08 luglio 2020

LA RECENSIONE DELLA MOSTRA "SINOPIE" di Fiorella Pittau da parte della CURATRICE DELLA MOSTRA Maria Marchese

LA RECENSIONE DELLA MOSTRA "SINOPIE" di Fiorella Pittau da parte della CURATRICE DELLA MOSTRA Maria Marchese:
"SINOPIE"

“Sulla carta disegno poco, il mio disegno lo faccio nella terra: fatti gli schizzi e fissate le intuizioni, passo subito alla realizzazione concreta” . (Arnoldo Pomodoro)

Attraverso SINOPIE, Fiorella Pittau avvicinerà l’interesse dell'astante, adunandolo entro i passi di una percorrenza, che si dirimerà nel delicato seppur intenso digradare di uno spicilegio psico /nemorale.
L'artista ivi si rivela come un aedo boschivo e dona vita ad una canopia artistica, vindice di un ritorno alle origini.
Ella porta alla luce delle preziosità figurate, che addovano l’intuizione primieva in una rubesta ma composta condizione terrigeno/soprasensibile.
Una sfera ossimorica, questa, che trova concretezza in una spontanea ma intellettualmente raffinata frugalità, utile perché l’esteta possa trasmettere situazioni fortemente simboliche e pregne di valori precipui.
Questa settimana avremo modo di respirare l’effluvio di un corimbo essenziale e inusuale: queste intuitive sinopie ne rappresentano l’infiorescenza.
L’esteta coglie, nel proprio bosco cognitivo, situazioni che, improvvise, ivi si affacciano; con altrettanta immediatezza, poi, le trasla sulla tela, facendo uso di materiali che possano alleviare la distanza tra lo spettatore e il contenuto sostanziale in esse e da esse profuso.
Il bosco involve il risolversi dell’anima, del sacro, dell’ignoto e del selvaggio che, inconsapevoli, vi interagiscono.
Fiorella Pittau tesaurizza, quindi, la dicotomia esistente tra oscurità e luce, effigiandola come terreno iniziatico.
L’albero stesso, che ricorre sovente come tema madre nelle opere dell’artista, eleva la liaison tra terra e cielo.
L’autrice grossetana altresì serba, caramente, l’immagine della donna e ne alligna il nucleo nel senso del femminino sacro: ella diviene mater generatrice, odorosa di terra e valori precipui, custode di doti artistiche e femminilità nonché portatrice di saggezza.
Tra la ramaglia dell’inconscio prendono forma queste pregevoli essenze figurate, tracciate, dalla mano dell’artista, con la ricercata terra di Sinope: essa esprime qui la passione per la vita, quale fil rouge che, nelle opere, trova magione e quiete.

“Ogni intuizione superiore alla conoscenza sensibile deve sempre venire fissata dallo spirito in un simbolo, vale a dire in un’immagine sensibile che lo renda afferrabile e che sintetizzi in sé le condizioni atte a rievocare, ove occorra, l’intuizione originaria; così il simbolo trasforma quest’ultima in un possesso stabile dello spirito, revocabile e trasmissibile” . (Piero Martinetti)
Il simbolo diviene, nelle speculazioni figurate di Fiorella Pittau, cigno ed emette un canto che conduce nella condizione del pensiero, del ricordo, del gioco fiabesco e di una pacifica provocazione.
“La mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono” . (Albert Einstein)
Fiorella Pittau divelle le catene create dalla mente razionale, per spaziare nei respiri dell’intueor: in esso vi addova il bambino interiore.
Quest’ultimo porta con sé naturalezza e spontaneità.
Così, la capace artista fa del ritorno all’origine una forma dissertativa figurata originale e sinottica, che possiede l’intensità nonché lo spessore intellettivo e spirituale capaci di incuriosire e catturare l’attenzione dello spettatore.

