30 luglio 2020

UN ANGELO DIVERSO di Bertazzoni Roberto


UN ANGELO DIVERSO di Bertazzoni Roberto

Credo che non si pensi mai a chi vive, per anni, la sua vita in carcere. Sì, in carcere.
Questa parola così brutta che fa paura e orrore, che sembra quasi non appartenere al lessico comune, che non si pronuncia con normalità, forse perché, secondo tanti, questo non è un posto “normale”.
Perché ci vivono i cattivi, i mostri, i delinquenti, i perduti.
E se non fosse così? Se qui dentro ci fosse un mondo diverso? Una vita pulsante?
Ebbene, è proprio così.
Ve l'assicuro io che non l'avevo mai “frequentato” prima e, quando sentivo questa parola, provavo un senso di lieve fastidio; come se si parlasse dell'ultimo posto al mondo, senza speranze, senza via d'uscita. Un luogo dove un uomo non dovrebbe mai finire. Così pensavo, perché non conoscevo. Non sapevo. Così il mio pensiero volava via.
Adesso sono qui e il pensiero continua a volare, ai ricordi del passato, ai miei errori, al futuro incerto; ma soprattutto al presente e alla mia vita qui.
Perché qui e adesso è la mia vita.
Posso dire di aver provato le due condizioni opposte, i due lati della barricata, i due colori del Tao.
Ero una persona “normale”: famiglia, lavoro, passioni. E poi? Tutto può succedere, non lo credevo possibile, ma è così.
Niente è così assoluto da potersi escludere. Noi siamo umani, imperfetti, peccatori e si sbaglia. In tanti modi, sempre.
Si cade in tentazione e lo si fa, spesso, sapendo di sbagliare.
Si sbaglia per amore, per vizio, per necessità o perché la vita non ci ha dato le condizioni per stare in equilibrio.
Si sbaglia perché si crede ciecamente in qualcosa o qualcuno che ti cambia la vita e lo si idealizza, mettendolo su di un piedistallo.
Si commettono errori per passione, per fragilità o paura; per egoismo, per avidità, ignoranza, follia, solitudine, frustrazione, abbandono. Per mille motivi, perché, perché, perché … si inciampa.
Non crediate, là fuori, d'essere perfetti. Mi sembra proprio di no, così come non lo ero io.
Almeno, qui, è tutto concentrato: tanti peccatori insieme, tante storie che sento vivere vicino a me.
Chissà, probabilmente, Dio è più vicino di quanto non pensiamo, proprio qui.
Io lavoro come bibliotecario ed ho contatti con tanti detenuti. Trovo spesso persone chiuse, difficili, ostili, che si esprimono attraverso l'aggressività, col tono di voce forte e scontroso.
E poi scopri che, scavando un poco in quel terreno duro e fragile, c'è la vita pulsante, la sofferenza, il pentimento.
Trovi le persone che cambiano, perché hanno deciso di farlo, con tutte le loro forze; che vogliono uscire da questa “trappola” nella quale siamo caduti, per ricostruirsi e rinascere.
Certo, non per tutti è così. Alcuni non conoscono altra vita all'infuori di questa e non vogliono cercare altri modi per viverla. Continueranno così.
Ma chi vuole veramente risolversi e si svuota di tutto ha, come unico obiettivo, il ricominciare a vivere in modo assolutamente diverso.
Si crea uno stop. Un fermo.
Basta sbagliare, basta bugie, inganni. Basta!
Si può e si deve vivere in un altro modo, essere diversi, ogni giorno dando la giusta importanza alle cose che davvero contano per ognuno di noi.
E ci si sente, finalmente, liberi. Liberi di essere diversi.
Questo ho capito e realizzato qui, in carcere. Adesso aiuto gli altri, dialogo con loro; li ascolto e cerco, con umiltà, di realizzare già ora questo cambiamento che si è verificato in me. Si può fare, credetemi.
E allora il carcere, visto da fuori, non sarà più soltanto il “contenitore dei cattivi”, degli irrecuperabili, dei rifiuti della società. Potrà essere, per chi lo vuole, un'occasione immensa di vita diversa.
È faticoso, ci vuole molta costanza, ma ci si riesce. Basta volerlo.
Io qui ho conosciuto persone uniche, preziose, con un senso di umanità eccezionale; traboccanti di sensibilità nei confronti del prossimo.
Sto parlando di gente che lavora qui, che svolge professioni diverse, quali educatori, psicologi, volontari.
Tra i detenuti ho trovato anche persone che mi hanno donato una parte di sé, una condivisione con qualcuno che, magari dal suo errore, ha tratto davvero la decisione di una svolta per la sua vita.
Lo vedo nelle lettere che scrivo per i miei compagni, nelle storie che ascolto e nei loro discorsi. La volontà esiste, bisogna soltanto prenderla e farne buon uso.
Non ci si perderà più, qualsiasi siano stati i motivi che qui ci hanno condotto.
Così si svolgono le mie giornate, di conseguenza, la mia vita assume inevitabilmente un senso buono, positivo, compiuto.
Soprattutto quando mi arriva, magari inaspettato, un: “Grazie, amico mio”, accompagnato da due occhi lucidi.
Allora capisco che questo mi basta.
Che la vita vera, quella che conta, è anche questa.
È qui, ora. In questo mondo di errori e sofferenza, noi non siamo diavoli; piuttosto angeli caduti e feriti che cercano di rialzarsi.
Sicuramente consapevoli e “diversi”.

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