenuto ostativo che mi ha fatto conoscere il carcere cattivo, perché, ha detto leggendo il mio libro su questo argomento, tu hai visto e parlato di un carcere buono. Quello dove la pena finisce.
Ho trovato questo libro onesto e assolutamente condivido il pensiero dell’autore: chi sbaglia deve essere messo in condizione di comprendere il proprio errore. Tutto ciò deve passare per la Giustizia.
Dopodiché è necessario che vi sia una rieducazione sociale, affinché sia possibile riparare al male fatto.
In molte frasi, pensieri, riflessioni, mi sono riconosciuta. Oppure ho incontrato eventi che, anche io, ho avuto modo di vivere. E ho trovato splendida la coscienza morale di un uomo che non fa semplicemente il suo lavoro, ma lo fa con emozione e umanità.

© Miriam Ballerini

20 dicembre 2017

SLEEPING BEAUTIES di Stephen e Owen King recensito da Miriam Ballerini

  SLEEPING BEAUTIES                             di Stephen e Owen King
(c) 2017 Sperling & Kupfer
ISBN 978-88-200-6326-9  Pag. 652 € 21,90

Per questo nuovo lavoro, King ha scritto a quattro mani col figlio Owen, anche lui scrittore. La fantasia dei due, unita, ha prodotto questo romanzo fantasy, dai tratti horror, dal quale non mancano linee che riportano a quel problema sociale di cui spesso sentiamo parlare ai vari tg: la violenza sulle donne.
Che succede a queste “belle addormentate”?
La città dove si snoda la vicenda è Dooling, West Virginia. I protagonisti lo sceriffo Lila e il marito, lo psichiatra Norcross che lavora nel carcere del paese.
Tutto ha inizio quando una tizia si presenta nel bosco, massacrando a mani nude due uomini. È una creatura che, fin da subito, pare venire da un altro mondo. Viene arrestata.
Da quel momento le donne che si addormentano, vengono imbozzolate da una fitta ragnatela. Se qualcuno tenta di rompere quello strano involucro, come belve assettate di sangue, uccidono, per poi tornare a dormire.
Le donne del paese cercano di rimanere sveglie il più possibile, spesso facendo uso di droghe ed eccitanti, ma, inevitabilmente, il sonno ha la meglio.
L’unica donna che si addormenta e si sveglia normalmente, è proprio la detenuta che ha ucciso i due nei boschi. Ha dato come nome Evie  Black. Delle falene la circondano e riesce, tramite gli animali, a vedere dai loro occhi, facendosi obbedire.
Da qui il romanzo si divide in diverse direzioni: le donne addormentate si ritrovano a vivere in una Dooling alternativa, dove c’è solo solidarietà e aiuto reciproco.
Nel mondo “normale” invece, ecco che gli esseri umani rimasti, tutti uomini, mostrano il loro lato peggiore. Chi dando fuoco ai bozzoli, uccidendo di fatto le donne inermi.
Non mancano mai, negli scritti di King, i “bulli”. E anche qui c’è questo tizio, amante degli animali, ma che non riesce a gestire la rabbia. Fautore di un attacco al carcere femminile per catturare Evie Black e sottoporla, a suo dire, a dei test per capire come mai lei sia l’unica sveglia.
Le forze del bene e del male si scontreranno a tutti gli effetti. A un certo punto quasi inducendoci a pensare che le donne siano il bene, gli uomini il male. Che la violenza appartenga solo ai maschi.
Saranno le donne che dovranno scegliere se tornare o meno nel mondo normale così come lo hanno sempre conosciuto, oppure rimanere in quella realtà alternativa dove non ci sono mariti e padri violenti. Ma, ecco qui la piega più logica: non ci sono nemmeno quei figli, quei mariti e quei padri che sono stati adorabili e che hanno amato. Mentre altri decidevano di scegliere la via della violenza.
Il tramite, tra un mondo e l’altro, un albero stranissimo, dove un serpente, una tigre e una volpe ne sono a guardia.
Un buon libro, dove si può decidere la propria chiave di lettura: divertente nel seguire la storia. Oppure riflessiva per la piega sociale che implica. Oppure, ancora, assolutamente partigiana nello schierarsi da una parte o dall’altra.
Quello che è certo è il monito lanciato all’inizio: “Non svegliare le belle addormentate”.
Scrive il Publishers Weekly: “Questa bella prima collaborazione tra Stephen King e il figlio Owen è un romanzo che mescola horror, fantasy e realtà immaginando quello che potrebbe succedere se tutte le donne si addormentassero. La scrittura scorre senza ostacoli e l’azione sfreccia come un treno in corsa”.