Maria Marchese

06 luglio 2020

“I TETTI DI FERRARA" MARCO NAVA Testo a cura di Maria Marchese

“I TETTI DI FERRARA" MARCO NAVA
Testo a cura di Maria Marchese
“Il tramonto si diffonde fra le nuvole isolate, separate in tutto il cielo. Riflessi di ogni colore, riflessi tranquilli, riempiono le varietà dell’aria in alto, fluttuano assenti nelle grandi pene dell'altitudine. Sui tetti alti, metà-colore, metà-ombre, gli ultimi lenti raggi del sole che scompare assumono forme di colore che
non sono né loro né delle cose su cui si posano” . (Fernando Pessoa)

Marco Nava esula da se stesso per avviluppare quegli ultimi raggi di sole, da Pessoa citati, che mutano in forme dissolte di colore, elevando così, nel contesto di quest’opera, una terra di sconfine.
Essa diviene la condizione che contempla quelle dimensioni, esprimendosi come archivio, custode di memoria e trasmissione.
In quest’ottica, l’artista ferrarese esprime una pregnanza dissertativa non figurata, ove tinta e segno ne soffondono le parvenze, per mutarle in introspettive dissolvenze.
L’esteta esprime, in tal modo, una sfera che si discosta di molto rispetto all’incipit sensibile, per condurre l’osservatore ad aliare addentro lo spessore riflessivo.
L’autore vi orienta i pigmenti oleosi affinché permeino il tessuto materico e altresì psicologico, intridendo l’opera di complessità psichiche.
Marco Nava “prospicit” dal proprio tetto, simbolo della dimora mentale e sommità superiore dell’individuo, per rivolgere il proprio pensiero verso l’altro.
Così, involto nell’intimità dell’imbrunire, egli raccoglie se stesso per indovarsi, immaginariamente , entro le
pareti dell’altrui io…
Ivi si pone dei quesiti forieri di interesse nei confronti del diverso da sé, del ricordo e altresì della speranza.
In un ossimoro temporale/cromatico, l’animo dell’artista trova quiete: il crepuscolo, nunzio dell’arrivo della notte, del silenzio e del raccoglimento si congiunge con la luminosità dell’oro, che prende possesso dei respiri della dissertazione visiva.
Esso racchiude la preziosità dei rapporti umani, l’apertura verso il mondo esterno, l’importanza della saggezza nonché la perseveranza nel raggiungimento di necessari e alti obbiettivi.
Marco Nava dimora, in questo obrizo oro, delle volizioni trascendentali, che indica con le tonalità del rosso (vindice di passione) , del viola (simbolo delle nozze tra la sfera passionale e quella meditativa) , del blu
(nunzio di introspezione, intimità e calma) e del nero (custode della riservatezza) .

Jung affermò di aver realizzato la sua Torre, detta di Bollingen per il nome del villaggio in cui venne
costruita, per “dare una qualche rappresentazione in pietra dei miei più interni pensieri e del mio sapere. O
per dirla diversamente, dovevo fare una professione di fede in pietra” .

La casa è un vero e proprio archetipo: essa è lo spazio per la formazione dell’individualità nonché il grembo, che involve e cela profonde dinamiche personali e di gruppo. Il tetto ne preserva l’unicità.
Marco Nava poeta quindi, attraverso sapienti pennellate dal sapore futurista, un eloquio, che pone l’attenzione sull’individuo e altresì sull’importanza dei rapporti umani.

03 luglio 2020

LE VITE DEGLI ALTRI a cura di Angelo Ivan Leone




LE VITE DEGLI ALTRI


Il comunismo e lo spettro della storia la cui ombra si protende sull’epoca contemporanea

Quando spesso ci troviamo a scuola, o anche altrove, a spiegare cosa sia stato il comunismo, spesso ci sentiamo a disagio e confusi. Accade per una serie di ragioni che possono variare dall’entusiasmo della richiesta, alla complessità dello stesso fenomeno e anche e, soprattutto, dalla differenza che c’era e c’è stata tra la sua teorizzazione filosofica e la sua pratica politica.
A riguardo proprio di quest’ultimo aspetto, io sono solito somministrare, come conclusione del ciclo di lezioni e anche come incipit in discussioni sul tema, questo film che è un vero capolavoro di quello che fu il comunismo nella pratica quotidiana.
La storia è quella della DDR, la Germania comunista e della sua spietata ed efficentissima polizia segreta: la Stasi che gareggiava in efferata efficenza con il suo omologo sovietico, il KGB. A tutti coloro che, infine, stravedono per l’odierno satrapo russo Putin, vorrei ricordare che l’attuale padrone del Cremlino viene proprio da lì, dal KGB, e ha lavorato proprio nella DDR a Dresda. E sembra di sentire l’abate Abone mentre tratteggia il ritratto della peggiore inquisizione nella persona di Bernardo Gui nel Il nome della Rosa di Umberto Eco.
“Raro connubio di virtù!”. Ecco, se volete, la Russia dei satrapi del KGB, al posto della nostra Europa, basta dirlo e, magari guardare questo film per capire, almeno, cosa fu e cosa ci aspetterebbe. Dasvidania tovarish!
(c) Angelo Ivan Leone

02 luglio 2020

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO
RIVISTA E CASA EDITRICE DAL 1999
 


Cari tutti, anche se con ritardo - prevedibile se fate caso a come sta cambiando poco a poco tutto il concept della rivista - usciamo anche stavolta con grande orgoglio e in pompa magna, con ben 130 e passa pagine di cultura: letteratura, recensioni di libri e film, poesia, fumetto, musica, grafica da urlo...che altro ci manca? 

Il link per leggere la rivista lo trovate qui sotto, leggete e fate leggere, più doc scaricati abbiamo e più è facile poter pensare di avere nuova benzina da immettere nel serbatoio, dato che ne abbiamo davvero, ma davvero bisogno.


 

Grazie a tutti come sempre per la collaborazione e l' attenzione per i pezzi inviati, non mi stancherò mai di ripeterlo. Ricaricate le pile in questa vacanze e tenete la mail accesa per il nuovo numero di settembre, che come ormai consueto sarà tematico, sempre in pieno stile Foglio Letterario: la (d)istruzione, a seconda delle vostre personali declinazioni e sensibilità!

Domani inoltre, alle ore 18, presenteremo sul gruppo FB della rivista il progetto della rivista stesso e l' ultimo numero, che verrà brevemente illustrato dal sottoscritto. Fate un salto, se potete!


Abbracci a tutti,

V. Trama 



 
EDITORIALE
Car* Tutt*,
nell’ ultimo numero me la prendevo con lo Stato che da anni ha messo talmente da parte Scuola e Sanità da applicare in anticipo coi tempi il distanziamento sociale, pur essendo in presenza di un virus soltanto culturale, somministrato via tubo catodico col mito del Super Tele Gattone.
E ora come va?
Prima la fase 2, ora la Fase 3: la realtà è che ci sono ancora parecchi nodi da sciogliere, e speriamo di non doverne fare altri, magari scorsoi. Certo è che in giro, specie sui social, abbiamo letto tutto e il contrario di tutto: in una schizofrenia compulsiva il popolino del web, spesso sobillato da illuminati come Giletti o D’Urso, ha sentenziato sullo scibile umano preferendo argomentare, senza dubbio di smentita, sul Covid e i suoi nefasti corollari. In particolare che:
  • Al mare non ci vai, ci mancherebbe. Che vacanze vuoi fare, ora che il mondo sta finendo?
  • I runner dovrebbero estinguersi prima di tutti. Che corri a fare, ora che il mondo sta finendo?
  • Gli affezionati dello spritz sono dei cretini che non capiscono la gravità del momento. Che aperitivo vuoi fare, ora che il mondo sta finendo?
Commenti di gente con bandierina nazionale a corredo di nickname, profilo leghista e tanta voglia di puntare il dito contro. Si dice in giro che a rischio estinzione siano proprio loro, ma non mi fido e continuo a tenere alta la guardia: colpi bassi ne abbiamo già presi troppi, di recente.
E a livello culturale? Un casino. Tutto ben saldo, nel senso di fermo, anche se a patire di più siamo ovviamente noi, microbi di carta che ci sostentiamo con piccole fiere, mercati di strada ed eventi da pane e salamella con quattro chiacchiere al chiosco. Abbiamo provato e proviamo tuttora a resistere con una serie di iniziative messe in piedi dal nostro editore, Gordiano Lupi, che sul gruppo Facebook del Foglio Letterario ha ideato un vero e proprio maggio dei libri (contro)culturale: ogni sera, dalle ore 19 circa, autori e collaboratori del Foglio Letterario si sono succeduti a presentare i loro libri e i loro percorsi, con un taglio che più trasversale non si può. Dalla narrativa di Guerri, Naspini e Izzo, passando per la musica punk e rock con Merenda e Gozzi , dal cinema di Loparco, Tondi e Berruti, alla cultura locale piombinese con le letture di Zelli, Toni e gli appiani di Gordiano Lupi e Patrice Avella. Insomma, abbiamo cercato di starvi il più vicino possibile, molto prima che il Salone del Libro si smembrasse in 2918219 eventi live in streaming impallando il democratico web dove sono comunque i più grandi a far sentire meglio la loro voce. Io però mi tengo Avella e le sue crepes, specie quando gli finiscono i giga in diretta Facebook.
Ogni martedì e ogni venerdì, comunque, le dirette del Foglio sono disponibili per chiunque non abbia già litigato col vicino di lettino per chi può tuffarsi in acqua senza ticket di prenotazione. Fate un salto dopo lo spritz, che stordisce anche la cultura ma senza retrogusto dolciastro in bocca.
Ora si affaccia l’ estate, ce lo ricorda il tema del nostro numero, quel Ferro ignique (s)lanciato dal nostro buon Ferrucci, direttore della collana fumetto, fucina più d’Efesto, tanto per rimanere in tema, di idee incandescenti. E noi cosa facciamo? Ci andiamo al mare? Lo piantiamo l’ ombrellone? Ce la spalmiamo sta benedetta crema solare, tutt’ attorno alla nostra mascherina? Non lo sappiamo ancora, boys.
Siamo però certi di offrirvi qualche ora di svago, frutto di un sudore che non è dovuto solo al crescente calore stagionale.
La redazione del Foglio Letterario si è stretta compatta attorno alle proprie pochissime certezze, tra cui c’è certo la gratuità con cui, anche stavolta, abbiamo deciso di dannarci l’ anima per farvi avere tra le mani – meglio, sotto gli occhi che cartacei non lo siamo ancora (per ora!) – un numero ricco di contributi differenti: in Issuu o Pdf è uguale, purché ci leggiate e ci facciate leggere!
In tutto questo bailamme di incertezze ci preme dirvi che vi faremo sapere quando saremo di nuovo in giro; non più sulle piazze virtuali dei social, fighe quanto si vuole ma così fredde da farci aver bisogno di coperte anche ora che è giugno. Presto, ci diciamo ormai da troppo. E siete tutti invitati: bicchiere di prosecchino in una mano, libro nell’ altra. Un brindisi per Luis, un altro per noi che ci restiamo e ci saremo.
Vi aspettiamo, più calorosi che mai.
V.Trama
Gli amici non muoiono e basta: «ci» muoiono. Una forza atroce ci mutila della loro compagnia e poi dobbiamo continuare a vivere con quei vuoti nelle ossa.
Luis Sepúlveda
 