© Miriam Ballerini

08 dicembre 2017

NAZIONAL-POPULISMO, IL MALE DELL’EUROPA di Antonio Laurenzano

NAZIONAL-POPULISMO, IL MALE DELL’EUROPA
di Antonio Laurenzano

E’ profonda la crisi di fiducia dei cittadini europei nelle istituzioni comunitarie. Una delusione per l’Unione, giudicata invadente e lontana dai bisogni della gente, soprattutto nei processi decisionali relativi ai temi di impatto diretto sulla vita di ogni giorno. E si parla di deficit democratico per censurare la carenza di rappresentatività delle istituzioni di Bruxelles. Questa Europa provoca sentimenti di ostilità, viene vissuta come l’Europa dei poteri finanziari e dei governi succubi, non certo della sovranità popolare. Negli ultimi decenni, una galassia eterogenea di partiti e movimenti nazional-populisti si stanno imponendo in molti Paesi. Un fenomeno nuovo che pone interrogativi sul futuro delle democrazie europee e richiede una riflessione ampia e articolata sugli effetti dei cambiamenti globali in atto. L’avanzata del populismo e del nazionalismo insidia il sogno europeista e fa vacillare le nostre democrazie sotto la spinta degli estremismi. Il nazionalismo, padre di tutte le guerre, torna ad alzare la testa in maniera preoccupante, proponendo un presente che ha perso la memoria del passato! In un’Europa segnata da una lunga crisi economica e da politiche di austerità, populismo e nazionalismo rischiano di prendere il sopravvento veicolando l’opinione pubblica verso pericolose forme politiche di anti-sistema.
Lo Stato-nazione è ancora il riferimento principale per l’identità politica per la maggior parte degli europei che manifestano un rigetto crescente verso i partiti tradizionali colpevoli di aver tradito l’integrità nazionale. Gli elettori, spaventati dal futuro perché vedono il loro modello di vita messo in dubbio dalle migrazioni e dalla ripresa che non decolla, votano contro l’establishment, ritenuto non più credibile. Il malessere è nello smarrimento del ceto medio, della vecchia classe operaia e dei giovani arrivati sul mercato del lavoro dopo il crack del 2008, terrorizzati di perdere il benessere di padri e nonni. E’ in questo spazio di forte disagio sociale che nascono e crescono i movimenti nazional-populisti che di fatto azzerano quella solidarietà che in Europa aveva accomunato tutte le forze politiche alla fine della seconda guerra mondiale e su cui era stato edificato il sogno dell’Unione europea.
Si era provato a dare all’Europa una sua Costituzione, nella speranza che potesse divenire una carta federatrice. Ma i problemi si sono invece moltiplicati e il progetto di un patto costituzionale (bocciato da Francia e Olanda) è diventato un fattore di disunione a conferma che la politica europea è sempre più avvolta in una fitta cortina di incertezze e contraddizioni. Una politica che alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure, crisi di identità nazionali. Si pagano a caro prezzo i tanti compromessi al ribasso di un’Europa intergovernativa priva di un vero governo capace di rispondere alle attese dei cittadini. Si sta miseramente sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’ Unione, ma soprattutto si sta dissolvendo l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori. La cattiva gestione dei flussi migratori con paure crescenti, incertezza economica, incubo del terrorismo islamico aumento delle tasse, welfare precario sono alla base del diffuso nazional-populismo. Ognuno è preoccupato del proprio orticello e per questo assistiamo alla costruzione di muri e barriere, in contrasto con i principi ispiratori dell’Europa unita. L’unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante. Per superare con equilibrio e lungimiranza le sfide mondiali con soggetti politici nuovi, per trovare cioè la via del futuro, non basta l’unità delle monete, dei mercati, delle banche centrali. L’Europa deve valorizzare la propria identità culturale e quella economica con il rilancio di politiche espansive e di crescita. Occorre ridurre le differenze fra le classi sociali, accentuate da politiche poco inclusive e dal dominio della finanza. Occorre agire sulla sicurezza, riducendo le aree di conflitto ai confini europei e controllando i flussi migratori, senza abdicare all’’accoglienza e alla solidarietà.