Escursioni estive guidate

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01 luglio 2020

L'ALIENO CHE SCRIVE di Roberto Bertazzoni


L'ALIENO CHE SCRIVE di Roberto Bertazzoni

Definizione di alieno: che appartiene ad altro.
Altro cosa? Altro tutto, forse.
Essere diversi: all'inizio sembra bello, come un privilegio, non appartenere ai comuni mortali. Sentirsi come se si provenisse da un altro pianeta.
Ma non lo abbiamo voluto, non è “colpa nostra”, è un dono che ci troviamo fin dalla nascita. Che si può fare? Nasconderlo? Accettarlo? Adoperarlo?
Ce ne accorgiamo poco per volta, quando siamo ancora piccoli e qualche segno inizia a comparire, inequivocabile.
Il bambino è taciturno,solitario, chiuso, è diverso!
Eccola quella parola terribile e bellissima, la sentiamo per la prima volta e non capiamo. Diverso? Ma da cosa e da chi?
Ci seguirà nel corso della nostra vita e scopriremo che può essere grandiosa, straordinaria, oppure incompresa: dura, disprezzata e condannata.
Una parola tanto grande da non poterla comprendere.
Ci sono momenti in cui capitano cose uniche, appena percettibili ai più; attimi dove la sensibilità si fa così grande che si può udire il lieve dondolare di una foglia, o entrare in un raggio di sole, vedendo cose che altri non vedono e non vedranno mai.
Leggere uno sguardo, sentire le vibrazioni più sottili intorno, tremare per la paura, il disagio di un'anima che soffre; capire anche solo da una parola, da una lacrima non versata.
Si può gioire per il luccichio della luce abbagliante sul mare; apprezzare l'inesorabile scorrere del tempo, meravigliarsi sempre per una vita che nasce, qualsiasi essa sia.
La gente inizia a farsi domande, a notare la differenza. E visto che non capisce, condanna.
Forse per un atavico istinto di compensazione per l'inadeguatezza di non capire, ecco che vedono quasi sempre nel “diverso” qualcosa di negativo, di sbagliato. Vedono il male, così è più facile.
Ma che tipo strano è, quello! Ma guarda come si veste! Come cammina! Chissà perché non sta con gli altri? E chissà come vive! Cosa nasconde! Ma perché non fa come tutti?”
E chissà! Chissà! Chissà! Chissà cosa? Tutti chi?
Troppe domande, troppi giudizi: pregiudizi.
Siamo già noi a soffrirne di tutta questa “diversità”: tra etnie, tra abili e diversamente, tra belli e brutti, tra ricchi e poveri, tra gay ed etero!
Per quel tacito e raro privilegio, racchiuso in un attimo fuggente della vita che ci è dato “essere orgogliosamente diversi”, paghiamo il giudizio degli altri, l'eterno disagio.
La gente non capisce e nemmeno vuole capire; ci vorrebbe tutti uguali, riconoscibili, con lo stesso colore della pelle, vestiti allo stesso modo e pronuncianti gli stessi discorsi e luoghi comuni.
Per sentirsi “normali”? Forse. Diverso? È scomodo e faticoso.
La diversità fa paura. Anche se può avere insita l'essenza del senso della vita, la consapevolezza del sé, la comprensione e la magnificenza della vera bellezza.
E allora si condanna: e giù ai migranti, giù ai carcerati, giù a tutti gli “strani” che popolano il mondo. Ai diversi che non appartengono allo standard dell'uomo medio. A quello facilmente inquadrabile, comprensibile. Quello che, magari, va a messa la domenica, ben vestito, con moglie e figli e, poi, qualche volta capita che sfoghi la sua violenza in casa, sulla stessa famiglia.
Quello che in auto insegue il suo prossimo, perché lo ritiene colpevole di una mancata precedenza: e allora lo insegue e lo colpisce come una furia scatenata. Quello che aggredisce per un pallone non riconosciuto allo stadio; che uccide per gelosia la persona che dice di “amare”. Amare.
Beh, se questa è la normalità, lo standard, allora viva le “stranezze”, e la “diversità” con tutto il cuore.
Con tutte le nostre paure: debolezze, e fragilità. Noi “diversi” , perché migranti, diversamente abili, brutti, selvaggi, romantici; con libere scelte sessuali, i capelli colorati. Artisti e inventori, ogni giorno, della vita. Ci dichiariamo consapevolmente, assolutamente e lucidamente orgogliosi di esserlo.
Almeno, quella lacrima che spesso ci cade e ci scivola sul viso, almeno quella sarà una piccola, trasparente e pura, cosa sincera.
Credetemi.
Evviva i diversi, nonostante tutto.


30 giugno 2020

Intervista di Alessia Mocci al poeta russo Arsen Mirzaev: vi presentiamo Chiedo asilo poetico



Intervista di Alessia Mocci al poeta russo Arsen Mirzaev: vi presentiamo Chiedo asilo poetico



[…] amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.” – Arsen Mirzaev
Il vagare dei poeti non può che far ricordare quei celebri versi dello stimato Ugo Foscolo (“Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme/ che vanno al nulla eterno; e intanto fugge/ questo reo tempo, […]”) che contemplavano e cantavano alla sera ringraziandola per la pace prodotta proprio da questo vagare. Ed ancora ricorda quel vagare dell’Islandese in continuo dialogo con la Natura in contrapposizione ad un poeta che lasciò di rado la sua biblioteca sita a Recanati.
Nato a San Pietroburgo nel 1960, Arsen Mirzaev è poeta, critico e studioso di letteratura. All’attivo ha collaborazioni con diverse case editrici e riviste letterarie, con pubblicazioni di versi ed articoli.
La sua prima silloge è stata pubblicata nel 1994 ed è intitolata “Un altro respiro” (Drugoe dychanie), seguono nel 1996 “Oltre al resto” (Pomimo pročego), nel 2000 “I versi e i canti di Anton Kompotov (Stichi i pesni Antona Kompotova), nel 2001 “La musica della conversazione di innamorati sordomuti” (Muzyka razgovora vljublënnych gluchonemych), nel 2008 “L’albero del tempo” (Derevo vremeni) e nel 2015 “Vita a ¾” (Zizn' v ¾).
Da circa 15 anni organizza rinomate serate letterarie presso lo storico albergo Old Vienna situato dietro l’angolo rispetto ad uno dei monumenti più interessanti dell’arte russa la Cattedrale di Sant’Isacco costruita dal 1818 al 1858.
Chiedo asilo poetico” è stato pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, l’elaborazione grafica della copertina di Giorgio Ferrarini. Paolo Galvagni ne ha curato la nota finale e la precisa traduzione.
tutti/ tutti/ tutti si istupidiscono con gli anni// eccetto alcuni/ alcuni/ in verità –/ è una grandezza/ infinitamente piccola