Ma la partita più importante per fermare le fughe in avanti è quella che si dovrà giocare sul piano del rapporto fra cittadini e istituzioni comunitarie per la nascita di una coscienza europea mobilitando l’opinione pubblica. Obiettivo di fondo è rompere il luogo comune che da anni associa l’Europa alla tecnocrazia e alla burocrazia di Bruxelles, un’Europa troppo debole, lenta e inefficace. Il mondo ci propone sfide che si vincono solo con un’ Europa unita, ben consapevoli che “la logica della storia è più forte delle difficoltà contingenti”. Riaprire dunque il cantiere dell’Unione per un rilancio dell’Europa in un momento di grandi tensioni sullo scacchiere politico internazionale. E’ in gioco la millenaria civiltà del Vecchio Continente e il suo ruolo nei precari equilibri mondiali.  

30 novembre 2017

I PROBLEMI DELLA LEGGE DI BILANCIO 2018 di Antonio Laurenzano

I PROBLEMI DELLA LEGGE DI BILANCIO 2018
di Antonio Laurenzano

Snella e utile alla nostra economia per favorire crescita e occupazione”. E’ la manovra di bilancio 2018, secondo la definizione del premier Gentiloni, che dopo una serie infinita di emendamenti in commissione Bilancio al Senato è arrivata in aula a Palazzo Madama per l’approvazione parlamentare. Un iter particolarmente complesso (si concluderà a Montecitorio) che ha registrato in sede referente il classico “assalto alla diligenza” da parte dei vari gruppi politici per portare a casa non solo modifiche sui grandi temi in discussione ma anche sconti e agevolazioni in singoli settori. E’ iniziata la campagna elettorale con la caccia al voto! Presentati oltre 700 emendamenti: dagli aiuti alle famiglie (bonus bebè, voucher babysitter per le madri lavoratrici, contributi per l’assistenza ai familiari malati o disabili) alle misure fiscali (cedolare secca del 10% su affitti brevi, web tax per imprese italiane, crediti d’imposta per le librerie, alleggerimento del superticket sanitari.), agli interventi sulle pensioni (lavori usuranti esclusi dallo scatto dell’età pensionabile previsto nel 2019) e sul codice della strada (giro di vite per l’utilizzo di cellulari durante la guida).
Un mix di emendamenti approvati nell’ottica di una manovra di bilancio leggera che punta alla coesione sociale e alla crescita economica, grazie anche alla limitazione del deficit strutturale di bilancio allo 0,3% del Pil in luogo dello 0,8% fissato dal Documento di economia e finanza dello scorso aprile. Com’era prevedibile, sul Ministro dell’Economia Padoan (candidato alla guida dell’Eurogruppo) sono piovute richieste di maggiori spese, ma non tutte correlate alla realtà della precaria finanza pubblica italiana. Cifre alla mano, la Legge di bilancio 2018 “pesa” 20,4 miliardi: la copertura è assicurata per 10,9 miliardi dal deficit aggiuntivo sul Pil e per gli altri 9,5 da maggiori entrate (60%) e tagli di spesa (40%). In particolare, le entrate riguarderanno ”misure strutturali”, come concordato con la Commissione europea (lotta all’evasione) e, solo in parte “misure una tantum” (rottamazione bis delle cartelle, introiti dall’asta delle frequenze per la banda larga mobile) che comunque non potranno impattare sul deficit strutturale.
Obiettivo principale della Legge di bilancio 2018, quello più pesante che assorbe circa i tre quarti dell’impegno finanziario della manovra, è il blocco degli aumenti fiscali legati soprattutto all’Iva (aliquota ordinaria dal 22 al 25%) previsti dalle clausole di salvaguardia introdotte dalla Legge di stabilità del 2015. La promozione degli investimenti (5,1%), industriali e pubblici, completa l’elenco degli obiettivi della manovra insieme alla spinta dell’occupazione.
Tutto ok? Non proprio. Dalla Commissione Ue è già arrivata la pagella sui conti pubblici italiani: “debito troppo alto, rischio di inadempienza”. Il giudizio definitivo, per non interferire sulla prossima scadenza elettorale, non arriverà prima delle elezioni politiche di primavera. La “lettera di richiamo” pervenuta da Bruxelles parla di debito elevato e di un deficit che migliora ma solo marginalmente. Una richiesta implicita di aggiustamento dei conti con una manovra correttiva (che Padoan esclude) per evitare l’apertura di una procedura d’infrazione. Con il richiamo a un più rigoroso controllo della finanza pubblica, la Commissione ha ammonito il governo italiano a evitare “una retromarcia su importanti riforme strutturali di bilancio, specificatamente sulle pensioni che garantiscono la sostenibilità a lungo termine del debito”. Anche perché “la ripresa appare fragile, la disoccupazione è alta e il sistema bancario resta vulnerabile”. Tutti i nostri mali, al di là di ogni facile (e irresponsabile) promessa elettorale,, sono sempre riconducibili alla entità del debito pubblico (salito a novembre a 2283 miliardi di euro, circa il 133% del Pil!). Quando finirà la finanza allegra nel Belpaese?