A.M.: Salve Arsen, sono lieta di poter approfondire la sua conoscenza con questa intervista e la ringrazio per il tempo che mi dedicherà. Vorrei, se è possibile, geolocalizzare il poeta, chiedendole: San Pietroburgo è una città attiva artisticamente oppure lei è una delle poche eccezioni?
Arsen Mirzaev: Sono felice di salutarLa! Ringrazio per l'interesse che ha mostrato verso la mia modesta persona e il mio libro, tradotto da Paolo.
A Pietroburgo ci sono tanti poeti. Validi, anche vari. Ce ne sono di vivi, interessanti e di talento. E ci sono scribacchini, parolai e grafomani. I primi, mi pare, sono molto meno... Ahimè.
Così, San Pietroburgo. La città in cui sono nato, ma vi ho abitato solo dopo aver completato la scuola media a Vorkuta (il Nord, il Polo, negli anni '60 Vorkuta era davvero una città di banditi, una delle “capitali” criminali – come Kolyma e Magadan). Cioè dal 1977. E solo a San Pietroburgo (allora, certo, Leningrado) ho cominciato a capire che cosa fosse la vera poesia (anche se avevo provato a scrivere versi a scuola – avevo studiato non solo a Vorkuta, ma anche a Mosca, e a Gelendžik – e durante il servizio militare tra le file dell'esercito sovietico, in una cittadina nei pressi di Zagorsk). All'Istituto Geologico di Leningrado (LGI), a cui mi sono iscritto sotto l'influenza di mio padre geologo, parallelamente allo studio, dal primo anno, sono iniziate le lezioni al LITO (unione letteraria) del LGI, che era guidato da Michail Jasnov, noto poeta per l'infanzia e traduttore di poesia francese. Poi ho avuto: il lavoro nella Casa degli scrittori leningradese; lo studio alla Libera Università (cattedra di poesia: 1989-1991); il lavoro come redattore (dall'inizio degli anni '90) – nell'organico e non – praticamente in tutte le case editrici pietroburghesi; comporre e redigere la rivista artistica letteraria samizdat “Sumerki” (1989-1995); il lavoro in giornali e riviste – pubblicista, giornalista e redattore; lo studio dell'eredità creativa dell'avanguardia russa dell'inizio del XX secolo (prima di tutto – Velimir Chlebnikov, Vladimir Majakovskij, Elena Guro, Tichon Čurilin, di cui ho preparato libri, commentandoli e pubblicandoli per varie case editrici di Mosca e San Pietroburgo); la partecipazione a conferenze scientifiche internazionali, dedicate all'avanguardia e alla letteratura contemporanea; la preparazione di varie antologie di poesia pietroburghese contemporanea; la cura e la conduzione di serate letterarie (letture poetiche, presentazioni di riviste e case editrici, serate di prosa, festival) – dal 2005. E così via. Non ricorderò tutto ed elencare tutto sarebbe troppo lungo. Ma, in un modo o nell'altro, tutta la mia vita è stata legata alla letteratura, ai libri, alla poesia. E tutti i miei amici in gran parte sono poeti, artisti, musicisti.
E la nostra vita era e continua a essere del tutto viva. Probabilmente alle peregrinazioni e ai viaggi (non sono solo festival poetici in diverse città e paesi, ma anche semplicemente viaggi “per il mondo”) dedichiamo non meno tempo che alla lettura di libri e composizione di versi nei nostri appartamenti e studi.

A.M.: Nella nota finale della raccolta “Chiedo asilo poetico”, il suo traduttore Paolo Galvagni scrive: “Siamo di fronte a una persona, la cui vita è legata in modo fatale alla poesia e si è tramutata in “esistenza letteraria”: non sa dove scappare. Quasi tutti i suoi versi sono organica-mente iscritti nella vita letteraria della Pietroburgo contem-poranea, coi suoi innumerevoli saloni letterari e altre amenità poetiche.” Si rispecchia in questa immagine?
Arsen Mirzaev: Dell'“esistenza letteraria” ho già scritto tanto, rispondendo alla prima domanda. Ma è solo una parte di me e della mia vita. Sì, sono “iscritto” alla letteratura, inserito in essa (anche ufficialmente: come membro delle unioni di scrittori, come portatore di cultura, compositore di antologie, redattore di riviste, membro di diverse giurie professionali, etc), si può dire che sia radicato in essa dalla testa ai piedi nei 35 anni della mia “letteraturovita” (la mia esistenza nella letteratura), occupandomi all'infinito di tutti i possibili studi, della preparazione di libri, conducendo ogni anno una quantità infinita di serate poetiche. Ma amo anche staccarmi – strapparmi da questa celebre “esistenza letteraria” verso la natura – nel bosco, sui monti, al mare, nel deserto.... “I poeti devono vagare e cantare!” – con questa affermazione di Velimir Chlebnikov sono d'accordo al 200 %.

A.M.: Nella lirica “Il giorno di San Valentino” si legge “[…] – diventare/ uno stupido geniale,/ […]” (“[…] – стать/ гениальным придурком,/ […]”), con questa immagine intende menzionare lo jurodivyj, figura del mondo ortodosso russo con significato di “folle in Cristo” o “santo idiota”?
Arsen Mirzaev: No, qui non avevo alcuna intenzione di fare un accenno agli “jurodyvie” russi, anche se mi interessano tanto. Avevo in mente un motivo di Van Gogh, la celebre storia col suo orecchio tagliato (abbastanza ironico e autoironico) la estrapola sull'“amato se stesso” l'eroe lirico di questa poesia.

A.M.: Da studioso di letteratura si è occupato dell’opera del poeta russo Velimir Chlebnikov (Oblast' di Astrachan', 9 novembre 1885 – Santalovo, 28 giugno 1922). Una breve poesia recita: “Preposto al servizio delle stelle,/ Io giro, come una ruota,/ Che s'invola all'istante sull’abisso,/ Che finisce sull'orlo del precipizio,/ Io imparo le parole.” Vorrei soffermarmi su “stelle”, “abisso” e “parole”: la vertigine è una condizione necessaria per il poeta?
Arsen Mirzaev: La mia “storia” con Chlebnikov, il grande Futurista, è cominciata circa quaranta anni fa, quando a me, studente della facoltà geologica dell'LGI, hanno chiesto di tenere una lezione su Velimir per gli studenti stranieri dell'Istituto geologico. Era il 1981 o 1982.
Nel 1986 ho partecipato alla conferenza (Fortezza di Pietro e Paolo, San Pietroburgo), dedicata al centenario di Velimir Chlebnikov. Poi ho prese parte a numerosi festival e conferenze scientifiche dedicate a Chlebikov e all'avanguardia letteraria dell'inizio del XX secolo, tenute a San Pietroburgo, a Mosca, a Parigi, a Helsinki, a Velikij Novgood, ad Astrachan', a Kazan', a Čeljabinsk, a Tver' e in altre città. Nel 2005 ho avuto la fortuna di pubblicare il libro Velimir Chlebnikov – serto al poeta (33 omaggi poetici a Velimir: ora ho preparato per la stampa la versione completa del Serto – più di 100 nomi di poeti noti, che hanno dedicato poesie al “Re del Tempo”). E tre anni fa il libro, da me composto e commentato “Il tempo – misura del tempo” (la cosiddetta “piccola prosa”: articoli, note, proclami, manifesti, diari, etc). Ho preparato altri progetti editoriali, legati ai Futuristi, che per vari motivi non erano ancora usciti.
A suo tempo il poeta Osip Mandelštam ha detto: “In Chlebinikov c'è tutto!”. – Per me era proprio così. “Il nostro tutto” – non è solo Puškin, ma anche Chlebnikov. E anche prima di tutto – Chlebnikov. Proprio lui mi ha fatto sentire che cosa sia la vera poesia, capire che cosa costituisce la sua essenza, amarla “per tutta la vita rimanente”. Una sola sua frase – per esempio, “Con un sorriso è chiaro, semplice/ Sollevo la vita/ ad altezza della mia statura” – poteva sconvolgermi, rafforzarmi – dall'esistenza (vitale, non letteraria), dalle “porcherie plumbee della vita”.