28 novembre 2017

CINQUECENTENARIO DELL’AFFISSIONE DELLE 95 TESI. Fu vera gloria? La Riforma fu riforma o controriforma?

CINQUECENTENARIO DELL’AFFISSIONE DELLE 95 TESI.
Fu vera gloria? La Riforma fu riforma o controriforma?

Siamo a cinquecento anni dalla Riforma protestante. Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. Fu una rivoluzione o un’involuzione? Da un lato la Riforma spezza gli involucri feudali del Papato e dell’Impero, erede della tradizione umanistica, già forbita da Erasmo (“Ubi Erasmus innuit, ibi Lutherus irruit”), sposta il potere soteriologico al singolo, all’intimo, dà una forte importanza all’interpretazione dei testi sacri. Importante è parallelamente alla rivoluzione culturale della stampa di Gutenberg, la traduzione dei testi. Denuncia l’abuso dei mezzi di salvazione e la corruzione ecclesiastica. Con Calvino esalta l’arricchimento ed il lavoro borghese, dando l’incipit alla forma mentis che porterà al moderno capitalismo: Weber docet. Eppure riflettendoci e facendo un bilancio arriviamo forse a conclusioni anche discutibili, che ci inducono, a proporre delle riflessioni sulle 95 tesi, tenendo anche presente la posizione del Concilio Tridentino: 1) Sola fides. Siamo sicuri che solo la fede basti per la salvazione? I riformatori erano ossessionati dal problema della salvezza, che già aveva, tra l’altro assillato Agostino, il quale, per sfuggire agli estremi del manicheismo e del pelagianesimo, era giunto ad una posizione intermedia tra libertà e grazia: qui creavit te sine te, non salvabit te sine te. Ma siamo sicuri che basti la sola fede? Senza il concorso delle opere? San Giacomo è chiaro – la fede senza le opere è morta (2,18) - eppure il testo è stato espunto, insieme ad altri che andavano contro il regime teologico generale, apposta dai luterani dal corpus biblico. È un’illusione credere che l’uomo possa salvarsi per sola fede. Allora potrebbe fare tutto: uccidere, darsi alla pazza gioia e poi subito si converte. Il caso di Paolo, di Agostino, sono casi eccezionali della bontà e provvidenza divina, ma non sono la norma. Anche i demoni hanno fede! Eccome! 2) I sacramenti sarebbero soltanto due: il battesimo e l’eucaristia. O meglio sarebbe soltanto uno (solus baptisma), infatti non tutti erano concordi sull’eucaristia: Zuinglio crede che sia solo la celebrazione commemorativa simbolica dell’ultima cena; Calvino crede che serva a creare un legame spirituale con Cristo; Lutero che sia la rappresentazione corporea di Cristo. E gli altri, che fine hanno fatto? Il matrimonio, ad esempio, non ha valore sacramentale? E così si potrebbe ammettere anche il divorzio. 3) Nessuno mette in dubbio il sacerdozio universale, eppure è impossibile che non vi sia un ordine ministeriale, del resto lo prevede la stessa “Istituzione cristiana” di Calvino: pastori, dottori e diaconi. 4) Lutero nega la libertà individuale (De servo arbitrio). Anzi poi nella pax augustana del 1555 la libertà viene riconosciuta solo ai principi (cuius regio eius religio). Dio avrebbe creato così dei manichini, senza libertà. Così torniamo al manicheismo, allo gnosticismo ed al fatalismo tipici del modello orientale, dove sono liberi solo i re, tutti gli altri sono sudditi (lo dirà Hegel). 