A.M.: Oltre al futurismo ed alla avanguardia russa si è interessato di futurismo italiano? Quali sono gli artisti e poeti che ha apprezzato maggiormente e quali differenze ha potuto notare tra esponenti in Russia ed esponenti in Italia?
Arsen Mirzaev: Sì, certo, non si può trascurare la figura, potente, creativa e in molto contraddittoria, di Marinetti! Anche se da noi lo conoscevano proprio poco. E praticamente non lo pubblicavano. Ma ora sono pubblicati non solo i suoi proclami e manifesti, ma anche la poesia e la prosa – in russo. Cosa che non può non allietare. Sulle differenze tra i futuristi italiani e russi si è scritto più volte. Se approfondissi anch'io questo tema, sarebbe superfluo e occuperebbe troppo spazio e tempo. Ma voglio notare che anche l'avanguardia letteraria e artistica italiana mi interessa molto.
Nominerò solo alcuni nomi: Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Fortunato Depero, Carlo Carra, Enrico Prampolini, Luigi Russolo, Antonio Sant’Elia, Gino Severini, Ardengo Soffici.
Non è il primo anno che con alcuni slavisti italiani tengo rapporti di amicizia. Oltre a Paolo Galvagni, a Lei noto, si tratta di Massimo Maurizio, Gabriella Imposti e Marco Sabbatini. Conosco altri slavisti solo da lontano: Stefano Garzonio, Carla Solivetti. Be', certo, bisogna anche aggiungere al tema “italiano” il fatto che nel 2018 per la mini antologia di poesia italiana contemporanea “Essere delle foto”, mi è capitato di tradurre i testi di Alfonso Maria Petrosino e Marco Miladinovic.

A.M.: Perché ci sono così pochi poeti buoni e vari?” почему же так мало поэтов хороших и разных?
Arsen Mirzaev: Avendo una certa esperienza di traduzione poetica da varie lingue, immagino bene come sia complesso rendere l'intonazione di un testo in lingua straniera (la cosa più semplice è il senso, se nella poesia è più o meno “trasparente”). Qui, in questi testi (come in molti miei altri versi) svolgono un ruolo significativo l'ironia e l'autoironia. È abbastanza complesso da spiegare. O si percepisce nel testo, oppure no.

A.M.: Successivamente alla pandemia ha intenzione di presentare “Chiedo asilo poetico” in Italia?
Arsen Mirzaev: Anch'io spero che prossimamente (tra un mese? due?) le frontiere saranno aperte e potremmo tutti relazionarci con libertà e apertamente – come prima. Sostengo in ogni modo l'idea di fare una presentazione in Italia. Ovvio, la presentazione (forse, più di una) deve avvenire anche in Russia. Possiamo organizzarla nel mini hotel letterario “Antica Vienna” nel centro di Pietroburgo, dove dal 2005 conduco le “Serate letterarie”, ormai diventate di culto per molti.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Arsen Mirzaev: Nel contesto di quanto detto sopra, di certo si confà congedarsi con questa quartina “antipandemica”: “Il gelo cosmico nella notte./ Alle finestre s'erge la sventura./ E da me il fuoco nella stufa,/ Il tè sul tavolo e nel cuore la felicità” (Vladlen Gavril'čik, poeta e artista, 1953).
E se permettete, con un'autocitazione: “i versi sono un bastone/ su di esso mi appoggio/ camminando/ in questa vita”.

A.M.: Arsen ringrazio per la schiettezza delle sue risposte e la saluto anche io con due citazioni. Prendo in prestito le parole di un suo connazionale fortemente ammirato in Europa, Fëdor Michajlovič Dostoevskij “Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri.” ed infine: “Il segreto dell’esistenza umana non sta soltanto nel vivere, ma anche nel sapere per che cosa si vive.”

Written by Alessia Mocci
Info
Sito Macabor Editore
http://www.macaboreditore.it/
Acquista Chiedo asilo poetico
http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-categories-listing/product/110-chiedo-asilo-poetico

Fonte
https://oubliettemagazine.com/2020/06/25/intervista-di-alessia-mocci-al-poeta-russo-arsen-mirzaev-vi-presentiamo-chiedo-asilo-poetico/

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