5) Di conseguenza non esiste differenza tra religione e stato. Tutti i modelli riformati propongono non tanto un modello laico, ma un modello totalitario religioso – tipico a proposito quello calvinista – dove società e religione si identificano – oggi ne abbiamo degli esempi in quelli proposti dagli islamisti (non gli islamici). Il passaggio dal totalitarismo religioso a quello ateo, o neopagano, o laico è così bello e spianato. Così si spiega la mentalità tedesca che in altri tempi ha potuto favorire l’ascesa del nazismo. Contro il principio evangelico date a Cesare quello che è di Cesare ed a Dio quello che è di Dio, si riafferma, invece, il cesaropapismo. Ma la religione non può dipendere dai Cesari di turno, sennò torniamo all’adorazione dei faraoni e degli augusti. Il capo religioso è solo Dio, o i suoi ministri, non può essere un Kaiser. Esempi di questi tentativi furono, oltre all’anglicanesimo: il gallicanesimo, il giuseppinismo ed antri. 6) Lutero avrebbe potuto effettuare una forte riforma religiosa senza dividere la Chiesa. Lo stesso fecero i grandi riformatori religiosi della storia, come San Francesco ed altri e nella stessa età della Controriforma. Un esempio lampante e significativo fu quello dei Gesuiti. ma un vero riformatore cosa fa? Prendete un Enrico VIII: fece uccidere tutte le mogli e gli oppositori. Lutero si fece abbindolare dalla politica: fece gli interessi dei principi e della borghesia. La sua fu una rivoluzione borghese. 7) Lutero fece massacrare tutti i contadini, che credevano in lui. E perché non fece massacrare i ricchi? La riforma esalta i ricchi borghesi. Con Calvino la teologia sarà accordata agli interessi del capitalismo. Mammona si può conciliare con Dio. Perché il povero Muntzer fu decapitato e Lutero no? Perché il primo era un riformatore che andava contro gli interessi dei principi, il secondo era un riformatore borghese. La costituzione agraria rimane immutata fino al XIX secolo. Il contadino-servo è spogliato di ogni diritto politico. Il Principe, immagine perfetta del “principe” machiavellico, rinvigorito dal principio luterano della passiva sottomissione al capo - fuhrer-prinzip – (non a caso i nazisti veneravano Lutero, mentre i comunisti Muntzer), diviene la forza dominante della modernità. Il moto religioso si trasforma in moto politico dando luogo alle guerre di religione. Siamo sicuri che Dio volesse una “Riforma” del genere? 8) Basta leggere i “Discorsi a tavola” che non provengono dall’infamia cattolica, per rendersi conto della dirittura morale dei riformatori. Un riformatore che si dà alle crapule ed ai ristori, che si concede agli amori carnali può essere autentico? Lo stesso vale per Enrico VIII. Tutti i grandi riformatori religiosi, pur nei limiti della perfezione umana, hanno cercato sempre di essere moralmente impeccabili, ciò vale ai profeti sino ai santi. Fate un confronto tra Lutero e Francesco di Sales. A chi credereste? 9) Oltre la vendita delle indulgenze e la corruzione ecclesiastica, certamente temi discutibilissimi, d'altronde la Chiesa è casta meretrix, e non è perfetta in virtù degli uomini, ma in virtù della Grazia che la sostiene, altrimenti sarebbe decaduta da tempo, con tutti i papi del Rinascimento (tipo Borgia), il problema risiede nella dignità sacerdotale, che procede ex opere operatur: cioè questo pretende che i sacerdoti fossero dei santi, mentre lui poteva fare tutto quello che voleva (mangiare, bere, sesso, etc.) e Dio che salva per sola fede, e non per i meriti (potrebbe a questo punto salvare anche un Hitler, od un Mussolini, l’importante che non fossero atei), perché non dovrebbe elargire le sue grazie sacramentali a mezzo di ministri anche moralmente indegni? 10) Il culto dei santi e della Vergine sono proibiti. D'altronde questo culto è secondario rispetto a quello dovuto verso Dio: si parla infatti di venerazione, non di adorazione. Una religione senza santi è morta. Avete mai visto un Lutero, o Calvino, o Enrico VIII fare dei miracoli? Una riforma senza santi è puramente umana. Al culto dei santi viene sostituito il culto della personalità – vedete come veniva celebrato Calvino – e ciò a lungo andare si tramuterà nei culti laici, come ad esempio, le proposte parareligiose di Robespierre, Comte, e – perché no? – i culti dei dittatori del Novecento (Hitler, Stalin, …). 11) Il libero esame dei testi sacri, che fu più che altro una trovata illuministica, non ci assicura la retta comprensione dei principi teologici. A parte che Dio non solo si incarta in un libro, dal quale sono stati espunti molti testi scomodi dai riformati, quanto si mantiene vivo nella traditio. È l’Evento, cioè l’incarnazione, il fulcro della vita religiosa e non solo il testo sacro, che potendo essere interpretato a piacimento può essere poi accomodato ai propri interessi ed i propri comodi: ad esempio il divorzio, la guerra santa, l’intolleranza religiosa. Così 1000 pastori e 10.000 fedeli potrebbero dare interpretazioni diverse del testo sacro. 12) La Riforma su parimenti intollerante quanto la Controriforma. Un esempio lampante fu il rogo di Serveto. Perché tutti i movimenti religiosi non ebbero eguale espressione nell’età della riforma? A quale movimento faceva parte Serveto? Dio può stare dalla parte dei potenti? 13) Oltre al fuhrerprinzip, aleggia nel luteranesimo un forte antisemitismo, che poi troverà massima espressione nella cultura tedesca (Hegel e company) e nel nazismo. 14) Il vittimismo: Lutero pecca di vittimismo nei confronti di Dio. L’uomo è schiavo del peccato, dunque sarebbe legittimato a fare di tutto e poi ad affidarsi a Dio. è vero che la Chiesa ha abusato dei mezzi di salvazione, ma lui ha abusato dei mezzi di non-salvazione. Quindi riassumendo, i capisaldi della Riforma andrebbero riformati: 15) Sola Fides. in realtà solo la fede non basta, come abbiamo visto, quindi andrebbe riformato in Sola Fides cum Opera, anche non per merito. 16) Sola Scriptura. Sacra Sriptura interpretes sui ipsius. Solo la Scrittura non basta. Dio non si è incartato in un libro e finisce tutto là. Poi la Scrittura non interpreta sé stessa, ed i testi, come già Galilei aveva evidenziato, hanno bisogno di interpretazione. Un libro morto non può interpretare sé stesso. Sarebbe il caso di citare Nietzsche: i fatti sono stupidi senza l’interprete. Così i testi sono stupidi senza l’interprete (Gadamer). D'altronde anche nella scuola protestante ci sono le cosiddette “tradizioni” ed i teologi. Ed ognuno interpreta a modo suo: così i testimoni di Geova fanno riferimento solo alla Bibbia ammessa dal loro centro, i Mormoni oltre al testo sacro ammettono il libro di Mormon, etc. Quindi Sola Scriptura cum traditione. 17) Sola Gratia. Ridurre tutto a sola Grazia significa fare di Dio un dittatore. Tutto dipenderebbe dalla provvidenza e dalla predestinazione. Così Dio vorrebbe le guerre mondiali e i campi di sterminio. Il problema risale ad Agostino, il quale per evitare i due estremi del manicheismo – sola gratia – e del pelagianesimo – sola libertas – si barcamenò su di una via di mezzo. D'altronde Lutero riprende Agostino e Paolo. Quindi: sola gratia cum libertate. 18) Solus Christus. Certo va benissimo, però cum christiano. 19) Dei soli honor et gloria, va benissimo, però cum glorificatis. Queste note critiche vogliono solo offrire uno spunto per la riflessione storica. Del resto la Riforma è stato un movimento importantissimo dell’età moderna.


Vincenzo Capodiferro